Narsete (generale bizantino)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Narsete
Narsete rappresentato in un'incisione presa dalle Cronache di Norimberga (1493).
Narsete rappresentato in un'incisione presa dalle Cronache di Norimberga (1493).
478 - 574
Nato a Armenia
Morto a Roma
Dati militari
Paese servito Impero bizantino
Grado Generale
Guerre Rivolta di Nika (532)
Guerra gotica (538-539 e 551-554)
Battaglie Battaglia di Tagina (552)
Battaglia dei Monti Lattari (552)
Battaglia del Volturno (554)

Vedi Bibliografia

voci di militari presenti su Wikipedia

Narsete (greco Ναρσής [Narsēs]; 478Roma, 574) è stato un generale bizantino.

Eunuco[1] di origine armena, è meglio noto per aver portato a termine la conquista dell'Italia avviata da Belisario sotto Giustiniano, sconfiggendo gli ultimi re goti Totila e Teia e i Franchi. Dopo la conquista dell'Italia (553), Narsete la governò per conto dell'Imperatore, ma le proteste dei Romani persuasero l'Augusto Giustino II, successore di Giustiniano, a rimuoverlo dal governo dell'Italia, sostituendolo con Longino. La notizia, fornitaci dalle fonti primarie, secondo cui Narsete avrebbe per ripicca invitato i Longobardi in Italia è considerata dalla storiografia moderna inattendibile. Morì a Roma nel 574.

I primi tempi[modifica | modifica wikitesto]

Narsete nacque nel tardo V secolo in territorio persiano,[2] ma fu cresciuto alla corte di Costantinopoli, dove fu istruito come servitore al palazzo imperiale.[3] Acquisì grande influenza alla corte di Giustiniano I grazie al favore di Teodora. In breve tempo scalò la gerarchia dei servitori della camera da letto imperiale, raggiungendo la posizione di tesoriere e primo ufficiale (sacellarius e comes sacri cubiculi) nel 530-531.[4] Per le sue capacità diplomatiche gli fu dato il compito di corrompere i soldati persiani con denaro, in modo da indurli a disertare ed unirsi ai Bizantini: in questo modo, nel 530, convinse Narsete e Arazio, guerrieri persiani, a passare dalla parte bizantina.[2] Nel 531 divenne uno spatharius.[5]

La rivolta di Nika[modifica | modifica wikitesto]

Auriga del circo. Le fazioni del circo generarono enormi disordini a Costantinopoli, minacciando persino di deporre Giustiniano.
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Rivolta di Nika.

Era a Costantinopoli quando alle idi di gennaio del 532 scoppiò una rivolta nella capitale, la rivolta di Nika, in cui due fazioni dell'Ippodromo, i Verdi e gli Azzurri, tentarono di rovesciare con la violenza l'Imperatore Giustiniano, ponendo sul trono Ipazio, nipote dell'ex Imperatore Anastasio.

Giustiniano aveva già pronte le navi per fuggire dalla capitale, ma fu fermato da Teodora che gli rammentò che il trono è un glorioso sudario, ridandogli coraggio. L'Imperatore affidò quindi a Narsete il compito di dividere le due fazioni in Costantinopoli, mentre Belisario e Mundo ebbero l'incarico di sedare la rivolta con le armi: il 18 gennaio del 532 Narsete corruppe gli Azzurri con del denaro persuadendoli a passare dalla parte dell'Imperatore e facendo notare loro che l'Imperatore Giustiniano li aveva sempre protetti, mentre Ipazio, l'usurpatore che intendevano innalzare al trono, avrebbe favorito i Verdi; forse per il denaro, forse per l'abile mossa diplomatica, gli Azzurri abbandonarono i Verdi e ritornarono fedeli a Giustiniano.[6][7]

In questo modo contribuì alla repressione della rivolta insieme a Belisario e a Mundo, accrescendo il suo prestigio e divenendo uno dei favoriti dell'Imperatore e dell'Imperatrice.

Guerra per la chiesa d'Egitto[modifica | modifica wikitesto]

L'Imperatrice Teodora era una convinta monofisita e influenzò la politica del marito.

Nel 535 intraprese un'altra delicata missione, questa volta per Teodora. Lo scopo era giungere ad Alessandria d'Egitto per rimettere a capo della cristianità egizia il vescovo monofisita Teodosio ed esiliare il suo rivale (di fede ortodossa) Gaiano; alla testa di 6.000 uomini Narsete riuscì in 104 giorni a vincere i sostenitori di Gaiano e a restaurare Teodosio sul trono patriarcale.[8] Tuttavia i ribelli non si diedero per vinti e organizzarono una nuova rivolta. Per sedici mesi Narsete rimase ad Alessandria conducendo una guerra civile contro i ribelli e venendo costretto addirittura in un'occasione a incendiare parte della città. Alla fine Teodosio, a causa dei disordini, decise di ritornare a Costantinopoli lasciando Alessandria presumibilmente insieme a Narsete.[5]

Teodosio, essendosi rifiutato di accettare il credo di Calcedonia, venne rimosso dal trono patriarcale e spedito in esilio a Derkos in Tracia; al suo posto venne eletto al soglio patriarcale un monaco calcedoniano, Paolo; per la prima volta in cinquant'anni il patriarca di Alessandria non era monofisita.[8] Da quest'atto seguì la separazione delle due linee patriarcali, copta ed ortodossa, in modo definitivo, rendendo stabile lo scisma tra le due Chiese.

