Nazionale di rugby a 15 dell'Italia

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Italia Italia
Stemma
Uniformi di gara
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Manica sinistra
Maglietta
Maglietta
Manica destra
Pantaloncini
Calzettoni
Prima
tenuta
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Manica sinistra
Maglietta
Maglietta
Manica destra
Pantaloncini
Calzettoni
Tenuta
alternativa
Sport Rugby union pictogram.svg Rugby a 15
Federazione Italia F.I.R.
Soprannome Azzurri
Selezionatore Francia Jacques Brunel
Record presenze A. Lo Cicero (103)
Record mete Marcello Cuttitta (25)
Record punti D. Domínguez (971)
Ranking IRB 14ª (18 marzo 2013)
Esordio internazionale
Spagna Spagna 9 - 0 Italia Italia
Barcellona, 20 maggio 1929
Migliore vittoria
Italia Italia 104 - 8 Rep. Ceca Rep. Ceca
Viadana, 18 maggio 1994
Peggiore sconfitta
Sudafrica Sudafrica 101 - 0 Italia Italia
Durban, 19 giugno 1999
Coppa del Mondo
Partecipazioni 7 (esordio: 1987)
Miglior risultato 2 vittorie al 1º turno (2003, 2007, 2011)
Sei Nazioni
Partecipazioni 14 (esordio: 2000)
Miglior risultato 4ª (2007, 2013)
Stadio nazionale
Stadio nazionale Stadio Olimpico
Foro Italico
I-00135 Roma
(73 481 posti)

La Nazionale italiana di rugby a 15 è la selezione maschile di rugby a 15 (o Rugby union) che rappresenta l’Italia in ambito internazionale.

Attiva dal 1929, opera sotto la giurisdizione della Federazione Italiana Rugby.

La Nazionale italiana è impegnata annualmente nel torneo del Sei Nazioni, che la vede di fronte alle migliori compagini nazionali europee: Francia, Galles, Inghilterra, Irlanda e Scozia. In precedenza, fino al 1997, fu impegnata nel Campionato Europeo sotto le sue varie denominazioni (Torneo FIRA, Coppa delle Nazioni, Coppa FIRA), torneo del quale vinse proprio l’ultima edizione alla quale partecipò, nel biennio 1995-97[1].

Inoltre, fin dalla sua prima edizione (1987), l’Italia è sempre stata presente alla Coppa del Mondo di rugby, competizione nella quale non è mai, tuttavia, riuscita a superare la prima fase a gironi.

Ammessa fin dal 2000 nel novero delle Nazioni di prima fascia (gruppo che comprende le squadre del Sei Nazioni e quelle del Rugby Championship), al 18 marzo 2013 l’Italia occupa il 12º posto nel ranking dell’International Rugby Board.

Dal 3 ottobre 2011 il commissario tecnico è il francese Jacques Brunel.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Le origini del rugby in Italia[modifica | modifica sorgente]

Una formazione dell’U.S. Milanese di rugby. In piedi a sinistra Stefano Bellandi

Il rugby, al pari del calcio, si fece conoscere in Italia verso la fine del XIX secolo, portato dai britannici che facevano scalo al porto di Genova; la diffusione massiccia del gioco, comunque, fu dovuta all’opera di un pioniere italiano emigrato oltralpe, Stefano Bellandi[2]; questi, nato nel 1892 in provincia di Cremona, dovette rientrare in Italia per svolgere il servizio militare e, avendo conosciuto il rugby in Francia, si adoperò per diffonderlo anche in patria[2].

Con l’ausilio di un amico francese che viveva a Milano Bellandi riuscì a mettere in piedi una sezione rugbistica presso l’Unione Sportiva Milanese, storica società calcistica oramai scomparsa, che all’epoca competeva nel campionato nazionale al pari delle concittadine Inter (con la quale poi si fuse alla fine degli anni venti) e Milan. Tuttavia, già nella primavera del 1910, a Torino, si era tenuto un incontro secondo le regole del rugby tra due compagini calcistiche non italiane, il Servette di Ginevra e il Racing Club di Parigi; sulla scia di tale evento era nato anche il primo club rugbistico italiano, il Rugby Club Torino, scioltosi dopo un solo incontro, disputato contro la Pro Vercelli, club calcistico tra i più forti dell’epoca. Benché, quindi, Torino vanti la primogenitura del rugby in Italia, fu a Milano che la nuova disciplina ebbe il suo pieno sviluppo[2].

Il primo incontro dell’U.S. Milanese si tenne all’Arena Civica di Milano il 2 aprile 1911 contro una compagine francese, che si impose 15-0[3]; ma, come riportò la Gazzetta dello Sport, gli spettatori furono entusiasti dello spettacolo, tanto che poco meno di un anno dopo, agli inizi del 1912, la squadra milanese organizzò un altro incontro, a Vercelli, contro l’U.S. Chambéry. Anche in tale occasione si trattò di una sconfitta, anche se di minore entità (i francesi vinsero 12-3)[3]. Poi giunse la Grande guerra e di rugby in tutta Europa si ricominciò a parlare a partire dai primi anni venti.

La nascita della Federazione e della Nazionale[modifica | modifica sorgente]

Dopo il conflitto fu, ancora, Stefano Bellandi a tentare di rilanciare la disciplina: chiese ospitalità allo Sport Club Italia, del cui presidente Algiso Rampoldi era amico e, con la collaborazione di alcuni amici, rimise in piedi una squadra rugbistica, benché raffazzonata ed estemporanea, che si fece comunque conoscere dal grande pubblico grazie alla stampa[4]; il 26 luglio 1927 fu alfine costituito un comitato di propaganda che costituì il preludio alla nascita di una federazione nazionale che disciplinasse l’attività rugbistica, nel frattempo diffusasi in tutta la penisola (a parte Milano, anche Torino, Udine, Roma, Napoli e altre città)[5]. Il 26 luglio 1928 a Roma vide la luce la Federazione Italiana Rugby.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Federazione Italiana Rugby.

La Nazionale nacque quasi contemporaneamente all’istituzione del primo campionato italiano: il 20 maggio 1929, allo Stadio dell’Esposizione del Montjuïc di Barcellona, vi fu l’esordio contro l’altrettanto debuttante selezione spagnola, arbitro il francese Brutus. Gli iberici (in realtà una selezione catalana ufficialmente rivestita con i colori della Spagna[6]) si imposero 9-0 e un anno più tardi, il 29 maggio 1930, restituirono la visita per quello che fu il primo incontro interno dell’Italia. A Milano gli Azzurri, per l’occasione ancora in maglia quasi completamente bianca, vinsero 3-0. Gli uomini di quel primo incontro di Barcellona furono Dondana, Cesani, Dora, Vinci II, Vinci III, Vinci IV, Modonesi, Balducci, Paselli, Raffo, Allevi, Barzaghi, Altissimi, Bottonelli, Bricchi. Roma e Milano si divisero in parti uguali la rappresentanza: sei atleti dalla Capitale, sponda Lazio, inclusi i fratelli Vinci, altrettanti dall’ex U.S. Milanese, oramai fusa con l’Ambrosiana-Inter. Brescia contribuì con due uomini; ma il capitano proveniva dalla Michelin Torino (Dondana)[6].

Una formazione della Nazionale italiana del 1933

Nonostante una polemica di carattere politico-organizzativo che portò allo scioglimento della F.I.R., alla sua successiva ricostituzione come Federazione Italiana della Palla Ovale e poi, ancora, per ragioni autarchiche, come Federazione Italiana Rugbi[7], nel quinquennio successivo la Nazionale si confrontò con le più forti selezioni dell’Europa continentale (le quattro britanniche dell’IRB costituendo di fatto una realtà a loro stante), Cecoslovacchia (sconfitta due volte, a Milano e Praga, nel corso del 1933), Romania (vittoria a Milano per 7-0 nel 1934) e Catalogna (pareggio per 5-5 a Barcellona nel 1934).

Prima sconfitta dopo l’esordio, a Roma nel 1935 contro la Francia che, fino al 1983, fu l’unica squadra di alto livello fuori dall’IRB e, fino al 1988, l’unica del Cinque Nazioni, a concedere all’Italia test match ufficiali[8].

Il 2 gennaio 1934 l’Italia, la Francia e la Germania, capifila di un fronte che propugnava la formazione di una federazione internazionale alternativa all’IRB, istituirono a Parigi insieme ad altre federazioni nazionali europee la Fédération Internationale de Rugby Amateur o FIRA. La neonata associazione istituì un torneo, originariamente chiamato Torneo FIRA (poi Coppa delle Nazioni e Coppa FIRA), di fatto un campionato europeo di rugby a cui l’Italia prese parte fino al 1997.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Campionato europeo per Nazioni di rugby.

La Nazionale italiana prese parte a due delle tre edizioni del Torneo FIRA d’anteguerra, classificandosi in un’occasione terza, nell’altra seconda. Entrambi i trofei furono vinti dalla Francia, che peraltro si impose in 25 edizioni sulle 30 in totale cui prese parte.

L’attività proseguì per quanto possibile durante la guerra: il campionato si tenne fino al 1943 e la Nazionale andò avanti fino al maggio del 1942; l’ultimo incontro disputato prima di una lunga interruzione internazionale che durò fino al 1948 fu a Milano contro la Romania. Del resto, lo stesso regime fascista, dopo aver malvisto tale disciplina in quanto di derivazione inglese, decise di promuoverlo a tutti i livelli quale esempio di cameratismo e spirito di combattimento[9]; Achille Starace, segretario del PNF, sostenne che «Il giuoco del rugby, sport da combattimento, deve essere praticato e largamente diffuso tra la gioventù fascista». Uno dei fattori ritenuti frenanti d’una possibile ulteriore diffusione del movimento rugbistico nel dopoguerra viene identificato proprio in tale politicizzazione della disciplina, alla quale a lungo fu attribuita l’etichetta di “sport fascista”[9].

L’immediato dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

“Maci” Battaglini, terza linea, 5 presenze per l’Italia a cavallo dei due dopoguerra

Il ritorno alla normalità dopo la guerra avvenne a tappe: il campionato riprese nel 1946, l’attività internazionale, con il Cinque Nazioni, nel 1947, ma la Nazionale italiana dovette attendere fino al marzo 1948 per tornare in campo: alla guida tecnica, nei primi 13 anni di attività, vi erano stati 12 avvicendamenti tecnici, al ritmo di uno all’anno di media, con 11 tecnici coinvolti.

In realtà, si trattava spesso di affiancamenti o di ritorni (il francese Julien Saby, per esempio, uno degli artefici dello sviluppo tecnico del rugby in Italia, ebbe tre mandati di cui due in coppia con un altro tecnico; lo stesso Luigi Bricchi ebbe 8 mandati di cui 6 affiancato a uno o più colleghi).

Tommaso Fattori, primo C.T. del dopoguerra (1947)

Nel 1947 la squadra fu affidata all’ex nazionale Tommaso Fattori, già giocatore di Lazio, Roma e Milano e futuro tecnico dell’Aquila.

