Montevarchi
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
| Montevarchi | |||||||||
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
|
|
|||||||||
| Stato: | |||||||||
| Regione: | |||||||||
| Provincia: | |||||||||
| Coordinate: | Coordinate: | ||||||||
| Altitudine: | 144 m s.l.m. | ||||||||
| Superficie: | 56,75 km² | ||||||||
| Abitanti: |
|
||||||||
| Densità: | 404,32 ab./km² | ||||||||
| Frazioni: | Caposelvi, Levane, Levanella, Mercatale Valdarno, Moncioni, Rendola, Ricasoli, San Marco, San Tommè, Ventena | ||||||||
| Comuni contigui: | Bucine, Cavriglia, Gaiole in Chianti (SI), Pergine Valdarno, San Giovanni Valdarno, Terranuova Bracciolini | ||||||||
| CAP: | 52025 | ||||||||
| Pref. telefonico: | 055 | ||||||||
| Codice ISTAT: | 051026 | ||||||||
| Codice catasto: | F656 | ||||||||
| Nome abitanti: | montevarchini | ||||||||
| Santo patrono: | San Lorenzo | ||||||||
| Giorno festivo: | 10 agosto | ||||||||
| Sito istituzionale | |||||||||
| « La Campagna è proporzionata alle caccie, all'uccellare mediante boschi, selve e dilettevoli colline vi è da pescare mediante l'Arno et altri fiumi. Fertilissima è la sua pianura, non più par si possa desiderare dalla Natura, moltiplicandovi il grano fino in 40 per staio, le biade tutte vi vengono felicemente. Per tre anni continui si semina il grano, o il terzo la segale, et all'ultimo mietuto che si è, subito vi si semina fagioli, o miglio con rapi per buoi. L'Invernata veniente si vanga, o si coltra per raccor l'estate fave, o fagioli con saggina, o vero si fa a poponi con altri ortaggi che piu vi è terreno, che in un anno da tre raccolte, cosa che rende stupore à Forestieri. I Monti e colline amene abbondano di tutto quello che al viver umano si ricerca di olio, di vino in particolare bianco, giallo, nero, vermiglio, di tutti i sapori, dolce, amarognolo, cotognino, di viola, mammola, subastringente, sottile, pieno, tutto odorifero. Frutte similmente d'ogni sorte per l'Estate, e per l'Inverno. Per tutto si trovano fonti di buone acque fino d'acque minerali di ferro et allume. Si dice acqua buona utilissima a molte infermità. Salutifera l'aria alla vita umana per tutto. Molti sono gli Artieri e Mercanti e da questo i Montevarchini mi credo sono chiamati Industriosi et ogni Giovedì si fa il Mercato da dirsi una gran Fiera. » | |
|
(Jacopo Sigoni, Cronica breve della Terra di Montevarchi, Manoscritto, 1658)
|
| « Fa da 1300 anime, ma quasi tutte oziose fuor che dei vetturali o gente che campa su qualche piccolo mestiere; gli altri campano sul traffico e lavoro del mercato e ne fanno tanto per vivere nella settimana, nel corso della quale non fanno più altro [...]. Quel popolo come si disse è oziosissimo, guadagna tanto nei mercati a fare il sensale ed il porta che ne vive tutti gli altri giorni; fanno i calzolai e i vetturali e non vi è quasi altri mestieri; non vi sono spezierie altro che due cattive, né traffico di panni, che tutto si fa in Figline. » | |
|
(Pietro Leopoldo d' Asburgo Lorena, Relazioni sul governo della Toscana, 1790)
|
Montevarchi è un comune di 22.945 abitanti della provincia di Arezzo e, nonostante sia piena di sbrodolature ed inesattezze storiche, la più bella descrizione della città è secondo molti quella dell' abate, e massone, Francesco Fontani che la visitò nel 1827:
| « In non molta distanza della sponda meridionale dell' Arno, rimpetto quasi а Terranuova, si incontra Montevarchi, una delle più ragguardevoli Terre del Valdarno superiore, e che merita l' attenzione dei curiosi.
Nei più remoti tempi un [sic] altra Terra, postata quasi a cavaliere dell'attuale sull'alto del Colle, godeva del medesimo nome, ed era riguardata come luogo di non lieve importanza. Varie sono l'opinioni che gli eruditi hanno esternato sulla prima costituzione di essa, e vi fu chi fino pensó che questa presistesse all' epoca del prolungamento della via Cassia rinnovato dall' Imperatore Adriano. Certo che la predetta magnifica strada attraversava una parte del Valdarno di sopra, non già per la moderna pianura, ma sempre su per le cime delle Colline, e particolarmente dove esse confinano con le pendici delle montagne [...] Molto soffrì la Terra, anzi a tal fu ridotta che puó dirsi con sicurezza come essa non potè più emergere pienamente da quello stato di languidezza in che la posero le guerre fino a tantoché, soggettato finalmente Arezzo al Fiorentino dominio, e cessati in Toscana i furori delle Fazioni, i popoli di questa bella parte d' Italia si fecero più mausueti, ed abbandonate l' armi con più utile loro e di tutto l' universale, si dettero all' esercizio delle pacifiche Arti, e del Commercio. Alla sicurezza e vantaggio del traffico molto, come ognun sa, contribuisce il locale, dove possa questo esercitarsi: e basta dare un [sic] occhiata a Montevarchi, ed a' suoi vaghi contorni per sincerarsi che questa Terra, assai ben popolata, è quanto altra mai di Toscana opportunissima al medesimo. Situata essa sulla strada che da Arezzo conduce a Firenze, mezzo miglio in circa lontana dall' Arno, circondata da una deliziosa campagna, fertile, ed ubertosa quanto desiderare si possa, non manca di alcuno di quei generi cbe sono necessarj alla vita, anzi ne abbonda sì fattamente da poterne ad altri concedere senza pericolo di disperderne a scapito proprio. Comoda alle due Città di Firenze e d'Arezzo, ed a tutti i villaggi e Castelli del Casentino, della Chiana e del Mugello serve come di centro all' opportunità delle loro reciprocbe contrattazioni, dalle quali essa ritrae, e può ritrarre utili della maggiore considerazione. La stessa dovizia forse è quella cbe le ritarda certi profitti, e che non anima con tutta la necessaria energia, ed in tutta la sua estensione l' industria, che è la creatrice, e la promotrice essenziale dell' Arti. Contuttociò qualora si osservi attentamente la Terra, ognuno manifestamente ben vede che vi regna l'opulenza, e mercè di questa la prosperità, ed il lusso. La forma del suo recinto tende quasi all' Ovale. II Rendi in alcune memorie, ch'ei lasciò manoscritte de' pregi della sua patria, con bizzarria sì, ma non senza una certa verità disse che potea questa rassomigliarsi nella sua figura a una nave, la cui prua fra scirocco e mezzogiorno guarda Arezzo, e con la poppa fra maestro e tramontana riguarda Firenze. Le mura che la circondano sembrano essere le stesse dalle quali fu cinta dapprima sul terminare del Secolo XIII venuta appena che fu in pieno potere della Fiorentina Repubblica. Si veggono queste condotte a merli, interstiziate da alcune torrette o baluardi, e due più alte Torri le servirono un tempo per ispecial sua difesa. Quella di esse che sussiste tuttora, e che dicesi comunemente "la Rocca", potrebbe anche nell' età nostra essere opportuna a difendere per alcun tempo la Terra; l'altra però fu demolita in gran parte, ed incorporata nell'edifizio ove più modernamente ebbe sede un Monastero di Religiose. La predetta Rocca forse è l' unica fabbrica la quale, oltre le mura, ci dia indizio dell' epoca della prima edificazione della Terra, la quale semhra peró fabbricata di recente, perché modernamente restaurata, ed abbellita pressoché nel totale de' suoi edifizj. Se in molti di essi si fosse più avuto riguardo al solido, che a quel falso brillante il quale colpisce ma non soddisfa, Montevarchi porterebbe il vanto sopra molti altri luoghi del Valdarno superiore ancora per l'eleganza del suo materiale. La maggior piazza farebbe assai più vaga comparsa se il loggiato che in parte la cinge fosse stato condotto con maggior proprietà di disegno, d' esattezza, e di simetrìa [sic]. Fra le fabbriche Sacre è degna d' essere riguardata con attenzione la Prepositura che è bella, sebben moderna anzichenò, e che risente alquanto di un certo caricato ne' suoi ornati, il quale non può per altro gran fatto dispiacere agli intendenti. Bella pure è la fabbrica del Convento, come della Chiesa di S. Francesco, dove all' Altar maggiore si ammira la celebre Tavola lavorata con arte ed ingegno da Alessandro Filippi, comunemente detto Sandro Botticello, che fu rammentata con lode pur dal Vasari. » |
|
|
(Francesco Fontani, Viaggio Pittorico della Toscana, 1827)
|
[modifica] Geografia
Il comune di Montevarchi si trova nel Valdarno superiore, sulla riva sinistra dell'Arno. Il territorio, parte di un antico bacino lacustre preistorico, comprende il fondovalle, dove si trova il capoluogo, e una parte delle colline che si trovano fra l'Arno e il Chianti senese.
| Per approfondire, vedi la voce Lago pliocenico del Valdarno Superiore. |
[modifica] Clima
| Per approfondire, vedi le voci Clima della Toscana e Stazione meteorologica di Montevarchi. |
[modifica] Storia
[modifica] Le origini
La mancanza di sufficiente documentazione scritta per la "primitiva" Montevarchi, specialmente quella dei Bourbon e quella dei Conti Guidi, impedisce una ricostruzione storica precisa e dettagliata della nascita e dello sviluppo di quella che poi diverrà la Montevarchi antica, antenata dell' odierna. Questo vuoto documentario tuttavia è da imputare a vari fattori storico-sociali più che a una vera e propria non-produzione di documenti.
Infatti e' vero che nell' Alto Medioevo gran parte delle transazioni politiche ed economiche erano basate soprattutto sulla parola che non su atti scritti; in parte per un diffuso analfabetismo e in parte per la difficoltà pratica di reperire materiale scrittorio, in particolare cartaceo, in abbondanza e a un prezzo ragionevole. Pertanto solo i documenti della massima importanza venivano messi sistematicamente per iscritto, come i diplomi imperiali o le pergamene dei lasciti e delle donazioni, mentre per tutte quelle attività che si svolgevano senza contenzioso, come pagare il canone feudale o comprare e vendere cose o animali, si ricorreva ad accordi verbali che, non per questo, erano comunque meno vincolanti. Storiograficamente parlando quindi scripta manent, verba volant.
Questo però non vuol dire che anche allora non fosse sentita l' esigenza, e che quindi non lo si facesse, di trascrivere e conservare quante più informazioni possibile perché solo attraverso un' adeguata raccolta documentaria il signore, i suoi "ministri", e i suoi ufficiali potevano amministrare propriamente sia la giustizia civile che quella penale nonché tutelare i loro stessi interessi. Certo il radicale cambio di amministrazione nel passaggio di consegne tra i Bourbon e i Guidi comportò sicuramente la perdita di parte delle fonti archivistiche della prima Montevarchi aggravata poi dal trasferimento dell' intera comunità nel fondovalle che ne fece perdere altrettante. Rimangono dunque, di quel periodo, sparuti documenti che si sono conservati solo perché preservati negli archivi ecclesiatici di istituzioni collocate al di fuori di Montevarchi come l' Abbazia di Badia a Coltibuono.
Inoltre quando nel 1273 i fiorentini presero definitivo possesso della città portarono a Firenze solo quelle carte che erano a loro funzionali, e che tutt' ora rimangono, ma sono in realtà poche e tutte generiche in quanto "macropolitiche". Sono cioè, per lo più, pubblici atti notarili che sono certamente utili per ricostruire il quadro politico generale della storia toscana e fiorentina ma di poco aiuto per scendere nel particolare di Montevarchi. Per fare un paragone più moderno sarebbe come se tra dieci secoli uno studioso tentasse di ricostruire i regolamenti municipali del Comune di Montevarchi dal 1948 al 1998 avendo a disposizione solo una serie di brani scollegati tra loro di verbali del consiglio comunale e una decina di ordinanze del sindaco surrogate a dei lacunosi frammenti di articoli de "La Nazione": ne potrebbe magari cogliere alcuni aspetti ma sarebbe impossibile per lui stabilire a quanto esattamente ammontasse in un certo periodo una multa per divieto di sosta. Ammesso che ci fosse una multa e ammesso che ci fosse un divieto di sosta.
Vanno inoltre ricordate alcune successive devastazioni a cui Montevarchi fu sottoposta che inevitabilmente portarono alla distruzione di gran parte del patrimonio storico-archivistico della città lasciato in loco dagli ufficiali della repubblica fiorentina. Ma una simile successione di eventi catastrofici, piuttosto comune in quel periodo, per altre realtà urbane, anche toscane, simili a quella montevarchina non ha comportato la perdita totale di tutta la documentazione come invece è avvenuto a Montevarchi.
A questo punto bisogna però fare attenzione a non considerare Montevarchi, almeno in questo ambito, come una bizzarria storiografica perché non lo è. La verità è che nel XVI secolo, sotto la guida di Carlo Bartoli, vennero sistematicamente distrutti tutti i manoscritti, i libri, gli archivi notarili, i documenti pubblici e privati che rimanevano della Montevarchi dei primi secoli in modo da eliminare ogni traccia del passato della comunità allo scopo di far passare ed accettare ai Montevarchini la dittatura personale della famiglia Bartoli e dell' oligarchia cittadina in genere che fondavano tutto il loro potere nelle manovre della Fraternita del Sacro Latte a sua volta legittimate dalla leggenda, scritta nella sua forma defintiva dal Bartoli in persona, del conte Guido Guerra V e della reliquia del Sacro Latte. D' altra parte quando si vuol far passare una leggenda per storia bisogna per forza distruggere ogni prova che possa smentire la leggenda e che permetta una ricostruzione corretta dei fatti.