La prima campagna in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Presunto ritratto di Belisario in un mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna. Narsete entrò spesso in contrasto con Belisario nel corso del 538-539, disunendo l'esercito.

Nel 538, a sessant'anni, Narsete ebbe il comando dei rinforzi che vennero inviati dall'imperatore in Italia, che ammontavano a 2.000 mercenari Eruli e 5.000 Bizantini[9]. Narsete andò subito in attrito con Belisario, il generalissimo (strategos autokrator) a cui Giustiniano aveva affidato il comando delle operazioni belliche in Italia. Belisario voleva infatti assediare Osimo, mentre l'eunuco al contrario intendeva salvare l'amico e generale Giovanni di Vitaliano, assediato dai Goti a Rimini. Alla fine Belisario cedette, e l'esercito bizantino marciò in direzione di Rimini, che venne liberata dall'assedio goto.[10] Vitige fu costretto a ritirarsi a Ravenna.

Una volta salvato Giovanni dall'assedio goto, Belisario decise di inviare un contingente per liberare Milano, anch'essa assediata dai Goti. Tuttavia, nuovi contrasti con Narsete gli impedirono di attuare questa decisione: infatti quest'ultimo riteneva più opportuno dare la precedenza alla sottomissione dell'Emilia, in modo da avvicinarsi a Ravenna, capitale gota; e quando Belisario non si mostrò d'accordo, Narsete gli rinfacciò di non stare agendo negli interessi dell'impero e gli mostrò una lettera di Giustiniano che lo obbligava a obbedire a Belisario, tranne nei casi di vantaggio pubblico. Convinto che conquistare l'Emilia sarebbe stato vantaggioso per l'Impero, Narsete partì con i soldati a lui fedeli per l'Emilia, che venne rapidamente conquistata, mentre Belisario assediava Osimo e Urbino.[10] La rivalità tra i due generali generò quindi divisioni nell'esercito, con una fazione dalla parte di Belisario e un'altra dalla parte di Narsete, rendendo più difficoltosa la conquista dell'Italia e causando, tra l'altro, l'espugnazione e la distruzione di Milano da parte gota (i soldati si rifiutarono di seguire l'ordine impartito da Belisario di soccorrere Milano se non fosse giunta anche l'esplicita autorizzazione di Narsete).[11] Alla fine Giustiniano, comprendendo come fosse deleteria la rivalità tra i due generali, decise di richiamare Narsete a Costantinopoli, ridando così a Belisario il completo controllo dell'esercito. Gli Eruli, tuttavia, seguirono Narsete poiché rifiutarono di rimanere senza di lui.[12]

Intrighi a Costantinopoli[modifica | modifica wikitesto]

Nel 541 Narsete fu incaricato di cercare di ottenere informazioni su un complotto che coinvolgeva il prefetto del pretorio d'Oriente, Giovanni di Cappadocia.[1]

Costui era caduto vittima di un tranello ordito da Antonina - moglie di Belisario - e l'Imperatrice Teodora, che lo detestavano. Antonina aveva infatti convinto Giovanni a partecipare a una congiura contro Giustiniano per prendere il potere e i due si erano messi d'accordo di incontrarsi a Rufiniane (proprietà privata di Belisario nei pressi di Calcedonia) a una certa ora. Antonina, tuttavia, informò Teodora che informò a sua volta l'Imperatore; quest'ultimo inviò Narsete e Marcello con alcuni soldati ad assistere di nascosto all'incontro: nel caso avessero scoperto che Giovanni stesse ordendo una congiura, avrebbero dovuto ucciderlo.[1] Antonina piazzò Narsete e Marcello, con le loro truppe, dietro un muro, affinché potessero ascoltare di nascosto la conversazione, e a mezzanotte si incontrò con Giovanni. Quando ebbero la conferma che Giovanni stava ordendo una congiura contro l'Imperatore, gli balzarono addosso per ucciderlo ma Giovanni riuscì a sfuggire grazie all'intervento delle sue guardie del corpo che ferirono Marcello. Alla fine però non riuscì ad evitare la condanna da parte di Giustiniano: costretto a farsi monaco, venne esiliato in Egitto e privato di tutte le sue proprietà.[1]

La seconda campagna in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra gotica (535-553).

