Mu'ammar Gheddafi

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Muʿammar Muḥammad Abū Minyar al-Qadhdhāfī

معمر محمد أبو منيار القذافي

Muammar al-Gaddafi at the AU summit.jpg

Guida e Comandante della Rivoluzione della Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare
Durata mandato 1º settembre 1969 –
20 ottobre 2011
Predecessore Sayyid Hasan I
(Re di Libia)
Successore Mustafa Abd al-Jalil
(Capo di Stato ad interim)

Primo Ministro della Libia
Durata mandato 16 gennaio 1970 –
16 luglio 1972
Predecessore Mahmud Sulayman al-Maghribi
Successore ʿAbd al-Ḥafīẓ Ghōqa

Presidente dell'Unione Africana
Durata mandato 2 febbraio 2009 –
31 gennaio 2010
Predecessore Jakaya Mrisho Kikwete
Successore Bingu wa Mutharika

Dati generali
Partito politico Unione Socialista Araba (1971-1977)
Firma Firma di Muʿammar Muḥammad Abū Minyar al-Qadhdhāfī معمر محمد أبو منيار القذافي

Muʿammar Muḥammad Abū Minyar ʿAbd al-Salām al-Qadhdhāfī, semplificato in lingua italiana come Mu'ammar Gheddafi (in arabo: معمر محمد أبو منيار القذافي ascolta[?·info]; Qasr Abu Hadi, 7 giugno 1942Sirte, 20 ottobre 2011), è stato un militare e politico libico.

Per quarantadue anni è stato la massima autorità del proprio paese, fino alla sua deposizione da parte del Consiglio nazionale di transizione (CNT) durante la Guerra civile libica del 2011, senza ricoprire stabilmente alcuna carica ufficiale ma fregiandosi soltanto del titolo onorifico di Guida e Comandante della Rivoluzione della Grande Jamāhīriyya Araba Libica Popolare. Gheddafi è stato infatti la guida ideologica del colpo di stato militare che il 1º settembre 1969 portò alla caduta della monarchia (accusata di essere corrotta ed eccessivamente filo-occidentale[1]) del re Idris I di Libia e del suo successore Hasan.

Gheddafi instaurò dapprima una dittatura militare, poi, si avvicinò al socialismo arabo di Gamal Abd el-Nasser, infine proclamò il "regime delle masse", basato sulla nuova ideologia, ispirata all'incontro tra Islam, socialismo e capitalismo, del libro verde. Gheddafi è stato ucciso dai ribelli del CNT e la sua morte ha segnato, almeno formalmente, la fine della guerra civile.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Origini e infanzia[modifica | modifica sorgente]

Gheddafi nacque in una tenda presso Qasr Abu Hadi, un villaggio della Tripolitania[2] sito a circa 20 km da Sirte, all'epoca parte della provincia italiana di Misurata, il 7 giugno del 1942 da una modesta famiglia islamica facente parte della tribù degli Qadhadhfa, di cui, però, si hanno ben poche notizie.[3]

All'età di sei anni, Gheddafi rimane coinvolto in un incidente, durante il quale perde due suoi cugini e resta ferito ad un braccio, a causa dell'esplosione di una mina risalente al periodo bellico[4]. Tra il 1956 e il 1961 frequenta la scuola coranica di Sirte, in cui viene a contatto con le idee panarabe del Presidente egiziano Gamal Abd el-Nasser, alle quali aderisce con entusiasmo. Nel 1961 decide di iscriversi all'Accademia Militare di Bengasi. Una volta concluso il corso (1966) e, dopo aver svolto un breve periodo di specializzazione in Gran Bretagna, comincia la propria carriera nelle file dell'esercito libico, ricevendo la nomina al grado di capitano all'età di 27 anni.

Vita personale[modifica | modifica sorgente]

La prima moglie di Gheddafi, Fātiḥa, è un'insegnante, sposata nel 1969. Cronache del tempo raccontano come i due non si fossero mai incontrati prima della data dello sposalizio. Dalla loro unione nasce un solo figlio e, dopo sei mesi di matrimonio, Gheddafi decide di separarsi per sposare la seconda moglie Safia Farkash, nata al-Brasai ed ex-infermiera di origini ungheresi (Farkas in ungherese vuol dire lupo ed è un cognome assai diffuso); i due si conoscono in Bosnia, a Mostar, città di origine della donna dove la famiglia si era trasferita ai tempi in cui il nonno di lei era direttore scolastico[5].

Gheddafi ha avuto otto figli:

Il figlio maggiore è Muḥammad al-Qadhdhāfī, l'unico nato dalla sua prima moglie Fatiha; ricopriva la carica di presidente del Comitato Olimpico Nazionale ed era presidente di Libyana, una dei due operatori di telefonia mobile posseduta dalla General Post and Telecommunication Company. Attualmente vive in Oman insieme alla matrigna e ai fratellastri Hānnībāl e ʿĀʾisha.