Se a questo si aggiunge che la Fraternita, rimasta al comando della città fino alla fine del '700, favoriva con laute ricompense la produzione di trattati propagandistici come quelli di Jacopo Sigoni mentre usava metodi apertamente violenti con coloro che invece tentavano di ricostruire la verità, è chiaro perché la prima storia montevarchina rimane ancora un fumoso mistero. Il caso di Prospero Gasparo Conti, proposto di San Lorenzo, è un esempio lapalissiano di questo tipo di approccio "politico". Quando, nel 1790, dette alle stampe il suo lavoro sui fatti, e non sulle favole, relativi alla reliquia del Sacro Latte venne prima minacciato di morte poi la sua casa fu assaltata, incendiata e tutte le copie del libro bruciate. E non è tutto: Conti fu costretto a fuggire a Firenze e a trovare rifugio presso il duomo. Eppure, nonostante lo smantellamento leopoldino della Fraternita, le riforme napoleoniche e l' unità d' Italia l' accurato manoscritto del Conti intitolato "Storia civile ed ecclesiastica della Terra di Montevarchi" non ha mai visto le stampe, se non la prima parte relativa a una storia generale dei Conti Guidi, ed è stato sempre, anche ai nostri giorni, mantenuto segreto all' opinione pubblica sia da parte dei canonici della Collegiata di San Lorenzo, che lo conservano, sia da parte degli accademici dell' Accademia Valdarnese del Poggio che invece avrebbero dovuto farne già da molto tempo un intenso oggetto di studio e di dibattito non solo accademico ma pubblico.
La tendenza a secretare momenti importanti della storia e della vita della città cominciò a smorzarsi nel XIX secolo ma certe abitudini erano evidentemente dure a morire se ancora nel 1897 si pubblicò una versione, chiaramente manipolata, delle "Memorie sulla esistenza e Culto della sacra reliquia che si venera nella Insigne Collegiata di Montevarchi" del Conti. Quello quindi che non avevano fatto Carlo Bartoli e la Fraternita lo hanno fatto la censura e l' autocensura, la pigrizia e il pressapochismo intellettuale, le aspirazioni elitaristiche culturalmente deviate di singoli come di gruppi. In altre parole, anche in tempi piuttosto recenti, si è volutamente perso del tempo prezioso mancando di raccogliere, analizzare, inquadrare e diffondere pubblicamente tutti quegli elementi che avrebbero permesso di dare il via a un processo di ricostruzione attenta della Montevarchi delle origini, ma non solo, le cui vicende ormai, per molti aspetti, sono quasi impossibili da ripercorrere nella loro interezza. Si potrebbe comunque fare ancora chiarezza su molti punti rimasti oscuri attraverso il ricorso all' archeologia e al lavoro bibliotecaristico di rastrellamento sistematico degli archivi antichi, per esempio quello diocesano di Fiesole e di Arezzo, e il confronto incrociato dei dati ma, fino ad adesso, sembrano mancare le idee, la volontà e le persone adatte per questo tipo di ricerche altrimenti sarebbero già stata pianificate o addirittura realizzate.
Come se non bastasse, le difficoltà di accesso alle fonti imposte dalle varie autorità montevarchine, come la recente chiusura "ufficiale" al pubblico e agli studiosi del "Fondo Toscano" come di tutta la Biblioteca dell' Accademia Valdarnese, o comunque il loro non impegno a renderle di pubblico dominio quali sono, come la digitalizzazione e la pubblicazione dell' archivio pre-unitario del Comune o quello di San Lorenzo o di Cennano o della stessa Accademia, rendono ancora più difficoltosa una ricerca già di per sè complessa.
Restano dunque, ad oggi, solo elementi circostanziali utili alla ricostruzione degli eventi che segnarono la Montevarchi feudale e pre-fiorentina. Elementi che però, pur basandosi in gran parte su modelli antropologici e storiografici generali piuttosto che su specifici percorsi documentari, non invalidano quelle fenomenologie storiche ancora tracciabili e che certamente, o tutto o in parte, visse anche Montevarchi tra l' XI e il XIII secolo.
[modifica] L' idea di Elemperto
La storia di Montevarchi comincia con Elemperto, vescovo di Arezzo dal 986 al 1010, e con la sua decisione di trasformare il monastero benedettino di Sant' Angelo alla Ginestra, presente nel territorio fin dal VII secolo, in ospedale ovvero, secondo la pratica ospitaliera medievale, in ostello per i viandanti e per i pellegrini che si spostavano da e verso Roma.
Il vescovo aretino non prese questa decisione in virtù della sua funzione pastorale per venire incontro alle esigenze dei penitenti. O almeno non solo per questo. Infatti Elemperto oltre che essere il pastore della sua diocesi era anche un feudatario dell' Impero ovvero un vescovo-conte quindi, in quanto vescovo di Arezzo, era anche titolare della contea omonima che poi ricalcava esattamente i confini diocesani. Anzi tra le due, territorialmente parlando, non c'era nessuna differenza dato che Elemperto, su Arezzo, deteneva sia il potere spirituale che quello temporale. E Sant' Angelo alla Ginestra, pur trovandosi a poche centinaia di metri dal confine settentrionale della sua diocesi-contea, rientrava comunque sotto la sua giurisdizione. Poi, passato il torrente Dogana che scorre praticamente sotto il monastero, si entrava nella diocesi di Fiesole ed era tutta un' altra storia.
Elemperto inoltre, a titolo personale, era anche conte di Cesa in Val di Chiana e soprattutto apparteneva alla famiglia dei Bourbon del Monte Santa Maria che all' epoca era la più importante famiglia della Toscana feudale. Tanto importante che suo fratello, Ranieri, nel 1014 venne investito del titolo e dei poteri di "Marchese di Toscana" ossia signore di tutta l' Italia centro-occidentale e in posizione subordinata solo all' imperatore.
[modifica] I Bourbon del Monte Santa Maria in Valdarno
I possedimenti dei Bourbon del Monte, famiglia di origini e di legge franca, si estendevano tra le attuali regioni della Toscana e dell' Umbria e avevano le loro roccaforti principali nei castelli di Monte Santa Maria, oggi comune di Monte Santa Maria Tiberina, di Cà del Colle oggi in Sansepolcro, di Pierle, Sorbello e Petrella tutti e tre nei pressi di Cortona, di Petriolo nel territorio di Città di Castello. Ma tra i castelli per così dire secondari i Bourbon possedevano anche quelli di Leona nell' odierna Levane, Moncione e Tasso che gli permettevano di poter tenere sotto controllo l' intera vallata del Valdarno superiore tra Levane e Figline Valdarno.
Non che ci fosse poi molto da osservare. Tra la fine del X e l' inizio dell' XI secolo tutte le strade che toccavano la zona, come la Cassia antica o Cassia Vetus e alcune varianti della Via Francigena, passavano per le colline, tipo da Gropina, se non addirittura per le montagne, come da Lanciolina, ma non certo per il fondovalle perché la conca valdarnese, come del resto molte altre valli in tutta Europa, era sostanzialmente impraticabile. Non perché fosse piena di ladri e banditi come propagandato per secoli da una certa letteratura pseudo-storiografica ma perché era letteralmente disabitata e soprattutto perché, non passandoci nessuno né esistendo alcuna strada, non c' era niente da rubare.
Tutta l' area dove sorge l' attuale Montevarchi, come anche suggerisce il toponimo longobardo di Levane e di Levanella, era infatti coperta da una fitta foresta che, nelle radure e negli spazi aperti, si mescolava alla macchia ancora oggi tipica della zona. A questo ci si aggiungeva l' Arno che, prima della sua ricanalizzazione cominciata con Cosimo I e terminata in periodo lorenese, scorreva tortuoso nella vallata e, con i suoi affluenti, straripava spesso nei periodi di piena fertilizzando sì i terreni ma anche lasciandosi dietro paludi, pantani ed acquitrini. Oggi questo tipo di habitat, per le successive bonifiche sia agricole che forestali, rimane relegato ai crinali dell' impianto collinare circostante ed è addirittura oggetto di salvaguardia ambientale come nel caso dell' Oasi di Bandella a Levane. All' epoca però era una vera maledizione.
[modifica] L' eredità di Berulfo
Per capire a pieno le ragioni e la portata del progetto di Elemperto è necessario però fare un passo indietro. Anzi più di uno.
Impossibile stabilire con certezza chi e come avesse popolato l' area di Montevarchi in periodo etrusco e romano e se per il fondovalle del Valdarno passassero allora strade o comunque arterie secondarie di traffico. Né è possibile stabilire se in epoca soprattutto romana l' area fosse stata bonificata in tutto o in parte e quindi abitata e trafficata. Nel corso dei secoli sono state rinvenute nelle vicinanze di Montevarchi alcune urne cinerarie romane e vari frammenti di terracotta del periodo etrusco e romano ma niente di veramente consistente. Anche perché non lo si è mai veramente cercato.
È certo però che a Levane già in periodo etrusco esistesse un insediamento chiamato "Leunal" che poi dette il nome di "Leona" al castello medievale che venne eretto sopra o nelle vicinanze delle sue rovine. Interessanti anche i toponimi Pietra Versa che richiama l’etrusco "velsa – velza" che si rifà alla città etrusca di Volsinii (velzna); Loccano dal substrato tirrenico laucanu con importante base etrusca lauc; Ucerano dall’etrusco ucira – uciranei; Ventena dal tipico suffisso etruscheggiante "-ena". E poi Campo Lucci, Monte a Lucci, Poggio a Luco, Rio di Luco dal latino "lucus" (bosco sacro); Moncioni che ricorda "Mons Junius" cioè un monte sacro dedicato a Giunone "Junia"; Caspri genitivo di appartenenza di "Casperius"; Pucciano o Pulciano da "Fundus Pancianus" o "Publicianus"; Sinciano da "Fundus Sincianus" tipico dell’uso latino di dare ai poderi il nome gentilizio o personale del proprietario con l’aggiunta del suffisso "-ianus"; Tegliaia dal latino "Tegularia" o fornace per tegole; Villole dal latino "Villulae" diminuitivo di "Villae" ossia le fattorie romane in particolare del periodo imperiale tardo–antico; Ricasoli composto di "rio" e "casulae" diminuitivo di "casae" o "case rustiche"; Coccoioni genitivo di "Cucurio" ovvero "Cucurionis"; Bracciano da "Fundus Braccianus". Ma soprattutto "Cennano" dalla base etrusca "kinni – kennu" per "montagna / piccolo monte" e "kinnienu – kennenu" per "piccolo monte su corso d’acqua". Tra l' altro sul Poggio di Cennano, poi dei Cappuccini, agli inizi degli anni '50 durante i lavori di costruzione della nuova e attuale strada che porta sul colle dal quartiere del Pestello, vennero alla luce frammenti ceramici di epoca romana.
Ma se anche il Valdarno fosse stato abitato e colonizzato anche per intero, si svuotò gradualmente dopo il 476 quando a seguito della deposizione di Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d' Occidente, l' Italia venne invasa e saccheggiata a ondate successive da una serie di popoli e ulteriormente devastata dal tentativo bizantino di riprenderne il controllo. Con un simile vuoto di potere e le scorrerie di grandi eserciti o piccole bande sopravvissero solo quegli insediamenti collinari meglio riparati e fortificati mentre tutti quelli sul fondovalle, praticamente indifesi, vennero abbandonati o furono spazzati via dalle varie vicende belliche e dalla natura impetuosa della valle.
Questo stato di profonda inquietudine politica si protrasse per quasi un secolo fino a quando, nel 570, non arrivarono i Longobardi che distrussero seriamente sia Firenze che Fiesole per poi scendere verso Arezzo che venne invece scelta come sede amministrativa periferica del Ducato di Tuscia con capitale Lucca. Da un punto di vista più propriamente religioso mentre i Longobardi non ebbero pietà di Fiesole e della sua diocesi, che rimasero semi-distrutte e abbandonate a se stesse fino al 599, mostrarono invece particolari riguardi verso la diocesi di Arezzo che aumentò notevolmente di dimensioni fino a divenire la più grossa della Toscana. Già da allora, pare, che il suo confine nord-occidentale passasse per il torrente Dogana[1].
Agli inizi del VII secolo, in un periodo che ipoteticamente si potrebbe indicare intorno al 615-620, perlomeno la parte aretina dell' attuale territorio di Montevarchi venne concessa in feudo a un certo Berulfo che volle venisse edificato, nella zona de La Ginestra, una chiesa e un monastero benedettino oppure, secondo altre interpretazioni, una chiesa c' era già e Berulfo la fece ingrandire e la dotò di una congrega di monaci. La scelta dei benedettini, un ordine tutto sommato giovane per i tempi, non era totalmente casuale anzi stava ad indicare che il monastero sarebbe sorto in un' area non troppo isolata dalle principali rotte di traffico ma abbastanza selvaggia da necessitare l' intervento dei monaci, e tutto l' indotto di un monastero, per poter essere più propriamente antropizzata. Difficile dire se Berulfo avesse anche costruito o rinforzato il castello di Leona per tenerlo a protezione del monastero ma sicuramente, in virtù dei loro toponimi, l' area di Levane e di Levanella erano da lui o dai suoi predecessori utilizzate come riserve di caccia. Senza contare che nei pressi di Levanella, la località "il Guardingo" richiama direttamente il termine utilizzato dai Longobardi per contraddistinguere le loro torri di vedetta o di avvistamento.