Questi guidò la squadra in due incontri, entrambi nel 1948, con la Francia B (sconfitta a Rovigo per 6-39) e con la Cecoslovacchia (vittoria a Parma per 17-0). Ma le differenze tra la miglior formazione continentale, la Francia, e l’Italia (e a sua volta tra la stessa Italia e le altre avversarie), erano palesi: gli Azzurri riuscivano a tenere il passo con le altre formazioni europee, ma non a battere i transalpini, neppure quando questi schieravano la loro formazione non ottimale. A dispetto della crescita del gioco nel suo triangolo d’elezione tra Treviso, Padova e Rovigo, con punte d’eccellenza in seguito anche a Napoli, Roma, Parma e L'Aquila, la Nazionale non riuscì per lungo tempo a rendersi competitiva fuori dall’ambito della Coppa delle Nazioni / Coppa FIRA, nella quale era sempre la Francia a dominare: fino al 1968 quest’ultima non si fece sfuggire un’edizione del torneo europeo e, in aggiunta a ciò, era l’unica continentale a confrontarsi annualmente con le quattro britanniche nel Cinque Nazioni.

A contrastare l’Italia a livello continentale era invece la Romania, che aveva visto a partire dal 1950 un numero sempre crescente di praticanti: erano 1 500 dopo la guerra; 13 500, nove volte tanto, alla fine degli anni settanta[10] e che contese, spesso strappandola loro, agli Azzurri la piazza d’onore nella Coppa delle Nazioni, e riuscendo perfino a battere i francesi, cosa che all’Italia riuscì solo molto più avanti.

Apparve chiaro che, quindi, solo un confronto con le nazioni più all’avanguardia poteva dare al rugby italiano occasioni di crescita, e nel 1956 fu organizzato un tour informale (non conteggiabile come tale in quanto non previde alcun test match) in Gran Bretagna: tre incontri che si risolsero in altrettante sconfitte per la Nazionale, contro i gallesi dello Swansea (5-14) e del Cardiff (2-8) e i londinesi Harlequins per 14-15, tutto sommato una sconfitta meno pesante del temuto; il tour fu ripetuto due anni dopo e, proprio nell’ultima partita della serie, che faceva seguito a due sconfitte, contro le Contee Londinesi per 3-9 e il Blackrock per 8-18, l’Italia vinse 5-3 contro gli irlandesi del Cork; quanto ai test match nel periodo intorno a tali tour, si registrarono tutte vittorie (Germania Ovest (12-3 nel 1956, 8-0 nel 1957, 11-5 nel 1960[11]), Cecoslovacchia[12] e Romania[13], ma contro la Francia ancora quattro sconfitte (3-16 nel 1956, 6-38 nel 1957, 3-11 nel 1958 e 0-22 nel 1959)[14].

Il buio in Europa[modifica | modifica sorgente]

La situazione profilatasi circa un decennio prima, all’inizio degli anni sessanta era ormai consolidata e tale rimase praticamente per il trentennio successivo: sempre fuori portata le Isole Britanniche, almeno a livello di rappresentative nazionali, il termine di confronto per tutto il resto d’Europa era la Francia, unica selezione del continente ammessa a competere su base annuale con le quattro Home Nation d’Oltremanica da un lato, e dall’altro impegnata nella Coppa delle Nazioni. A seguire l’Italia, sempre regolarmente sconfitta dalla Francia, a contendersi la seconda piazza di norma con la Romania, ed entrambe un gradino sopra il resto dei contendenti europei. Tuttavia, il 14 aprile 1963, l’Italia fu a un passo dall’interrompere la supremazia francese: a Grenoble, nell’incontro che vide l’esordio in azzurro di Marco Bollesan, la squadra conduceva 12-6 a pochi minuti dal termine. Una meta trasformata dei francesi (all’epoca valida 5 punti) portò il punteggio sul 12-11, ma un calcio di punizione lo ribaltò proprio sul finale, che alla fine fu 12-14[14]. Memorabile è rimasta, nel cuore di quanti quel giorno hanno visto sfumare quel sogno, la prestazione di Elio Fusco, mediano di mischia della Nazionale e della Partenope degli scudetti[15].

Isidoro Quaglio, C.T. nel 1977 per due soli incontri

Tale impresa mancata di poco parve a tutti il preludio a un effettivo salto di qualità che tuttavia non giunse.

La FIRA mise mano nel 1965 al torneo europeo dandogli il nome di Coppa delle Nazioni e strutturandolo in divisioni: l’Italia entrò nella 1ª divisione del torneo 1965/66, piazzandosi seconda e perdendo come di consueto (0-21) l’incontro con la Francia, all’Arenaccia di Napoli. Ma fu l’edizione successiva, quella del 1966/67, che frustrò le ambizioni italiane di proporsi a livelli più alti: la squadra vinse solo l’incontro con il Portogallo (peraltro con un sofferto 6-3[16]), ma perse 3-24 contro la Romania e 13-60 contro la Francia. Da allora e per 28 anni (e per 30 nel torneo), la federazione francese non concesse più all’Italia il test match e le schierò contro solo la sua Nazionale “A”[17].

La cosa più grave, tuttavia, fu che l’Italia, a causa di tali risultati, retrocesse in 2ª divisione europea, quindi fuori anche dai match più importanti: scelse quindi di non partecipare alla Coppa delle Nazioni successiva, preferendo impegnarsi nel 1968 in alcuni incontri con Portogallo (17-3)[16] e Germania Ovest (22-14)[11]; l’incontro con la Jugoslavia di fine d’anno (22-3[16]) fu invece valido per la 2ª divisione della Coppa delle Nazioni 1968/69, che l’Italia vinse per riproporsi nella massima serie per l’edizione successiva; tuttavia, la Federazione giunse alla conclusione che, al fine di allargare l’esperienza internazionale dell’Italia, era necessario farla uscire dall’Europa. Nel 1970 fu così organizzato il primo tour ufficiale azzurro, in Madagascar, capitano Bollesan: furono 2 amichevoli contro i malgasci, il 24 e 31 maggio, entrambi vinti[18].

Tre anni più tardi l’esperienza fu ripetuta in maniera più estesa: la Nazionale, sempre con Bollesan capitano, si recò in tour in Africa meridionale (Sudafrica e Rhodesia, come si chiamava allora lo Zimbabwe), per disputare diversi incontri tra cui un test match internazionale, contro la Rhodesia a Salisbury (sconfitta 4-42[19]), ma a spiccare fu la vittoria di Port Elizabeth per 24-4 sui South African Leopards, di fatto la Nazionale sudafricana coloured. L’importanza di tale tour, che vide per la prima volta il rugby italiano protagonista di un’affermazione di prestigio in un Paese di lunga tradizione nella disciplina, è riconosciuta tutt’oggi, tanto che quella spedizione è tuttora vista come una pietra miliare del rugby nazionale[20].

L’epoca dei tour e la lenta ripresa[modifica | modifica sorgente]

Nel frattempo, nel rinnovato torneo europeo, rinominato da Coppa delle Nazioni a Coppa FIRA, l’Italia non era presente, in quanto retrocessa nuovamente nel 1971; non tornò nella massima serie che nel 1974. Affidata al gallese Roy Bish, primo britannico dopo John Thomas (C.T. dell’esordio azzurro e per un incontro solo) a guidare la Nazionale, la squadra si classificò terza nel torneo 1974-75, mettendo in mostra notevoli progressi nel gioco e nei risultati come il pareggio (3-3) contro la Romania, vincitrice del torneo e capace pochi mesi prima di battere la Nazionale maggiore francese.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Roy Bish.

Da registrare nel biennio due tour nel Regno Unito, nel 1974 in Inghilterra (tre sconfitte contro altrettante selezioni di contea) e nel 1975 in Inghilterra e Scozia (una vittoria e due sconfitte, una delle quali, a Newcastle upon Tyne, contro l’Inghilterra U-23 per 13-29[21]).

Dopo il secondo posto nella Coppa FIRA 1975-76, conquistato grazie alla vittoria sulla Romania, alla fine del 1976 vi fu anche un match (non ufficiale) contro l’Australia a Milano, che gli Azzurri persero con un soddisfacente 15-16[21][22]; tale vittoria sfiorata alimentò speranze, presto vanificate dall’andamento della disastrosa Coppa FIRA 1976-77. La sconfitta contro il Marocco portò alle dimissioni di Bish e all’affidamento della squadra a Isidoro Quaglio, giocatore internazionale fino alla stagione precedente e tra i protagonisti del tour del 1973. L’Italia batté la Polonia (2 aprile 1977, 29-3[23]), ma il 1º maggio successivo fu travolta 0-69 dalla Romania[24], peggior passivo azzurro per i successivi 22 anni. La sconfitta provocò anche l’esonero di Quaglio dopo soli due incontri e meno di un mese d’incarico.

I tour della Nazionale

A partire dal 1970 la Nazionale italiana ha affrontato diversi tour, a ritmo più o meno triennale e, a partire dall’ingresso nel Sei Nazioni (2000), annuale. Già nel 1956 e 1958 era uscita fuori dai confini nazionali per due brevi puntate nel Regno Unito, ma si trattava di incontri non ufficiali. Il primo tour con un test match ufficiale fu quello del 1970 in Madagascar.

Fu, quello, il periodo in cui i club del campionato italiano iniziarono a ingaggiare rugbisti da altre federazioni, talora oriundi, più spesso veri e propri stranieri: una Nazionale, ribattezzata XV del Presidente, formata da 12 italiani e 3 stranieri militanti in serie A (i sudafricani Dirk Naudè e Nelson Babrow e il francese Guy Pardiès), incontrò a fine 1977, a Padova, un XV della Nuova Zelanda per un incontro senza valenza di test match, ma comunque incoraggiante per le ridotte dimensioni della sconfitta (9-15)[25]; nel 1978 la Nazionale fu affidata a un giovane tecnico all’epoca trentacinquenne, il francese Pierre Villepreux, che il 24 ottobre esordì sulla panchina azzurra a Rovigo guidando la squadra a una convincente vittoria per 19-6 contro l’Argentina[26]. Tra i risultati da segnalare di quel periodo anche il pareggio di Brescia per 6-6 contro l’Inghilterra U-23[21] (16 maggio 1979) e la sconfitta per 12-18 contro il XV nazionale neozelandese (ribattezzato All Blacks) in un match senza valenza di test disputato sempre a Rovigo il 28 novembre 1979[21] per il quale l’interesse fu tale che a pochi minuti dall’inizio dell’incontro si decise di ammettere allo stadio anche gli spettatori senza biglietto, che si assieparono a bordo campo dietro ai cartelloni pubblicitari[27].

L'incontro di Rovigo del 1979 contro gli All Blacks perso 12-18

Villepreux guidò nel 1980 anche un tour in Oceania e Nord America; i test match disputati furono solo due, a Suva contro Figi (sconfitta 3-16)[28] e ad Avarua contro le Isole Cook (sconfitta 6-15[29]), ma tra i due test vi fu un ben più rilevante incontro, sebbene non ufficiale, contro la Nuova Zelanda Junior, perso ad Auckland per 13-30[21].

Un nuovo tour senza test match, fu organizzato nel 1981 in Australia: nove incontri, di cui sette vinti e due persi, uno contro la selezione del Queensland, l’altro contro la squadra oggi nota come Brumbies. Il contratto di Villepreux giunse a scadenza e la squadra passò alla coppia Pulli - Paladini, che esordirono in Coppa FIRA 1981/82 con un pareggio 12-12 a Mosca contro l’URSS[30], per proseguire con una netta vittoria sulla Germania Ovest[11] e una, altrettanto convincente, contro la Romania[13]. L’Italia perse per l’ennesima volta contro la Francia A, ma si assicurò comunque il secondo posto finale.