Il secondogenito è Sayf al-Islām al-Qadhdhāfī, nato nel 1972 dalla seconda moglie e ritenuto colui che sarebbe dovuto diventare il delfino del colonnello. Laureato in Architettura, collaboratore politico del padre dopo esserne stato designato erede alla presidenza nel 1995, nel 2006, avendo criticato il regime del padre, con la richiesta di attuare riforme in senso democratico, cade momentaneamente in disgrazia e va a vivere all'estero, a Londra, dove consegue un master presso la London School of Economics (LSE) con una tesi, che poi si scopre essere stata copiata (gettando forti ombre anche sul modo di conseguimento della sua precedente laurea), inerente alla natura anti-democratica della governance globale. Ritorna in Libia insediandosi inizialmente alla presidenza della Fondazione caritatevole di famiglia ma, nonostante nel 2008 dichiari di non volere avvicendare il padre nella guida del paese, ritorna a ricoprire via via incarichi sempre più importanti all'interno del regime fino al 2011, quando gli viene dato il compito di portavoce del regime e di lavorare alla realizzazione di una nuova costituzione. Dal 19 novembre dello stesso anno risulta detenuto nel carcere di Zintan.

Il terzogenito è il figlio maschio al-Saʿādī al-Qadhdhāfī, sposato con la figlia di un generale dell'esercito libico e ha come principale interesse il calcio (ha giocato con scadenti risultati in Serie A con il Perugia, esordendo in un incontro contro la Juventus, e ha militato, sempre in Serie A, anche nell'Udinese e nella Sampdoria).

Il quartogenito è Hānnībāl al-Qadhdhāfī, incaricato alla gestione dell'export del petrolio libico, si rende protagonista di alcuni incidenti in Italia (dove ha aggredito nel 2001 tre agenti di polizia), Francia (dove ha aggredito una ragazza a Parigi) e Svizzera. In quest'ultimo paese viene anche arrestato per aver aggredito due camerieri alle sue dipendenze a Ginevra, causando un grave conflitto diplomatico-economico-politico tra Berna e la Libia[6] (→ Crisi diplomatica fra Libia e Svizzera). Dall'11 settembre 2011 risulta essere rifugiato in Niger.

Il quintogenito è al-Muʿtaṣim bi-llāh al-Qadhdhāfī (chiamato Mutassim o Motassim Gheddafi), ritenuto dall'intelligence americana confidente del padre[7] e unica seria alternativa a Sayf al-Islām al-Qadhdhāfī per la successione. Alcune voci però lo descrivono coinvolto in un tentativo di colpo di Stato contro il padre e in una successiva sua fuga in Egitto[8]. Dopo qualche anno di esilio gli viene però concesso di rientrare in Libia, dove diventa consigliere per la sicurezza nazionale e comandante di un'unità speciale dell'Esercito.

Il sesto figlio è Sayf al-ʿArab al-Qadhdhāfī, studia a Monaco di Baviera presso la Technische Universität (dove nel 2008 si narra che la polizia tedesca gli sequestra l'automobile a seguito di gravi infrazioni). Nel 2011, viene nominato a capo di alcune milizie dell'esercito libico durante le ribellioni. Viene dichiarato morto da alcune fonti il 20 ottobre dello stesso anno insieme al padre in seguito a un linciaggio.

Il settimo figlio è Khamīs al-Qadhdhāfī, molto fedele al padre, anche lui ufficiale dell'esercito libico. Si narra che a tre anni, nel 1986, durante il blitz americano su Tripoli a cui Gheddafi riesce a scampare, viene ferito. Si laurea prima presso l'accademia militare di Tripoli, ottenendo un diploma in arte e scienza militare, in seguito all'Accademia Militare di Mosca e all'Accademia di Stato Maggiore dell'Accademia delle Forze Armate della Federazione Russa. Dall'aprile 2010 si iscrive ad un master in economia presso la IE Business School di Madrid, venendone però successivamente espulso nel marzo 2011 a causa dei "suoi collegamenti agli attacchi contro la popolazione libica". La guerra civile libica infatti, durante la quale viene soprannominato "Muʿammar il giovane" dai propri miliziani e "macellaio" dai rivoltosi di Bengasi, lo vede al comando delle brigate che sparano per reprimere le prime rivolte scoppiate il 17 febbraio in Cirenaica. Viene più volte dato per morto, ma al 20 ottobre 2012 risulta essere ancora latitante.

Unica figlia, prediletta dal padre, è ʿĀʾisha al-Qadhdhāfī, un avvocato che ha difeso, tra gli altri, Saddam Hussein e il giornalista iracheno Muntazar al-Zaydi.

Gheddafi ha adottato anche due bambini, Hanna e Milad. Hanna, data per uccisa durante il bombardamento statunitense del 1986, compare insieme a lui in un filmato, probabilmente del 1988, e sarebbe ancora viva, come testimoniato da alcune foto rinvenute nella residenza-bunker di Gheddafi, e da non meglio precisate testimonianze.

Anni sessanta, settanta e ottanta[modifica | modifica sorgente]

Il ventisettenne Gheddafi incontra nello stesso anno del colpo di Stato libico il cinquantunenne Raʾīs egiziano Gamal Abd al-Nasser, suo modello ideologico, cui rimarrà sempre devoto.