Non bisogna comunque dimenticare che, come sottolinea anche Elisabetta Fazzini:
| « l' ausilio delle fonti toponomastiche per far luce sull' occupazione longobarda va utilizzato con grande prudenza, come è stato più volte sottolineato, anche perché i toponimi stessi sono di difficile datazione e in qualche caso, se da un lato possono essere considerati sicuramente germanici, dal' altro, data l' affinità linguisitca e culturale che lega i Longobardi ai Goti e ai Franchi, occupanti anch' essi degli stessi territori rispettivamente nel V e nell' VIII secolo, è spesso difficile stabilire a quale di queste stirpi i nomi possono essere rimandati con esattezza. Inoltre va considerato che in particolare l' attribuzione degli antroponimi si ripete per consuetudine nel tempo, anche indipendentemente dalla cultura che li esprime[2]. » |
Tuttavia è certo che alla morte di Berulfo il suo feudo non venne riassegnato a nessuno anche perché il regno longobardo, a cavallo tra il VII e l' VIII secolo, visse una serie di crisi di potere che evidentemente non permisero un' altra investitura. E il monastero della Ginestra e tutte le sue pertinenze, pur rimanendo sotto il controllo ecclesiastico del vescovo di Arezzo, rimasero senza un signore fino alla fine dell' era longobarda per poi, con l' arrivo dei Franchi e l' integrazione della penisola nel Sacro Romano Impero, andare a far parte dei beni della Corona D' Italia. In tempo di pace il monastero se la cavò benissimo da solo ma quando nell' 849 sciamarono per la Toscana i Saraceni, La Ginestra, trovandosi in una posizione piuttosto vulnerabile, venne completamente distrutta. Proprio per le complicazioni di natura feudale legate all' "eredità" di Berulfo i vescovi di Arezzo non poterono riedificarlo da subito e passorono quasi trent' anni prima che il vescovo Giovanni, nell' 876, ottenesse da Carlo il Calvo un diploma che assegnava alla Cattedrale di San Donato la proprietà del monastero. Da una bolla di papa Giovanni VIII, che confermava le decisioni imperiali, sappiamo che il monastero della Ginestra tornò ad ospitare i monaci nella seconda metà dell' anno 877. Se il vescovo Giovanni spese così tante energie per far ripartire il monastero è chiaro che La Ginestra era tutt' altro che un avamposto di confine nella "jungla".
[modifica] Problemi di traffico
Nonostante le difficoltà e le complicazioni politico-ecclesiastico-militari, in circa tre secoli i monaci benedettini della Ginestra, così come gli abitanti dei castelli collinari, avevano disboscato e bonificato parte della zona in particolare quella tra Levane e Montevarchi tanto che, ai tempi di Elemperto, era evidentemente già possibile attraversarla altrimenti al vescovo non sarebbe venuta l' idea dell' ospedale. Certo bisognava fare in modo che il traffico di merci e di persone abbandonasse i colli, le cui strade erano disagevoli per ovvie ragioni, e si spostasse, almeno per quel tratto, nel fondovalle. Ma quale miglior modo se non quello di offrire da mangiare, da bere e da dormire gratis come si faceva allora nei monasteri e negli ospedali.
Anche stavolta Elemperto non guardava solo al bene delle sue pecorelle, che comunque ci sarebbe indubbiamente stato, quanto al presente e alle tasche della sua famiglia. Infatti il castello di Leona aveva diritto di riscuotere pedaggio da tutti coloro che attraversavano l' Ambra ma, a parte i locali, in pochi sentivano questa necessità perché le due maggiori direttrici di traffico dell' epoca semplicemente non toccavano Levane pur passandoci davvero vicine. L' analisi della disposizione degli insediamenti altomedievali valdarnesi, oggi ridotti a mere frazioni o località dei comuni della valle, nel tratto compreso tra Arezzo e Cavriglia, il più meridionale dei castelli fiesolani, mostra chiaramente che le due maggiori direttrici di traffico che da sud si muovevano verso Firenze erano il cammino di Siena attraverso la Valdambra e quello di Arezzo dalla Val di Chiana attraverso Civitella. Entrambi i percorsi, in quasi tutte le loro varianti, si incontravano a Bucine per poi, attraverso varie diramazioni, raggiungere Cavriglia e infine il fiorentino. Insomma saltavano Levane di neanche 3 chilometri. Se si fosse riusciti a far fare alle carovane una deviazione di appena 10 chilometri in più la dogana di Levane avrebbe registrato entrate da record che promettevano ai Bourbon favolosi guadagni.
C' era però una piccola falla nei piani del vescovo e della sua famiglia perché, per convincere i viandanti a cambiare la strada vecchia per la nuova, bisognava dar loro prova non solo della comodità ma anche della sicurezza del rinnovato tracciato. In questo caso Leona, Moncione e il Tasso erano troppo lontani per poter intervenire rapidamente e con efficacia nella zona della Ginestra e per difendere il monastero dagli attacchi esterni. Tant' è che i Bourbon, o qualunque altro feudatario franco ci fosse stato prima di loro, nulla avevano potuto fare nell' 849 per evitarne il saccheggio e la distruzione da parte dei saraceni. Serviva insomma un fortilizio più vicino al monastero ma l' unica altura che facesse al caso loro, ossia il Poggio di Cennano oggi dei Cappuccini, si trovava di là dal Dogana e dunque in territorio fiesolano dove solo l' imperatore in persona poteva autorizzare un conte e una diocesi a costruire un insediamento stabile nel territorio di un altro conte e di un' altra diocesi. L' imperatore o chi ne faceva le veci. Tipo il marchese di Toscana.
Per questo è logico ritenere che il Castello di Montevarchi sia stato edificato in un arco di tempo che va dal 1014 al 1027 quando cioè Ranieri Bourbon del Monte di Santa Maria sedeva sul trono più alto di Toscana.
[modifica] La Montevarchi delle origini
e ancora:
[modifica] Famiglie della Montevarchi delle origini
- Marchesi Bourbon del Monte Santa Maria, fondatori e primi signori (documentati) di Montevarchi, Levane e Moncioni
[modifica] La fondazione
Il primo documento, ad oggi disponibile, relativo al nuovo castello dei marchesi Bourbon porta la data del 1079 e la dicitura "actum in comitatu florentino intus castello de Monte Guarco" che starebbe per "rogato nel contado fiorentino dentro al castello di Monte Guarco". Questo atto notarile è interessante principalmente per due ragioni. La prima è relativa al nome di Monte Guarco che era stato dato al nuovo castello e la seconda è che venne redatto, come si legge nella pergamena, per conto della contessa Sofia vedova del marchese Arrigo I e madre del marchese Arrigo II che comunque l' anno prima si era risposata con un conte Alberto di Mangona.
[modifica] Etimologia del nome Montevarchi
In un diploma di papa Celestino II datato 1144, sempre che non si tratti di errori di dizione o di copiatura, si fa riferimento a un «Montis Guartii» insieme a un «Montis Gunzoni» e «Montis Cereti» che sembrerebbero ben adattarsi all’abitudine longobarda di distinguere alcune proprietà demaniali tramite l’utilizzo di nomi propri personali di origine germanica.
In questo contesto il nome «Montis Guartii», letteralmente «di Guarco», sarebbe riconducibile ad un originario germanico «Montis/Wargho-Warcho» con evoluzione fonetica della lettera W in G, con processo analogo a quanto accaduto con la parola longobarda «werra» evolutasi nell’italiano "guerra". D’altra parte occorre non sottovalutare la presenza dell’elemento longobardo nel contesto della storia montevarchina dato che ancora in un documento risalente all’anno 1170 viene confermata la presenza di figure tutoriali ed usanze longobarde quali il "Mundualdo" ed il "Morgincap" pur quattro secoli dopo la fine del Regno Longobardo in Italia.
In quanto accertata terra di confine tra il fiorentino/fiesolano e l' aretino fin dal VI secolo, in virtù di alcuni ritrovamenti etruschi e romani nell' area e dei numerosi toponimi antichi tutt' intorno, si potrebbe credere che il Dogana segnasse il confine già all' epoca delle lucumonie etrusche prima e/o dei municipia romani di Arezzo-Firenze-Fiesole poi. Ma allo stato attuale degli studi storici, archeologici e documentali questo scenario, soprattutto in riferimento all' origine del nome "Montevarchi", non supera il livello di ipotesi.
Di certo troviamo così menzionata Montevarchi:
- Monte Guarco nel 1079
- Monte Guarchi nel 1098
- Montis Guartii nel 1144
- Montem Guarky nel 1157
- Monte Guarchio nel 1170
Soltanto intorno all’anno 1169 in un documento proveniente dall' Archivio Diplomatico di Vallombrosa incominciò ad essere usata la dizione "MonteVarkensi" in cui è forte il riferimento ai vocaboli latini "vadum" (guado) e al verbo, sempre latino, "varicare".
[modifica] Vadum
Il termine latino "vadum" evolutosi nel sardo "vadu", nello spagnolo "vado", nel portoghese "vau", nel catalano antico "guau", nel provenzale "guà", nel francese "gué" da un antico "gued" contiene, all' interno della parola, una forte componente germanica dell' antico tedesco "wat" e del tedesco meridionale antico "vad" o "vadh", dell' anglosassone "väd", dell' olandese "wadde" termini che indicano tutti l' azione del "passaggio" specialmente in presenza di acqua. Nelle lingue romanze la "w" si trova sempre riprodotta come "gu" e il "vadum" ha insito il verbo "vadere" cioè "andare" che trae la sua origine da una radice "GA" modificatasi in "GVA" o "VA" tanto che in sanscrito le radici "GVAN-" e "GBAN-" indicano proprio l' azione del muoversi e "gadham" sta appunto per guado inteso come un punto dove si può attraversare un corso d' acqua[3].
[modifica] Varicare
L' italiano "varcare", "valicare" e "divaricare" sono tre evoluzioni differenti di un unico verbo latino che è "varicare" che letteralmente stava per "allargare le gambe" e che poi assunse l' accezione di "camminare". In fondo, per la stessa ragione, la parola "passo" fa capo a "pandere" ossia "aprire, spalancare" e si riallaccia a "varicus" ovvero "che allarga le gambe" che a sua volta si rifà a "varus" che significa "declinante dalla linea retta" e, indirettamente, "piegato molto in fuori" o, se vogliamo, "storto". La radice di "varicare" è da ritrovarsi nel sanscrito KVAR- = KVAL- che, nei suoi composti, sta ad indicare l' azione del "curvare" o dell' "andare attorno". Non a caso il significato esatto del volgare "varcare", escluse accezioni e formulazioni più moderne tipo "varcare la soglia", era "passare al di là" di un territorio[4].
[modifica] Monte Guarco
Considerando dunque tutte le implicazioni linguistiche del toponimo "Guarco" è abbastanza intuitivo giungere alla conclusione che il castello di Montevarchi era tutto questo: curvare o fare una deviazione dalla strada vecchia per fermarsi alla Ginestra, passare un corso d' acqua che in questo caso era l' Ambra per arrivare all' ospedale e il Dogana per raggiungere il castello, passare al di là in quanto venendo in "Montevarchi" si abbandonava la contea-diocesi di Arezzo per quella di Fiesole, ma anche varcare perché dopo i colli della Val di Chiana o della Valdambra si giungeva finalmente in pianura.
Se però quel termine che si stabilizzerà poi in "Montevarchi" abbia una diretta origine latina o sia solo una corruzione, per noti fenomeni linguistici[5], in "latinorum" di un precedente toponimo longobardo non è, ad oggi, possibile stabilirlo.
[modifica] Una questione di geopolitica
Pur non restando ormai più niente dell' antico castello di Monte Guarco varie cronache cittadine, come quella di Jacopo Sigoni, lasciano capire che fosse stato strutturato dai Bourbon non solo per meri scopi difensivi, nel qual caso avrebbero tirato su solo una torre, ma anche e soprattutto per creare tutt' intorno un borgo fortificato che avrebbe potuto ospitare diverse abitazioni, una chiesa parrocchiale e possibilmente anche un mercato.
L' esigenza di poter offrire un riparo sicuro non solo ai marchesi e ai loro dignitari ma anche al popolino che lavorava o gravitava attorno al castello nasceva probabilmente dalla necessità di attrarre abitanti che lavorassero quella che era una terra tutta nuova da colonizzare. Senza contare che il monastero della Ginestra, per fornire vitto e alloggio ai "pensionanti", aveva bisogno di una larga quantità di manodopera per coltivare le terre di sua pertinenza e per produrre derrate alimentari.
Nessuno però, senza garanzie certe di sicurezza, si sarebbe trasferito a Monte Guarco considerando la sua situazione geo-politica estremamente traballante. Il territorio del castello infatti confinava a nord-ovest con i possedimenti dei Conti Guidi che erano allora in parabola tutta ascendente mentre più a Nord dominavano i Firidolfi, poi Ricasoli, che, come consorteria feudale, era piuttosto agguerrita. Bastava dunque che il vescovo di Fiesole facesse un cenno o si mettesse d' accordo con uno o entrambi i potentati, oppure che chiedesse un intervento dall' alto, che Monte Guarco e dintorni sarebbero stati messi a ferro e fuoco.
Non bisogna dimenticare che tra il 1024 e il 1038 era vescovo a Fiesole Jacopo il Bavaro, un politico intelligente e un vescovo decisionista, che era strettamente legato all' imperatore Enrico II e teneva buoni rapporti con i Guidi. Monte Guarco, comunque fosse, era e rimaneva nel suo territorio ma gravitava politicamente nell' orbita di Arezzo dove i Bourbon possedevano anche un palazzo fortificato ed erano una delle famiglie nobiliari più influenti. Quanto bastava per scatenare una guerra globale visto e considerato che tirava aria pesante un po' ovunque per l' imperversare della lotta per le investiture.