Nell’edizione successiva, l’Italia riuscì addirittura a classificarsi davanti agli eterni rivali francesi: fu infatti seconda con tre vittorie, un pareggio (per 6-6 a Rovigo contro la squadra A francese, che ormai da 16 anni non concedeva più agli Azzurri il test match) e una sconfitta, contro la Romania. La Coppa 1983/84, invece, vide l’Italia piazzarsi terza per differenza punti nei confronti della Romania (tre vittorie e due sconfitte ciascuna).

Quello a cavallo degli anni settanta e ottanta fu uno dei periodi migliori, per risultati e crescita complessiva a livello internazionale, del primo mezzo secolo di vita della Nazionale: a coronamento di tali progressi vi fu il primo incontro ufficiale con una Nazionale dell’International Rugby Board: fu a Rovigo, al “Battaglini”, che il 22 ottobre 1983 l’Australia scese in campo contro gli Azzurri. L’incontro terminò 29-7[31] per gli Wallabies, con 5 mete contro una (di Zanon, cui si affiancò nello score Stefano Bettarello che trasformò un calcio piazzato), ma al di là della sconfitta tale partita ha tuttora il valore, per il rugby italiano, di primo passo mosso verso l’ingresso nel club delle grandi Nazionali dell’IRB[32].

L’era della Coppa del Mondo[modifica | modifica sorgente]

Il 22 marzo 1985 a Parigi l’International Rugby Board, per contrastare il rischio, ventilato da un imprenditore televisivo australiano, della nascita di una competizione internazionale (professionistica) parallela all’attività ufficiale (dilettantistica)[33], decise di istituire un banco di prova comune per tutte le Nazionali, al fine di stabilire una graduatoria che andasse al di là dei risultati dei singoli tour stagionali. Nacque così la Coppa del Mondo di rugby, inizialmente pensata come manifestazione riservata alle sole Federazioni iscritte all’IRB ma che, in fase di votazione istitutiva, fu allargata alle Nazioni emergenti per iniziativa del presidente della FFR Albert Ferrasse, che a tale apertura subordinò il suo voto favorevole alla nascita della competizione[34]. L’Italia (per la quale detto allargamento fu ininfluente, in quanto presente nel nucleo iniziale di 8 Federazioni invitate alla prima edizione[33]) intensificò la sua attività internazionale di alto livello: oramai la presenza di una competizione ufficiale di portata mondiale costituiva un appuntamento ineludibile per chiunque, sia per le Nazionali dell’IRB (le quattro britanniche, l’Australia, la Nuova Zelanda e la Francia, nel frattempo entrata nel 1978) che per coloro che aspiravano a entrarvi. La stessa Italia era ormai in procinto di aderire all’IRB, organismo nel quale fu ammessa ufficialmente dal 1987 e, dal 1991, anche con diritto di voto.

L’organizzazione della prima edizione della Coppa del Mondo, programmata per il 1987, fu assegnata congiuntamente all’Australia e alla Nuova Zelanda, ovverosia le due Federazioni più interessate dal rischio-emorragia.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Coppa del Mondo di rugby.

Dopo la votazione di Parigi fu la Rugby Football Union la prima Federazione a organizzare un incontro con gli Azzurri, sebbene non ancora in un test match. Tornata nel prestigioso stadio di Twickenham dopo 29 anni, l’Italia perse 9-21 contro l’Inghilterra B; in seguito, in giugno, la squadra sostenne due test contro lo Zimbabwe riportando altrettante vittorie, per 25-6 a Bulawayo[35] e per 12-10 una settimana più tardi ad Harare[35].

Il 10 maggio 1986, a Roma, l’Italia ricambiò l’ospitalità degli inglesi, anche in tale occasione per un match senza valore di test. Il risultato fu però di rilievo, un pareggio 15-15 che rimane tuttora il migliore contro una selezione internazionale dell’Inghilterra. Il 1º giugno successivo, in tour a Brisbane per ricambiare la visita degli australiani, l’Italia perse dagli Wallabies per 18-39. Per i successivi 12 mesi quello fu l’ultimo test match di alto livello, visto che, nelle more della Coppa del Mondo, vi era la partecipazione alla Coppa FIRA da onorare.

Il 22 maggio 1987 è una data storica per il rugby e, a suo modo, anche per l’Italia: si tratta infatti del giorno dell’incontro inaugurale della prima Coppa del Mondo di rugby, e a disputarlo fu proprio la Nazionale azzurra, guidata dalla panchina da Marco Bollesan, opposta ad Auckland ai padroni di casa neozelandesi in quello che fu visto subito come un incontro proibitivo: come da previsione, infatti, gli All Blacks vinsero, e largamente, imponendosi 70-6; sebbene il rugby italiano fosse in crescita, il divario con le migliori Nazionali del mondo era ancora grande, e i dettagli del punteggio servono a mostrare la differenza di prestazioni: a fronte del calcio piazzato e del drop messi a segno dall’Italia, gli All Blacks marcarono 12 mete (all’epoca valevoli ancora 4 punti ciascuna[36]) di cui 8 trasformate, e due calci piazzati[37].

Stefano Bettarello fu il primo Barbarian italiano (1987)

L’Italia compromise buona parte delle sue chance di qualificazione ai quarti di finale a causa di un’ulteriore sconfitta (16-25) contro l’Argentina, maturata al termine di un incontro sostanzialmente pari nell’andamento del gioco alla mano (due mete, di cui una trasformata, per parte) ma in cui i sudamericani prevalsero in quello al piede (cinque calci piazzati contro due italiani)[38]: l’ultimo incontro con Figi fu vinto per 18-15[28] ma, a causa del quoziente mete sfavorevole rispetto alla selezione oceanica, quest’ultima, a pari punti di Italia e Argentina, si qualificò a scapito di queste.

Bollesan lasciò la panchina azzurra a fine 1988 e fu sostituito da Loreto Cucchiarelli, il cui interregno durò solo sette incontri, ma caratterizzato da tre test match importanti: una sconfitta contro l’Australia a Roma il 3 dicembre, poi il 31 dicembre successivo, a Dublino, il primo incontro ufficiale contro una Nazionale delle Isole Britanniche, l’Irlanda (sconfitta per 15-31, con 5 mete a 1 per gli irlandesi[39]) e un’ulteriore sconfitta a Buenos Aires per 16-21 il 24 giugno 1989 contro l’Argentina, incontro ancora una volta sostanzialmente pareggiato alla mano ma perso al piede (una meta e quattro piazzati azzurri contro una meta trasformata e cinque piazzati dei Pumas)[26].

A ulteriore dimostrazione della crescita del movimento rugbistico e del rispetto acquisito anche in ambito internazionale, figura la chiamata dei Barbarians, il prestigioso club inglese a inviti, al primo italiano: fu Stefano Bettarello (n. 1958) che, nei tour pasquali 1987 e 1988, fu schierato in totale 4 volte, marcando 43 punti. Per 9 anni Bettarello rimase l’unico azzurro a essere invitato dal club a maglie bianconere.

Da quel momento l’attività internazionale dell’Italia, al pari di quella delle altre federazioni di vertice, fu rimodulata in funzione della cadenza quadriennale della Coppa del Mondo e, dal punto di vista tecnico, dalla necessità di intensificare i confronti con le squadre più rappresentative dell’International Rugby Board. La Coppa del Mondo di rugby 1991 che si tenne in Inghilterra vide una Nazionale, guidata dal francese Bertrand Fourcade, opposta nel primo turno a Stati Uniti, Inghilterra (per il primo test match ufficiale tra le due Nazionali) e Nuova Zelanda; vinto il primo incontro per 30-9, gli Azzurri persero secondo pronostico gli altri due, per 6-36 contro l’Inghilterra e con un più che onorevole 21-31 contro la Nuova Zelanda; si tratta tuttora del miglior passivo italiano contro gli All Blacks[40].

Georges Coste e la conquista dell’Europa[modifica | modifica sorgente]

Dopo Fourcade, fu il turno di un altro francese, Georges Coste, il quale si propose di continuare sulla strada tecnica impostata dal suo predecessore, in particolare per quanto riguardava il gioco dei tre quarti, ancora non al livello delle prime linee. Furono quattro le vittorie iniziali del neotecnico, tutte in Coppa FIRA 1992/94, di cui una di prestigio assoluto: l’11 novembre 1993, a Treviso, l’Italia batté 16-9 la Francia A1. Sebbene non ancora test match, il segnale fu forte, anche perché gli Azzurri terminarono il campionato europeo a pari punti dei transalpini, i quali prevalsero solo per la differenza punti marcati / subìti. L’estate del 1994 vide la squadra in tour in Australia: due sconfitte che comunque segnarono un passo avanti essendo giunte con scarti ridotti in rapporto al valore dell’avversaria: la prima di misura a Brisbane per 20-23 con due mete a una per gli Wallabies[31] e la seconda a Melbourne per 7-20 con una meta per parte e cinque piazzati australiani a due[31]. Il 12 ottobre successivo giunse anche il primo test match contro un’altra del Cinque Nazioni, il Galles: a Cardiff i britannici vinsero 29-19[41].

I progressi derivanti dal disputare incontri d’alto livello furono evidenti: a Treviso, il 6 maggio 1995, l’Italia sconfisse per la prima volta in un test match una Nazionale storica delle Isole Britanniche, l’Irlanda, per 22-12[42]. La Coppa del Mondo di rugby 1995 in Sudafrica, lì organizzata per celebrare il rientro nella comunità internazionale di quel Paese a seguito del superamento dell’apartheid, vide di nuovo l’Italia eliminata al primo turno, con una sconfitta preventivabile contro l’Inghilterra, anche se per 20-27, e una contro una squadra alla portata degli Azzurri, Samoa che, nell’incontro d’esordio, vinse 42-18 rendendo così vana la successiva vittoria di prestigio contro l’Argentina nell’ultima gara del girone. Se il cammino d’avvicinamento alle migliori squadre europee procedeva, sia pur lentamente, il divario con l’Emisfero Sud era ancora notevole: nell’autunno del 1995 la Nuova Zelanda, al “Dall’Ara” di Bologna, passò 70-6 sopra l’Italia, marcando 10 mete (a zero) con nove giocatori diversi; tuttavia, poche settimane dopo, allo Stadio Olimpico di Roma, il Sudafrica neo-campione del mondo, nel primo test match ufficiale concesso agli Azzurri, vinse 40-21, marcando solo una meta in più degli italiani (3 contro 2).

Alla fine del 1995 l’Italia aveva così incontrato almeno una volta tutte le squadre del Tri Nations (senza vittorie) e quattro del Cinque Nazioni, con una vittoria. Solo la Scozia - che peraltro perse a Rieti a inizio 1996 un incontro che non figura nell’elenco dei test match perché la squadra britannica si presentò come Scozia B - ancora non aveva incontrato ufficialmente gli Azzurri. Il primo test del 1996 fu a Cardiff: i gallesi conducevano 28-3 a metà gara, ma un parziale azzurro di 23-3 in venticinque minuti del secondo tempo portò il risultato a 31-26, punteggio che costituì la base per iniziare a parlare seriamente, per l’Italia, di ammissione al Cinque Nazioni, cosa perfino impensabile solo un quinquennio prima[43].

La Coppa Europa 1997

Grenoble, Stadio Lesdiguières, 22 marzo 1997

FRANCIA - ITALIA 32-40

Marcatori: 5’ Francescato mt. (tr. Domínguez); 14’ mt. tecn. Francia (tr. Aucagne), 17’, 30’, 62’ e 68’ Domínguez c.p.; 20’, 24’ Aucagne c.p.; 34’ Gardner mt. (tr. Domínguez); 52’ e 82’ Bondouy mt. (2 tr. Aucagne); 56’ Croci mt. (tr. Domínguez); 74’ Vaccari mt. (tr. Domínguez); 79’ Sadourny mt.