Campagne contro i Goti (552-553)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Tagina e Battaglia dei Monti Lattari.
Uomo tradizionalmente identificato con Narsete, dal mosaico raffigurante la corte di Giustiniano nella Basilica di San Vitale, a Ravenna.

Nel 545 Narsete convinse nuovamente i capi degli Eruli a spostare i loro eserciti in Italia.

La sua grande possibilità venne nel 551. Belisario era stato richiamato a Costantinopoli senza essere riuscito a stabilizzare la posizione militare bizantina nella penisola e l'Imperatore Giustiniano aveva affidato a suo nipote Germano un esercito per sconfiggere i Goti, ma costui morì a Serdica prima di poter muovere verso l'Italia. Narsete fu quindi nominato generalissimo ed inviato al suo posto, ma prima di partire pretese di venir dotato degli uomini e del denaro necessario per concludere la guerra.

Narsete aveva una visione strategica molto chiara, che già aveva cercato di attuare nella prima campagna: in una sorta di anticipazione della "guerra lampo", puntava a colpire al cuore l'obiettivo principale, trascurando gli obiettivi secondari. Alla realizzazione pratica delle sue idee, certo giovò molto la collaborazione di Giovanni di Vitaliano, generale molto competente sul piano tecnico, ma privo di guizzi di genialità. Narsete sapeva inoltre motivare gli ufficiali del suo Stato Maggiore e guadagnarsi la loro stima. Il raduno delle truppe e gli altri preparativi impegnarono Narsete nei Balcani; egli non arrivò a Ravenna prima del giugno del 552, dopo aver respinto i contingenti dei Goti, bloccando gli attacchi principali.

Nell'aprile del 552 Narsete lasciò Salona per dirigersi alla volta di Ravenna, ma l'opposizione dei Franchi - che controllavano alcune fortezze nelle Venezie e che non avevano dato il permesso ai Bizantini di passare - e dei Goti - che avevano sbarrato la strada per Ravenna - lo costrinsero a giungere nella capitale dell'Italia bizantina marciando attraverso le paludi, con l'appoggio logistico della flotta che procedeva via mare in parallelo; questa decisione fu presa su consiglio dell'amico Giovanni.[13] Giunto a Ravenna il 9 giugno,[14], venne qui raggiunto da altri due generali, Giustino e Valeriano. Dopo una sosta di nove giorni, Narsete lasciò Ravenna dopo aver ricevuto una lettera di sfida dal goto Usdrila, che era stato posto da Totila a difesa di Ariminium (Rimini). Dopo questo, Narsete si diresse verso Ariminium, ma, in accordo alla sua strategia, non la occupò e successivamente costeggiò le coste non potendo passare per la Via Flaminia, controllata dal nemico. Il suo obbiettivo era confrontarsi direttamente con Totila e vincerlo.

A Busta Gallorum, Narsete, giunto a tredici miglia di distanza dagli accampamenti di Totila, inviò al re goto dei messi o per far pace o per stabilire il giorno della battaglia; Totila stabilì che la battaglia ci sarebbe stata otto giorni dopo ma Narsete, non fidandosi del nemico, disse all'esercito di prepararsi per la battaglia per il giorno seguente; Narsete ebbe ragione: infatti i Goti giunsero con sette giorni di anticipo rispetto ai termini pattuiti.[15]

Lo schieramento bizantino vedeva nell'ala sinistra Narsete stesso con le sue guardie del corpo, Giovanni, le migliori truppe bizantine e gli Unni; al centro i federati barbari, in particolare longobardi, che ricevettero l'ordine di smontare da cavallo e combattere appiedati - in modo da prevenire una loro eventuale fuga; nell'ala destra, infine, il resto delle truppe. Lungo le due ali di cavalleria, Narsete pose 8.000 arcieri appiedati, 4.000 per parte, che si disposero, poco prima della battaglia, a semicerchio. I Goti schierarono invece la cavalleria davanti e la fanteria dietro, per impedire eventuali fughe dei soldati; Totila, inoltre, contava sulla carica dei suoi guerrieri ostrogoti, che sperava sfondassero le linee nemiche, evitando così il combattimento a distanza. L'inizio della battaglia venne tuttavia rinviato dal temporeggiare di Totila che, in attesa di rinforzi, cercava di guadagnare tempo proponendo a Narsete di negoziare, cosa che il generale bizantino rifiutò, avendo compreso le ragioni dell'avversario.[16] La battaglia iniziò con la carica dei lancieri ostrogoti di Totila che tentarono di sfondare le linee nemiche ma si trovarono sotto il tiro degli 8.000 arcieri bizantini disposti a semicerchio che li chiusero in mezzo, massacrando un gran numero di Goti, i cui superstiti tentarono la fuga travolgendo la propria fanteria.[17] Totila tentò la fuga ma venne raggiunto ed ucciso da un ufficiale bizantino.[17] Grazie ad un uso sapiente della fanteria, la battaglia si concluse dunque con la vittoria bizantina e l'uccisione di Totila (giugno 552). La notizia della vittoria di Busta Gallorum raggiunse Costantinopoli nell'agosto dello stesso anno.