Difficile dire se nel breve periodo l' idea di Elemperto di spostare il traffico dei viandanti verso la Ginestra ebbe successo. Certo è interessante notare che proprio nei primi decenni dell' esistenza del castello tutto il mondo sembrò all' improvviso occuparsi del monastero montevarchino: il vescovo Adalberto nel 1013 e nel 1015, Enrico II di Sassonia nel 1021, il vescovo Tedaldo degli Azzi nel 1028, Enrico III nel 1047, papa Stefano IX nel 1057, papa Alessandro II nel 1064 ed Enrico IV nel 1081. Qualcosa, e qualcosa di grosso, si stava evidentemente muovendo.
[modifica] Montevarchi come Curtis
Ma stabilire esattamente se il vescovo Elemperto avesse elevato il Monastero di Sant' Angelo al rango di enorme "autogrill" per impiegare meglio i surplus produttivi della struttura, oppure per incassare ricchi pedaggi al ponte di Leona, o ancora più semplicemente perché i Bourbon volevano mettere le mani sui territori fiesolani al di là del Dogana, alias il Rismazio o Rimario come si chiamava all' epoca, e colonizzarli come avevano fatto con il levanese è, in fondo, del tutto secondario.
Quello che è certo è che, dalla sua fondazione, il castello su Cennano e la sua comunità si presentavano, strutturalmente, come una tipica "curtis" altomedievale. Tutti i latifondi longobardi, d' altra parte, con l' arrivo dei Franchi e in particolare dopo il Mille si organizzarono in curtes che poi erano lo sviluppo o la fase successiva delle villae romane.
Le curtes avevano una parte abitata dotata di mura e strutture difensive dove vivevano il feudatario, i suoi uomini e servi, e dove si sviluppava il piccolo borgo dei coloni. Fuori dalle mura si estendeva l' area coltivata a cereali, oliveti, vigneti e prati mentre al di là di questa si aprivano i pascoli e le foreste comuni usati per la raccolta di legname e per il pascolo dei maiali o eventualmente anche di altri animali. Tutto il resto era macchia o foresta usata per la caccia. Cennano, nella sua struttura geomorfologica, ha subito troppe variazioni nel corso dell' ultimo millennio quindi è impossibile, senza l' aiuto di studi specifici che non sono mai stati realizzati, indicare con precisione dove e come il castello murato, le terre coltivate, e la parte comune si estendessero ma se lo si guarda attentamente, soprattutto dal satellite, ci si può comunque rendere conto di come avrebbe potuto ipoteticamente essersi sviluppata la curtis montevarchina.
L' economia e l' organizzazione di ogni curtis si basava sul principio della conduzione mista delle terre ovvero una parte dipendeva o apparteneva, sia per il lavorato che per i prodotti, direttamente al signore feudale ed era chiamata dominicum o pars dominica dall' appellativo di dominus che veniva riservato al padrone. L' altra parte, detta massaricium o pars massaricia, era invece suddivisa in tanti lotti e ognuno di questi era affidato a coloni.
Per coltivare la propria parte di terra il feudatario, i Bourbon nel caso di Montevarchi, si affidava al lavoro dei suoi servi ma non "servi della gleba" o, meglio, adscripti glebae o adscripti che, nonostante siano divenuti popolari grazie alla storiografia ottocentesca poi smontata nei suoi differenti lavori da Marc Bloch, erano rari se non rarissimi. I servi "domestici" erano coloro che offrivano al loro signore prestazioni lavorative dirette in cambio di vitto e alloggio oppure coloro che non erano disposti ad accettare i rischi della produzione in proprio.
I coloni, quelli del massaricium, pagavano un affitto al signore parte in quote dei raccolti e parte in denaro oltre a fornire gratuitamente una serie di giornate di lavoro sulle terre padronali ovvero le corvées che corrispondevano alla corvaria o corvata latina che era letteralmente una "richiesta forzosa". Tuttavia le corvées non erano una tassa, o un abuso signoriale, o uguali per tutti. Erano solo uno dei tanti modi in cui i coloni pagavano il loro affitto al padrone e quindi, nella qualità e nella quantità, variavano da colono a colono. Come per altro impose Carlo Magno a tutti i signori del suo impero con il Capitulare de villis.
Grazie a questo tipo di organizzazione il dominus poteva portare avanti l' attività agricola del suo feudo con una forza lavoro minima perché integrata da quella dei coloni. Ma che la curtis fosse un' economia chiusa dove le transazioni commerciali avvenivano per mero baratto con scambi in natura è un concetto ormai, storiograficamente, del tutto superato. Certo il "Capitulare" carolingio puntava all' autosufficienza curtense ma era questo un obiettivo economico quasi impossibile da raggiungere. Quantomeno a Montevarchi. Intanto perché il castello si inseriva in un contesto complesso e articolato di scambi e di contatti con i castelli vicini appartenenti ai Bourbon o ad altre consorterie feudali. Inoltre i Bourbon come anche i Guidi, i Firidolfi, gli Ubertini, portavano avanti politiche, specialmente militari o diplomatiche, di più ampio respiro e quindi più che di pani e prosciutti avevano bisogno di denaro liquido. A Montevarchi dunque, come un po' dappertutto, il signore feudale chiedeva sì canoni in lavoro e in natura che servivano all' autosostentamento della curtis ma è certo che preferisse in particolar modo pagamenti in denaro o comunque in beni che poi era possibile commerciare e rivendere sul mercato locale o altrove per incassare contanti con, tra l' altro, un ulteriore margine di guadagno. Le due monete di bronzo rivenute nel passato sul Poggio di Cennano, oggi sparite, e la tradizione "mercatalesca" montevarchina sembrerebbero confermare questa tendenza.
Sul piccolo mercato locale settimanale, forma di scambio comune a tutta l' Europa dell' XI secolo, non vendeva solo il signore, o chi per lui, ma anche le famiglie colone contadine che riservavano alla vendita parte del loro surplus produttivo o addirittura il frutto di terre strappate all' incolto padronale e coltivate di nascosto. L' afflusso di pellegrini verso la Ginestra non faceva dunque che aumentare le possibilità commerciali dei Bourbon e dei primi montevarchini giuridicamente liberi.
[modifica] L' arrivo dei Conti Guidi
[modifica] La successione dinastica
Nel 1098 il marchese Arrigo II nel suo castello di Pierle, nel territorio dell' odierna Cortona, fece testamento a favore di sua nonna la contessa Sofia e di sua madre la contessa Adelagita. Il marchese, scapolo e ancora giovane, lasciava alle due donne, tra le altre cose, anche la sua parte dei castelli valdarnesi di Leona, del Tasso, di Moncione e di Montevarchi. Dopo questa data, e questo atto notarile, il nome dei Bourbon scompare dai documenti relativi al Valdarno sostituito da quello dei conti Guidi.
Per capire come Montevarchi e gli altri castelli passassero dai Bourbon del Monte ai Conti Guidi bisogna dunque rifarsi al famoso primo documento relativo a Monte Guarco e più precisamente all' indicazione del secondo matrimonio della contessa Sofia con il conte Alberto di Mangona. Da questo, nonostante la fragilità dei riscontri documentari, si può con una certa sicurezza tentare una ricostruzione.
Quel conte Alberto citato nel rogito del 1076 era figlio di un altro conte Alberto e della contessa Lavinia e fratello di Gottifredo vescovo di Firenze. Suo padre, il conte Alberto marito di Lavinia, morì intorno al 1090 e fu allora che quell' Alberto ereditò la titolarità sui castelli di Vernio e di Mangona in Val di Sieve, oggi nel comune di Barberino di Mugello. Alberto e Sofia, per evidenti cause di forza maggiore, dovettero dunque trasferirsi da Montevarchi, dove risiedevano, nei feudi di famiglia e qui ebbero tre figli: Alberto, Bernardo detto Nontigiova e Gottifredo. Tuttavia Alberto, da un precedente matrimonio, aveva avuto una figlia di nome Ermellina che poi era andata sposa al conte Guido V dei conti Guidi. Che l' Alberto di Mangona secondo marito di Sofia fosse lo stesso Alberto di Mangona padre di Ermellina lo fa pensare il fatto che in una donazione dei coniugi Guido ed Ermellina al monastero di Vallombrosa datata 1068 si indica il padre di Ermellina come "marchese Alberto". Un titolo che poteva aver acquisito, o per sbaglio gli era stato attribuito, solo sposando una marchesa quale era Sofia.
Ermellina e Guido ebbero tre figli: Teudegrimo, Guido o Guido Guerra I e Ruggieri morto però in tenera età. Di Ermellina si sa poi che morì prima del 1093 perché nel novembre 1094 e ancora il 21 gennaio 1096 il conte Guido donava dei beni alla Badia di San Fedele di Strumi in suffragio per l' anima della moglie.
Siccome nel 1098 il marchese Arrigo II lasciava tutto alla madre e alla nonna e siccome la famiglia di Sofia era di legge salica, cioè seguiva nei criteri di ereditarietà la legge franca, alla morte delle due donne tutti i loro beni sarebbero dovuti passare al primo o ai primi maschi in linea di successione. Ma Arrigo II non aveva avuto né moglie né figli quindi non aveva alcuna discendenza maschile diretta. E Alberto, secondo marito di Sofia, era morto nel 1092 allorché la contessa Lavinia, madre di Alberto, e Sofia offrirono molti beni al capitolo della cattedrale fiorentina in suffragio dell' anima del conte e di Gottifredo evidentemente scomparso anche lui.
La legge e le consuetudini saliche non permettevano che una donna ereditasse il titolo e i possedimenti "storici" della famiglia, come nel caso di molti monarchi, ma non escludevano affatto l' ereditarietà femminile. Per esempio alla morte di Alberto di Mangona, Sofia non avrebbe potuto ereditare il titolo di conte e i feudi "ancestrali" degli Alberti che in questo caso infatti passarono direttamente ad Alberto e al Nontigiova. Ma se Alberto le avesse lasciato, per testamento, sue proprietà personali o comunque non rientranti nel patrimonio identificabile come "di famiglia", nessuno avrebbe potuto contestare a Sofia la legittimità del lascito.
Quello che fa pensare che Monte Guarco e gli altri castelli valdarnesi non rientrassero nel "portafoglio" storico dei Bourbon, meno che mai in quello degli Alberti, è il fatto che Arrigo II li possedesse solo in parte e non per intero ma che quella parte che non era sua non apparteneva comunque ai marchesi tanto che si è più volte ipotizzato che fossero proprio Sofia e Adelagita a possederne il resto. Infatti Arrigo II nel 1098 lasciò alle due donne anche la sua parte del castello dei Bourbon posto in Arezzo ma, in via di esecuzione del testamento, quel castello rimase alla famiglia tanto che venne confermato ai Bourbon nel 1162 da un diploma imperiale. Monte Guarco, Moncione, Leona e Tasso invece seguirono una via differente.
Non essendo "ancestralmente appartenuti alla famiglia", come il Monte Santa Maria, ma essendo stati acquisiti o costruiti dai Bourbon solo successivamente e non avendo collegato nessun titolo, tipo "Marchese di Leona" o "Conte di Moncione", i castelli valdarnesi erano esclusi dal diritto di primogenitura e pertanto, in via di assegnazione, si doveva scendere in linea di successione diretta senza badare al sesso. Nel caso di Sofia e Adelagita si arrivava dunque ad Ermellina, figlia acquisita ma maggiore anche dei suoi due fratellastri, i cui diritti patrimoniali però, essendo ormai defunta, erano passati ai figli. Anzi all' unico figlio di Ermellina ancora in vita: Guido Guerra I.
[modifica] Il passaggio di poteri
In qualunque modo sia avvenuto, il cambio di regime dai marchesi Bourbon del Monte ai Conti Guidi non fu per Montevarchi un mero avvicendamento di famiglie nobiliari al potere né, nell' analisi di questo frangente, vale il «se tutto deve rimanere com'è, è necessario che tutto cambi» di gattopardiana memoria per altro validissimo per epoche storiche successive.
L' arrivo dei Guidi a Montevarchi segnò un vero e proprio cambio di rotta per il castello e la sua comunità. Non tanto, o non solo, perché con i nuovi signori arrivavano nuovi comandanti, nuovi soldati, nuovi funzionari, nuovi castellani con conseguente congedo, e logico disappunto, di quelli vecchi. I Guidi, legati alle idee e ai principi ottoniani, portavano con sè tutta una serie di novità politiche, giuridiche, amministrative proprie di quello che viene chiamato "rinascimento medievale" e che si perfezionerà poi nelle costituzioni comunali.
Le novità tecniche e tecnologiche in campo agricolo, come l' aratro a versoio o la rotazione triennale delle colture o ancora il mulino ad acqua, facevano aumentare esponenzialmente la produttività e la redditività delle terre ma anche richiedevano una manodopera impiegata più efficientemente e soprattutto più specializzata. L' investimento di tempo nell' apprendere ad impiegare nuove tecniche e nuovi strumenti unito a una maggiore concentrazione di soggetti specifici addetti a mansioni specifiche, mandò ovviamente in crisi il sistema feudale classico che si basava sull' impiego a necessità di tutta la manodopera disponibile. In altre parole le corveés.
Il castello o la corte del castello aveva specifiche ma non troppe esigenze: la produzione di cibo, i servizi interni quali quelli dei maniscalchi o degli stallieri, la cura e il taglio dei boschi per ragioni energetiche (cucine, riscaldamento, fonderie), il mantenimento di mulattiere, strade, fossati. Tutte mansioni alle quali attendevano i castellani, domestici o coloni, in cambio di vitto, alloggio gli uni e protezione gli altri.