Insoddisfatto del governo guidato dal re Idris I, giudicato da Gheddafi e da altri ufficiali troppo servile nei confronti di Stati Uniti e Francia, il 26 agosto del 1969 si pone alla guida del colpo di Stato organizzato contro il sovrano, che porta, il 1º settembre dello stesso anno, alla proclamazione della Repubblica guidata da un Consiglio del Comando della Rivoluzione composto da 12 militari di tendenze panarabe filo-nasseriane. Gheddafi, che nel frattempo si è autopromosso al grado di colonnello e si è messo a capo di tale Consiglio, instaura in Libia un regime che si trasforma in una vera e propria dittatura.

Una volta al potere, Gheddafi fa approvare dal Consiglio una nuova costituzione e abolisce le elezioni e tutti i partiti politici. La Libia non si può infatti considerare una democrazia, non essendovi concesse molte libertà politiche (tra cui, per esempio, il multipartitismo). La politica della prima parte del governo Gheddafi viene definita dai suoi sostenitori una "terza via" rispetto al comunismo e al capitalismo, nella quale cerca di coniugare i principi del panarabismo con quelli della socialdemocrazia. Gheddafi decide di esporre le proprie visioni politiche e filosofiche nel suo Libro verde (esplicito ammiccamento al Libretto rosso di Mao Tse-tung), che pubblica nel 1976.

In nome del Nazionalismo arabo, decide di nazionalizzare la maggior parte delle proprietà petrolifere straniere, di chiudere le basi militari statunitensi e britanniche, in special modo la base "Wheelus", ridenominata "ʿOqba bin Nāfiʿ" (dal nome del primo conquistatore arabo-musulmano delle regioni nordafricane) e di espropriare tutti i beni delle comunità italiana ed ebraica, espellendole dal paese.

Infatti, proprio fra le primissime iniziative del regime di Gheddafi, c'è l'adozione di misure sempre più restrittive nei confronti della popolazione italiana che era rimasta a vivere in quella che era stata la ex-colonia, limitazioni che culminano con il decreto di confisca del 21 luglio 1970 emanato per "restituire al popolo libico le ricchezze dei suoi figli e dei suoi avi usurpate dagli oppressori". Gli italiani vengono pertanto privati di ogni loro bene, compresi i contributi assistenziali versati all'INPS e da questo trasferiti, in base ad un accordo, all'istituto libico corrispondente, e sono sottoposti a progressive restrizioni che culminano con la costrizione a lasciare il Paese entro il 15 ottobre del 1970[9]. Dal 1970, ogni 7 ottobre in Libia si celebra il “Giorno della vendetta”, in ricordo del sequestro di tutti i beni e dell'espulsione di 20.000 italiani.

La bandiera nazionale della Libia, in uso dal 1977 al 2011. Tra il 1969 e il 1977 Gheddafi aveva adottato lo stesso vessillo tricolore dell'Egitto di Nasser. Poi, negli anni in cui si preparano gli Accordi di Camp David che portano alla firma da parte di Sādāt della pace tra Egitto ed Israele, come forma di protesta e disprezzo nei confronti del governo egiziano, adottò un vessillo completamente verde.

Politica estera[modifica | modifica sorgente]

In politica estera, il regime libico diventa finanziatore dell'OLP di Yasser Arafat nella sua lotta contro Israele, inoltre, si fa spesso propugnatore di un'unione politica tra i tanti Stati islamici dell'Africa, caldeggiando in particolare, nei primi anni settanta, un'unione politica con la Tunisia; la risposta interlocutoria (ma sostanzialmente negativa) dell'allora presidente tunisino Bourguiba fa però tramontare questa ipotesi.[10] Sempre nel medesimo periodo, e per molti anni successivi, Gheddafi è uno dei pochissimi leader internazionali che continuano a sostenere i dittatori Idi Amin Dada e Bokassa (quest'ultimo però soltanto nel periodo in cui si dichiarò musulmano), mentre non verrà mai dimostrato un suo coinvolgimento nella misteriosa scomparsa in Libia, nel 1978, dell'Imam sciita Musa al-Sadr (di cui non apprezza i tentativi di pacificazione del Libano) e neppure il suo fattivo sostegno al combattente palestinese Abu Nidal e alla sua organizzazione para-militare, organizzatori, tra l'altro, della Strage di Fiumicino nel 1985. In quest'ultimo caso la Libia smentisce ogni suo coinvolgimento ma non manca di rendere ufficialmente onore ai terroristi attori di tale attentato.

Dal 16 gennaio 1970 al 16 luglio 1972 Gheddafi è anche, ad interim, primo ministro della Libia, prima di lasciare il posto a ʿAbd al-Salām Jallūd. Nel 1977, grazie ai maggiori introiti derivanti dal petrolio, il regime decide di effettuare alcune opere a favore della propria nazione, come la costruzione di strade, ospedali, acquedotti ed industrie. Proprio sull'onda della popolarità di tale politica, nel 1979, Gheddafi rinuncia a ogni carica ufficiale, pur rimanendo l'unico vero leader del paese, serbandosi solo l'appellativo onorifico di "Guida della Rivoluzione".