FRANCIA: Sadourny, Ougier, Delaigue, Bondouy, Saint-André, Aucagne, Accoceberry, Costes, Pelous, Benetton, Miorin (Betsen), Merle, Tournaire, Dal Maso (Ibañez), de Rougemont.
Allenatore: Jean-Claude Skrela.

ITALIA: Pértile; Vaccari, Bordon, I. Francescato (24’ Mazzariol), Marcello Cuttitta; Domínguez, Troncon (39’ e 42’ Guidi); Gardner, Giovanelli, Sgorlon; Cristofoletto, Croci; Properzi, Orlandi, Massimo Cuttitta.
Allenatore: Georges Coste.

Arbitro: Irlanda McHugh

Il 1996 fu un anno importante per il rugby mondiale: l’International Rugby Board, infatti, in agosto aprì la strada al professionismo nella disciplina che, fino ad allora, era vissuta su alcuni equivoci circa i rimborsi-spese dei giocatori e forme più o meno occulte di pagamento; la FIRA smise di essere l’associazione di fatto alternativa all’IRB per divenirne la filiale europea, e così tutte le organizzazioni continentali di categoria; presidente della federazione italiana fu eletto Giancarlo Dondi che, come primo passo per rilanciare il ruolo del rugby italiano e della Nazionale, iniziò a porre in sede internazionale la questione della presenza permanente dell’Italia in un torneo di alto livello, segnatamente il Cinque Nazioni[6][44]. A rafforzare la sua posizione, i risultati che stavano giungendo nel corso dell’anno: in testa a punteggio pieno nel proprio girone della Coppa FIRA 1995/97, competizione che agli Azzurri andava sempre più stretta, tanto da spingere la Federazione a comportarsi come la Francia e inviare la Squadra Emergenti a battere 107-19 la Polonia, oramai l’Italia (come peraltro la Francia, la quale tuttavia era impegnata sia nel Cinque Nazioni che nella Coppa FIRA), orientata ai grandi tornei come la Coppa del Mondo, necessitava di confrontarsi con le Nazioni più abituate a competere ad alti livelli.

Esaurita la formalità della Coppa FIRA (64-3 al Portogallo) e in attesa della finale, il 1996 dell’Italia fu denso di appuntamenti di rilievo. Detto del Galles, il resto della stagione azzurra vide solo avversari di spessore: di nuovo il Galles il 5 ottobre allo Stadio Olimpico di Roma (sconfitta 22-31[41]), sconfitta anche a Padova 18-40 contro un’Australia forte di suo, ma alla quale il pessimo arbitraggio dello statunitense Sorenson, verosimilmente non abituato a incontri di un certo livello[45], diede vantaggi non richiesti e non necessari; sconfitta 21-54 anche a Twickenham contro l’Inghilterra[46] ed esordio, infine, a Murrayfield per un 22-29 subìto a opera della Scozia, Nazionale che completava il quadro delle avversarie di alto livello incontrate dagli Azzurri in almeno un test match.

Le famiglie in azzurro

Il rugby XV vanta circa 3 milioni di praticanti in tutto il mondo, una cifra relativamente esigua in relazione ad altri sport[47]; in ragione di ciò succede spesso che la passione rugbistica coinvolga più membri della stessa famiglia, oppure si tramandi per generazioni. Se è vero un po’ dovunque (in Francia vi sono gli esempi di Jean-Claude Skrela, ex rugbista e allenatore, e di suo figlio David, attuale Nazionale francese, in Inghilterra i fratelli Rory e Tony Underwood, oppure Dick e Will Greenwood, padre e figlio), in Italia vi sono state in passato, e tuttora vi sono, numerosi giocatori appartenenti alla stessa famiglia. I fratelli Vinci, di Roma (Piero, Paolo, Francesco ed Eugenio), disputarono l’incontro d’esordio della Nazionale a Barcellona nel 1929; più avanti, i fratelli Battaglini: Francesco e Mario “Maci”, i fratelli Bettarello, Ottorino e Romano, quest’ultimo padre di Stefano, il primo azzurro a vestire la maglia dei Barbarians. Ancora, da nord a sud: in Veneto i Checchinato, Giancarlo (padre) e Carlo (figlio), a Roma Pierluigi (padre) e Valerio Bernabò (figlio), a Napoli Elio Fusco e suo figlio Alessandro.

Tra i vari fratelli presenti contemporaneamente in Nazionale hanno figurato anche tre coppie di gemelli: si tratta dei Romano, Pietro e Guido, i Fedrigo, Adriano e Paolo e, più recentemente, i gemelli Cuttitta, Massimo e Marcello.

La famiglia più numerosa del rugby italiano recente è sicuramente quella dei Francescato, con quattro fratelli, tutti internazionali: Bruno, Luigi, detto Nello, Rino e il più giovane, Ivan, morto nel 1999 a soli 32 anni.

A titolo statistico, nel primo incontro della Coppa del Mondo tra Nuova Zelanda e Italia scesero in campo due coppie di gemelli: i citati Massimo e Marcello Cuttitta per l’Italia, e Alan e Gary Whetton per gli All Blacks.

Attualmente la famiglia più famosa in azzurro è quella dei fratelli Bergamasco, Mauro e Mirco, a loro volta figli di Arturo, 4 volte Nazionale negli anni settanta.

Infine, con la crescente diffusione della disciplina anche tra le ragazze, il rugby non viene più tramandato solo per via maschile. È il caso per esempio degli aquilani Cucchiella: il padre, Giancarlo, 25 incontri in Nazionale e la partecipazione alla Coppa del Mondo di rugby 1987; sua figlia Elisa, pilone con 20 presenze nella Nazionale femminile. Da notare anche la nascita di coppie di rugbisti: per esempio, Elisa Facchini, 29 presenze a tutto il 2008 e mediano di mischia delle Red Panthers di Treviso, è moglie dell’ex nazionale Matteo Mazzantini, azzurro alla Coppa del Mondo di rugby 2003.

Il 1997 fu l’anno in cui l’Italia iniziò il raccolto di tutto quanto era stato seminato nei dieci anni precedenti: nel primo test match di stagione, il 4 gennaio, gli Azzurri si recarono al Lansdowne Road di Dublino a battere l’Irlanda 37-29, punteggio che descrive solo in parte l’andamento del gioco sul campo: l’Italia mise a terra quattro mete contro solo una degli irlandesi, i quali ridussero il passivo con 8 calci piazzati; eroe di giornata fu Diego Domínguez, autore di 22 punti (una meta, quattro trasformazioni e tre piazzati); gli altri uomini ad andare a meta furono Paolo Vaccari (2) e Massimo Cuttitta (1).

Giunse poi il giorno della finale della Coppa Europa, da disputarsi tra Italia e Francia, che avevano vinto a punteggio pieno i loro rispettivi gironi, nei quali in totale le squadre maggiori erano state schierate tre volte (due volte l’Italia, lasciando gli altri due incontri agli Emergenti e alla Nazionale A, addirittura una sola la Francia, che in due occasioni mandò la Militare e in un’altra la squadra B). A guidare la Francia era Jean-Claude Skrela, assistito dall’ex C.T. azzurro Villepreux: il presidente della FFR, Bernard Lapasset, per via di una promessa fatta tempo prima a Dondi, concesse per il match la squadra migliore, quella che aveva appena vinto il Cinque Nazioni 1997 con il Grande Slam, e lo riconobbe come test ufficiale[45]. Per il gioco dell’alternanza delle sedi, quell’anno l’incontro si tenne in casa dei francesi: dopo aver giocato ad Auckland, a Brisbane e a Melbourne, all’Arms Park di Cardiff, al Murrayfield di Edimburgo, al Lansdowne Road e perfino a Twickenham, l’Italia era ancora una volta tenuta fuori dal Parco dei Principi di Parigi, lo stadio dove la Francia disputava gli incontri del Cinque Nazioni; la sede scelta fu lo stadio Lesdiguières di Grenoble.

Il 22 marzo 1997 si tenne l’ultimo atto della Coppa FIRA, e l’Italia, andando contro pronostico, si impose con un 40-32 che a sei minuti dalla fine era ancora un 40-20[1], frutto di quattro mete di quattro marcatori diversi: Ivan Francescato, Paolo Vaccari, Julian Gardner e Giambattista Croci. Il piede di Diego Domínguez fece il resto, trasformando tra i pali tutte le mete e mettendo a segno anche quattro calci piazzati. La meta di Croci, frutto di un lavoro di squadra che coinvolse numerosi giocatori, è rimasta nella storia recente del rugby italiano come il momento di svolta di tutto il movimento: se il giornalista sportivo Alfio Caruso aveva definito, anni prima, il mondo del rugby italiano come una “parrocchia”, a sottintenderne il carattere élitario e tutto sommato localistico[48], anni dopo, nel 2005, il giocatore marchigiano, nella vita di tutti i giorni funzionario di banca, si vide attribuire dal giornalista di Repubblica Corrado Sannucci il titolo di autore «[…] della meta più bella del rugby italiano […] ma […] anche la più importante perché è quella che ha strappato il rugby italiano dalle parrocchie per consegnarlo alla BBC»[49].

Sulla scia del successo in Coppa Europa, anche a livello internazionale ci si accorse dei rugbisti italiani: Massimo Cuttitta, dieci anni dopo il precursore Bettarello, fu invitato nei Barbarians; già l’anno precedente due azzurri erano stati chiamati dal prestigioso club inglese, ma si trattava di Julian Gardner e Mark Giacheri, rispettivamente un naturalizzato e un oriundo australiano. Insieme a Cuttitta furono chiamati anche Diego Domínguez, Alessandro Troncon e Paolo Vaccari; l’anno successivo toccò anche al gemello di Massimo, Marcello Cuttitta, poi a Luca Martin e Massimo Giovanelli. Anche i club dei vari campionati esteri misero gli occhi sui giocatori italiani; se è vero che già a partire dagli anni cinquanta vi erano atleti italiani impegnati in Francia (Mario Battaglini al Tolone, Francesco Zani all’Agen e Sergio Lanfranchi al Grenoble per 15 anni dal 1946 al 1961 e Isidoro Quaglio al Bourgoin-Jailleu per una stagione), la rarità di casi poteva essere vista fino ad allora come l’eccezione di un rugby generalmente ritenuto non adatto all’esportazione[50]; invece, solo per rimanere al 1997, Domínguez lasciò l’Amatori Milano per andare nello Stade Français fino a fine carriera; Massimo Cuttitta fu ingaggiato dai londinesi Harlequins; Cristian Stoica e, poco dopo, anche Massimo Giovanelli, al Narbona; Orazio Arancio e Stefano Bordon al Tolone.

Nei test di fine 1997 - inizio 1998 l’Italia perse a Bologna 31-62 contro il Sudafrica[51], ma prima di Natale, sempre a Bologna, sconfisse 37-22 l’Irlanda[42] e, a gennaio 1998, la Scozia 25-22[52]. Tali due vittorie capitarono a cavallo della decisione più importante per il rugby nazionale: il comitato del Cinque Nazioni, riunitosi a Parigi il 16 gennaio 1998, decise di ammettere l’Italia al torneo a partire dal 2000.

