Gladiatore

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Il gladiatore era un particolare lottatore dell'antica Roma. Il nome deriva da gladio, una piccola spada corta usata molto spesso nei combattimenti. La pratica dei duelli tra gladiatori proviene dall'Etruria[1][2][3] e, come molti altri aspetti della cultura etrusca, anche questo fu adottato dai Romani.

La sua origine è da ricollegare all'istituzione del cosiddetto munus, un "dovere", un "obbligo" , una munificenza privata di fornire un servizio o un contributo alla sua comunità. Nell'antica Roma, i munera erano quindi le opere pubbliche realizzate per il bene del popolo romano da soggetti facoltosi e di alto rango.

I munera si differenziavano invece dai Ludi, "giochi", spettacoli sponsorizzati dallo Stato.

I munera gladiatoria, in particolare, erano dovuti all'abitudine dei personaggi più facoltosi di offrire al popolo, a proprie spese, pubblici spettacoli in occasione di particolari circostanze, per esempio duelli all'ultimo sangue fra schiavi in occasione del funerale di qualche congiunto. I munera potevano essere ordinaria, previsti cioè in occasione di certe festività, o extraordinaria per celebrare particolari occasioni.[4]

Mosaico del I secolo rinvenuto a Leptis Magna

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Colpo mortale in una lotta tra gladiatori. Rilievo su una bottiglia romana. Museo Romano-Germanico ,Colonia

L'origine etrusca dei giochi gladiatori[modifica | modifica wikitesto]

L'ipotesi che i giochi gladiatori siano nati in Etruria o che i Romani li abbiano mutuati dagli Etruschi sembrerebbe trovare fondamento su testimonianze archeologiche, in particolare pitture tombali, e su fonti letterarie.

Sulle pareti di due tombe di Tarquinia, rispettivamente la Tomba degli Auguri (seconda metà del VI secolo a.C.) e la Tomba delle Olimpiadi (ultimo venticinquennio del VI secolo a.C.), è raffigurato un gruppo composto da uno strano personaggio mascherato, denominato Phersu, che tiene al laccio un feroce cane che assale un uomo con la testa coperta da un sacco che si difende con una clava. In questa cruenta scena di combattimento Raymond Bloch ha ritenuto di vedere un'anticipazione dei giochi gladiatori romani che deriverebbero appunto dai giochi funebri dell'Etruria, nel corso dei quali venivano offerti al defunto selvaggi combattimenti tra avversari che cercavano disperatamente ciascuno di salvare la propria vita. Su urne e sarcofagi etruschi si ritrovano frequentemente rappresentazioni di combattimenti anche se l'interpretazione di tali scene non sempre porta a ritenere che si tratti effettivamente di gladiatori piuttosto che di scene mitologiche o di combattimenti tra guerrieri. Nicola di Damasco (in Ateneo, I Deipnosofisti, IV, 153 fr.), storico greco vissuto durante l'età di Augusto, ci riferisce che i giochi gladiatori sono stati importati a Roma dall'Etruria.

Da Tertulliano [5], vissuto nel II secolo d.C., abbiamo un'ulteriore fonte dell'origine etrusca dei giochi gladiatori poiché egli attesta che i lottatori uccisi nei combattimenti nell'arena venivano trascinati via da incaricati mascherati da Caronte, armati di martello, tipico attributo del demone etrusco Charun.

I giochi gladiatori a Roma[modifica | modifica wikitesto]

Statuetta di terracotta, antico-romana, di gladiatore, conservata nell'Antiquarium di Milano

Nacquero queste figure a causa del sanguinario fanatismo del popolo romano e per questo erano considerati dei veri e propri eroi nazionali. I gladiatori non erano dei veri e propri legionari, ma erano all'inizio degli schiavi riportati dalle conquiste imperialistiche, poi entrarono criminali e infine uomini liberi che avevano qualche conto da saldare con la giustizia. Il primo spettacolo con gladiatori si svolse probabilmente nel 264 a.C. Nel 105 a.C. i giochi divennero pubblici.

Il numero degli spettacoli gladiatorii aumentò enormemente durante l'Impero. La dinastia Flavia, iniziata con l'imperatore Flavio Vespasiano, fece costruire il più grande e più famoso anfiteatro del mondo, l'anfiteatro Flavio, successivamente conosciuto con il nome di Colosseo. Nel IV secolo, l'imperatore Costantino I, dopo aver abbracciato la fede cristiana, li proibì. La loro grande popolarità fece in modo che questi giochi continuassero più o meno saltuariamente nonostante le reiterate proibizioni, in particolare nelle città lontane dall'Imperatore e dalla sua corte (come Roma) dove gli ultimi spettacoli gladiatori arrivano ad essere celebrati nei primi anni del medioevo.