Negli anni ottanta avviene un'ulteriore radicalizzazione nelle scelte di politica internazionale. La sua ideologia anti-israeliana e anti-americana lo porta a sostenere gruppi terroristi, quali ad esempio l'IRA irlandese e il Settembre Nero palestinese. Viene anche accusato dall'Intelligence statunitense di essere l'organizzatore degli attentati in Sicilia, Scozia e Francia, anche se per questi atti si è sempre proclamato estraneo. Si rende, altresì, sicuramente responsabile del lancio di due missili SS-1 Scud contro il territorio italiano di Lampedusa, come rappresaglia per il bombardamento della Libia da parte degli Stati Uniti nell'operazione El Dorado Canyon. I missili fortunatamente non provocano danni, cadendo in acqua a 2 km dalle coste siciliane.

Il suo regime, pertanto, diviene il nemico numero uno degli Stati Uniti d'America ed è progressivamente emarginato dalla NATO. Questa tensione prelude, il 15 aprile 1986, al blitz militare sulla Libia per volere del presidente statunitense Ronald Reagan: un massiccio bombardamento ferisce mortalmente la figlia adottiva di Gheddafi, ma lascia indenne il colonnello, che poi si scoprirà essere stato preventivamente avvertito delle intenzioni statunitensi da Bettino Craxi, allora Presidente del Consiglio italiano[11]. Quando Gheddafi scopre che l'Inghilterra ha fornito le basi agli aerei americani per il blitz, decide di aumentare gli aiuti all'IRA.[12]

Il 21 dicembre del 1988 esplode un aereo passeggeri sopra la cittadina scozzese di Lockerbie, dove periscono tutte le 259 persone a bordo oltre a 11 cittadini di Lockerbie. Prima dell'11 settembre 2001, questo è l'attacco terroristico più grave mai avvenuto. L'ONU attribuisce alla Libia la responsabilità dell'attentato aereo, chiedendo al governo di Tripoli l'arresto di due suoi cittadini accusati di esservi direttamente coinvolti. Al netto e insindacabile rifiuto di Gheddafi, le Nazioni Unite approvano la Risoluzione 748, che sancisce un pesante embargo economico contro la Libia, la cui economia si trova già in fase calante. Solo nel 1999, con la decisione da parte libica di cambiare atteggiamento nei confronti della comunità internazionale, Tripoli accetta di consegnare i sospettati di Lockerbie: 'Abd al-Baset 'Ali Mohamed al-Megrahi viene condannato all'ergastolo nel gennaio 2001 da una corte scozzese, mentre al-Amin Khalifa Fhimah viene assolto[13]. Nel febbraio 2011, intervistato dal quotidiano svedese Expressen, l'ex ministro della giustizia Mustafa Abd al-Jalil ha ammesso le responsabilità dirette del colonnello Gheddafi nell'ordinare l'attentato del 1988 al Volo Pan Am 103[14][15].

1leftarrow.pngVoce principale: Stato canaglia.

Strage di Ustica[modifica | modifica sorgente]

Mu'ammar Gheddafi in una foto degli anni '80.

Venerdì 27 giugno 1980 un aereo di linea Douglas DC-9, codice I-TIGI, appartenente alla compagnia aerea italiana Itavia, in volo da Bologna a Palermo si squarciò all'improvviso e scomparve in mare nei pressi dell'isola di Ustica. Persero la vita 81 persone e non ci furono superstiti. Inizialmente le cause maggiormente accreditate furono il "cedimento strutturale" e la "bomba". A distanza di molti anni in cui si sono susseguiti innumerevoli depistaggi, falsi indizi e morti sospette, sembrerebbe invece affermarsi la tesi più plausibile ma altrettanto scomoda, quella cioè dell'abbattimento. Un missile aria/aria sarebbe stato lanciato da un velivolo militare francese all'indirizzo di un caccia libico MiG-23 che, in sorvolo non autorizzato nei cieli italiani, avrebbe tentato di nascondersi nella traccia radar del DC-9. Il missile però anziché colpire il MiG, avrebbe raggiunto ed abbattuto l'aereo passeggeri italiano. Un secondo missile avrebbe invece centrato l'aereo libico che si sarebbe poi schiantato in Calabria, più precisamente nel territorio del comune di Castelsilano (KR), con il conseguente decesso del pilota. All'origine dell'intervento francese vi sarebbe stata la convinzione da parte dei servizi di intelligence transalpini che sul velivolo libico si trovasse il colonnello Gheddafi, personaggio particolarmente inviso alla Francia che perciò avrebbe tentato con questa operazione militare di realizzarne l'eliminazione fisica.