Verso il Sei Nazioni[modifica | modifica sorgente]

Rimaneva un biennio prima del Sei Nazioni 2000, da onorare in primis con le qualificazioni alla Coppa del Mondo di rugby 1999: a novembre 1998 l’Italia fu impegnata a Huddersfield in un girone a tre che comprendeva anche i Paesi Bassi e i padroni di casa dell’Inghilterra, nel quale bastava il secondo posto per accedere alla fase finale della Coppa; preventivabile la vittoria italiana sui Paesi Bassi (67-7), altrettanto preventivabile, ma niente affatto scontata la sconfitta contro gli inglesi (15-23), con una meta di Troncon non convalidata dall’arbitro e, al contrario, una inglese irregolare ma assegnata. Ciononostante l’Italia staccò il biglietto per la Coppa da disputarsi in Galles l’anno successivo, e curò la preparazione con una serie di test match con avversarie di livello: sconfitta ad apertura d’anno contro la Francia XV a Genova (24-49), sconfitte di fila a Murrayfield contro la Scozia (12-30[52]), a Treviso contro il Galles (21-60[41]), al Lansdowne Road contro l’Irlanda (30-39[42]) per giungere, in pieno caos organizzativo, al tour in Sudafrica: una serie di dissidi tra Georges Coste e la Federazione, e i club che riluttavano a cedere i giocatori migliori alla Nazionale (visto il nuovo status di professionisti, che rendeva i giocatori patrimonio anche economico delle loro società d’appartenenza)[53], portò a una spedizione disastrosa, che si risolse in uno 3-74 nel primo incontro con gli Springboks a Port Elizabeth, e a un umiliante 0-101 una settimana più tardi a Durban, la peggior sconfitta della storia del rugby internazionale azzurro. Ormai ingestibile la situazione, Coste lasciò la Nazionale e la squadra venne affidata al suo secondo, l’ex azzurro Massimo Mascioletti. Questi ebbe il compito di guidare la squadra alla Coppa del Mondo di rugby 1999. Opposta in prima fase di nuovo a Inghilterra e Nuova Zelanda (più Tonga), l’Italia si rese protagonista della peggior Coppa del Mondo della sua storia: sconfitta 7-67 dall’Inghilterra, perse anche 25-28 da Tonga per chiudere con un 3-101 che in termini numerici non equivalse la sconfitta contro il Sudafrica di pochi mesi prima solo per un calcio piazzato di Domínguez: per il resto furono 12 mete neozelandesi di cui 11 trasformate, più 3 calci piazzati.

L’Italia in prima fascia e l’era del Sei Nazioni[modifica | modifica sorgente]

L’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni coincise anche con una profonda ristrutturazione del rugby europeo: la FIRA cambiò nome in FIRA - AER (Association Européenne de Rugby, Associazione europea rugby ); Italia e Francia abbandonarono definitivamente il torneo continentale, rinominato dal 2000 Campionato europeo per Nazioni, che rimase così riservato solamente alle squadre di seconda fascia, in tal modo ufficializzando l’ingresso dell’Italia tra le sei federazioni con il ranking europeo più alto.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sei Nazioni.

Dopo la Coppa del Mondo, anche Mascioletti lasciò la panchina azzurra, che fu affidata all’ex All Black Brad Johnstone[54]. Questi guidò la Nazionale al suo primo Sei Nazioni, e l’esordio fu dei più incoraggianti: il 5 febbraio 2000, allo Stadio Flaminio di Roma, l’Italia batté la Scozia 34-20[52] e riuscì nell’impresa di evitare il Whitewash nell’anno di esordio (cosa che occorse invece alla Francia, nel Cinque Nazioni 1910, il suo primo). Dopo quella vittoria, tuttavia, vi furono 14 sconfitte consecutive nel torneo, le successive quattro partite del 2000 più le edizioni 2001 e 2002 chiuse in bianco.

Nonostante i tentativi di Johnstone - che ereditava una Nazionale in gran parte figlia della tradizione rugbistica francese[55] - di impartire alla squadra una disciplina di tipo anglosassone[56], tale atteggiamento fu visto da personaggi storici del rugby, come Marco Bollesan, ex giocatore e allenatore della Nazionale e dirigente federale, come penalizzante per i rugbisti italiani, oltreché foriero di scelte sbagliate[57]. Le critiche nascevano dal fatto che, a detta di Bollesan, pur avendo Johnstone una squadra competitiva, egli non riusciva a farla esprimere al meglio per errori nella gestione degli uomini a livello, più che tecnico, caratteriale e psicologico. Nell’autunno del 2001 fu affiancato a Johnstone un altro All Black, John Kirwan, che da giocatore vinse la Coppa del Mondo nel 1987 e che disputò diverse stagioni sportive in Italia[58]. Dopo qualche mese di gestione congiunta, e dopo il Sei Nazioni 2002 concluso di nuovo con il Whitewash, Johnstone fu esonerato e Kirwan divenne C.T. titolare. Questi mise subito in evidenza i punti da lui ritenuti deboli sui quali lavorare, in particolare per quanto riguardava il superamento della mentalità in base alla quale i giocatori si consideravano già sconfitti prima di entrare in campo contro un’avversaria più quotata[59].

Kirwan portò avanti il 2002 con buoni risultati per quanto riguardava la qualificazione alla Coppa del Mondo di rugby 2003 in Australia (vittorie contro Spagna 50-3 e Romania 25-17), ma risultati incerti nei test con le squadre di alto livello: 10-64 a Hamilton contro gli All Blacks e, nella sessione autunnale, 6-36 dall’Argentina[26] al Flaminio e 3-34 dall’Australia[31] al Ferraris di Genova.

Nel Sei Nazioni 2003 l’Italia colse la sua seconda vittoria in assoluto nel torneo, a Roma contro il Galles (30-22) ancora una volta alla 1ª giornata. A differenza di quella di tre anni prima, la vittoria del 2003 fu utile per non relegare l’Italia all’ultimo posto, che fu lasciato ai gallesi, i quali incassarono cucchiaio di legno e Whitewash. Tuttavia il percorso dopo il Sei Nazioni 2003 non fu agevole: sconfitta in agosto a Murrayfield 15-47 contro la Scozia e 6-61 a Limerick contro l’Irlanda. Alla Coppa del Mondo in Australia, dopo la preventivabile sconfitta per l’ennesima volta contro gli All Blacks (7-70), giunsero le vittorie contro Tonga (36-12[60]) e Canada (19-14); la sfida contro il Galles divenne decisiva per un eventuale accesso ai quarti di finale, ma i britannici vinsero 27-15 e per l’Italia sfumò ancora l’obiettivo di andare oltre il primo turno, obiettivo peraltro meno impensabile che nelle precedenti edizioni.

Anche nel Sei Nazioni 2004 l’Italia evitò sia il Whitewash che il Cucchiaio di Legno, che furono appannaggio della Scozia[52], battuta nella 3ª giornata del torneo; nel prosieguo della stagione, gli Azzurri presero parte solo a test match di medio-basso livello (sconfitta contro la Romania, vittorie contro Giappone, Canada e Stati Uniti), oltre alla sconfitta 10-59 al Flaminio contro la Nuova Zelanda[40] in tour nell’Emisfero Nord.

Il calcio d’avvio di Scozia - Italia a Murrayfield, Sei Nazioni 2007

Il Whitewash nel Sei Nazioni 2005 costò tuttavia il posto da C.T. a Kirwan che, ad aprile, fu sostitutito dal francese Pierre Berbizier, ex nazionale nel ruolo di mediano di mischia[61]; questi si prefisse come obiettivo primario quello di riportare il rugby italiano nel suo alveo culturale, figlio della subdiffusione della disciplina in tutta Europa a opera dei francesi[62], e di cercare di favorire lo sviluppo di un’identità nazionale del gioco[63].

Il resto del 2005 fu intenso per quanto riguardò i test match: 6, di cui 3 contro l’Argentina, due nella sessione estiva in Sudamerica (sconfitta a Salta per 21-35 e vittoria a Córdoba per 30-29, prima volta dell’Italia in casa dei Pumas[26]) e uno in quella autunnale (sconfitta interna a Genova per 22-39[26]; uno ciascuno contro Australia (21-69 a Melbourne[31]), Tonga (48-0 a Prato[60]) e Figi (23-8 a Monza[28]).

Il Sei Nazioni 2006 vide di nuovo l’Italia all’ultimo posto, con Cucchiaio di legno ma senza Whitewash. Per la prima volta, infatti, gli Azzurri pareggiarono un match del torneo e, cosa statisticamente più notevole, ciò avvenne fuori casa, a Cardiff contro il Galles (18-18). Particolare ancora più rilevante, l’Italia terminò con una differenza punti fatti-subiti di -53, la migliore da quando iniziò la partecipazione al torneo, e superiore di 32 punti rispetto alla performance fin lì meno negativa (-85 nel 2003) nonché quasi il doppio di quella conseguita nelle altre edizioni (da -122 del 2000 al -101 del 2001, passando per -113, -110 e -103). I test di vertice quell’anno furono quelli autunnali al Flaminio contro Australia (una convincente sconfitta 18-25 al termine di un incontro che gli Azzurri conducevano 15-13 all’intervallo) e Argentina (sconfitta 16-23); per il resto vittorie contro Giappone, Portogallo, Russia e Canada.

Il XV di Berbizier iniziò a raccogliere i frutti del lungo lavoro nel corso del Sei Nazioni 2007: pur sconfitta all’esordio dalla Francia per 3-39, l’Italia si recò, per il turno successivo, a Twickenham a disputare un incontro di grande spessore agonistico, risultando alla fine sconfitta per 7-20[64], ma al contempo autrice, per ammissione stessa degli inglesi, di una prestazione capace di creare molti problemi alla squadra britannica, secondo il C.T. Brian Ashton grazie alla minor pressione che gravava sugli Azzurri, ma soprattutto, a detta del capitano inglese Phil Vickery, a un energico pacchetto di mischia messo in campo da Berbizier[65].

La giornata successiva vide l’Italia cogliere la prima vittoria esterna della sua ancor breve storia nel Sei Nazioni: allo stadio di Murrayfield di Edimburgo, dopo soli 6 minuti di gioco, gli Azzurri conducevano già 21-0, grazie a tre mete di rapina, di Mauro Bergamasco dopo soli 19” di gioco, di Scanavacca al 3’ e una terza di Robertson al 6’, e trasformate dal piede dello stesso Scanavacca, autore nel corso dell’incontro di altri 9 punti su calcio piazzato. Alla fine dell’incontro il punteggio fu 37-17 per via di una meta quasi allo scadere di Troncon, trasformata ancora una volta da Scanavacca (uomo-partita con 22 punti); all’uscita della squadra dal campo, l’intero stadio le tributò un lungo applauso[66].

Una fase di Scozia - Italia 18-16 alla Coppa del Mondo di rugby 2007.

L’Italia non si fermò lì. Due settimane più tardi, nella 4ª giornata del torneo, ricevette in casa il Galles e, sul finire di un incontro combattutissimo condotto dalla formazione britannica fino a pochi minuti dal termine, Mauro Bergamasco realizzò la meta che significava il sorpasso nel punteggio: 23-20 e seconda vittoria consecutiva nel Sei Nazioni[67]; particolare ancor più notevole, con una partita ancora da giocare l’Italia aveva ancora la possibilità, dal punto di vista matematico, di vincere il torneo: infatti in quel momento la classifica vedeva in testa Francia (a cui poi andò la vittoria finale), Inghilterra e Irlanda con 6 punti, e a seguire l’Italia con 4, che nell’ultimo turno attendeva al Flaminio proprio l’Irlanda, che comunque vinse l’incontro; ad ogni modo, la vittoria finale del Sei Nazioni 2007 passò attraverso la prestazione degli Azzurri che persero 24-51 lasciando la differenza-punti irlandese invariata rispetto a quella francese (vincitrice 46-19 sulla Scozia); la Francia vinse il Sei Nazioni per una miglior differenza-punti, +69 rispetto a +65 dell'Irlanda.