I combattenti potevano essere dei veri professionisti, nuovi gladiatori inesperti, condannati (criminali, schiavi, galeotti, prigionieri di guerra, cristiani, e via dicendo), o degli uomini liberi, senza distinzioni di razza, né di sesso (i combattimenti di gladiatrici, estremamente rari, erano sempre quelli più richiesti).

I galeotti e i prigionieri di guerra, particolarmente agguerriti per essere sopravvissuti ad anni di lotte e di sofferenze, erano molto ricercati. Molto spesso erano originari di terre lontane (per esempio Numidia, Tracia, Germania), e si proponevano volentieri, in modo da poter progredire in questa carriera.

La partecipazione del pubblico era numerosa e talora come accadde nel 59 a.C, a Pompei nascevano scontri tra le contrapposte tifoserie specialmente quando arrivavano spettatori da città diverse da quella dove si svolgevano i giochi: vi fu infatti una sanguinosa rissa, come raffigura un affresco conservato nel Museo archeologico nazionale di Pompei e come ricorda Tacito:

« ...sulle gradinate sono passati dagli insulti alle vie di fatto. Prima c'è stata una sassaiola e poi si sono accoltellati. I pompeiani hanno avuto la meglio. Molti nocerini sono tornati a casa mutilati di ferite in più parti del corpo. Ci sono stati anche dei morti... [6] »

Le scuole di gladiatori[modifica | modifica wikitesto]

Le rovine del Ludus Magnus, a Roma

L'addestramento dei gladiatori al combattimento nell'arena avveniva in apposite scuole (ludi) gestiti da un proprietario chiamato lanista [7] che affittava i gladiatori all’organizzatore (editor o munerarius) degli spettacoli gladiatorii, i munera, traendone il proprio profitto che non veniva meno neppure se il gladiatore fosse morto durante il combattimento; in questo caso infatti l'editor, oltre a pagare il prezzo d’ingaggio, risarciva al lanista anche il valore del gladiatore, una sorta di indennizzo per i suoi mancati guadagni futuri. L’attività del lanista era in genere poco stimata nel mondo romano [8] e considerata di livello infimo, persino più basso di quello dei lenoni[9].

Il lanista era di solito un ex-gladiatore coadiuvato nella sua attività dai Doctores (o Magistri), abili ex gladiatori affrancati che, conclusa l’attività agonistica, erano stati insigniti del rudis (la spada di legno) [10] ed elevati, pertanto, al rango di rudiarii.

I gladiatori si sottomettevano tramite giuramento al lanista, capo della familia gladiatoria con potere legale sulla vita e la morte di ogni membro del gruppo, compresi i servi poenae, auctorati e ausiliari. [11]

Dopo l’iniziale periodo di ambientamento il lanista decideva insieme al magister, che giudicava le caratteristiche fisiche, la mobilità e la perizia sul campo, e ad un medicus, che ne valutava invece lo stato complessivo di salute, l’assegnazione del novizio (tiro) alla classe gladiatoria più idonea curandone, con la dieta e la ginnastica, lo sviluppo fisico e la tonicità muscolare.

I gladiatori erano alloggiati in celle, disposte come in una caserma intorno un'arena centrale. Giovenale descrive la disposizione dei gladiatori in base al loro ruolo nel circo secondo una rigida gerarchia all'interno della scuola [12]

Costretti ad un durissimo allenamento quotidiano e all’osservanza di una disciplina ferrea, i gladiatori venivano introdotti gradualmente all’arte del duello, prima contro sagome umane (palum) e poi contro veri avversari ma usando armi fittizie, fino ad ottenerne dei validi combattenti e dei professionisti dello spettacolo, addestrati ai segreti e all’etica della professione che prevedeva l'accettazione della morte. [13]

La prima scuola di gladiatori di cui si ha notizia è quella di Caio Aurelio Scauro a Capua che si occupava verso il 105 a.C. dell'addestramento dei gladiatori impiegati dallo stato come addestratori dei legionari:

« Si è saputa una cosa mai successa nell'esercito sotto i generali precedenti. Il console Publio Rutilio per meglio addestrare i soldati a maneggiare le armi è andato a chiamare gli istruttori della scuola di gladiatori di Caio Aurelio Scauro. In questo modo le nostre legioni hanno appreso una tecnica razionale di difesa e offesa. Mi sembra giusto. Il coraggio non basta: deve essere completato da una tecnica più accurata. Quelli che combattono nell'arena, proprio per il mestiere che fanno,conoscono molto bene la lotta corpo a corpo.[14] »

Nella scuola imperiale di Capua erano i gladiatori che all'inizio erano chiamati Iuliani (in seguito Neroniani) perché appartenenti alla familia gladiatoria fondata nel 49 a.C. da Caio Giulio Cesare [15]

La venatio. Mosaico V secolo. Museo dei Mosaici. Istanbul

La più grande ed importante scuola gladiatoria dell’antica Roma era la Ludus Magnus, adiacente al Colosseo, al quale era collegata da una galleria sotterranea, intorno alla quale sorgevano il Ludus Matutinus, ove alla mattina si svolgeva la caccia alle belve feroci (venationes), il Ludus Gallicus e il Ludus Dacicus, altre due scuole che prendevano il nome dalla nazione dei gladiatori in esse ospitati.

Oltre a quella di Roma, le scuole più prestigiose erano quelle di Ravenna, di Pompei e di Capua. Fu proprio per la rivolta scoppiata nel ludus gladiatorius di Capua, diretto dal lanista Lentulo Batiato e capeggiata dal gladiatore Spartaco (109 a.C. circa–71 a.C.), domata solo dopo solo dopo una serie prolungata di costose campagne, a volte disastrose, condotte dalle truppe romane regolari che si decise in epoca tardo-repubblicana di regolamentare il reclutamento dei gladiatori. La paura di rivolte simili, il rischio che le scuole di gladiatori servissero alla formazione di eserciti privati e lo sfruttamento dei munera per acquisire vantaggi politici, indusse il Senato romano ad assumere dei provvedimenti di maggior controllo sui gladiatori, sugli spettacoli e quindi, di fatto, su tutto il circuito gladiatorio. In epoca imperiale con Domiziano ormai molte scuole di gladiatori erano stati più o meno assorbite dallo Stato, compresi quelli di Pergamo , Alessandria , Preneste e Capua. [16]

La dieta dei gladiatori[modifica | modifica wikitesto]

Sembra che la dieta (sagina) dei gladiatori fosse costituita prevalentemente di vegetali come legumi, cereali, cipolle, aglio, semi di finochio, frutta e fichi secchi. [17] Scarsa la carne ma non mancavano latticini, olio, miele, vino annacquato. Prima degli scontri nell'arena per acquistare energia i gladiatori di solito mangiavano focacce d'orzo speziate [18] cosparse di miele e bevevano infusi di fieno greco (Trigonella foenum-graecum) dalle proprietà rinforzanti. [19]

Riferimenti storici della gladiatura[modifica | modifica wikitesto]

Stele del "secutor" (gladiatore) Urbico, fiorentino, morto dopo 13 combattimenti, a 22 anni, nel III secolo avanzato. Nella lapide è compianto dalla moglie (da sette anni) Lauricia e dalle figlie bambine, Olimpia e Fortunense. L'iscrizione conclude minacciando "chi uccide colui che aveva vinto" (?) e ammonendo che i tifosi (amatores) avrebbero coltivato il ricordo di Urbico. La stele è conservata nell'Antiquarium di Milano
  • 105 a.C. - I combattimenti dei gladiatori vengono inseriti nei giochi pubblici romani da Gaio Mario.

Questi combattimenti, certamente mortali, erano molto regolamentati e non somigliavano per niente alla caricatura presentata dai film di Hollywood.

Tuttavia, gli stessi Romani si interrogarono molto presto sull'interesse e la legittimità di un tale spettacolo. Alla gladiatura necessitava, in effetti, il riconoscimento ai diritti legati alla cittadinanza romana; ma ciò era pressappoco un'eresia per i Romani. Per certuni, il gioco valeva la candela poiché la gloria e la fortuna raccolta nell'arena erano veramente considerevoli. Non bisogna però confondere i combattimenti di gladiatori con i veri spettacoli nei quali venivano impiegati animali selvatici o venivano proposte ricostruzioni di battaglie.

Gli storici studiano ormai con una nuova ottica la gladiatura romana[20], in un profilo più "sportivo", rimarcando così, nettamente, una separazione con la storiografia classica, influenzata dalla fede cristiana, molto ostile a certe pratiche.