Battaglia dei Monti Lattari tra Romani e Goti (l'equipaggiamento è anacronistico)

Dopo la vittoria Narsete decise di congedare i mercenari longobardi, ritenuti ingovernabili,[18] e affidò a Valeriano il compito di sorvegliare il Po e ostacolare ogni tentativo di riorganizzazione dei Goti sotto il loro nuovo re Teia. A luglio Narsete riconquistò rapidamente Roma e inviò le chiavi della città a Giustiniano.[18] Il generale rimase per qualche tempo a Roma pur inviando delle truppe ad asseduare Cuma, dove era custodito il tesoro dei Goti, e Centumcellae (Civitavecchia).[19] Quando scoprì che i Goti di Teia si stavano dirigendo a Cuma per salvare la città dall'assedio bizantino, accorse per affrontarli con tutto l'esercito; i due eserciti si incontrarono presso il fiume Dracone (presso Nuceria).

Nonostante la stretta vicinanza tra i due eserciti, protratta per due mesi, la battaglia ebbe luogo solo quando Narsete riuscì a intercettare e a catturare le navi gote recanti provviste. Gli Ostrogoti, allora, si ritirarono sui Monti Lattari e lì ebbe luogo la battaglia (ottobre 552),[20] che si svolse tra cavalieri appiedati.[21] L'intelligente pianificazione assicurò nuovamente la vittoria ai Bizantini, sebbene i contemporanei avessero attribuito il risultato alla devozione di Narsete nella Vergine Maria, che sarebbe intervenuta. Nuovamente, Re Teia cadde in battaglia e i Goti, sconfitti, accettarono, secondo Procopio di Cesarea, di ritirarsi dalla penisola senza opporre ulteriore resistenza;[20] secondo Agazia, invece, i Goti accettarono di tornare nelle proprie case e diventare sudditi dell'Imperatore.[22]

Campagne contro i Franchi (553-554)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia del Volturno.

Vinto Teia, Narsete decise di tornare ad assediare Cuma, prima di marciare contro le città dell'Etruria ancora in mani gote.[23] Nel corso dell'assedio (553), tuttavia, gli giunse notizia che i Franchi e gli Alamanni, condotti da Butilino e Leutari, avevano invaso l'Italia settentrionale; lasciò quindi una parte dell'esercito a Cuma per continuare ad assediarla e con il grosso delle sue truppe si diresse ad affrontare i Franco-alamanni. Inviò parte del suo esercito in direzione del fiume Po per impedire al nemico di avanzare verso Sud mentre si diresse con il resto dell'esercito in Etruria, dove alcune fortezze gote ancora resistevano.[24] Tutte, tranne Lucca, si arresero spontaneamente.[24] Narsete iniziò quindi l'assedio di Lucca nel settembre 553; nel corso dell'assedio gli giunse, però, la notizia che l'esercito che aveva inviato nel Nord Italia per fermare i Franco-alamanni si era ritirato da Parma e diretto a Faventia, segno che la sua strategia era fallita e ora era esposto a un attacco franco. Inviò, allora, il suo sottoposto Stefano a Faventia per intimare all'esercito di ritornare a Parma; la missione di Stefano fu coronata dal successo e Narsete poté riprendere l'assedio di Lucca con una certa tranquillità: dopo tre mesi di assedio la città si arrese a condizione di non subire rappresaglie.[25]

Lasciata una forte guarnigione a Lucca, Narsete ordinò ai suoi soldati di ritirarsi nei propri quartieri invernali per poi ricongiungersi a Roma nella primavera successiva e si diresse a Ravenna, dove risiedette a Classe.[26] Qui ricevette la notizia della resa di Cuma e della conquista del tesoro dei Goti.[27] Narsete inviò quindi il goto Aligerno presso i Franco-alamanni per dire loro che ora il tesoro dei Goti era in mano bizantina e sperare così che, visto sfumare il sogno di impadronirsi del tesoro, si sarebbero ritirati; tale tentativo, però, non ebbe esito favorevole.[27] In seguito si diresse a Ariminium, dove strinse un'alleanza con Teodobaldo, comandante dei Varni. Dopo aver messo in fuga un esercito franco-alamanno di 2.000 uomini, Narsete ritornò a Ravenna e da qui si diresse in direzione di Roma (primavera 554).[28]

Rimase a Roma, dove si era riunito tutto l'esercito, fino all'estate del 554, addestrando i suoi uomini in modo che potessero migliorare le loro abilità combattive.[29] Nel frattempo i Franco-alamanni, giunti nel Sannio, si erano divisi in due gruppi: uno, condotto da Leutari, raggiunse Otranto per poi ritornare in Nord Italia; l'altro invece, condotto da Butilino, raggiunse lo stretto di Messina. Entrambi gli eserciti compirono saccheggi e stragi. I Franchi, tuttavia, a differenza degli Alamanni, non saccheggiavano gli edifici religiosi in quanto cristiani.[30] Mentre l'esercito di Leutari tornava nel Nord Italia venne sconfitto presso Pesaro dagli Imperiali; i superstiti trovarono rifugio nella Venezia in mano franca dove morirono di dissenteria.