La squadra che andò in Francia a disputare la VI Coppa del Mondo aveva, quindi, fondate speranze di raggiungere i quarti di finale, obiettivo sempre fallito nelle cinque edizioni precedenti: il girone a cinque in cui era inserita la squadra azzurra vedeva come avversarie, in ordine di calendario, Nuova Zelanda, Romania, Portogallo e Scozia: in pratica, scontato il primo posto degli All Blacks, rimaneva un posto da disputarsi tra Scozia e, appunto, Italia. L’esordio a Marsiglia contro i neozelandesi fu duro, sconfitta 14-76, ma con all’attivo due mete realizzate e una terza dapprima convalidata e poi annullata dall’arbitro. A seguire, sofferta vittoria 24-18 contro la Romania e, poi, senza strafare, contro il Portogallo (31-5). L’ultimo incontro, al “Geoffroy-Guichard” di Saint-Étienne, fu quello decisivo, e l’Italia ebbe pure la possibilità di vincerlo: con la Scozia avanti di 2 (16-18) quasi allo scadere, David Bortolussi sbagliò il calcio piazzato che avrebbe potuto portare in vantaggio gli Azzurri e verosimilmente dar loro vittoria finale e qualificazione. Così non fu e l’Italia fu di nuovo eliminata al termine della prima fase, anche se il terzo posto finale del girone significò la qualificazione automatica alla Coppa del Mondo di rugby 2011. Berbizier, che già aveva annunciato la fine del suo impegno dopo la Coppa del Mondo, cessò dal suo incarico il 30 settembre 2007, il giorno dopo la sconfitta contro la Scozia.

L’era-Mallett[modifica | modifica sorgente]

Una fase del test match Italia - Australia a Padova, 8 novembre 2008

Per i quattro anni di preparazione alla Coppa del Mondo di rugby 2011 in programma in Nuova Zelanda, la Federazione Italiana Rugby affidò il 1º novembre 2007 l’incarico di commissario tecnico della Nazionale all’ex rugbista sudafricano Nick Mallett, già allenatore degli Springbok che inflissero all’Italia il 101-0 di Durban del 1999.

Il primo banco di prova della Nazionale di Mallett fu il Sei Nazioni 2008; un esordio positivo (sconfitta 11-16 contro l’Irlanda al Croke Park di Dublino[68]) che fece da preludio a un’altra partita convincente contro l’Inghilterra[69] per 19-23, risultato che costituisce il miglior risultato nei test match contro la nazionale inglese; a seguire Mallett, come preannunciato, diede spazio ai giovani italiani dei vivai e contro il Galles impiegò a tempo pieno due elementi del Benetton Treviso, l’apertura Andrea Marcato e l’ala Alberto Sgarbi, che aveva esordito come sostituto nel precedente incontro con gli inglesi[70]: sconfitta a Cardiff (8-47) contro un forte Galles poi vincitore del torneo con il Grande Slam, ma riscatto a Saint-Denis contro la Francia: 13-25 il risultato finale, che ancora a pochi minuti dal termine era 13-18 (8 punti di Marcato)[71] e, infine, vittoria a Roma nell’ultima giornata del torneo per 23-20 contro la Scozia (con un drop all’80’ di Marcato) che, se non servì a evitare il cucchiaio di legno, salvò la squadra il quarto Whitewash dopo quelli del 2001, 2002 e 2005, e l’ha tenuta a punti per la terza edizione di seguito[72]. A seguire un mini tour nell’Emisfero Sud con due test match, sconfitta 0-26 contro il Sudafrica a Città del Capo (considerato soddisfacente sotto il punto di vista del carattere e della fase difensiva da parte della stampa sia italiana che sudafricana[73][74]) e vittoria a Córdoba contro l’Argentina, ancora una volta nel segno di Andrea Marcato, trasformatore all’80’ della meta realizzata poco prima da Ghiraldini e che ribaltò il risultato da 11-12 a 13-12 per gli Azzurri[75], ma sconfitta in tutti e tre i test match novembrini: preventivabile ma onorevole contro l’Australia (sconfitta 20-30 maturata negli ultimi minuti di una partita fino ad allora in bilico sul 20-20[76]), non convincente a Torino di nuovo contro l’Argentina (sconfitta 14-22 al termine di una prova incerta della difesa, sovrastata da quella dei Pumas[77]) e decisamente da evitare quella contro i Pacific Islanders (sconfitta 17-25 frutto di un’eccessiva deconcentrazione nel primo tempo, chiusosi 10-22[78]).

Una mischia in Italia - Nuova Zelanda a Milano, novembre 2009

Il Sei Nazioni 2009 si risolse invece in un rovescio di gioco e di risultati: sconfitta a Twickenham contro l’Inghilterra 11-36, a Roma contro l’Irlanda per 9-38 e a Murrayfield 6-26 contro la Scozia. A un parziale riscatto (sconfitta 15-20 a Cardiff contro il Galles[79] fece da contraltare una pesantissima sconfitta interna per 8-50 contro la Francia autrice di sette mete[80]. La striscia di sconfitte azzurre, iniziata con i test match di fine 2008, si allungò a 11 incontri nel giugno successivo, anche se gli avversari non autorizzavano speranze. Tuttavia nel tour in Australasia, nonostante tre sconfitte, l’Italia riuscì a mettere in mostra sprazzi di gioco convincente, quantomeno da parte del pacchetto avanzato e dell’ultimo aggregato alla squadra, il mediano di mischia Tito Tebaldi, nipote di Daniele, già azzurro vent’anni prima: dopo due sconfitte contro l’Australia per 8-31[81] e 12-34[82] giunse un 6-27 contro la Nuova Zelanda a Christchurch, frutto di una difesa attenta che concesse solo due mete agli All Blacks[83]. I segnali di ripresa si videro nei test match di fine anno: contro alla Nuova Zelanda allo Stadio Meazza di Milano la mischia si impose nettamente e l’Italia uscì sconfitta per 6-20[84], ma negli ultimi dieci minuti di gioco costrinse gli All Blacks a cinque metri dalla propria linea di meta con una serie di mischie che impedirono di fatto ai neozelandesi di giocare il pallone[85]; una settimana più tardi il Sudafrica vinse a Udine[86] al termine di un incontro in cui l’Italia concesse agli Springbok i primi dieci minuti di gioco, ma poi riuscì a tenere il campo; nell’ultimo test match della serie contro Samoa, dopo tredici sconfitte consecutive, l’Italia si impose 24-6 ad Ascoli Piceno[87].

I giocatori italiani celebrano la vittoria contro la Francia nel Sei Nazioni 2011

Anche il Sei Nazioni 2010 vide un’Italia altalenante (sconfitte accettabili contro l’Irlanda 11-29 e contro l’Inghilterra 12-17, a fronte di un 10-33 subìto dal Galles e un 20-46 dalla Francia che ancora a 10’ dalla fine era un 6-46, e vittoria 16-12 contro la Scozia), e nei test di giugno in Sudafrica, a una sconfitta frutto di buon gioco contro gli Springbok per 13-29[88], miglior risultato di sempre dell’Italia contro tale avversario, fece da contraltare una pesante sconfitta per 11-55, con sette mete sudafricane[89]. Nei test match autunnali l’Italia si vide opposta ad Argentina (sconfitta 16-22 a Verona al termine di una prova giudicata inconcludente[90]), ma fino all’ultimo minuto del successivo incontro di Firenze contro l’Australia, pur in svantaggio per 14-25 per via dei calci piazzati, si trovavano una meta pari contro gli Wallabies che poi realizzarono proprio all’80’ grazie a Rocky Elsom che rubò una palla su mischia italiana[91]; infine, nell’ultimo incontro della serie sconfisse a Modena Figi per 24-16 grazie a 8 calci piazzati di Mirco Bergamasco[92].

Sergio Parisse placcato durante Francia - Italia al Sei Nazioni 2012

Il Sei Nazioni 2011, pur terminato all’ultimo posto per differenza punti nei confronti della Scozia, vide l’Italia cogliere alcune prestazioni di rilievo nei propri incontri interni: se infatti fuori casa giunsero una sconfitta pesante contro l’Inghilterra per 13-59 e una evitabile contro la Scozia per 8-21, nel primo incontro del torneo l’Italia perse per 11-13 contro l’Irlanda solo negli ultimi minuti di gioco grazie a un drop di Ronan O'Gara che ribaltò il punteggio che vedeva gli irlandesi sotto per 10-11; a seguire, l’incontro con il Galles che l’Italia perse per 16-24 e, il 12 marzo, la prima vittoria assoluta sul proprio terreno contro la Francia per 22-21, maturata al termine di una rimonta che vedeva l’Italia soccombere per 6-18 a venticinque minuti dalla fine[93], e che vide lo staff tecnico francese venir messo sotto accusa[94]. Grazie a tale vittoria l’Italia si aggiudicò per la prima volta dalla sua istituzione il Trofeo Garibaldi.

Dopo due test match estivi di preparazione disputati in agosto (una vittoria contro il Giappone a Cesena per 31-24 costellata da alcuni errori difensivi pagati con tre mete giapponesi[95] e una sconfitta a Edimburgo contro la Scozia 12-23 con due mete per parte, ma caratterizzata nel primo tempo da un gioco poco disciplinato penalizzato con nove calci di punizione concessi agli scozzesi[96]), l’Italia si trovò ad affrontare in sequenza Australia, Russia, Stati Uniti e Irlanda nel proprio girone della Coppa del Mondo di rugby 2011: a un primo tempo finito in parità (6-6) contro gli Wallabies fece da contrappunto una ripresa con quattro mete subìte e sconfitta per 6-32[97]; le due successive partite contro Russia e Stati Uniti furono due vittorie con bonus (53-17 e 27-10), che permisero all’Italia di presentarsi con il suo miglior punteggio di sempre (10 punti in tre incontri) contro l’Irlanda per l’incontro decisivo, che tuttavia ricopiò l’andamento di quello contro l’Australia, con un primo tempo finito in sostanziale equilibrio (9-6 per gli irlandesi) contrapposto a una ripresa con tre mete dell’Irlanda per una sconfitta 6-36 ed ennesima eliminazione sulla soglia dei quarti di finale[98].

Da dopo la Coppa del Mondo l’Italia è affidata al tecnico francese Jacques Brunel, già allenatore del Perpignano campione nazionale nel 2008-09, contattato quando la Federazione decise di non rinnovare il mandato a Nick Mallett[99] e ufficialmente investito dell’incarico a maggio 2011[100].

L’Italia di Jacques Brunel[modifica | modifica sorgente]

Le squadre di Italia e Inghilterra nel Sei Nazioni 2012

Il primo appuntamento del nuovo C.T. fu il Sei Nazioni 2012; il suo esordio fu proprio contro la Francia che presentava anch'essa un nuovo allenatore, Philippe Saint-André. A Saint-Denis la squadra di casa si impose 30-12[101]. Una settimana più tardi l’Italia accolse l’Inghilterra nella nuova sede dello Stadio Olimpico, in un fine settimana caratterizzato da freddo e neve su tutta la penisola: gli Azzurri marcarono due mete nel primo tempo e andarono vicini a una prima storica vittoria contro gli avversari di Oltremanica, ma nella ripresa la maggiore precisione al piede degli inglesi, che vinsero 19-15, fece sfumare l’occasione, anche se per la prima volta il conteggio delle mete contro l’Italia, nella storia degli incontri tra le due squadre, fu in passivo, una contro due[102]. Le due trasferte in Galles e in Irlanda furono altrettante sconfitte, ma nell’ultimo incontro la formazione di Brunel relegò la Scozia all’ultimo posto battendola 13-6 a Roma[103].