La gladiatura non era praticata in tutto l'Impero Romano; in Egitto e in Medio Oriente, in particolare, dove ci si contentava delle corse dei carri, lo spettacolo principe dell'antichità.

  • 35 a.C.Strabone riferisce nella sua opera, "Geografia", della trappola ai danni di un certo Seleuro, detto figlio della città di "Aitna" che, portato a Roma per assistere ai combattimenti fra gladiatori, fu fatto sbranare dalle belve.
  • 27– La tragedia di Fidènes

Approfittando della politica di austerità di Tiberio, alcuni opportunisti, mettevano su delle prove che non erano assolutamente coperte dalle migliori garanzie di sicurezza.

Il crollo di un anfiteatro edificato in fretta e furia a Fidènes, qualche chilometro fuori Roma, segnò profondamente i Romani. Tacito che racconta la tragedia nei suoi Annales cita la cifra di 50.000 tra morti e feriti.

In conseguenza di questa tragedia, la legislazione sull'organizzazione dei giochi fu successivamente molto regolamentata in tutto l'Impero.

  • 37 – In controtendenza al regno di Tiberio, l'imperatore romano Caligola, ( dal 37 al 41) moltiplicò il numero delle corse dei carri e di altre competizioni a Roma privilegiando la gladiatura che, già di suo era lo spettacolo preferito rispetto alla boxe ed alle corse dei carri.
  • 399 – Sotto la pressione cristiana avviene la chiusura delle scuole di gladiatori a Roma.

Questo spettacolo romano era disprezzato dai cristiani, i quali non giunsero tuttavia ad interdirne la pratica del tutto nemmeno a Roma.

  • 439– Ultimi combattimenti di gladiatori a Roma (più di un secolo dopo la prima interdizione da parte dell'imperatore Costantino).

I combattimenti[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Categorie di gladiatori romani.
Un reziario trafigge col suo tridente un secutor in un mosaico trovato nella cittadina di Nennig, comune di Perl, in Germania (ca. II-III secolo)

Secondo la cultura popolare, prima del combattimento i concorrenti si recavano sotto la tribuna dell'Imperatore, quando egli era presente, e urlavano: “ Ave Caesar, morituri te salutant.”, (“Ave Cesare, coloro che si apprestano a morire ti salutano.”). Pare invece che la storiografia recente abbia confermato l'infondatezza di questa "notizia". Si ritiene che la frase sia stata pronunciata da un gruppo di condannati a morte che, tentando di ingraziarselo, la scandirono prima di iniziare a combattere per l'imperatore Claudio. Per nulla intenerito, egli disse semplicemente "Continuate".

I combattimenti opponevano sempre delle coppie di gladiatori differenti: Reziari, Secutores, Mirmilloni, Traci, Dimachaeri. Ogni categoria di gladiatori aveva le proprie peculiarità, in materia di equipaggiamento e di colpi permessi. Ogni categoria di gladiatori aveva dei vantaggi e degli svantaggi.
Cercando di rendere pari le chances di ogni combattente, i Romani dosavano questi vantaggi e questi svantaggi. I combattimenti più classici mettevano di fronte:

  • I Reziari contro i Secutores
  • I Traci contro i Mirmilloni

Si gareggiava poi per trovare idee sempre nuove, traendo ispirazione da episodi mitologici, o ricercando situazioni grottesche, come quella inscenata dell'imperatore Domiziano che, nel 90 fece combattere nani contro donne.

È da smentire la credenza secondo cui, al termine del combattimento, il gladiatore perdente fosse generalmente ucciso per giudizio della folla. È probabilmente vero che il pubblico esprimesse il suo gradimento e forse anche la volontà di concedere la vita o di morte; ma era estremamente raro che un gladiatore professionista fosse ucciso, perché questi atleti erano estremamente costosi da addestrare e mantenere. Soltanto chi si comportava vilmente era "condannato a morte" dal pubblico, il che accadeva comunque raramente: i combattenti di carriera erano esperti nel dare spettacolo e il pubblico non voleva vederli morire, affinché potessero tornare in futuro a dare spettacolo. [20]

L'organizzatore, imperatore compreso, doveva pagare una cifra molto alta per ogni gladiatore ucciso. Non era perciò francamente incline a chiedere spesso la morte.[21] e del resto se il gladiatore fosse stato ferito, poteva in qualsiasi momento interrompere il combattimento.[22]I Romani conservavano cimeli della carriera di alcuni gladiatori e le statistiche relative ai giochi che attestassero, ad esempio, quante volte i lottatori nel circo fossero stati "graziati" o avessero vinto.