L'esercito di Butilino invece, giunto allo stretto di Messina, decise di dirigersi in Campania per affrontare Narsete, speranzoso di diventare re dei Goti una volta vinti i Bizantini. Accampatosi a Capua, Butilino, forte di 30.000 uomini, seppur in parte colpiti dalla dissenteria, si preparò allo scontro con Narsete che avvenne nell'autunno del 554 presso il fiume Volturno. Nonostante fosse in inferiorità numerica (18.000 imperiali contro 30.000 Franco-alamanni), Narsete riuscì a ottenere, grazie ad una sapiente strategia militare, una vittoria decisiva sul nemico, che uscì praticamente distrutto dalla battaglia. Lo stesso Butilino morì. Fu così che Narsete riuscì definitivamente a scongiurare la minaccia franco-alamanna.[31]

A Narsete non rimaneva che conquistare Conza, l'ultima fortezza a sud del Po rimasta in mano gota. La guarnigione gota (7.000 guerrieri condotti dall'unno Ragnari) tentò di resistere strenuamente, cercando persino di assassinare Narsete durante le negoziazioni per la resa, ma alla fine la fortezza si dovette arrendere (555).[32] La guarnigione gota venne inviata a Costantinopoli.[32]

Governo di Narsete in Italia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Prefettura del pretorio d'Italia.
L'Italia giustinianea, eretta nel 584 ca. a esarcato.

Giustiniano affidò a Narsete il compito di far ritornare l'Italia una terra prospera, come pure assicurare l'aderenza alle dottrine religiose preferite all'Imperatore. La Prammatica Sanzione del 554 fu diretta a lui e al prefetto del pretorio d'Italia, come anche a Narsete fu indirizzata una legge riguardante i debitori in Italia e in Sicilia. Nel 556 protesse Pelagio, destinato a divenire papa, dall'ostilità della popolazione e lo scortò a Roma, dove Pelagio fu eletto al soglio pontificio (16 aprile 556).[33] A Narsete Papa Pelagio indirizzò due epistole, in una delle quali (Epistola 60, marzo/aprile 559) invitò il generalissimo a prendere drastici provvedimenti contro i vescovi scismatici della Liguria e della Venezia e Istria, che si rifiutavano di riconoscere la condanna dei Tre Capitoli imposta da Giustiniano. Entro il 559 aveva ricevuto il titolo di patrizio, la più alta carica nobiliare nell'Impero bizantino;[34] nel 565 era diventato anche console onorario.[35]

In qualità di generalissimo d'Italia, Narsete cercò nei primi anni di governo della penisola (553-562) di pacificare l'Italia settentrionale, ancora in parte occupata da Goti e Franchi. Nel 556 iniziarono le operazioni di riconquista di questi territori ancora al di fuori del controllo imperiale e già nel 559 Milano e gran parte delle Venezie erano in mano bizantina. Intorno al 561 Narsete, di fronte al rifiuto del comandante dell'esercito franco nel Nord Italia, Amingo, di concedere agli Imperiali il permesso di varcare il fiume Adige,[36] marciò contro i Franchi, che nel frattempo si erano alleati con un generale ribelle goto di nome Widin (forse comandante del presidio di Verona)[37]; Narsete sconfisse entrambi in battaglia,[38] determinando l'espulsione dei Franchi dall'Italia e, più o meno contemporaneamente (561-562), la resa delle ultime sacche di resistenza gote, cioè Verona e Brescia, le cui chiavi vennero inviate a Costantinopoli.[39][40] Sotto la sua guida furono costituiti quattro ducati a difesa delle Alpi, presso le Alpi Cozie e Graie, presso i laghi Maggiore e di Como, presso Trento e Cividale del Friuli.[40]

Narsete avviò inoltre la ricostruzione di un'Italia in forte crisi dopo un conflitto così lungo e devastante, ricostruendo, in tutto o in parte, numerose città distrutte dai Goti (tra cui Milano)[41] ed edificando numerose chiese, e fonti propagandistiche parlano di un'Italia riportata all'antica felicità sotto il governo di Narsete.[42] Secondo la storiografia moderna tali fonti sono però esageratamente ottimistiche, essendo i danni provocati dalla guerra troppo gravi per essere riparati in poco tempo: anni di guerra continua avevano devastato le campagne italiane a tal punto che, come ammise amaramente in un'epistola Papa Pelagio, «nessuno è in grado di recuperarle», mentre i saccheggi, le carestie, i continui assedi avevano provocato un grave crollo demografico; non va dimenticato che il senato romano entrò in una crisi irreversibile e si dissolse agli inizi del VII secolo.[43] Tale situazione aprì la strada all'invasione longobarda della penisola.[44]