Nel tour di metà anno nelle Americhe in giugno la squadra andò incontro a una sconfitta per 22-37 a San Juan contro l’Argentina[104] al termine di una partita che, seppure ben condotta sul piano fisico, fu costellata da alcuni errori che favorirono tre mete dei Pumas nella ripresa[104]; le due successive tappe furono a Toronto e a Houston, rispettivamente contro Canada e Stati Uniti, battute nell’ordine 25-16 e 30-10.

Nel novembre successivo l’Italia mise in carniere la terza vittoria consecutiva, 14 anni dopo avere conseguito analoga serie positiva[105]: a Brescia Tonga fu sconfitta 28-23[105]; il sabato successivo, allo Stadio Olimpico di Roma, gli All Blacks marcarono subito con Kieran Read, ma Alberto Sgarbi ribatté quasi subito e l’Italia chiuse il primo tempo con uno svantaggio ridotto, 7-13[106]; a undici minuti dalla fine il risultato era ancora di 10-23 per gli ospiti[106][107], ma negli ultimi minuti due mete di Julian Savea e una di Cory Jane portarono il punteggio neozelandese a 42[106]. L’ultimo incontro novembrino fu quello in cui per la prima volta gli Azzurri ebbero la concreta occasione di interrompere la serie negativa contro l’Australia, sempre vittoriosa negli incontri diretti: a Firenze gli Wallabies, grazie a un primo tempo italiano sottotono, chiusero il primo tempo per 19-3, ma nella ripresa subirono il ritorno della squadra di Brunel, che concesse agli avversari solo un calcio piazzato e marcò 16 punti (una meta trasformata e tre piazzati) e a un minuto dalla fine mancò con Luciano Orquera la punizione del possibile 22-22[108]; il Guardian scrisse di un’Australia «sopravvissuta» al contrassalto dell’Italia e la stessa stampa degli antipodi parlò di «vittoria risicata contro un’Italia rediviva»[109].

La lenta ma progressiva crescita della squadra di Brunel si evidenziò nella giornata d’apertura del Sei Nazioni 2013, quando la squadra ripeté l'impresa di due anni prima: allo Stadio Olimpico la Francia fu battuta 23-18, per la seconda volta consecutiva in casa, al termine di un incontro disciplinato e dominato fisicamente sia in mischia che, alla lunga, anche nelle touche [110]; dopo una sconfitta per 10-34 a Edimburgo contro la Scozia e un 9-26 interno contro il Galles, giunse una prestazione più convincente a Twickenham contro l’Inghilterra, in cui l’Italia, pur sconfitta per 11-18, marcò l’unica meta dell’incontro e costrinse gli avversari a una gara difensiva[111]; nell’ultima giornata del torneo, infine, a Roma fu battuta l’Irlanda per 22-15[112]; grazie a tale vittoria gli Azzurri sorpassarono in classifica proprio gli irlandesi e chiusero il torneo al quarto posto tenendosi dietro anche la Francia.

Colori e simboli delle uniformi[modifica | modifica sorgente]

Il fascio littorio che carica lo stemma di casa Savoia

La maglia della Nazionale, come gran parte delle tenute degli sportivi che rappresentano l’Italia a livello internazionale, è azzurra, anche se la tonalità è spesso variata nel corso degli anni.

All’inizio della sua avventura internazionale, come del resto anche per quella della Nazionale di calcio, gli atleti del rugby vestivano una maglia quasi completamente bianca, adottando poi più avanti un celestino sempre più carico fino ad arrivare al blu Savoia, che è il colore al quale si uniformarono generalmente le selezioni rappresentanti di qualsiasi disciplina sportiva. Tale colore deriva da quello del bordo che circonda l’emblema di casa Savoia, all’epoca regnante in Italia.

A completare la tenuta, i calzettoni, che riprendono i colori della maglia, e i calzoncini, bianchi. La tenuta alternativa è speculare alla prima: calzoncini azzurri, maglia e calzettoni bianchi.

Uno stemma sulle maglie della Nazionale (2005)

Con il passare degli anni la tenuta, una volta stabilizzatasi sul colore, non ha subìto significativi cambiamenti di foggia: sostanzialmente la maglietta è sempre rimasta con il collo a “V” con un colletto bianco, e il suo colore è stato sempre di un azzurro scuro. In anni più recenti l’allora sponsor tecnico della Nazionale, la Kappa, aveva abbandonato il collo a V e introdotto un colore che si differenzia da quello di altre rappresentative nazionali, per esempio quella di calcio: laddove in quest’ultima l’azzurro tende più al blu, nel caso della Nazionale di rugby vira più verso il celeste.

Dal 2012 lo sponsor tecnico è l’Adidas, che equipaggia anche le Nazionali di Francia e Nuova Zelanda[113]; già in passato, fino ai primi anni novanta, Adidas aveva equipaggiato la Nazionale italiana, la quale vestiva le uniformi di tale fornitore durante la Coppa del Mondo di rugby 1987[113], in seguito poi i fornitori tecnici furono Reebok, Canterbury of New Zealand e Kappa.

Dal 23 gennaio 2007 lo sponsor di maglia della Nazionale italiana è l’istituto di credito Cariparma (già Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza), facente capo al gruppo bancario francese Crédit Agricole[114]. L’accordo, della durata di tre anni, prevede anche la titolazione dei test match che vedono l’Italia come Paese ospitante, i quali quindi prendono il nome di Cariparma Test Match. Il 26 maggio 2008 l’accordo di sponsorizzazione è stato successivamente prolungato fino a tutto il 2011[115].

La Nazionale disputò il suo primo incontro nel 1929, durante il regime fascista: il simbolo della squadra era lo stemma di casa Savoia caricato da un fascio littorio ricamato in oro. Tale fu il simbolo della Nazionale di rugby e, più in generale, di qualsiasi rappresentativa sportiva italiana a livello internazionale, fino alla caduta del fascismo. Con la successiva abrogazione della monarchia nel 1946 venne abbandonato anche l'emblema reale e adottato uno scudetto tricolore con due foglie gialle alla base e, a sormontare il tutto, la scritta “ITALIA” su sfondo azzurro. A chiudere in basso lo stemma, un drappo azzurro con l’acronimo F.I.R..

Ancora oggi questo è lo stemma che figura sulle maglie, anche se è stato soggetto anch’esso a restyling: nel corso degli anni la doratura delle foglie è variata dal bruno al dorato acceso. Attualmente le foglie alla base dello scudetto tricolore sono bronzee, così come il testo delle scritte e il bordo dello scudetto.

Da notare che, a differenza dello stemma riportato sulle maglie della propria Nazionale, il logo della Federazione riporta l’acronimo F.I.R. in testa, sopra lo scudetto tricolore, mentre la scritta “ITALIA” compare in basso, sul drappo azzurro.

Stadio[modifica | modifica sorgente]

Sebbene formalmente non esista uno stadio nazionale propriamente detto, per le gare più importanti (Sei Nazioni, test match di alto livello) l’impianto d’elezione della Nazionale italiana fu, fino a tutto il 2011, lo Stadio Flaminio di Roma, sulla cui area l’Italia giocò per la prima volta nel 1935 (nel preesistente Stadio Nazionale) per l’incontro con un XV della Francia non valido come test.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Stadio Flaminio.
Il test match di fine 2013 tra Italia e Argentina allo stadio Olimpico di Roma

Comunque, a partire dal Sei Nazioni 2012, a causa di improcrastinabili lavori di ristrutturazione richiesti dall’impianto (sia dal punto di vista della capienza che quello della sicurezza), l’Italia disputa le sue gare interne nello Stadio Olimpico[116][117].

Tale stadio, di uso prevalentemente calcistico, ospitò in precedenza altri incontri della Nazionale di rugby: nel 1995 tra Italia e Sudafrica, valido come primo test match tra le due Nazionali e, un anno più tardi, tra Italia e Galles; tuttavia, già nel 1954, quando era noto come Stadio dei Centomila, esso ospitò la finale di Coppa Europa di rugby tra Italia e Francia, con vittoria di questi ultimi per 39-12[118].

Il primo incontro interno in assoluto della Nazionale fu disputato, come detto, nel 1930 all’Arena Civica di Milano. Ancora nel 1935 la rappresentativa della Catalogna fu ospite allo stadio Marassi (Luigi Ferraris) di Genova. Nel dopoguerra, frequentemente utilizzati furono Treviso (Stadio di Monigo), Rovigo (Comunale, poi rinominato Battaglini), Napoli (Arenaccia) e, più recentemente, L'Aquila (Fattori), Udine (Gerli), Bologna (Arcoveggio). Anche Catania (Maria Goretti), più sporadicamente, ha ospitato incontri della Nazionale.

A Padova, una delle capitali del rugby italiano, tre stadi hanno ospitato la Nazionale: il Plebiscito, che è attualmente lo stadio del Petrarca, l’Euganeo, costruito nel 1994 e impianto casalingo del Calcio Padova, e l’Appiani, storico impianto che ospitò nel 1977 il citato incontro tra il XV del Presidente e gli All Blacks.

Comunque, anche nell’era del Sei Nazioni, la Nazionale ha affrontato test match in varie sedi: tra quelle non citate in precedenza Asti, Benevento, Biella, Monza, Parma e Prato (tali sedi soprattutto per gli incontri di qualificazione alla Coppa del Mondo). Quello disputato il 15 novembre 2008 contro l’Argentina fu il primo test match della Nazionale italiana a Torino, città nella quale, singolarmente, non aveva mai giocato a livello ufficiale pur essendo lì nato il primo club italiano di rugby (e pur avendo singolarmente ospitato, nel 1952, il primo incontro interno della Nazionale di rugby a 13[119]); due anni più tardi (novembre 2010) anche Firenze, all’Artemio Franchi, ospitò per la prima volta gli Azzurri.

Statistiche[modifica | modifica sorgente]

La Nazionale italiana di rugby ha disputato al 3 ottobre 2011 429 incontri contro selezioni internazionali. Di questi, 380 sono considerati test match anche dalla squadra avversaria. Gli altri 49 sono stati disputati contro selezioni non classificate come Nazionali maggiori o rappresentative di una Federazione, come gli African Leopards, la Francia B, XV o Espoirs, etc. Vi sono poi altri incontri, non classificati come test match, disputati durante i tour in Africa del 1973 e in Gran Bretagna nel 1974, che videro come avversari selezioni provinciali o di contea quali le Province del Transvaal, del Natal e dell’Orange in Sudafrica o le contee del Middlesex, del Sussex o dell’Oxfordshire in Inghilterra.