Quando un gladiatore veniva ucciso dal suo avversario, dopo che un addetto ai giochi verificava che fosse effettivamente morto toccandolo con un ferro rovente, altri inservienti, mascherati da Caronte o Mercurio, trascinavano il corpo attraverso la porta libitina portandolo nello spoliarum dove il gladiatore veniva spogliato dell'armatura e delle armi e, se fosse moribondo, gli si dava il colpo di grazia. [23]

Equivoco del pollice verso[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Pollice verso.
"Pollice verso" di Jean-Leon Gerome, 1872, il quadro all'origine dell'equivoco gestuale.

Sul famoso gesto del pollice verso, le fonti sono scarse e discordanti. Un passo delle Satire di Giovenale («verso pollice vulgus cum iubet»)[24] sembra dare spazio alla circostanza, ma le fonti storiche propriamente dette non ne parlano. Prudenzio, in contra Symmachum 2.1096 usa il verbo convertere: «Et, quoties victor ferrum jugulo inserit, illa delicias ait esse suas, pectusque jacentis virgo modesta jubet converso pollice rumpi».[25] Altre espressioni sono pollicem premere[26] e pollex infestus.[27] In realtà, in tutti i passi latini, il problema verte su quale sia il senso da dare all'espressione «verso pollice» o «converso pollice» o simili, se cioè pollice girato debba intendersi all'insù o all'ingiù.[27] Appare certo, ad esempio, che il pollice rivolto in basso non significasse la morte per il gladiatore.

La lusio[modifica | modifica wikitesto]

Per moderare la virulenza dei cruenti spettacoli del circo che inorridava la parte più moderata dei Romani alcuni imperatori cercarono di temperare il munus rendendolo più umano ricorrendo alla lusio.[28]

Le hoplomachiae infatti potevano essere simulate, con armi adattate per non causare ferite, nel prologo al combattimento vero e proprio con la prolusio o con la lusio nei punti salienti dei munera. Questi duelli simultanei incruenti tra gladiatori disarmati servivano alla loro preparazione per il vero scontro con l'uccisione dell'avversario.

Traiano, Marco Aurelio cercarono di ampliare nelle loro feste la parte dedicata al lusio diminuendo così quella del munus. Dopo i fasti di Ostia, Traiano, il 30 marzo 108 organizzò una lusio della durata di tredici giorni con 350 coppie di gladiatori. Marco Aurelio, il cui figlio Commodo aspirava alla fama di gladiatore, cercò di diminuire, in ottemperanza alla sua filosofia stoica, le spese di bilancio destinate ai munera fuori Roma e quando offrì alla plebe romana le lotte tra gladiatori le organizzò sempre come lusiones.[29]

I Romani continuarono però a preferire alle lusiones le hoplomachiae tanto che in Gallia e in Macedonia dal II secolo in poi furono modificati i teatri affinché potessero servire ai combattimenti tra gladiatori e alle venationes.[30]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi I giochi inaugurali dell'anfiteatro Flavio: le esecuzioni.

A Roma si pensò bene di trasferire le rappresentazioni di tragedie a forti tinte al Colosseo[31] dove in una versione del Laureolus di Catullo un famoso bandito che impersonava il personaggio venne veramente crocefisso, nel Mucius Scaevola il protagonista doveva bruciare un braccio in un braciere e nella Morte di Ercole il mitico eroe veniva bruciato sul rogo.

Il fascino[modifica | modifica wikitesto]

Il fascino dei gladiatori sulle donne romane è confermato da alcune scritte ritrovate sui muri di Pompei: ad esempio il reziario Crescente viene indicato come «signore e medico delle fanciulle nottambule» (dominus et medicus puparum noctornarum), mentre il trace Celado viene definito come «lo struggimento e l’ammirazione delle ragazze» (suspirium et decus puellarum). Marziale definì addirittura il gladiatore Ermes «tormento e spasimo delle spettatrici» (cura laborque ludiarum).