Ovviamente la maggior parte delle risorse umane di una unità feudale era concentrata sulla produzione agricola ma poiché il lavoro nei campi era piuttosto primitivo, molto empirico, e limitato nelle esigenze e nelle quantità produttive, i villici nei loro numerosi tempi morti venivano impiegati altrove o per fare altro in base alle necessità che si presentavano di volta in volta: una frana e c'era da rifare la strada, un buco in un tetto e c' era da ripararlo, un albero caduto su una via e c' era da segarlo.
Ma con il mugnaio occupato tutto il giorno al mulino che d' altra parte solo lui sapeva far funzionare, con il carpentiere o il fabbro impegnati ad imparare come modellare i nuovi meccanismi meccanici o come fondere un aratro di tipo nuovo, con la necessità di costruire strade con criteri sempre più ingegneristici piuttosto che di tradizione, la figura del servo tuttofare tramontò per sempre aprendo nuovi scenari economici, sociali, culturali e quindi politici.
Scrive in proposito Gianfranco Maglio in "L'idea costituzionale nel Medioevo":
| « la cosidetta mutazione feudale, già in atto nel X secolo, valorizza la signoria territoriale con conseguente sviluppo di molti poteri locali attorno ai quali si organizzano nuovi insediamenti facenti capo al signore di banno. Si trattava di una conseguenza della profonda crisi dei poteri centrali e anche il nuovo impero ottoniano aveva dovuto prendere atto che il controllo del territorio doveva avvenire sulla base di strumenti giuridici diversi [...] I signori territoriali preferivano distribuire maggiori terre ai contadini onde assicurare una produttività più consistente, anche dovuta alla più ampia libertà che i coltivatori avevano per la riduzione delle corveés; ciò consentiva anche una ripresa dell' attività artigianale [...] La sempre più vasta applicazione [delle] nuove tecnologie unitamente all' espansione delle terre coltivate, ponevano premesse importanti allo sviluppo economico e sociale. La crisi del sistema curtense è allo stesso tempo causa ed effetto di tali sviluppi. La maggiore libertà dei contadini [...] con la riduzione della schiavitù agricola, la contrazione della pars dominica che i signori trovano più conveniente distribuire e la maggiore autonomia e dinamicità degli insediamenti, molti dei quali sono del tutto nuovi, contribuiscono a modificare la realtà economica e sociale»[6]. » |
Ovviamente questo tipo di mutamenti a Montevarchi, come nel resto d' Europa, avvennero gradualmente e con il passare dei decenni e non certo tutto d' un tratto per decreto di un qualche conte o per testamento di qualche nobile. Nonostante questo è comunque vero che i Guidi introdussero nei loro domini tutta una serie di novità, anche piuttosto illuminate, che presero poi forma in quello che è considerato uno degli strumenti giuridici medievali più interessanti tra quelli pervenuti fino ad oggi: lo Statuto della Val d'Ambra.
[modifica] Problemi di lingua e di legge
Il subentrare dei Guidi ai Bourbon si portava dietro anche tutta un' altra serie di cambiamenti di natura culturale. Di profondi cambiamenti. Intanto i Guidi e i loro ufficiali, funzionari, soldati e uomini di fatica parlavano una lingua differente rispetto a quella dei Bourbon o meglio un miscuglio peculiare di latino volgarizzato e parole pescate quà e là dalle lingue germaniche che era della stessa matrice del linguaggio usato dai Bourbon ma un miscuglio differente. I due modi di esprimersi suonavano familiari gli uni agli altri ma di fatto sostanzialmente incompatibili. Per questo chi viveva passando da una comunità all' altra, come i cantastorie, usava una lingua-non lingua di facile comprensione per tutti qualsiasi idioma locale utilizzassero: il grammelot. E non è un mistero il fatto che, pur nel XXI secolo, è ancora possibile cogliere differenze, curiose ma in qualche modo distintive, nell' italiano parlato nelle varie comunità valdarnesi.
Gli studi di grammatica e linguistica comparata tra le diverse lingue "barbariche" e come queste si siano fuse con il latino dando vita ai vari volgari italici alto-medievali mostrano chiaramente che l' Europa in generale si presentava come una babele di idiomi che, pur avendo origini comuni, differivano nella fonetica, nella sintassi, nell' uso dei costrutti tanto da essere o risultare incomprensibili tra loro.
Fino a tutto il '600 chi aveva un' educazione sapeva e usava il latino tanto nella lingua scritta quanto in quella parlata e in latino comunicava con i forestieri. Famoso è l' episodio di Descartes, Cartesio se vogliamo, che trovandosi nel 1617 a Breda e non sapendo l' olandese chiese, in latino, a un passante di tradurgli, in latino o in francese, un manifesto affisso al muro. Il "passeggero", che poi era nientemeno che Isaac Beeckman, glielo riferì in latino. Non deve quindi stupire se i primi documenti relativi a Montevarchi sono in lingua latina anzi, spesso, latineggiante. Latineggiante perché, come per tutte le lingue, c' era chi il latino lo sapeva meglio o perfettamente (i vescovi, i chierici) e chi lo sapeva peggio (per esempio i notai di provincia). In fondo c' erano problemi di "latinitate" persino all' interno della curia papale tant' è che ancora nel Quattrocento si questionava sull' uso corretto del latino scritto. E si dicuteva animatamente come quando, il 4 maggio 1452, al Teatro di Pompeo in Roma Giorgio di Trebisonda saltò addosso e fece a cazzotti con Poggio Bracciolini perché faceva dell' ironia sul suo latino, stilisticamente e non grammaticalmente, un po' zoppo.
Quello che accadeva allora con il latino altomedievale è simile a quello che, in tempi recenti, succede con l' inglese parlato dai non anglofoni: storpiato, modificato, plasmato a immagine e somiglianza della prima lingua del parlante a seconda della sua conoscenza della propria lingua madre e della lingua-franca in uso. Il "latinorum" di certi documenti e scritture private di natura non ecclesiastica non solo è un rompicapo per gli studiosi moderni ma lo era, talvolta, anche per i giuristi e i legislatori dell' epoca come poi dimostrò Lorenzo Valla con lo smascheramento di uno dei falsi più famosi: la cosidetta "Donazione di Costantino".
Un esempio interessante di questa «ambigua illius voce» è un aneddoto originariamente riportato da Agnello Ravennate sulle incomprensioni linguistiche tra longobardi e franchi:
| « si narra poi nella vita del Vescovo Grazioso, che invitando a tavola Carlo Magno, gli disse in lingua longobarda "Pappa Domine mi Rex, pappa" [tr. Pappa o signore mio Re, pappa!]. Lo che non intendendo Carlo Magno che ben sapea la lingua latina voltosi ai circostanti disse "Quis est hic sermo, quem vates loquitur, Pappa Pappa?" [tr. Che cosa significa l' espressione "pappa, pappa!" usata da "vossignoria"?"]. Allora il Vescovo rispose "Pappare quidem nostra lingua, comedere significat" [tr. Pappare, nella nostra lingua, significa mangiare][7]. » |
Non per pura coincidenza si occupò del volgare toscano e, minimizzando, delle influenze longobarde proprio il montevarchino più celebre di tutti i tempi ovvero Benedetto Varchi che guarda caso di cognome faceva proprio "Franchi" e che, come fatto notare più volte, stranamente si contraddiceva quasi volesse dimostrare qualcosa al di là delle sue mere tesi linguistiche:
| « Veramente si persuade di ben poter scrivere chi presume tanto di quella sua naturalità di lingua, senza volervi aggiungere altro studio, e questo fu quello che m' indusse a scrivere al Cesano, e al Cavalcanti quelle parole: "A me par che nella Toscana sia avvenuto quello che suole avvenire in que' paesi, dove nascono i vini più preziosi, che i mercanti forestieri i migliori comperando, quelli se ne portano, lasciando a' paesani i men buoni; così dico è a quella regione avvenuto, che gli studiosi della Toscana lingua dell'altre parti d' Italia ad apparar quella concorrono in maniera, che essi con tanta leggiadria la recano nelle loro scritture, che tosto potremo dire che la feccia di questo buon vino alla Toscana sia rimasa" [...] Io dico [...] che la lingua Volgare è nata dalla corruzione della lingua latina, con quella delle genti straniere che hanno posseduta l' Italia; e che regione alcuna stata non é più sottoposta a quella peste, che le regioni di qua dell' Appennino (essendo io allora stato per istanza in Lombardia, dove più di dugento anni regnarono Longobardi), e che perciò è da credere che quivi abbia avuto principio quella mescolanza di lingue, e che, sparsa per l' Italia, si sia finalmente trapelata in Toscana. A questo non avendo il Varchi che rispondere ricorre alle fallacie, e si finge un sillogismo, quasi come raccolto lo abbia dalle mie parole, mostrando che io faccia una falsa conseguenza ; e falso è il modo del suo argomentare. Il sillogismo è questo: Le lingue si debbono chiamar dal nome di quei paesi, o vero luoghi, dove elle nascono: la lingua Volgare non nacque in Toscana, ma vi fu portata di Lombardia: dunque la lingua Volgare non si debbe chiamare Toscana, ma Italiana; e poi seguita: Primieramente la conclusion di questo sillogismo è diversa dalle premesse, e conseguentemente non buona: perché la conclusione doveva essere solamente "Dunque la lingua Volgare non si debbe chiamare Toscana, ma Lombarda". Così adunque disputano i filosofi fiorentini? o (per dir meglio) i Montevarchini? Trar delle altrui scritture falsi argomenti, per difender le lor false opinioni. Che cosa non si fa lecita la malizia e la ostinazione! [8]. » |
Certo la faccenda è alquanto complessa e molto dibattuta ancora oggi tuttavia il Varchi, nel corso della sua carriera di storico e di intellettuale, della montevarchinità ne fece la sua croce e delizia: prima negandola, poi timidamente ammettendola, piano piano accettandola e infine difendendola a spada tratta.
Il problema della lingua era comunque diretta conseguenza del cambiamento giuridico che i Guidi si portavano dietro ossia la legge Ripuaria, un misto di consuetudini giudiziarie germaniche e longobarde, che andava a sostituire e/o a sovrapporsi alla legge salica o semi-salica, cioè franca nella ratio, seguita principlamente dai Bourbon. Un altro mondo in quanto i due principi giuridici differivano in gran parte nel diritto civile e quasi del tutto in quello penale. Pesi, misure, figure istituzionali, regole di successione, pene, diritti e doveri, formulazione dei contratti, amministrazione della giustizia ordinaria: tutto diverso. Sebbene in generale, e particolarmente per Montevarchi, non sia ancora chiaro, per la frammentarietà dei documenti disponibili, quanto e come diverso. È sicuro però che a Monte Guarco, o come lo si volesse chiamare, con l' arrivo dei Conti Guidi accadde l' imprevedibile.