Il record di presenze della Nazionale appartiene ad Andrea Lo Cicero. Questi vanta 103 incontri dal 2000 al 2013, con la partecipazione in quattro consecutive Coppe del Mondo, dal 1999 al 2011 e a dodici tornei del Sei Nazioni, dal 2000 al 2008 e poi dal 2011 al 2013, in cui ha disputato il suo ultimo incontro[120]. Il record di punti segnati è appannaggio dell'italo-argentino Diego Domínguez con 971 punti in 73 incontri[121]. Domínguez conta anche 27 punti marcati in precedenza con la Nazionale dell’Argentina; la somma totale lo porta a detenere, al 31 dicembre 2012, il posto di quinto miglior marcatore internazionale dopo il neozelandese Dan Carter (1 385), l’inglese Jonny Wilkinson (1 246), il gallese Neil Jenkins (1 090) e l’irlandese Ronan O’Gara (1 077). Infine, il record di mete appartiene a Marcello Cuttitta, con 25, seguìto da Paolo Vaccari con 22. Entrambi facevano parte della squadra che vinse la Coppa FIRA nel 1997 sconfiggendo la Francia a Grenoble.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Statistiche sulla Nazionale di rugby a 15 dell'Italia.

L’avversario incontrato più di frequente è la Romania, in ragione della concomitante presenza del torneo europeo della FIRA; a seguire, la Francia (34 volte in full international con tre vittorie), la Spagna (che esordì insieme all'Italia, visto che entrambe disputarono tra di esse il loro primo incontro internazionale) e la Germania (compreso il periodo in cui era Germania Ovest).

A parte le Isole Cook (un incontro), le uniche nazioni che l’Italia non è finora mai riuscita a battere sono quelle che vantano almeno un titolo mondiale, ovvero le tre dell’Emisfero Sud (Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica) più l’Inghilterra. Per quanto riguarda le altre squadre del Sei Nazioni, l’Italia vanta tre vittorie contro la Francia (una in finale di Coppa FIRA e altre due nel torneo), quattro vittorie contro l’Irlanda (una nel torneo), sette contro la Scozia (di cui una prima del Sei Nazioni) e due contro il Galles (entrambe nel Sei Nazioni).

Giocatori di rilievo[modifica | modifica sorgente]

Sono qui di seguito elencati tutti i giocatori che hanno preso parte alle varie edizioni della Coppa del Mondo; sono inoltre menzionati quei giocatori protagonisti di episodi rilevanti che hanno visto protagonista la Nazionale italiana, come per esempio quelli che conquistarono la Coppa FIRA 1995/97, i più rappresentativi di coloro che presero parte ai tour del 1973 in Africa meridionale e del 1980 in Oceania.

Nell’elenco figura anche Paolo Rosi (1924-1997), già Nazionale negli anni quaranta e cinquanta del XX secolo. Poi passato alla carriera giornalistica come commentatore televisivo, Paolo Rosi disputò 12 incontri in Nazionale e fu il primo italiano a essere invitato in una selezione internazionale europea per affrontare un XV dell’Inghilterra[122].

Per i giocatori ancora in attività non compresi nel presente elenco si rimanda alla sezione “Rosa”, più in basso.

Allenatori[modifica | modifica sorgente]

Nome Dal Al G V N P % V/G
Italia Arnaldo Cortese
Inghilterra John Thomas
20 maggio 1929 - 1 0 0 1 0
Italia Arturo Cameroni
Italia Luigi Bricchi
29 maggio 1930 - 1 1 0 0 100
Italia Luigi Bricchi 1º novembre 1932 26 dicembre 1934 4 3 0 1 75
Italia Luigi Bricchi
Francia Julien Saby
26 dicembre 1934 7 aprile 1935 1 1 0 0 100
Francia Julien Saby 7 aprile 1935 14 maggio 1936 2 0 0 2 0
Italia Luigi Bricchi
Francia Michel Boucheron[123]
14 maggio 1936 16 maggio 1936 2 1 0 1 50
Italia Luigi Bricchi
Francia Julien Saby
1º gennaio 1937 17 ottobre 1937 5 2 1 2 40
Italia Luigi Bricchi 6 marzo 1938 20 novembre 1938 1 0 0 1 0
Italia Luigi Bricchi
Italia Giuseppe Sessa
20 novembre 1938 19 marzo 1940 2 1 0 1 50
Italia Romano Bonifazi 19 marzo 1940 9 febbraio 1941 2 1 0 1 50
Italia Luigi Bricchi
Italia Franco Chiaserotti
9 febbraio 1941 2 maggio 1942 - - - - -
Italia Luigi Bricchi
Italia Franco Chiaserotti
2 maggio 1942 18 maggio 1947 1 1 0 0 100
Italia Tommaso Fattori 18 maggio 1947 27 marzo 1949 2 1 0 1 50
Italia Giorgio Briasco
Italia Antonio Radicini
27 marzo 1949 26 febbraio 1950 2 0 0 2 0
Italia Romano Bonifazi 26 febbraio 1950 29 luglio 1950 - - - - -
Italia Francesco Vinci 29 luglio 1950 4 ottobre 1950 - - - - -
Italia Renzo Maffioli 4 ottobre 1950 25 febbraio 1951 - - - - -
Italia Renzo Maffioli
Francia Julien Saby
25 febbraio 1951 1º agosto 1954 9 6 0 3 66,7
Italia Piermarcello Farinelli
Italia Aldo Invernici
Italia Umberto Silvestri
1º agosto 1954 22 dicembre 1956 8 5 0 3 62,5
Italia Giulio Fereoli
Italia Aldo Invernici
Italia Umberto Silvestri
22 dicembre 1956 8 dicembre 1957 2 1 0 1 50
Italia Sergio Barilari
Italia Aldo Invernici
Italia Umberto Silvestri
8 dicembre 1957 19 luglio 1958 1 0 0 1 0
Italia Sergio Barilari
Italia Mario Battaglini
Italia Aldo Invernici
19 luglio 1958 10 aprile 1960 2 1 0 1 50
Italia Sergio Barilari
Italia Romano Bonifazi
10 aprile 1960 22 aprile 1962 4 2 0 2 50
Italia Aldo Invernici 22 aprile 1962 8 dicembre 1965 7 2 0 5 28,5
Italia Sergio Barilari
Italia Mario Martone
8 dicembre 1965 28 ottobre 1967 7 3 1 3 42,8
Italia Aldo Invernici 28 ottobre 1967 24 maggio 1970 8 7 0 1 87,5
Italia Giordano Campice 24 maggio 1970 25 ottobre 1970 2 2 0 0 100
Italia Sergio Barilari 25 ottobre 1970 10 aprile 1971 3 0 0 3 0
Italia Guglielmo Geremia 11 aprile 1971 27 maggio 1971 1 0 0 1 0
Italia Aldo Invernici 28 maggio 1971 19 febbraio 1972 - - - - -
Italia Umberto Levorato 20 febbraio 1972 25 novembre 1972 4 1 2 1 25
Italia Gianni Villa 26 novembre 1972 14 febbraio 1975 20 6 1 13 30
Galles Roy Bish 15 febbraio 1975 1º aprile 1977 15 8 1 6 53,3
Italia Isidoro Quaglio 2 aprile 1977 1º maggio 1977 2 1 0 1 50
Galles Gwyn Evans 23 ottobre 1977 23 ottobre 1978 5 1 1 3 20
Francia Pierre Villepreux 24 ottobre 1978 24 ottobre 1981 24 10 1 13 41,6
Italia Paolo Paladini
Italia Marco Pulli
25 ottobre 1981 9 novembre 1985 28 16 2 10 57,14
Italia Marco Bollesan 10 novembre 1985 4 novembre 1988 19 7 1 11 36,8
Italia Loreto Cucchiarelli 5 novembre 1988 29 settembre 1989 7 1 0 6 14,3
Francia Bertrand Fourcade 30 settembre 1989 30 agosto 1993 29 17 0 12 58,6
Francia Georges Coste 31 agosto 1993 19 giugno 1999 48 19 1 28 39,6
Italia Massimo Mascioletti 20 giugno 1999 4 febbraio 2000 5 2 0 3 40
Nuova Zelanda Brad Johnstone 5 febbraio 2000 26 aprile 2002 27 5 0 22 18,5
Nuova Zelanda John Kirwan 27 aprile 2002 18 aprile 2005 32 10 0 22 31,2
Francia Pierre Berbizier 19 aprile 2005 30 settembre 2007 30 12 1 17 40
Sudafrica Nick Mallett 3 ottobre 2007 2 ottobre 2011 42 9 0 33 21,4
Francia Jacques Brunel 3 ottobre 2011 - - - - - -

Palmarès[modifica | modifica sorgente]

Rosa[modifica | modifica sorgente]

Quella che segue è la rosa più recente della Nazionale italiana, convocata dal tecnico Jacques Brunel per il Sei Nazioni 2014:

Avanti
PL Matías Agüero
PL Martín Castrogiovanni
PL Lorenzo Cittadini
PL Alberto De Marchi
PL Michele Rizzo
TL Leonardo Ghiraldini
TL Davide Giazzon
SL Marco Bortolami
SL Joshua Furno
SL Quintin Geldenhuys
SL Antonio Pavanello
FL Robert Barbieri
FL Paul Derbyshire
FL Manoa Vosawai
N8 Sergio Parisse (C)
N8 Alessandro Zanni
Tre quarti
MM Edoardo Gori
MM Tito Tebaldi
MA Tommaso Allan
MA Luciano Orquera
CE Tommaso Benvenuti
CE Michele Campagnaro
CE Gonzalo García
CE Alberto Sgarbi
TQ Mirco Bergamasco
TQ Angelo Esposito
TQ Tommaso Iannone
TQ Leonardo Sarto
ES Andrea Masi
ES Luke McLean
Staff tecnico
Allenatore: Francia Jacques Brunel


Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Emanuele Rossano, Storica meta, l’Italia insegna rugby ai francesi in Corriere della Sera, 23 marzo 1997. URL consultato l'11 agosto 2008.
  2. ^ a b c Ravagnani, op. cit., pag. 299
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  7. ^ Federazione Italiana Rugby, dal sito ufficiale del CONI
  8. ^ La prima squadra dell’International Rugby Board a concedere all’Italia il test match reciproco (ovverosia, riconosciuto come ufficiale da entrambe le federazioni) fu l’Australia nel 1983; la Francia aderì all’IRB nel 1978 e concesse all’Italia il primo test match con tale nuovo status nel 1985; la prima squadra britannica del Cinque Nazioni a fare lo stesso fu l’Irlanda nel 1988.
  9. ^ a b Ravagnani, op. cit., pag. 310
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  17. ^ La prima amichevole successiva a quella del 1967 si tenne nel 1995, fuori dal calendario della Coppa FIRA.
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  62. ^ Il giornalista Luciano Ravagnani (op. cit., pag. 374 e segg.), nel tracciare un’analisi della diffusione del rugby in tutto il mondo, opera una distinzione tra quella diretta, in generale nei Paesi di lingua inglese, ex colonie dell’Impero Britannico e anche Argentina, dove erano presenti numerose comunità di inglesi, e la sua subdiffusione, ovvero tramite un Paese intermedio: tale opera di subdiffusione in Europa viene normalmente ascritta alla Francia, la più forte Nazione rugbistica di lingua non inglese, che presiedette alla diffusione di tale sport in gran parte d’Europa, in particolare in Italia, Spagna e Romania, nel primo dopoguerra.
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  121. ^ Domínguez vanta 73 full international per l’Italia con 971 punti. Alcune statistiche riportano 75 incontri e 983 punti per via dei due incontri non full international disputati dalla Nazionale nel 1991 e 1992 contro la Francia: nel primo la squadra transalpina si presentò come Francia A1, nel secondo come Francia Espoirs.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Fabrizio Zupo, Inseguendo il paradiso del rugby, Roma, Editrice Nutrimenti, 2007, ISBN 88-88389-85-7.

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