La morte di Giustiniano nel 565 complicò l'ultimo decennio di Narsete come pure le sue relazioni con Giustino II che erano naturalmente meno strette. Nel 566 gli Eruli, stanziatisi in Italia settentrionale come truppe mercenarie, si rivoltarono ed elessero re Sinduald; Narsete riuscì a sconfiggerli riportando l'ordine.[45] Il suo governo causò però le proteste dei Romani che, trovandolo oppressivo, si rivolsero a Giustino II sostenendo che rimpiangevano i tempi della dominazione gota e che se non avesse rimosso Narsete avrebbero consegnato Roma e l'Italia ai Barbari.[46] Giustino dunque rimosse Narsete sostituendolo con Longino (568), che venne nominato prefetto del pretorio.

Secondo molti storici medioevali, Narsete per vendetta avrebbe invitato i Longobardi a scendere in Italia, anche per le minacce dell'Imperatrice Sofia, che secondo Paolo Diacono aveva fatto sapere all'eunuco che quando sarebbe tornato a Costantinopoli l'avrebbe costretto a distribuire la lana alle ragazze del gineceo di Costantinopoli; secondo la tradizione Narsete avrebbe risposto che avrebbe tessuto per lei una tela inestricabile, riferendosi all'invito ai Longobardi, a cui avrebbe inviato dei frutti dall'Italia per invitarli a invadere la penisola.[46] Oggi, però, questo racconto viene ritenuto inattendibile.[47] Trasferitosi a Napoli, venne poi richiamato a Roma dal Papa, dove morì all'età di novantacinque anni.

Narsete nella storiografia[modifica | modifica wikitesto]

Narsete viene descritto da Agazia in tal modo:

« Narsete possedeva, infatti, un elevato grado di perspicacia e una straordinaria capacità di affrontare ogni situazione. Sebbene fosse poco istruito e non avesse ricevuto alcun addestramento nelle arti dell'oratoria, era di talento straordinario e particolarmente bravo nell'esprimere le sue opinioni. Queste qualità erano ancora di più considerevoli per per un eunuco che era finora vissuto nella leggera e confortevole atmosfera della corte imperiale. Era inoltre di bassa statura e di anormale magrezza, ma il suo coraggio e eroismo erano assolutamente incredibili. Il fatto è che la vera nobiltà d'animo non può fallire di lasciare il suo segno, non importa quali ostacoli incontra durante il percorso. »
(Agazia, Storie, I,16.)

Paolo Diacono nella sua Historia Langobardorum esprime il seguente giudizio su Narsete:

(LA)
« Erat autem vir piissimus, in religione catholicus, in pauperes munificus, in recuperandis basilicis satis studiosus, vigiliis et orationibus in tantum studens, ut plus supplicationibus ad Deum profusis quam armis bellicis victoriam obtineret. »
(IT)
« Era un uomo piissimo, di religione cattolica, munifico verso i poveri, pieno di zelo nel ricostruire le chiese, e così fervente nelle veglie di preghiera che otteneva la vittoria più con le suppliche rivolte a Dio, che con le armi della guerra. »
(Paolo Diacono, Historia Langobardorum, II,3.)

Se la devozione di Narsete e la sua pietà verso i poveri (anche se finalizzata a ottenere consenso) sono confermate da Procopio e Evagrio[48] l'affermazione di Paolo Diacono secondo cui Narsete sarebbe stato cattolico è messa in forte dubbio da un passo della Storia Ecclesiastica del monofisita Giovanni di Efeso, che definisce Narsete «fidelis» (e dunque, dal suo punto di vista, monofisita) e sostiene che Narsete fondò un monastero per monaci monofisiti in Bitinia prima di partire per l'Italia e progettava egli stesso di ritirarsi in quel monastero terminata la sua carriera.[49]

Il continuatore di Prospero Aquitano lo loda per aver riportato «all'antica felicità»[50] e «all'antico decoro»[51] le città e le popolazioni dell'Italia, una volta espulsi i Goti. In realtà, se la ricostruzione di città distrutte dai Goti ad opera di Narsete e dei suoi sottoposti è confermata da altre fonti,[52] l'Italia, dopo la fine del conflitto, era ben lungi dall'aver recuperato la sua antica prosperità, come risulta da epistole papali, che attestano in quali gravi condizioni fosse l'Italia, ancora pochi anni dopo la conclusione del conflitto.[43]

