Mura poligonali

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Le mura poligonali sono mura innalzate in opera poligonale, tramite la posa di grandi massi lavorati fino ad ottenere forme poligonali, per essere giustapposte a incastro, senza calce, con cunei che riempiono i rari spazi vuoti.

Sono dette anche mura ciclopiche o pelasgiche perché secondo Euripide, Strabone e Pausania sarebbero state costruite dai ciclopi o erano state attribuite al mitico popolo preellenico dei pelasgi, che avrebbero costruito le mura simili delle città micenee di Tirinto, Micene e Argo.

Esempi[modifica | modifica wikitesto]

In Italia esistono conservati numerosi esempi di mura poligonali:

Maniere costruttive[modifica | modifica wikitesto]

In base alla catalogazione di Giuseppe Lugli, vi si possono riconoscere quattro "maniere" costruttive[1].

  • Nella prima maniera sono catalogate le opere realizzate sovrapponendo puramente e semplicemente i blocchi di pietra grezzi o appena sbozzati.
  • Nella seconda maniera si nota un primo tentativo di levigatura dei piani esterni e, spesso, l’inserimento di zeppe o di pietre più piccole tra un interstizio e l’altro.
  • Il vero salto di qualità si consegue con la terza maniera. In essa i blocchi hanno le forme perfettamente geometriche di veri e propri poligoni. Le superfici esterne delle fortificazioni sono perfettamente levigate e, quelle di posa, assolutamente combacianti.
  • Con la quarta maniera, i blocchi prendono forma di parallelepipedi quadrangolari, non sempre perfettamente levigati all’esterno e combacianti con minor cura.

Numerosi, tuttavia, risultano gli esempi di commistione tra le varie maniere.

Datazione[modifica | modifica wikitesto]

Le Mura poligonali sono datate dal VII al II secolo a.C., in base a deduzioni archeologiche e/o sulla base dei documenti storici che, già in antichità, ne facevano riferimento.

Erano generalmente impiegate come sistemi di difesa della città alta, della quale rappresentavano al contempo la struttura di contenimento[2]. Le porte che si aprono in questi sistemi difensivi presentano architravi costituiti da monoliti che giungono a pesare fino a 3 tonnellate.

Attribuzione[modifica | modifica wikitesto]

L'erudito francese Louis-Charles-François Petit-Radel, già nel 1801, ritenne di poter confermare l'attribuzione di tali costruzione al popolo dei pelasgi, intendendo, con tale denominazione, una popolazione preellenica che sarebbe migrata nella penisola italica in età antichissima. Tale ipotesi, tuttavia, comporterebbe una datazione degli edifici al più tardi all'età del bronzo finale e ciò non sembra riscontrato dagli scavi archeologici.

A metà del XX secolo, l'archeologo italiano Giuseppe Lugli[1] attribuì ai Romani la tecnica di realizzazione di tutte le architetture megalitiche della penisola; inoltre, sulla base dell'opera storica di Tito Livio, tentò di definirne con sicurezza la datazione. Tale procedimento, tuttavia, si rivelò inaffidabile per la datazione delle fortificazioni poste nelle altitudini più elevate o del meridione, dove i Romani non avevano mai fondato colonie. Inoltre, oggi gli storici ammettono comunemente l'esistenza di un notevole disordine cronologico nella tradizione liviana e, in genere, nella storiografia romana relativa al periodo repubblicano e regio[3], tale vanificare le considerazioni del Lugli.

Alcuni decenni più tardi, l'archeologo Filippo Coarelli affermò che “per quanto riguarda il Lazio, l’opera poligonale è utilizzata indifferentemente tanto dalle popolazioni italiche prima della romanizzazione, quanto dagli stessi Romani nelle loro fondazioni coloniali e successivamente non solo nelle grandi cinte murarie e nei basamenti dei santuari, ma anche in sostruzioni di ville, in viadotti, in ponti”[4]. Coarelli ha ipotizzato, inoltre, l’introduzione della terza maniera come il frutto della collaborazione di maestranze itineranti di origine greca[5]; lo studioso, infatti, ha riscontrato un’oggettiva identità della loro conformazione sia con quella del muro di contenimento del Tempio di Apollo a Delfi, che con quelle dell’acropoli della colonia di Elea, nel Cilento, entrambe risalenti al VI secolo a.C. Tale collaborazione avrebbe prodotto la diffusione presso le popolazioni locali della cultura e della preparazione tecnologica per la realizzazione delle fortezze architettonicamente più apprezzate, pur escludendo - il Coarelli - la caratteristica di élite “itinerante” dei diffusori di tale più perfezionata tecnologia.

Infine, più recentemente, lo studioso Giulio Magli, professore ordinario di architettura civile del Politecnico di Milano, osservando che "i Romani non lasciarono mai alcuna testimonianza scritta o figurata di aver costruito in opera poligonale", ha ritenuto più ragionevole supporre "che le mura poligonali non facessero parte della loro forma mentis" e ha concluso che gli indizi "puntano fortemente verso una pre-romanità dell'opera poligonale in Italia"[6].


Galleria fotografica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Giuseppe Lugli, La tecnica edilizia romana con particolare riguardo a Roma e Lazio, Roma, 1957, pag. 51-165
  2. ^ Il Messaggero, 05-10-2009
  3. ^ Marta Sordi, Roma e i Sanniti nel IV secolo a.C., Cappelli editore, 1969, p. 11
  4. ^ Filippo Coarelli, Lazio, Laterza, Bari, 1982, pag. 388-389
  5. ^ Filippo Coarelli, cit., pag. 390
  6. ^ Giulio Magli, Il tempo dei Ciclopi. Civiltà megalitiche del Mediterraneo. Pitagora Editrice, Bologna, 2009, pp. 92-95

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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