Nathuram Godse

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Nathuram Godse

Nathuram Vinayak Godse (in Hindi: नथूराम गोडसे) (Baramati, 19 maggio 1910Ambala, 15 novembre 1949) è stato un politico, giornalista e terrorista indiano, noto per esser stato l'omicida di Mahatma Gandhi.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Prima di nascere i suoi genitori avevano avuto tre figli e una figlia, ma i maschietti morirono durante l'infanzia: pensando di avere una malidizione pendente, il padre e la madre gli diedero il nome di Ramachandra e lo allevarono come se fosse una ragazza[1]; solo quando nacque il suo fratello minore venne ribattezzato Nathuram e trattato come un ragazzo[2]. Il padre, l'impiegato postale Vinayak Vamanrao Godse, gli permise di studiare dapprima in una scuola locale e poi in un'accademia di lingua inglese.

Nel 1930 i genitori si trasferirono a Ratnagiri e lì Godse ebbe modo di conoscere il rivoluzionario induista Vinayak Damodar Savarkar, che influenzò le sue idee politico-religiose. Nella nuova città Godse lavorò come giornalista per l'Agrani (successivamente ribattezzato Hindu Rashtra) e pubblicò alcuni articoli, scritti in lingua marathi, contro la lega dei musulmani indiani: era già molto presente in lui un odio anti-islamico ed anti-pakistano che gli permise di entrare in contatto con alcuni ambienti violenti e radicali[3][4].

Inizialmente Godse sostenne le lotte di Gandhi, uomo per cui nutriva profondo rispetto[5], e partecipò ai suoi atti di disobbedienza civile nei confronti dell'invasore britannico: per questo fu anche arrestato, imprigionato e torturato (venne per esempio legato in maniera quasi soffocante sul tronco di un albero). Tuttavia, dopo la Seconda guerra mondiale Godse accusò Gandhi di sacrificare gli interessi dell'India e degli induisti allo scopo di ottenere il consenso di tutte le minoranze religiose[6].

La goccia che fece traboccare il vaso fu la richiesta, effettuata da Gandhi al governo, di versare un pagamento in favore del Pakistan: il 30 gennaio 1948 il Mahatma Gandhi si trovava presso la Birla House (oggi Gandhi Smriti) a Nuova Delhi, dove avrebbe dovuto tenere la consueta preghiera ecumenica alle ore 17. Ma, essendo impegnato in un colloquio con il ministro degli interni Valabhbhai Patel, non si accorse di aver accumulato un quarto d’ora di ritardo; le sue due pronipoti Abha e Manu gli fecero notare la cosa, il Mahatma interruppe subito il colloquio, rimproverò le nipoti per non averlo avvisato prima e si diresse verso il giardino dove si svolgeva la preghiera. Gandhi era solito fare una deviazione per arrivare al giardino, ma quel giorno decise di attraversarlo direttamente. Lungo il percorso Manu vide “un uomo corpulento che indossava un'uniforme cachi” che fece un passo in avanti e si piazzò in mezzo al passaggio che la folla aveva creato, inclinò leggermente il busto mentre diceva a mezza voce “Namaste, Gandhi”[7].

Quell’uomo, improvvisamente, brandì la pistola, una Beretta M34 che aveva nascosto tra i palmi delle mani, e premette il grilletto per tre volte, colpendo Gandhi al petto. Il Mahatma, con le mani ancora giunte, mormorò “Hé Rām” (“Mio Dio”) poi cadde lentamente sull’erba. Erano le ore 17.17: dopo i tre colpi sparati, Godse cercò di confondersi tra la folla e fuggire ma quando si accorse di essere braccato e di rischiare il linciaggio rallentò il passo permettendo alle forze dell'ordine di catturarlo. Nel gennaio del 1949 cominciò il processo nei suoi confronti che si concluse l'8 novembre dello stesso anno con una condanna a morte; la sentenza, cui i sostenitori più stretti di Gandhi erano contrari, fu eseguita una settimana dopo, tramite impiccagione nell'Ambala Prison a Ambala nell'Haryana[8].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Early Life, nathuram.com
  2. ^ Jeffrey, Robin (1990). India, Rebellion to Republic: Selected Writings, 1857–1990, Sterling Publishers. p. 105.
  3. ^ The Hindu (18 agosto 2004), RSS releases `proof' of its innocence
  4. ^ RSS denies Godse was its member, rebuts Cong claim, Zee News (IANS), 30 dicembre 2010
  5. ^ "His Principle of Peace Was Bogus", The Time, 14 febbraio 2000
  6. ^ David Hardiman, Gandhi in His Time and Ours: The Global Legacy of His Ideas, Columbia University Press, 2003, pp. 174-176
  7. ^ And the Mahatma said..., Archive.org
  8. ^ The Times (edizione di Londra), 16 novembre 1949, p. 3

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