Moschea di Juma

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la moschea di Juma

La moschea di Juma, (lett. la moschea del venerdì), anche conosciuta come moschea superiore (Yukhari Govhar Agha), sorge nella città di Shushi nella repubblica de facto del Nagorno Karabakh.

Il nome[modifica | modifica sorgente]

Il suo nome ("superiore") deriva dal fatto che si trova nella parte alta della città e veniva così distinta dall'altro edificio, assai simile, che si trova nella parte bassa e che per questo è chiamato "inferiore" (Asgahi). Govhar Agha era il nome della figlia di Ibrahim Khalil Khan che ne ordinò la costruzione.

Storia[modifica | modifica sorgente]

I lavori di costruzione della moschea furono appunto commissionati nel 1768 da Ibrahim Khalil Khan ma rimasero fermi per quasi un secolo. L'edificazione fu ripresa e completata solo tra il 1883 ed il 1885 dall'architetto persiano Karbalayi Sakikhan su commissione di Govhar Agha. In epoca sovietica la moschea cessò le sue funzioni di culto ed al suo interno fu allestito il museo etnografico poi trasferito dopo la guerra in altra sede.[1]

Architettura[modifica | modifica sorgente]

La sala di culto, a forma quadrata, si presenta a tre navate separate da due ordini di sei colonne. All'esterno si ergono due imponenti minareti costruiti in mattoni mentre l'edificio principale è in pietra.

Situazione attuale[modifica | modifica sorgente]

La moschea di Juma e quella "inferiore" sono le uniche due sopravvissute alla guerra. Dopo i pogrom armeni degli anni Venti la città era rimasta popolata quasi esclusivamente da musulmani e contava diciassette moschee, quindici delle quali sono andate distrutte nel corso del conflitto. Riconquistata la città da parte degli armeni, le autorità del nuovo stato si sono impegnate a proteggere le due moschee considerate patrimonio architettonico di Shushi; nel 2010 sono stati avviati lavori di restauro nella moschea di Juma che tuttavia rimane chiusa al culto essendo tutta la popolazione della città di religione cristiana.[2] I lavori di restauro sono stati in parte finanziati da una organizzazione armena di stanza in Francia. [3]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ N.Pasqual, Armenia e Nagorno Karabakh, Guide Polaris (2010), pag 330
  2. ^ Radio Free Europe, 18.11.2010
  3. ^ IWPR, 20.09.2077