La sua ricchezza, ottenuta - lamentano alcune fonti - con l'oppressione del popolo,[53] divenne leggendaria, e fonti occidentali (la Historia Francorum di Gregorio di Tours, usato poi come fonte da Paolo Diacono) narrano addirittura di un immenso tesoro, che Narsete avrebbe nascosto a Costantinopoli (o, secondo un'altra versione, in Italia) dentro una cavità fatta scavare nel suo palazzo e custodito da un anziano; le medesime fonti narrano che quando fu scoperto dall'Imperatore Tiberio II (578-582), «fu trovato talmente tanto oro e argento, che occorsero molti giorni agli operai per portarlo via, e il principe lo dispensò quasi tutto ai bisognosi, elargendolo generosamente secondo suo costume».[54]

È dubbia l'affermazione di molte fonti del VII e VIII secolo secondo cui Narsete avrebbe invitato i Longobardi in Italia.[55] Il presunto tradimento di Narsete mal si accorda, infatti, con una sua mancata punizione e con la sua sepoltura con tutti gli onori; inoltre le fonti più vicine agli avvenimenti (Mario Aventicense, Gregorio di Tours) non menzionano il tradimento. È possibile che la storia dell'invito di Narsete sia stata inventata a posteriori dai cronisti del VII secolo per dare una spiegazione plausibile all'invasione dei Longobardi, e la coincidenza temporale tra la destituzione di Narsete e l'invasione longobarda, prestandosi facilmente a un rapporto causa-effetto, contribuì certamente al successo di tale leggenda.[47]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d Procopio di Cesarea, La Guerra Persiana, I, 25.
  2. ^ a b Procopio, La Guerra Persiana, I, 15.
  3. ^ Agazia, I, 16.
  4. ^ PLRE IIIb, p. 912.
  5. ^ a b PLRE IIIb, p. 913.
  6. ^ Malala, 476.
  7. ^ Ostrogorsky, G., p. 63, 1968.
  8. ^ a b Evans, J. A., p. 84, 2002.
  9. ^ Procopio, La Guerra Gotica, II, 13.
  10. ^ a b Ravegnani, G., p. 21, Mulino, 2004.
  11. ^ Procopio, La Guerra Gotica, II, 21.
  12. ^ Procopio, La Guerra Gotica, II, 22.
  13. ^ Procopio, La Guerra Gotica, IV, 26
  14. ^ Agnello, Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis, 62.
  15. ^ Procopio, La Guerra Gotica, IV, 29.
  16. ^ Procopio, La Guerra Gotica, IV, 31.
  17. ^ a b Procopio, La Guerra Gotica, IV, 32.
  18. ^ a b Procopio, La Guerra Gotica, IV, 33.
  19. ^ Procopio, La Guerra Gotica, IV, 34.
  20. ^ a b Procopio, La Guerra Gotica, IV, 35.
  21. ^ Sia i cavalieri goti che quelli bizantini smontarono da cavallo.
  22. ^ Agazia, I, 1.
  23. ^ Agazia, I, 8.
  24. ^ a b Agazia, I, 11.
  25. ^ Agazia, I, 18.
  26. ^ Agazia, I, 19.
  27. ^ a b Agazia, I, 20.
  28. ^ Agazia, I, 22.
  29. ^ Agazia, II, 2.
  30. ^ Ravegnani, G., p. 60, Mulino, 2004.
  31. ^ Ravegnani, G., pp. 60-61, Mulino, 2004.
  32. ^ a b Agazia, II, 14.
  33. ^ Liber Pontificalis, 62.
  34. ^ Papa Pelagio I, Epistola 60.
  35. ^ CIL VI, 1199.
  36. ^ Menandro Protettore, frammento 8.
  37. ^ PLRE IIIb, p. 923
  38. ^ Paolo Diacono, II,2; secondo tale fonte Widin venne esiliato a Costantinopoli, mentre Amingo «fu ucciso dalla spada di Narsete»
  39. ^ Agnello, in Liber Pontificalis Ecclesiae Ravennatis 79, riporta la data della presa di Verona: il 20 luglio 561; mentre la notizia dell'espugnazione delle due città arrivò a Costantinopoli nel novembre 562 (cfr. Giovanni Malala, 492; Teofane Confessore, A.M. 6055; Cedreno I, 679).
  40. ^ a b Ravegnani, G., p. 62, Mulino, 2004.
  41. ^ Mario Aventicense, anno 568.
  42. ^ CIL VI, 1199; Liber Pontificalis, p. 305 («Erat tota Italia gaudiens»); Auctari Hauniensi Extrema 3, p. 337 («(Narses) Italiam romano imperio reddidit urbes dirutas restauravit totiusque Italiae populos expulsis Gothis ad pristinum reducit gaudium»)
  43. ^ a b Ravegnani, G., pp. 65-66., Mulino 2004
  44. ^ Giovanni Tabacco, La storia politica e sociale. Dal tramonto dell'Impero alle prime formazioni di Stati regionali in Storia d'Italia. Dalla caduta dell'Impero romano al secolo XVIII. Volume 1, Ruggiero Romano, Corrado Vivanti (coordinatori), Ed. speciale per Il Sole 24 Ore, Giulio Einaudi [1974], 2005, p. 36.
  45. ^ Mario Aventicense, anno 566.
  46. ^ a b Paolo Diacono, II, 5.
  47. ^ a b Ravegnani, G., p. 71, Mulino, 2004.
  48. ^ Evagrio, IV,24 e Procopio, IV,34.
  49. ^ Giovanni di Efeso, III,1.
  50. ^ Auctari Hauniensi Extrema 3, p. 337: «(Narses) Italiam romano imperio reddidit urbes dirutas restauravit totiusque Italiae populos expulsis Gothis ad pristinum reducit gaudium» («(Narsete) restituì l'Italia all'Impero romano, ricostruì le città distrutte e, espulsi i Goti, riportò i popoli di tutta l'Italia all'antica felicità»)
  51. ^ Auctari Hauniensi Extrema 4, p. 337: «Narses patricius cum Italiam florentissime administraret et urbes atque moenia ad pristinum decorem per XII annos restauraret et populos ... foveret....» («Il patrizio Narsete, dopo aver amministrato l'Italia fiorentissimamente, restaurato le città e le mura al loro antico decoro per 12 anni e protetto ... i popoli...»)
  52. ^ Mario Aventicense, anno 568: «... Narses ... post tantos prostratos tyrannos, ..., Mediolanum vel reliquas civitates, quas Goti destruxerant, laudabiliter reparatas, ...» («Narsete, dopo aver abbattuto tanti tiranni e aver riparato lodevolmente Milano e le altre città, che i Goti avevano distrutto...»)
  53. ^ Paolo Diacono, II,5; Liber Pontificalis, 63; Agnello, 95
  54. ^ Paolo Diacono, III,12.
  55. ^ Paolo Diacono, II,5; Liber Pontificalis, 63; Origo gentis langobardorum, 5; Auctari Auniensis Extrema, 4.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Fonti primarie