Ad avvalorare questa versione dei fatti vi è una dichiarazione pubblicata nel febbraio 2007 da Francesco Cossiga, presidente del Consiglio all'epoca della strage: ad abbattere il DC-9 sarebbe stato un missile «a risonanza e non a impatto», lanciato da un velivolo dell'Aéronavale decollato dalla portaerei Clemenceau. Sempre secondo quanto dichiarato da Cossiga, furono i servizi segreti italiani ad informare lui e l'allora ministro dell'Interno Giuliano Amato dell'accaduto. Infine aggiunse: «i francesi sapevano che sarebbe passato l'aereo di Gheddafi, che si salvò perché il Sismi lo informò quando lui era appena decollato e decise di tornare indietro».[16]

Dal 1990 al 2010[modifica | modifica sorgente]

A partire dai primi anni novanta, Gheddafi decide un ulteriore cambiamento del ruolo del suo regime all'interno dello scacchiere internazionale; condanna l'invasione dell'Iraq ai danni del Kuwait nel 1990 e successivamente sostiene le trattative di pace tra Etiopia ed Eritrea. Quando anche Nelson Mandela fa appello alla "Comunità Internazionale", a fronte della disponibilità libica di lasciar sottoporre a giudizio gli imputati libici della strage di Lockerbie e al conseguente pagamento dei danni provocati alle vittime, l'ONU decide di ritirare l'embargo alla Libia (primavera del 1999).

Nei primi anni duemila, proprio questi ultimi sviluppi della politica libica, portano Gheddafi ad un riavvicinamento agli USA e alle democrazie europee, con un conseguente allontanamento dall'integralismo islamico. Grazie a questi passi il presidente statunitense George W. Bush decide di togliere la Libia dalla lista degli Stati Canaglia (di cui fanno parte Iran, Siria e Corea del Nord) portando al ristabilimento di pieni rapporti diplomatici tra Libia e Stati Uniti.

Nel 2004, il Mossad, la CIA e il Sismi individuano una nave che trasporta la prova che il regime libico sia in possesso di un arsenale di armi di distruzione di massa. Invece di rendere pubblica la scoperta e sollevare uno scandalo, Stati Uniti e Italia pongono a Gheddafi un ultimatum che viene accettato.[17]

Gli anni 2000 vedono Gheddafi protagonista del riavvicinamento tra Italia e Libia, sancito da diverse visite ufficiali del capo libico in Italia e della controparte italiana in Libia.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Relazioni bilaterali tra Italia e Libia.

Discorso all'Onu del 2009[modifica | modifica sorgente]

Nel 2009 nel suo discorso all'Onu come Presidente dell'Unione Africana ha messo in discussione il ruolo del consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dichiarando che dopo la seconda guerra mondiale nonostante il consiglio di sicurezza ci siano state 65 guerre, che i 5 membri permanenti del consiglio di sicurezza ONU non rappresentano tutti i paesi e hanno il "potere" di decidere le sorti di una nazione sovrana a seconda dei loro interessi, e chi ha avuto un ruolo nelle guerre dopo la Seconda guerra mondiale debba risarcire e essere processato dal Tribunale internazionale; ha poi aggiunto che il diritto di veto è ingiusto perché non garantisce la parità tra ogni singolo stato sovrano, si è persa fiducia nei confronti del consiglio di sicurezza ONU perché ogni paese e comunità ha istituito il proprio consiglio di sicurezza e che quindi il Consiglio di Sicurezza si è sempre più isolato; ha criticato l'Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica dichiarando che non è giusto che i Paesi più potenti non siano sotto la sua giurisdrizione e che viene usata solo contro i paesi più deboli, e che se fosse veramente un'organizzazione internazionale tutti i paesi dovrebbero essere membri dell'IAEA.

Ha ribadito un seggio permanente per l'Africa; ha preteso un risarcimento di 777 miliardi di dollari dai paesi colonizzatori, citando inoltre l'accordo italo-libico in cui l'Italia si impegna a versare 250 milioni di dollari all’anno di risarcimento per i prossimi vent’anni e alla costruzione di un ospedale per i libici mutilati in seguito alle mine collocate in territorio libico durante la Seconda Guerra Mondiale. Inoltre ha sottineato l'importanza delle mine anti-uomo e messo in discussione la convenzione di Ottawa. Le mine sono armi difensive, se vengono piazzate lungo il confine di un Paese e qualcuno vuole invaderlo, perché si sta invadendo uno Stato sovrano e sarebbe più logico eliminare le armi di distruzione di massa che armi difensive come le mine. La Convenzione dovrebbe essere riconsiderata, l’arma difensiva non viene piazzata in un altro Paese ed è il nemico che invade.

Ha avuto parole di elogio per il presidente Obama definendo come un evento storico la sua vittoria come presidente degli Stati Uniti d'America, perché, in un Paese in cui i neri un tempo non potevano stare assieme ai bianchi in caffè o ristoranti o sedersi vicino a loro in autobus. Le vaccinazioni e le medicine non dovrebbero essere vendute. Nel suo Libro Verde, sostiene che i medicinali non dovrebbero essere venduti né soggetti alla commercializzazione. I medicinali devono essere gratuiti e i vaccini dati gratuitamente ai bambini, ma le aziende capitalistiche producono i virus e le vaccinazioni e vogliono realizzare un profitto.