[modifica] La piccola Empoli
Un altro castello dei conti Guidi cioè Empoli, volgarizzazione dal latino "Impolum" "Empulum" "Emporium", presenta strabilianti analogie con quello di Montevarchi. Intanto la posizione geografica e la sua naturale vocazione mercantile:
| « Empoli nel Val d'Arno inferiore. Terra la più popolata della Toscana, di forma regolare e ben fabbricata, che da ogni parte trabocca dal secondo cerchio delle torrite sue mura, capoluogo di Vicariato Regio e di Comunità con pieve e insigne collegiata (S. Andrea) nella Diocesi e Compartimento di Firenze. Giace in un'aperta pianura che porta il nome della stessa Terra, presso la ripa manca dell'Arno, sulla strada Regia pisana che gli passa in mezzo, quasi nel centro del Val d'Arno di sotto a Firenze, dalla cui capitale è miglia 18 e 1/2 a ponente passando per la via postale, e 16 miglia per l'antica strada maestra che attraversa il poggio di Malmantile; 30 miglia a levante di Pisa[9]. » |
Poi la presenza di una "Empoli Vecchia" precedente ai Guidi:
| « Commenché fra le scritture pubbliche quella dell'anno 780, poco sopra rammentata, sia la più antica delle superstiti, dove si faccia menzione di Empoli, non è per questo da dire che la contrada, denominata in seguito Empoli vecchio, non esistesse da molto tempo innanzi. Sta a favore di tale congettura la corografica posizione di Empoli, che Cluverio opinava potesse corrispondere al Portus ad Arnum, cioè, alla terza stazione dell'antica strada municipale da Pisa a Firenze. Lo fa credere il distintivo che nel secolo XIII portava la chiesa di S. Michelangelo a Empoli, detto vecchio sino dall'anno 1258, siccome tale l'appellò il pontefice Alessandro IV nella bolla spedita al pievano e canonici di Empoli. Lo danno a conoscere gli avanzi di romani edifizj consistenti in colonne, capitelli, e impiantiti di mosaico in varie epoche, e perfino nel principio del secolo attuale, scavati sotto i fondamenti delle stesse mura castellane di Empoli: indizj manifesti di un preesistente paese e del grande rialzamento di suolo in quella valle accaduto a cagione delle colmate dell'Orme e dell'Arno. Finalmente lo dimostrano le otto grandi lastre di marmo fengite, cavate nel secolo XI dai ruderi di qualche tempio assai più vetusto per incrostare la facciata di fini marmi della collegiata di Empoli, chiesa fra le più antiche della Toscana; sebbene sia stata in gran parte nell'esterno e totalmente nell'interno restaurata[10]. » |
Infine l' abbandono delle antiche strutture abitative, religiose, commerciali per una più comoda e moderna "location" a forte vocazione urbana:
| « [La Pieve di Empoli] fu compiuta nell'anno 1093 per le cure del pievano Rodolfo e di quattro confratelli sacerdoti, cioè, Bonizone, Anselmo, Rolando e Gerardo, nominati nei versi leonini incisi nell'attico della sua facciata. Non molto tempo dopo succedè al governo della pieve d'Empoli il prete Rolando, uno dei quattro canonici prenominati; siccome lo danno a conoscere diversi documenti, uno dei quali rogato nel 1106 nel battistero di S. Giovanni Battista d'Empoli, che si dice situato nella Judicaria Florentina. Assai più importante per la storia di Empoli comparisce una pubblica dichiarazione del di 10 dicembre 1119, fatta a Rolando, custode e proposto della pieve di Empoli, dalla contessa Emilia moglie del Conte Guido Guerra signore di Empoli. La quale contessa Emilia, stando in Pistoja, col consenso del marito promise e giurò tutto ciò che era stato promesso e giurato in Empoli dal conte Guido Guerra di lei consorte; cioè "che, da quell'ora sino alle calende di maggio avvenire, i due conjugi avrebbero obbligato gli uomini del distretto di Empoli, sia che abitassero alla spicciolata, o che stassero riuniti nei castelli, borghi e ville dell'Empolese contrada, compresi quelli del luogo di Cittadella (fra Empoli vecchio e Empoli nuovo), affinché essi stabilissero il loro domicilio intorno alla chiesa matrice di S. Andrea di Empoli, donando per tal'effetto a tutte le famiglie un pezzo di terra, o casalino, sufficiente a costruirvi le abitazioni, e il luogo per erigere il nuovo castello. Inoltre i prelodati dinasti promisero di difendere le nuove case con gli effetti donati; in guisa che, se fosse mai in vita loro accaduto il caso che, o per cagione di guerre, o per violenza dei ministri dei Re d'Italia, o in qualsiasi altro modo, le nuove abitazioni di Empoli fossero state dalla forza abbattute, i due conjugi Guidi si obbligavano di rifarle a loro spese." Faceva parte di questa stessa promessa, a favore di Rolando e dei suoi successori, la difesa di tutti i possessi mobili ed immobili spettanti alla pieve d’Empoli, e a 15 chiese delle 30 succursali esistenti allora sotto la giurisdizione di quel pievano. Inoltre fu detto e giurato dai conjugi feudatarj: ch'essi giammai avrebbero ordinato, né ad altri dato licenza di edificare alcun altra cappella, badia, monastero, o cella monastica nel distretto di Empoli senza il consenso del pievano pro tempore. [...] Se a cotesto documento si aggiunga l'epiteto di vecchio dato dopo quell'epoca alla contrada delle cure soppresse di S. Lorenzo, S. Donato, S. Mamante e S. Michele, tutte di Empoli vecchio, circa un miglio a ponente dal paese attuale, chi non troverà nel sopra esposto documento gl'incunabuli meno che equivoci della Terra più popolata della Toscana?[11]. » |
Il ritornare dei nomi, delle situazioni, le evidenti e molteplici similarità con la realtà montevarchina fecero pensare già a Emanuele Repetti e fanno pensare ancora oggi due cose: o i Conti Guidi nell' organizzare Montevarchi si rifecero a quanto ottenuto a Empoli o i Conti Guidi nell' organizzare Empoli si rifecero a quanto ottenuto a Montevarchi. Questo perché, a parte le incredibili coincidenze cronologiche, le due realtà cittadine, mutatis mutandis, per le similarità geografiche, sociali ed economiche seguiranno un percorso di sviluppo unico ma molto simile almeno fino a tutto l' Ancien Régime e la loro storia, direttamente o specularmente, si intreccerà più volte tanto che non è del tutto fuori luogo definire Montevarchi come la piccola Empoli, e a tratti l' anti-Empoli, del Valdarno Superiore.
[modifica] All' ombra di due campanili
Non rimanendo, o non essendo ancora stata rinvenuta, nessuna prova documentaria, o di altro tipo, che possa fare chiarezza su che cosa veramente successe nel castello di Montevarchi quando arrivarono i Guidi, rimangono senza risposta alcuni degli interrogativi fondamentali di questa come dell' intera storia montevarchina: come e perché nacque e si sviluppò il mercatale o mercato nel fondovalle, come e perché cominciarono a sorgere piccoli gruppi di case o borghi ai piedi del castello, come e perché il castello venne abbandonato e tutti, servi e padroni, si trasferirono dabbasso nella Montevarchi che tutti conosciamo. Ma soprattutto: da dove saltò fuori la parrocchia di Sant' Andrea a Cennano.
Infatti il principale motore dell' esistenza e dell' essenza della Montevarchi ancien régime, cioè praticamente dai tempi dei Guidi fino al XIX secolo inoltrato, non era tanto il mercato che comunque nella prima metà dell' Ottocento risultava essere diventato uno dei 3 maggiori del Granducato di Toscana insieme ad Empoli e Serravezza[12]; non era neanche il numero dei monasteri e dei conventi che nel XVI secolo era salito a quattro e non erano neppure gli innumerevoli spedali di carità che, sull' esempio di quello della Ginestra, erano spuntati come funghi e nel XV secolo erano sparsi tra Levanella, Montevarchi-città, il distretto del Giglio e Ricasoli. Quello che giocò un ruolo di primo piano nella formazione dell' identità montevarchina e nel susseguirsi delle vicende politiche, economiche, sociali e culturali della comunità di Montevarchi fu senz' altro il dualismo San Lorenzo-Cennano che, francamente, era ed è davvero bizzarro. Perché in questo caso non ci troviamo in presenza delle classica "poltrona per due" ovvero due grandi chiese per una piccola comunità con ovvie frizioni e rivalità perché le due chiese non erano grandi e comunque la comunità le ha sempre potute splendidamente mantenere entrambe sia per quanto riguardava lasciti, donazioni, rendite e proprietà fondiarie che per ristrutturazioni, abbellimenti, opere d' arte. Il fatto è che San Lorenzo apparteneva, come d' altra parte ci si dovrebbe aspettare, alla Diocesi di Fiesole mentre Sant' Andrea Apostolo a Cennano era inspiegabilmente sotto la Diocesi di Arezzo.
In prima battuta verrebbe da dire che Cennano era in diocesi di Arezzo in quanto prima chiesa del Monte Guarco dei Bourbon che era appunto nato sotto l' egida del vescovato aretino e dunque che San Lorenzo venne fondata solo successivamente con l' arrivo dei Conti Guidi perché i Guidi con la diocesi di Arezzo erano da sempre in conflitto e quindi non ne volevano, anche se in parte, essere parrocchiani oppure volevano che loro e i loro uomini fossero liberi di scegliere a quale diocesi appartenere e quindi quale appoggiare.
In effetti i Guidi nel prendere possesso dei castelli valdarnesi dei Bourbon si erano tenuti per sè solo quelli che territorialmente rientravano sotto Fiesole ovvero Montevarchi e Moncione mentre avevano lasciato agli Ubertini, loro vassalli valdarnesi, tutti quelli in diocesi di Arezzo ossia Leona e Tasso senza apparentemente nessun riguardo alle interessanti prospettive economiche dirette che offriva, ad esempio, la dogana di Levane. Certo in questo modo la difesa militare della vallata, dalla sua imboccatura nord presso l' odierna Figline Valdarno e dall' ingresso a sud rappresentato dalla stretta di Levane più tutte le strutture militari collinari di quà e di là dall' Arno, era interamente a carico degli Ubertini che, perché rimanessero affidabili, dovevano per forza trovarci una convenienza e riscuotere i pedaggi a Levane era dunque un modo per compensarli del loro "servizio d' ordine". Una strategia che mostra tutta la fiducia che i Guidi riponevano nello sviluppo di Montevarchi che, così ben difesa dall' esterno, poteva dedicarsi serenamente alla colonizzazione della valle o all' implementazione dei commerci senza ansie di mura o di torri di guardia che invece limitavano l' espansione di altre realtà proto-urbane. Non bisogna però dimenticare che i Guidi e i vescovi aretini erano in forte attrito tanto che nel 1099 i conti Ugo e Alberto di Romena cedettero a Fiesole i monasteri di Santa Maria a Pietrafitta o agli Alti Monti, sotto Consuma, e di Santa Maria a Poppiena, presso Pratovecchio, con la clausola che non passassero mai alla Diocesi di Arezzo. Come se non bastasse, anche se in un periodo leggermente posteriore, i Guidi a Firenze erano parrocchiani di Santa Maria in Campo, una piccolissima enclave della diocesi di Fiesole appena dietro il duomo fiorentino. Quindi il non voler prendere diretto possesso di feudi sottoposti, almeno ecclesiasticamente, ad Arezzo potrebbe aver avuto anche una valenza politica come di conseguenza l' installare, in Montevarchi, una San Lorenzo fiesolana che si contrapponeva a una Sant' Andrea aretina.
Questa ipotesi potrebbe però essere almeno parzialmente smentita dall' interpretazione, alquanto controversa, data a una pergamena datata 15 aprile 1082 e conservata presso l' Archivio di Stato di Firenze tra le carte dell' Archivio Diplomatico nel fondo Strozzi-Uguccioni[13], in cui si sostiene che i contraenti Ventre del fu Mencarino e Mingarda sua moglie avrebbero donato delle loro proprietà poste nel contado aretino "in costa de polo mulino de Rupinata et est infra finis sicut terre gremite de piano de lato gonketo usque ab Abra de ex lato est terra Farsinga" al "Priore di San Lorenzo" di Montevarchi. Ma sinceramente, da una prima analisi del documento, il nome di San Lorenzo sembra non comparire sebbene il quinto rigo, comunque calligraficamente e sintatticamente confuso, presenti parole o pezzi di parole che potrebbero assomigliare a "presbitero" o "priore" o "monte var-" più uno scarabocchio. L' attribuzione a San Lorenzo di questo documento è quindi, al momento, alquanto forzosa e fa sospettare un certo grado di manipolazione interpretativa in favore di quella che dal 1564 sarà la chiesa collegiata montevarchina. Infatti non comparendo, all' apparenza, la dizione "S. Lorenzo" non si può davvero dire se, ammesso che leggervi "presbitero" e "monte var-ki" sia corretto, quei terreni non fossero stati donati proprio a Cennano. A occhio la pergamena si direbbe un normale lascito o passaggio di proprietà tra genitori e figli ma se la tesi filo-laurenziana si rivelasse fondata si dovrebbe per forza argomentare che San Lorenzo esistesse in Montevarchi ben prima del turnover tra i Bourbon e i Guidi. L' ipotesi più corretta sarebbe dunque quella che i Bourbon avessero ottenuto la concessione di edificare il loro fortilizio in territorio fiesolano a patto che venisse dotato, oltre che di una parrocchia facente capo alla loro diocesi cioè quella aretina, anche di una chiesa diocesanalmente sotto Fiesole.
Ma non avendo, allo stato delle ricerche, adeguati riscontri storiografici e quindi dovendo obbligatoriamente rimanere nel campo delle ipotesi si potrebbe azzardare anche una terza soluzione, più articolata delle altre due, ma non per questo meno credibile: prima dei Conti Guidi il castello di Montevarchi non aveva nessuna chiesa e si serviva, per le sue funzioni e i suoi bisogni religiosi e spirituali, del solo Monastero della Ginestra. Come e perché i Guidi dettero a Montevarchi due chiese appartenenti a due diocesi diverse, e rivali, potrebbe essere più complesso di una banale faida paesana.
[modifica] Il giuramento di Friburgo
Non solo Montevarchi, tra la fine dell' XI e l' inizio del XII secolo, viveva momenti di profondo cambiamento. Il riassetto urbanistico-abitativo delle comunità gravitanti attorno agli antichi castelli dovuto non solo a cambi di gestione signoriale ma soprattutto alla fine di un' economia prettamente curtense per una organizzazione più mercatalizia e comunale fu, all' epoca, un fenomeno piuttosto comune in particolare nell' Europa imperiale.
I conti Guidi nel 1119 fecero in modo che tutti gli abitanti sparsi alla spicciolata sui colli empolesi si trasferissero in un unico conglomerato nel fondovalle riunito attorno a una chiesa, Sant' Andrea, e in particolare al mercato. Molto più a nord, nella Germania meridionale, ma neanche un anno più tardi, nel 1120[14], Corrado di Zähring, signore della contrada di Friburgo in Brisgovia, fece lo stesso:
| « A tutti quelli che sono presenti e a quelli che verranno sia reso noto che io, Corrado, ho fondato nella località che per proprietà mi appartiene, e cioè Friburgo, un centro di mercato nell' anno 1120 dall' incarnazione del Signore; dopo che si furono riuniti mercanti onorabili venuti d' ogni dove, ho stabilito di inaugurare e fondare questo mercato sulla base di una specie di patto giurato. Per questo motivo ho distribuito ed assegnato ad ogni mercante una parcella per l' edificazione di una casa di sua proprietà, in modo che sia pagato a me e ai miei discendenti ogni anno nella festa di San Martino[15] un soldo di valuta corrente come canone. E sia poi anche reso noto che per loro richiesta e desiderio gli ho accordato i seguenti privilegi. A questo proposito mi è sembrato opportuno su mia libera iniziativa annotarli in un contratto così che se ne conservi più a lungo memoria e i miei mercanti e i loro discendenti possano sempre rivendicare questo privilegio sia davanti a me che davanti ai miei discendenti.