Fonti moderne

  • Georg Ostrogorsky, Storia dell'Impero bizantino, Milano, Einaudi, 1968, ISBN 88-06-17362-6.
  • Bonini Roberto, Introduzione allo studio dell'età giustinianea, Quarta ristampa, Bologna, Pàtron Editore, 1977, ISBN 978-88-555-1423-1.
  • Gerhard Herm, I bizantini, Milano, Garzanti, 1985, ISBN 88-11-67663-0.
  • Alberto Magnani, La guerra lampo del generale Narsete in Rivista Italiana Difesa, 1/1999, 1999.
  • John Julius Norwich, Bisanzio, Milano, Mondadori, 2000, ISBN 88-04-48185-4.
  • Silvia Ronchey, Lo stato bizantino, Torino, Einaudi, 2002, ISBN 88-06-16255-1.
  • Alexander P Kazhdan, Bisanzio e la sua civiltà, 2a ed, Bari, Laterza, 2004, ISBN 88-420-4691-4.
  • Giorgio Ravegnani, La storia di Bisanzio, Roma, Jouvence, 2004, ISBN 88-7801-353-6.
  • Giorgio Ravegnani, I bizantini e la guerra, Roma, Jouvence, 2004, ISBN 88-7801-331-5.
  • Giorgio Ravegnani, I bizantini in Italia, Bologna, il Mulino, 2004, ISBN 88-15-09690-6.
  • Ralph-Johannes Lilie, Bisanzio la seconda Roma, Roma, Newton & Compton, 2005, ISBN 88-541-0286-5.
  • Alain Ducellier, Michel Kapla, Bisanzio (IV-XV secolo), Milano, San Paolo, 2005, ISBN 88-215-5366-3.
  • Giorgio Ravegnani, Bisanzio e Venezia, Bologna, il Mulino, 2006, ISBN 88-15-10926-9.
  • Giorgio Ravegnani, Introduzione alla storia bizantina, Bologna, il Mulino, 2006, ISBN 88-15-12679-1.
  • The Prosopography of the Later Roman Empire (PLRE)
  • James A. Evans, The empress Theodora: the partner of Justinian, University of Texas Press, 2002, ISBN 978-0-292-72105-0.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 22940652 LCCN: n88259776

Questa è una voce di qualità. Clicca qui per maggiori informazioni
Wikimedaglia
Questa è una voce di qualità.
È stata riconosciuta come tale il giorno 8 novembre 2011vai alla segnalazione.
Naturalmente sono ben accetti altri suggerimenti e modifiche che migliorino ulteriormente il lavoro svolto.

Criteri di ammissione  ·  Segnalazioni  ·  Voci di qualità in altre lingue