Ha messo in discussione la sede dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, dichiarando che sia meglio scegliere un luogo che sia più centrale rispetto a tutti i Paesi del mondo, in modo da evitare lunghi viaggi per i componenti dell'Assemblea e evitare che sia preso di mira per attacchi terroristici. Ha criticato il ruolo delle Nazioni Unite avuto durante gli omicidi politici o le condanne a morte di altri capi di stato presso i tribunali, ha messo a confronto la guerra del Kuwait con l'invasione dell'Iraq dichiarando che nel primo caso l'ONU è intervenuta mentre nel secondo caso l'ONU non ha rispettato la propria carta dei diritti.

Grande fiume Artificiale[modifica | modifica sorgente]

Il Grande fiume artificiale (o GMR, acronimo della traduzione inglese Great Man-made River, in arabo النهر الصناعي العظيم) è un acquedotto libico che preleva acqua dolce dal Sahara libico per condurlo ai paesi della costa dello stato africano.

Tale opera è stata voluta da Mu'ammar Gheddafi per portare acqua potabile a costo zero e distribuirla alle città costiere del proprio Paese. Per fare ciò ha sfruttato l'enorme quantità di acqua fossile, presente a grande profondità nel Sahara libico, trasportandola per centinaia di chilometri verso le città costiere di Tripoli, Bengasi, Sirte, Tobruch, dove risiede il 70 per cento della popolazione. Tale idea nacque negli anni ottanta e il progetto fu redatto dalla società americana Brown and Rooth. La realizzazione dell'opera venne affidata all'impresa sudcoreana Dong Ha.

Guerra civile del 2011, la cattura e la morte[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Guerra civile libica.

Nel 2011, il procuratore del Tribunale Penale Internazionale, Luis Moreno Ocampo, chiede alla corte penale l'incriminazione di Gheddafi per crimini contro l'umanità, insieme al figlio Sayf al-Islam Gheddafi e al capo dei servizi segreti libici Abd Allah al-Sanussi[18]. La richiesta di incriminazione nasce dalle prove raccolte sui comportamenti messi in atto per la repressione della rivolta libica del 2011[18].

Il 20 ottobre 2011 risultando vana ogni ulteriore resistenza nella difesa della città di Sirte, nella quale si era asserragliato dopo la caduta di Tripoli, Muʿammar Gheddafi tenta di guadagnare il deserto per continuare la lotta, ma il convoglio in cui viaggia viene attaccato da parte di aerei militari francesi. Raggiunto da elementi del CNT, Gheddafi viene catturato vivo, ferito alle gambe. Dopo essere stato ripetutamente pestato e brutalizzato, venne ucciso con un colpo di pistola alla testa; i suoi ultimi momenti di vita vengono impressi in numerosi video dei presenti all'avvenimento. Successivamente il suo cadavere viene trasportato a Misurata, esposto al pubblico e, quindi, sepolto in una località segreta nel deserto libico.[19][20] La sua eredità politica e la guida della Jamāhīriyya vengono raccolte dall'altro figlio Sayf al-Islām al-Qadhdhāfī, il quale, il 23 ottobre 2011, per mezzo della Tv siriana al-Rāʾī (L'opinione), ha dichiarato in un breve messaggio audio di voler vendicare la morte del padre e di continuare la resistenza contro il CNT, le forze della NATO e l'esercito francese sino alla fine: "Io vi dico, andate all'inferno, voi e la NATO dietro di voi. Questo è il nostro Paese, noi ci viviamo, ci moriamo e stiamo continuando a combattere". Il CNT ha poi deciso di aprire un'inchiesta sulla morte di Mu'ammar Gheddafi.

Sospetti sulla morte[modifica | modifica sorgente]

Circa un anno dopo la morte di Gheddafi, alcune dichiarazioni di Mahmoud Jibril hanno alimentato forti sospetti secondo i quali il vero esecutore del rais non sarebbe stato un ribelle del CNT ma un agente dei servizi segreti francesi infiltrato. L'uccisione di Gheddafi sarebbe nata per evitare la divulgazione delle notizie degli stretti rapporti che legavano l'ex leader libico a Nicolas Sarkozy, allora presidente della Francia, in particolar modo dei diversi milioni di dollari versati dal rais per le campagne elettorali. In base a delle rivelazioni di Rami El Obeidi, ex responsabile per i rapporti con le agenzie di informazioni straniere per conto del Consiglio nazionale di transizione, i servizi segreti francesi avrebbero individuato Gheddafi mediante il suo satellitare; in quel periodo il rais cercava di mettersi in contatto con alcuni suoi fedelissimi fuggiti in Siria.

Dopo la morte[modifica | modifica sorgente]

Nel marzo 2012 la Guardia di Finanza ha sequestrato beni in Italia della famiglia Gheddafi per oltre un miliardo di euro. Tra questi l’1,256% di Unicredit (pari ad un valore di 611 milioni di euro), il 2% di Finmeccanica, l’1,5% della Juventus, lo 0,58% di Eni, pari a 410 milioni, lo 0,33% di alcune società del gruppo Fiat, come Fiat Spa e Fiat Industrial. Oltre alle quote azionarie, le Fiamme Gialle hanno apposto i sigilli anche a 150 ettari di terreno nell’isola di Pantelleria, due moto (una Harley Davidson e una Yamaha) e un appartamento in via Sardegna, a Roma. Diversi anche i conti correnti posti sotto sequestro: il deposito più consistente, 650 000 euro in titoli, è quello presso la filiale di Roma della Ubae Bank, una joint venture italo-libica[21].