Prometto dunque, fin dove arrivano il mio dominio e il mio potere, pace ed un viaggio sicuro a tutti quelli che visitano il mio mercato; se uno di loro venisse derubato su questo territorio e mi rendesse noto il nome del ladro sarebbe ripagato da questi del maltolto, o in ogni caso sarei io stesso a risarcirgli il dovuto. Se muore uno dei miei cittadini sua moglie ed i suoi figli avranno diritto a tutta la sua proprietà e potranno conservare senza alcuna condizione tutto quanto ha lasciato loro il marito.[Se però muore uno che non ha moglie nè figli nè altri eredi legittimi, i 24 giurati del mercato dovranno conservare in mano loro e sotto la loro tutela tutta l' eredità per un anno intero, facendo quindi in modo che se qualcuno dovesse richiedere l' eredità legittimamente possa riceverla e possederla secondo giustizia. Se non c'è nessun erede che rivendichi il pagamento del lascito, un terzo di questo dovrà essere devoluto ai poveri per la salvezza eterna del defunto, un secondo terzo dovrà essere utilizzato per la costruzione della città o per l' addobo della sua chiesa, l' ultimo terzo spetterà al Duca]. A tutti i residenti nel mercato concederò di aver parte ai feudi dei miei concittadini nella misura che a me parrà, e infatti potranno utilizzare senza alcun divieto prati, fiumi, campi e boschi. Tutti i mercanti saranno dispensati dai dazi di mercato. Mai imporrò ai miei concittadini senza averli prima consultati un nuovo balivo o un nuovo parroco; ma al contrario quando li avranno eletti loro stessi, otterranno poi il mio consenso. Le liti e le controversie tra i miei cittadini non saranno giudicate secondo il mio metro o quello del loro preposto; il caso sarà invece deciso in base al diritto consuetudinario riconosciuto da tutti i mercanti [...]. Se il bisogno e la mancanza dello stretto necessario costringono qualcuno a vendere i propri averi questi è libero di farlo e a chi preferisce. Il compratore, però, dovrà pagare per la parcella il canone previsto. [Chi viene sopraffatto nella sua proprietà non è passibile di alcuna pena qualunque cosa faccia al suo aggressore. Se qualcuno disturba la quieta convivenza dei cittadini e in preda all' ira picchia intenzionalmente qualcuno a sangue, al colpevole sarà tagliata la mano; se poi uccide l' altro, verrà decapitato. Se però sfugge alla cattura allora la sua casa sarà rasa al suolo fino alle fondamenta.] [...] [Il colpevole sconterà la pena prescritta in qualunque momento dovesse essere catturato in città. Se il duca è chiamato dal re alle armi un suo servitore potrà prelevare al pubblico mercato da un qualsiasi calzolaio a sua scelta i migliori sandali per il fabbisogno del Duca. Allo stesso modo potrà procurarsi dai rifinitori di stivali le migliori calzature]. [...] [Sarà permesso, poi, a chiunque arriverà in questo luogo di abitarvi liberamente, sempre che non sia servo di nessuno e confessi il nome del suo signore. In questo caso il signore potrà lasciare il servo nella città o, su suo desiderio, portarselo via.] [...] [Se però uno resta in città per anni e anni] [...] [può rallegrarsi di una sicura libertà per il futuro]. [...] [Nessuno dei feudatari o ministeriali del Duca e nessun cavaliere può abitare nel comune, se non su accordo e per patto generale di tutti i cittadini]. Per far sì che i miei cittadini non nutrano troppa poca fiducia nelle promesse su elencate ho garantito insieme a dodici dei miei più virtuosi ministeriali, che tutti insieme hanno giurato sulle reliquie del Santo, che io ed i miei discendenti ci atterremo sempre ai sunnominati punti. E perché io non rompa mai questo giuramento neanche in una situazione difficile, vi ho giurato eterna fedeltà attraverso una stretta di mano con l' uomo libero [nome non riportato] e con i giurati del mercato, Amen[16]. » |
Certo sia Empoli che Friburgo erano realtà locali già allora densamente popolate e in qualche modo più strutturate di Montevarchi che era invece solo agli albori ma la posizione geografica e la situazione geopolitica della terra montevarchina facevano ben sperare per il futuro con una valle di quà e di là dall' Arno tutta da colonizzare e un flusso continuo di gente che passava andando e venendo da e verso Roma. Sempre che non sia andato perduto o distrutto, la mancanza di un atto di "rifondazione" come quello di Empoli o di Friburgo si potrebbe imputare proprio alle ridotte dimensioni della realtà di Montevarchi che, per molte cose, poteva dunque essere amministrata "a voce" e senza bisogno di un notaio.
[modifica] Cluedo montevarchino
Attenendosi strettamente alle sole fonti documentarie note, perché solo quelle ci sono, i vari soggetti attivi, se si escludono i diplomi imperiali rilasciati ai Guidi a conferma dei loro possessi, in questo processo storico si trovano così menzionati:
- Conti Guidi
- 1157 - Un conte Guido muore vicino a Montevarchi. Nel 1203 un testimone al famoso processo di Rosano[17], una disputa tra il monastero di Rosano e i Conti Guidi che ne avevano il patronato, dichiarò alla badessa Sofia, anche lei una Guidi, che: «vidit Comitem Guidonem patrem istius comitis, qui mortus est apud Montem Guarky jam sunt xlvii anni»[18]
- Castello di Monte Guarchio
- Giugno 1170 - Regesto di Coltibuono in tomo 51 carta 131 V. In una donazione a nome di Flandina di Bucco si fa riferimento ad una località, Ulmeto, «in comitatu florentino in curia de Monte Guarchi» e l' atto è rogato proprio in «Monte Guarchio». Tra le altre cose, nel documento, si fa un appunto sull' usanza del morgincap di tradizione longobarda evidentemente ancora viva[19].
- 19 marzo 1229. I Conti Guidi nel contratto di vendita ai fiorentini di Montemurlo si impegnano a cedere, come penale nel caso la transazione fosse andata a monte, una serie di loro feudi tra cui anche il castellare montevarchino[20].
- Mercato
- 1169 marzo- Archivio Diplomatico di Vallombrosa. Dalle pergamene conservate dall' istituzione vallombrosana si fa per la prima volta menzione di un mercatale: «Actum in foro Montevarkensi»[21].
- 13 marzo 1207 - Archivio della Badia di Passignano. Benincasa del fu Alberto dona allo Spedale di Ubaldo un pezzo di terra posto nella Corte di Pian Alberti e anche lui registra l' avvenuto passaggio di proprietà presso il mercato di Montevarchi[22].
- San Lorenzo
- 1144 - Diploma di Celestino II. Il papa con questo documento confermava i doveri d’obbedienza, in materia di elargizioni, testamenti e decime, nei confronti della Pieve di San Giovanni Battista di Cavriglia da parte dei Presbiteri e del Populus delle Cappelle di Montevarchi, Montegonzi, Sereto e Pian Alberti: «Sancisum quoque et Presbiteri et Populus Montis Guartii et Montis Gunzoni et Montis Cereti et Plani Alberti [...] absque Fesulani Episcopi et Vestru assensu presumat».
- 1183 - Bolla di Lucio III. Nel riconfermare i diritti della Pieve di Cavriglia si definisce la chiesa di San Lorenzo come "canonica"[23] ovvero avente più di un sacerdote officiante.
- 7 agosto 1218 - Lettera di Onorio III. Il pontefice concede all’ «Ecclesia S.Laurentii de Monte Guarchi» il diritto di dotarsi di un fonte battesimale[24].
- 6 novembre 1227 - Un Maestro Giovanni di Ughetto, medico in Montevarchi, in quella data donava alla canonica di San Lorenzo, nella figura del priore Bonagiunta, un' abitazione: «sita apud Monteguarchi in Burgo de Pugnacoda».
- 15 ottobre 1241 - Contratto di affitto. In questo documento si cita un "molendinum et gualcherias" ossia un mulino situato "a le Campora iuxta flumen Ambre, in curte de Bucino" concessi "ad meliorandum" da Guido "canonice et ecclesie Sancti Laurenti de Montisvarchi" ad Accaptapane "spedalingo e Rettore dello Spedale di Sieperna"[25].
- Cennano
- Al 29 agosto 1231 rimanda un' iscrizione murata sull' architrave di Cennanuzzo, la cappellina eretta nei pressi dell' antica Sant' Andrea: «[anno] mill [ssim]o ducentesimo trigesimo primo quarta k[a]l[endas] sept[em]b[ris] ind[ictione] quarta».
- 1254 - Archivio delle Riformagioni di Firenze. Negli atti di cessione di Montevarchi da parte dei Guidi in favore di Firenze si fa riferimento a dei «cennano veterii» letteralmente "antichi Cennanesi".
Tracce documentarie che, comunque, di per sè non dicono nulla e risultano di fatto essere marginali alla storiografia montevarchina senza un' adeguata chiave di lettura. Ma, almeno in questo caso, una "stele di rosetta" c'è ed è un arbitrato pontificio del 16 luglio 1249, conservato in origine presso la Badia di Passignano. La decisione papale però perderebbe parte del suo significato se si tralasciasse di ricordare il primo fatto d' armi della Terra di Montevarchi registrato dalle cronache ossia quella che è passata alla storia come la "Battaglia di Montevarchi".
[modifica] La Battaglia di Montevarchi
Annota Giovanni Villani nella sua Cronica:
| « Veggendosi i guelfi aspramente menare, e sentendo già la cavalleria di Federigo imperadore in Firenze, entrato già lo re Federigo con sua gente la domenica mattina, sì si tennero i guelfi infino al mercoledì vegnente. Allora non potendo più resistere alla forza de' ghibellini, sì abbandonarono la difesa e forza, e partirsi dalla città la notte di Santa Maria Candellara gli anni di Cristo 1248. Cacciata la parte guelfa di Firenze, i nobili di quella parte si ridussono parte nel castello di Montevarchi in Valdarno, e parte nel castello di Capraia; e Pelago, e Ristonchio, e Magnale, infino a Cascia per gli guelfi si tenne, e chiamossi la Lega; e in quelli faceano guerra alla cittade, e al contado di Firenze [...] Avvenne che infra l'anno medesimo ch' e' guelfi furono cacciati di Firenze, quelli ch'erano a Montevarchi furono assaliti dalle masnade de' Tedeschi che stavano in guernigione nel castello di Gangareta nel Mercatale del detto Montevarchi, e di poca gente fu aspra battaglia, infine nell'Arno, dagli usciti guelfi di Firenze a' detti Tedeschi; alla fine i Tedeschi furono sconfitti, e gran parte di loro furono fra morti e presi; e ciò fu [ne]gli anni di Cristo 1248.[26] » |
Secondo il cronachista trecentesco Marchionne di Coppo Stefani al libro II, capitolo 82 della sua Istoria Fiorentina il battaglione che attaccò Montevarchi aveva come effettivi 1500 cavalieri e 500 fanti di nazionalità o origine tedesca. Ma non è tutto.
Nel Giornale Storico degli Archivi Toscani, Francesco Bonaini in un articolo intitolato "Della parte guelfa in Firenze" precisa e aggiunge che:
| « Ad aiutare i ghibellini non andò guari che venne Federigo principe d'Antiochia, bastardo dell'imperatore, con milleseicento cavalieri tedeschi. Entrarono per aiuto dei ghibellini di Firenze, il 30 gennaio 1248. Era impossibile resistere a tanto sforzo; bisognava cedere: e i guelfi erano espulsi la notte antecedente al 2 di febbraio. I nobili di questa parte si ridussero a Montevarchi ed a Capraia; Pelago, Ristonchio, Magnale, ed il paese che si distende perfino a Cascia, formarono una lega. I popolari si allogarono per il contado, quali nei loro poderi, quali su quelli de' loro amici.
Mentre ciò succedeva, in Firenze era un terribile ruinio di case e di edificii in odio de' guelfi che gli abitavano; maledizione non più veduta [...] Volevansi esterminate cose ed uomini; talché a que' furibondi pareva grazia di Dio il tenere a loro soldo, come ministri d' inesorabili vendette, ottocento cavalieri tedeschi. Non andò bene la prova quando s'affrontò la masnada tedesca di Ganghereto [1248] coi guelfi ridottisi a Montevarchi [...] Ma uno maggiore ne chiedevano a grande istanza i ghibellini di Firenze; e ad essi, quasi vassallo, [Federigo] non disdegnava compiacere. Comandò invero prima si accecassero, quindi si mazzerassero tutti quanti [...] Non però si scoravano i guelfi, ma per opposto cresceva loro coraggio la partenza di Federigo [...] per cui Ostina, castello del Valdarno superiore, ribellavasi. Bisognò porvi assedio, cautelandosi tuttavia in guisa, che parte degli armati si portasse a Figline ad impedire i soccorsi che potevano venire da Montevarchi. Inutile espediente; la notte seguente al 21 settembre 1250 riuscì fatale agli assalitori, tantoché il giorno seguente scornati dovettero levar l'oste, e ridarsi poco onorevolmente a Firenze.[27] » |
Eppure, nonostante tutta questa ulteriore documentazione, l' indizio più interessante da cui cominciare la ricostruzione della serie di processi che portarono i montevarchini a dividersi in due parrocchie appartenenti a due diverse diocesi e poi a trasferirsi tutti nel fondovalle dove tenevano un mercato o dove c' era un mercatale ce lo fornisce per prima la famosa pergamena del 1079 redatta per conto della contessa Sofia, moglie e madre di un Bourbon, nel, per la prima volta riportato nelle cronache, "Castello di Montevarchi". Quella povera contessa Sofia che, nata chissà dove, andò in sposa a un Bourbon, poi in seconde nozze ad un Alberti e si ritrovò infine nonna di un Guidi mentre le tre famiglie da, forse, secoli si facevano guerra l' un l' altra.
[modifica] Il ripristino della catena di comando
La, come direbbe il Repetti, membrana del 1079 porta una dicitura che apparentemente sembrerebbe del tutto secondaria ma che invece, inserita nel suo contesto, si rivela di fondamentale importanza storiografica perché proprio su quel documento il notaio rogante, senza alcuna esitazione, ha annotato "actum in comitatu florentino" ossia che Montevarchi, già nel 1079, era non più in contea di Fiesole ma direttamente in quella di Firenze.