Secondo una tradizione non verificata il sangue di un gladiatore morto veniva ricercato come efficace afrodisiaco [32] ma si legge in Plinio che i romani per lo più lo bevevano dai gladiatori morenti come da coppe viventi, per guarire dall'epilessia: sanguinem quoque gladiatorum bibunt, ut viventibus poculis, comitiales [morbi][33] o come rimedio per l'anemia [34]. Spesso i reziari raccoglievano con spugne nell'arena il sangue dei gladiatori feriti o uccisi per venderlo. [35]

Filmografia[modifica | modifica wikitesto]

Film[modifica | modifica wikitesto]

Televisione[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giacomo Devoto, Gli antichi italici, Volume 79, Vallecchi, Firenze 1967, p.
  2. ^ Claudio Bernardi, Carlo Susa, Storia essenziale del teatro, Vita e Pensiero, Roma 2005, p. 61.
  3. ^ «L'origine etrusca dei giochi gladiatori è stata affermata (O. Keck, in Annlnst, 53, 1881, p. 16 ss) e accettata da molti studiosi.» in Bianca Maria Felletti Maj, La tradizione italica nell'arte romana, Volume 1, G. Bretschneider, Roma 1977, p. 114.
  4. ^ Sandra Facchini, I luoghi dello sport nella Roma antica e moderna, Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Libreria dello Stato, 1990, p.54
  5. ^ Tertulliano, Apologeticum, 15, 5
  6. ^ Tacito, Annales, XIV, 17
  7. ^ Il nome lanista con il quale i Romani chiamavano l'imprenditore che faceva commercio di gladiatori deriverebbe dall'etrusco (in questo senso Isidoro di Siviglia, Origini X, 247).
  8. ^ Fabrizio Paolucci, I dannati dello spettacolo, Giunti Editore, 2003 p.27
  9. ^ I gladiatori
  10. ^ Ne parlano Polibio (X, 20), Livio (XXVI, 51), riferendosi all’addestramento dei soldati di Scipione l'Africano in Spagna (III sec. a.C.), e Vegezio (I, 11) definendolo clava (V sec. d.C.)
  11. ^ Alison Futrell, A Sourcebook on the Roman Games, pp.85, 149
  12. ^ Giovenale, Satira 6 [Oxford Frammento 7.13]
  13. ^ Donald G. Kyle, Sport and Spectacle in the Ancient World, 2007, p.238
  14. ^ Valerio Massimo, V. Maximi Factorum et Dictorum Memorabilium, II, 3, 2
  15. ^ Cicerone, Ad Atticum, 3,14
  16. ^ Donald G. Kyle, op.cit., pp. 285-287, 312.
  17. ^ Tacito, Historiae, II, 88, 2-3; Giovenale, Saturae, XI, 20
  18. ^ Plinio in Naturalis Historia dice che i gladiatori per questo cereale da loro preferito venivano soprannominati hordearii (gonfi d'orzo)
  19. ^ Romano Impero.com
  20. ^ a b L.Jacobelli, Gladiatori a Pompei
  21. ^ P. Postinghel, P. Abbate, Roma, Tecniche Nuove, 2004, p.62
  22. ^ Domenico Augenti, Spettacoli del Colosseo: nelle cronache degli antichi, L'erma di Bretschneider, 2001 p.19
  23. ^ D. Augenti, op.cit. p.20
  24. ^ Giovenale, Satire, 3.35-37.
  25. ^ Jacques Paul Migne, Patrologia Latina, 864.
  26. ^ Plinio, Naturalis Historia, XXVIII.2: «pollices, cum faveamus, premere etiam proverbio iubemur» testo latino su LacusCurtius.
  27. ^ a b (EN) : Pollice Verso. American Journal of Philology, Vol. 13, No. 2 (1892), pp.213‑225, da LacusCurtius.
  28. ^ Jérôme Carcopino, La vita quotidiana a Roma, Universale Laterza, 1971 pp.280-283
  29. ^ J. Carcopino, Op. cit. ibidem
  30. ^ Collart in B.C.H., 1928, p.97
  31. ^ Marziale, De spect., 5, 7, 21, 25
  32. ^ Alberto Angela, Amore e Sesso nell'Antica Roma, Milano, Mondadori, 2012, p. 186.
  33. ^ Plinio, Nat. hist. XXVIII 2
  34. ^ Atti e memorie, Accademia di storia dell'arte sanitaria, Istituto storico italiano dell'arte sanitaria, 1964 p.183
  35. ^ Cinzia Vismara, Il Supplizio come spettacolo, Ed. Quasar, 1990 p.74

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Raymond Bloch, Gli Etruschi, Il Saggiatore Economici, 1994, p. 124
  • Federica Guidi, Morte nell'arena. Storia e leggenda dei gladiatori, Arnoldo Mondatori Editore SpA, Milano, 2006. ISBN 88-04-55132-1.
  • Luciana Jacobelli, Gladiatori a Pompei, L'"Erma" di Bretschneider, Roma, 2003. ISBN 88-8265-215-7.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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