Oltre a ciò, in numerosi altri paesi sono stati sequestrati beni di vario tipo e conti bancari, per un totale di duecento miliardi di dollari. Ciò farebbe di Gheddafi l'ottava persona più ricca della storia.[22]

Dopo la morte (Libia)[modifica | modifica sorgente]

Dopo la sua morte la Libia è entrata in una nuova fase di guerra civile, morto Gheddafi che faceva da collante tra tutte le confessioni tribali libiche, numerosi scontri tra tribù e fazioni rivali stanno dilaniando il paese per il controllo dei numerosi pozzi e giacimenti petrolifici o di importanti vie commerciali. Cristiani e minoranze di altre religioni ora in Libia vengono perseguitate dalle milizie armate islamiste che con la guerra civile hanno acquisito veri e propri arsenali di guerra e il governo ha reinstaurato la legge islamica della Sharia ed è stata reintrodotta la poligamia a differenza della Jamāhīriyya di Gheddafi che garantiva libertà di culto e vietava la poligamia.

Opere[modifica | modifica sorgente]

I, La soluzione del problema della democrazia. Il potere del popolo, Milano, Mursia, 1977.
II, La soluzione del problema economico. Il socialismo, Palermo, Palumbo, 1978.
  • Il libro bianco ( Risoluzione del problema israelo-palestinese e del medio oriente)

Onorificenze[modifica | modifica sorgente]

Onorificenze libiche[modifica | modifica sorgente]

Gran Maestro dell'Ordine della Repubblica - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine della Repubblica
Gran Maestro dell'Ordine del Coraggio - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine del Coraggio
Gran Maestro dell'Ordine del Jihad - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine del Jihad
Gran Maestro dell'Ordine del Grande Conquistatore - nastrino per uniforme ordinaria Gran Maestro dell'Ordine del Grande Conquistatore

Onorificenze straniere[modifica | modifica sorgente]

Membro Onorario del Xirka Ġieħ ir-Repubblika (Malta) - nastrino per uniforme ordinaria Membro Onorario del Xirka Ġieħ ir-Repubblika (Malta)
— 5 dicembre 1975, revocata
Gran Cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica di Polonia (Polonia) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Cordone dell'Ordine al Merito della Repubblica di Polonia (Polonia)
— 1978
Cavaliere di Gran Croce in Oro dell'Ordine della Buona Speranza (Sudafrica) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di Gran Croce in Oro dell'Ordine della Buona Speranza (Sudafrica)
— Zawara, 28 ottobre 1997[23]
Cavaliere di grande stella dell'Ordine della grande stella di Iugoslavia (Iugoslavia) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di grande stella dell'Ordine della grande stella di Iugoslavia (Iugoslavia)
— Belgrado, 27 ottobre 1999
Ordine di Jaroslav il Saggio di I Classe (Ucraina) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine di Jaroslav il Saggio di I Classe (Ucraina)
— 2003
Compagno Onorario d'Onore con Collare dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta) - nastrino per uniforme ordinaria Compagno Onorario d'Onore con Collare dell'Ordine Nazionale al Merito (Malta)
— 8 febbraio 2004
Gran Commendatore dell'Ordine della Repubblica di Gambia (Gambia) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Commendatore dell'Ordine della Repubblica di Gambia (Gambia)
— 2009
Gran Collare dell'Ordine del Liberatore (Venezuela) - nastrino per uniforme ordinaria Gran Collare dell'Ordine del Liberatore (Venezuela)
— Isola Margarita, 28 settembre 2009
Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Leone Bianco (Repubblica Ceca) - nastrino per uniforme ordinaria Cavaliere di I Classe dell'Ordine del Leone Bianco (Repubblica Ceca)
Ordine di Bogdan Chmel'nyc'kyj di I Classe (Ucraina) - nastrino per uniforme ordinaria Ordine di Bogdan Chmel'nyc'kyj di I Classe (Ucraina)
— Kiev
immagine del nastrino non ancora presente "Victoire historique" Medal
— 7 ottobre 2008
immagine del nastrino non ancora presente Medaille de l'Afrique
— 14 febbraio 2009
immagine del nastrino non ancora presente Medaglia d'Oro dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" - Italia
— Roma, 10 giugno 2009
immagine del nastrino non ancora presente Medaglia d'Onore Speciale dell'Observatoire du Sahara et du Sahel - Tunisia
«Per il suo impegno per lo sviluppo sostenibile in Africa»
— Tripoli, 31 marzo 2008

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Biografia di Muammar Gheddafi - Biografieonline.it
  2. ^ Blundy, David; Lycett, Andrew (1987). Qaddafi and the Libyan Revolution. Boston and Toronto: Little Brown & Co. ISBN 978-0-316-10042-7.
  3. ^ A tal riguardo, nel 2009, un'anziana signora israeliana di origine libica, tal Rachel Tammam, ha affermato senza poter fornire alcuna prova che Gheddafi avrebbe anche una discendenza ebraica in quanto figlio di sua zia Razale Tammam (un'ebrea di Bengasi che, poco dopo la maggiore età, avrebbe sposato un uomo musulmano, scontrandosi contro la volontà del padre). Cfr. La Stampa.it: "Gheddafi ha origini ebraiche" del 7 ottobre 2009. Questa voce relativa alle possibili origini ebraiche del leader libico, che ha circolato ormai da tempo, non è però mai stata dimostrata in modo inequivocabile dagli storici, dando adito al dubbio che si tratti di una pura e semplice fantasia o di un gossip sottilmente anti-ebraico, visto che nel mondo islamico, dopo la nascita dello Stato d'Israele, realizzata sotto gli auspici degli ideali sionisti, l'affermazione che qualcuno abbia origini ebraiche suona per lo più come una sorta di denigrazione di una certa gravità.
  4. ^ Intervista di Tommaso Di Francesco ad Angelo Del Boca, "il manifesto", 31 agosto 2008, p. 5.
  5. ^ http://www.pestiside.hu/20110414/omg-gaddafis-wife-is-hungarian/
  6. ^ «Noi, schiavi di Hannibal Gheddafi» - Corriere della Sera
  7. ^ Redazione, Gheddafi, arrestati 3 dei suoi 7 figli: Catturato il "delfino" Seif in Umbria Left.it, 21 agosto 2011. URL consultato il 24 gennaio 2013.
  8. ^ Barbara Ciolli, I fedeli della banda del buco in Lettera43.it, 20 ottobre 2011. URL consultato il 24 gennaio 2013.
  9. ^ www.airl.it
  10. ^ Claudio Lo Jacono, "Sul progetto d’unione fra Tunisia e Libia", in: Oriente Moderno, (Studi in onore di F. Gabrieli), LIV, 1974, pp. 117-122.
  11. ^ I libici rivelano 20 anni dopo: «Così Craxi salvò Gheddafi». Corriere della Sera. Politica. 31 ottobre 2008.
  12. ^ casarrubea.files.wordpress.com
  13. ^ Il terrorismo libico e la risposta di Reagan. Corriere della Sera, 11 giugno 2009.
  14. ^ Vedi: (SE) http://www.expressen.se/nyheter/1.2341356/khadaffi-gav-order-om-lockerbie-attentatetl
  15. ^ Libia: Gheddafi ordinò strage Lockerbie in Ansa, 23 febbraio 2011. URL consultato il 23 febbraio 2011.
  16. ^ Strage di Ustica, nuove indagini. Sentito Cossiga: un missile francese, Corriere della Sera, 22 giugno 2008.
  17. ^ Libero (28-8-2009
  18. ^ a b Mandato d'arresto per Gheddafi e il figlio "Colpevole di crimini contro l'umanità" - Repubblica.it, la Repubblica, 16 maggio 2011
  19. ^ Libia, Cnt: "Ucciso Gheddafi" Confermata la morte del rais - La Repubblica
  20. ^ (EN) Muammar Gaddafi killed as Sirte falls - Al Jazeera
  21. ^ Sequestro record a patrimonio Gheddafi Bloccati beni per oltre un miliardo di euro | Redazione Il Fatto Quotidiano | Il Fatto Quotidiano
  22. ^ Sebastian Cap, L’uomo più ricco della storia in Altervista.com, 19 ottobre 2012. URL consultato il 24 gennaio 2013.
  23. ^ 1997 National Orders awards

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Predecessore Capo del Comando del Consiglio Rivoluzionario Successore Flag of Libya (1969–1972).svg
Idris I di Libia
(come Re di Libia)
1º settembre 1969 - 2 marzo 1977 Mu'ammar Gheddafi
(come Presidente della Libia)
Predecessore Presidente della Libia Successore Flag of Libya (1977-2011).svg
Mu'ammar Gheddafi (come Capo del Comando del Consiglio Rivoluzionario) 2 marzo 1977 - 2 marzo 1979 Mu'ammar Gheddafi
(come Guida della Rivoluzione Libica)
Predecessore Guida della Rivoluzione Libica Successore Flag of Libya (1977-2011).svg
Mu'ammar Gheddafi
(come Presidente della Libia)
2 marzo 1979 - 20 ottobre 2011 Mustafa Abd al-Jalil
(come Capo di Stato ad interim)
Predecessore Primo ministro della Libia (ad interim) Successore Flag of Libya (1969–1972).svg
Mahmud Sulayman al-Maghribi 16 gennaio 1970 – 16 luglio 1972 ʿAbd al-Salām Jallūd
Predecessore Presidente dell'Unione Africana Successore
Jakaya Mrisho Kikwete 2 febbraio 2009 - 31 gennaio 2010 Bingu wa Mutharika

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