Questo spiega moltissime cose. Il conte-vescovo di Arezzo Elemperto non aveva dunque chiesto al conte-vescovo di Fiesole il permesso di fondare il castello di Montevarchi previa la mediazione ex imperio del marchese Ranieri suo fratello come potrebbe sembrare a una prima analisi. Infatti, come testimonia quella carta, i vescovi di Fiesole avevano evidentemente perso da tempo la signoria, temporale non pastorale, sul Valdarno superiore settentrionale che dunque nell' XI secolo era già entrato a far parte del territorio comitale, la contea, di Firenze. Certo la fondazione di Montevarchi coinvolse comunque il vescovo Elemperto, il Marchese Ranieri, e il vescovo di Fiesole ma, con l' entrata in scena di Firenze, cambia la percezione storica degli equilibri e dei rapporti di forza tra i differenti soggetti politici coinvolti.
[modifica] Feudalesimo à la montevarchinoise
Il sistema di organizzazione politica feudale era tutt' altro che insensato. Il feudalesimo franco-longobardo infatti, come forma associativa proto-statale, aveva una ratio fondata su solide e antichissime basi socio-antropologiche e ne è prova, tra le sue caratteristiche più innovative, la dissociazione tra difesa fisica e produzione economica.
Nelle società primitive i maschi giovani della tribù, equivalente umano del branco animale, erano coloro che per ovvie ragioni di forza fisica e vigore giovanile si incaricavano della caccia e quindi della fornitura alla tribù del cibo più pregiato, in termini nutrizionali, per l'uomo preistorico: la carne. I cacciatori però mettevano a disposizione le loro abilità con le armi anche per proteggere dalle minacce esterne i soggetti più deboli, ma altrettanto preziosi, del clan ossia donne, vecchi e bambini che in cambio fornivano ai cacciatori la frutta e la verdura che coltivavano e raccoglievano oltre a fornire loro tutte quelle cure e attenzioni sociali che fanno definire un gruppo di persone "una comunità" e un certo luogo "casa". In pratica ogni membro della tribù faceva quello che sapeva fare in funzione degli altri sapendo che anche gli altri facevano quello che sapevano fare in funzione sua o, in altre parole, un individuo metteva a disposizione di tutti le sue abilità e così risolveva un problema agli altri mentre gli altri, mettendo a disposizione le loro abilità, risolvevano a lui molti problemi. Certo non tutti i gruppi sociali preistorici si saranno comportati così ma è sicuro che sopravvissero all' era glaciale solo quelli che seguivano modelli di tipo mutualistico e cooperativo in tutte le sue possibili sfumature. Anche quei gruppi umani che fin dal Paleolitico inferiore si erano stabiliti nel Valdarno.
Titanici e innegabili sono gli infiniti progressi in filosofia e pratica politica fatti dalle comunità umane tra il 10000 a.C. e la caduta dell' impero romano ma nel frangente della fine violenta e improvvisa del predominio culturale romano e la sua inevitabile rapida fusione con popoli di culture e civiltà anche molto differenti, segnò il ritorno a un' epoca non barbara ma primitiva dove cioè tornavano ad essere di primaria importanza non il teatro, la filosofia, la poesia, la politica, l' oratoria, la giurisprudenza, e tutto quello che nel mondo greco-romano aveva rappresentato la più alta sfida alle possibilità e potenzialità umane; crollate quelle istituzioni, eredi delle esperienze delle polis greche prima e delle civitas romane poi, che da tempo immemorabile erano state delegate dagli individui che se ne dichiaravano cittadini a provvedere ai loro bisogni primari di cibo e sicurezza perché quegli stessi individui si potessero dedicare ad altro, tra cui la produzione di cibo e la difesa ma perché lo volevano non perché ci fossero costretti, ovviamente il problema di trovare da mangiare per sè e la propria famiglia e difendere se stessi e i propri congiunti passò da essere un affare collettivo a un problema individuale: ognuno doveva pensarci da sè e non poteva così più delegare il farlo ad altri per dedicarsi a quello che davvero gli interessava. Dall' amalgama dei differenti tentativi di rispondere alle esigenze di produzione alimentare in assoluta sicurezza e quindi, nei tempi morti, dedicarsi ad altro nacque quello che noi oggi chiamiamo feudalesimo. Montevarchi fu uno di questi tentativi.
Senza entrare nel merito della sociologia del feudalesimo, soprattutto di quello macropolitico, che è, di per sè, articolatissima e rimanendo soltanto a quei latini che agli inizi del V secolo abitavano, si ritiene, pacificamente il Valdarno ed erano discendenti di coloro che nei secoli lo avevano colonizzato, quando si videro arrivare masse di guerrieri organizzati sia in grandi eserciti come in medie guarnigioni o in piccole bande che, parlando lingue incomprensibili e vestendo abiti decisamente bizzarri per un latino, si portavano via tutto il cibo e, probabilmente, nel far questo si lasciavano andare a qualsiasi violenza fosse necessaria o non necessaria senza più nessun tribuno, console, legione che li difendesse è chiaro che per poter aumentare le loro chance di sopravvivenza furono costretti a chiedere asilo presso quelli che potevano fisicamente provvedere alla loro sicurezza: i padroni delle fattorie collinari facili da fortificare e difficili da raggiungere come quelle di Villole o Pietraversa.
Ma se questo sembrò funzionare almeno all' inizio, la complessità dell' organizzazione e della messa a regime di mezzi di difesa adeguati alla rapida escalation politico-militare delle vicende europee ossia mura solide, soldati ben armati e addestrati, ufficiali competenti e leali prendeva così tanto tempo e assorbiva così tante energie, anche economiche, che coloro che erano impiegati nelle pratiche militari non potevano partecipare al processo di produzione delle risorse necessarie al sostentamento proprio e degli altri. Allo stesso tempo l' attività agricola e zootecnica, già difficile per definizione, si era fatta nel tempo anche così tecnicamente complessa che solo dei professionisti dedicati costantemente al lavoro dei campi e delle fattorie potevano portare avanti ma questo d' altra parte non lasciava loro il tempo di imparare a maneggiare un' arma e, meno che mai, a essere parte di un' armata.
La gestione della soddisfazione reciproca delle esigenze di queste due essenziali componenti sociali venne affidata alla figura del signore che era quello ufficialmente incaricato di distribuire ai guerrieri la loro parte di cibo prodotta dagli agricoltori e allo stesso tempo garantiva personalmente agli agricoltori la protezione militare che necessitavano. Per questo il signore era collettore di tutte le tasse in natura e in denaro in quanto spettava a lui redistribuire ai soldati e a tutto l' indotto militare (fabbri ferrai, paggi, stallieri) questa parte di risorse prodotta dagli agricoltori ma allo stesso tempo era anche comandante in capo e condottiero delle forze militari ogni qual volta si presentavano emergenze difensive. Era insomma signore in quanto si faceva personalmente garante del rispetto dei patti fondanti la comunità. Proprio in vitù di questo spettava al signore il compito di arbitrare i conflitti che eventualmente potevano sorgere tra i due gruppi, tra sottogruppi o singoli individui di un gruppo e sottogruppi o singoli individui dell' altro, tra consorterie o singoli individui dello stesso gruppo: e già allora si chiamava "Giustizia". Anche Berulfo, il leggendario fondatore de La Ginestra o comunque il suo ultimo signore prima del vescovo Giovanni, era tutto questo.
Dopo la conquista franca del regno longobardo e l' istituzione del Sacro Romano Impero si riallacciò in maniera definitiva la catena di comando che partiva dall' ultimo vassallo e arrivava fino al sovrano attraverso tutti i gradi intermedi passando per il conte, generalmente signore di una città e del suo territorio, e, salendo ancora, per i duchi, titolari di un ducato cioè di un insieme di contee, e per i marchesi, sorta di duchi di seconda classe perché titolari di terre di confine e quindi meno votati alla politica e più militarizzati. Quindi agli inizi dell' XI secolo, quando il castello di Monte Guarco venne fondato, il feudo era sì di proprietà dei Bourbon ma i Bourbon ne dovevano rispondere al conte di Firenze o, meglio, alla contea fiorentina che a sua volta faceva capo alla Marca o Marchesato di Tuscia.
Vero è che il territorio dell' odierna Montevarchi era stato in precedenza soggetto al potere temporale di Fiesole, come dimostra ancora oggi l' appartenenza diocesana della cittadina, ma, pur non sapendo nè quando nè come, prima del 1079 la signoria sul Valdarno a nord del Dogana era passata a Firenze. E questo complicava enormemente le cose.
[modifica] Guelfi o Ghibellini ossia fiorentini o aretini?
Scrive Dino Compagni, il cui più grande studioso per inciso fu proprio il montevarchino Isidoro del Lungo, al capitolo I della Cronaca:
| « Dopo molti antichi mali per le discordie dei suoi cittadini ricevuti, una ne fu generata nella detta città, la quale divise tutti i suoi cittadini in tal modo, che le due parti s'appellarono nimiche per due nuovi nomi, cioè Guelfi, e Ghibellini; e di ciò fu cagione in Firenze, che uno nobile giovane cittadino, chiamato Buondelmonte de' Buondelmonti, avea promesso tórre per sua donna una figliuola di mess. Oderigo Giantruffetti. Passando dipoi un giorno da casa i Donati, una gentile donna, chiamata Madonna Aldruda, donna di mess. Forteguerra Donati, che avea due figliuole molto belle, stando a' balconi del suo palagio, lo vide passare, e chiamollo, e mostrogli una delle dette figliuole, e dissegli: Chi hai tu tolta per moglie? io ti serbava questa. La quale, guardando, molto gli piacque, e rispose: Non posso altro oramai. A cui Madonna Aldruda disse: Sì puoi, che la pena pagherò io per te. A cui Buondelmonte rispose: E io la voglio; e tolsela per moglie, lasciando quella, che avea tolta, e giurata. Onde mess. Oderigo dolendosene co' parenti, e amici suoi, deliberarono di vendicarsi, e di batterlo, e fargli vergogna. Il che sentendo gli Uberti, nobilissima famiglia, e potenti, e' suoi parenti, dissono voleano fusse morto: che così fia grande l'odio della morte, come delle ferite. Cosa fatta capo ha. E ordinarono ucciderlo il dì menasse la donna, e cosi feciono. Onde di tal morte i cittadini se ne divisono, e trassonsi insieme i parentadi, e l'amistà d'ambendue le parti, per modo, che la detta divisione mai non finì. Onde nacquero molti scandoli, e omicidi, e battaglie cittadinesche. Ma perché non è mia intenzione scrivere le cose antiche, perché alcuna volta il vero non si ritruova, lascerò stare. Ma ho fatto questo principio per aprire la via a intendere, donde procedettero in Firenze le maladette parti dei Guelfi, e Ghibellini. » |
Se anche tutto questo fosse vero Compagni riporta soltanto l' evento scatenante della sanguinosa faida che divise Firenze prima e tutta la Toscana poi ma non spiega le origini e le cause di quei conflitti latenti che aspettavano soltanto un pretesto per scatenarsi apertamente e quindi violentemente come poi avvenne. Un po' come nel caso dell' assassinio a Sarajevo dell'arciduca Francesco Ferdinando che innescò quelle forze che di lì a poco si produssero nella Prima Guerra Mondiale le quali però erano sospinte da ben altri motivi e motivazioni che vendicare un attentato terroristico.
Al di là delle circostanze fortunose, delle ambizioni imperiali sassoni e sveve, e soprattutto delle leggende anche recenti i Guelfi e i Ghibellini non erano partiti politici, non erano organizzati in forma piramidale e non avevano una direzione centrale. In questo caso sarebbe infatti più corretto parlare di guelfismo e di ghibellinsimo piuttosto che di Guelfi e Ghibellini.
Il fatto è che la società feudale classica, quella del triangolo signore-agricoltore-guerriero, stava entrando in crisi perché nel frattempo con la stabilizzazione politica e militare dell' Europa, il ripristino cioè della catena di comando tra il sovrano e il singolo suddito, si erano affacciati nuovi attori sulla scena come i mercanti, attivissimi da quando si era cominciato a registrare un po' ovunque surplus produttivi e la viabilità era sempre più trafficabile e sicura, o come le elites intellettuali (letterati, giuristi, notai) o addirittura come i manufattori che compravano materia prima altrove e la trasformavano in prodotto finito magari da rivendersi in quelle stesse regioni che avevano esportato il grezzo. E poi c' era il popolo, il popolo libero cioè non al servizio di qualcuno da cui poi venivano tutte le nuove figure e che non era assolutamente inconscio, come si è tentato di far credere per lungo tempo, delle proprie potenzialità come collettività tant' è che a Firenze Boccaccio leggeva serenamente Dante al popolo e il popolo fiorentino era solito cantare terzine dantesche. Per dare un termine di paragone in tempi recenti, anche soltanto a leggere pubblicamente la Divina Commedia, ci hanno provato in tanti ma, a parte le barzellette semmai prima o i tagli teatrali semmai poi, dallo scarso eco nella società di queste lecturae danctis è pacifico pensare che, pur nel XXI secolo e con un tasso altissimo di scolarizzazione, la Divina Commedia in quanto tale abbia interessato, e dunque l' abbia capita, solo una piccolissima minoranza di ascoltatori-spettatori.
Ovviamente tutte queste nuove figure che stavano pian piano emergendo e prendendo coscienza di sè come entità politiche chiedevano un riconoscimento ufficiale, una rinegoziazione dei patti sociali fondanti la comunità che includesse anche loro, dopodiché volevano partecipare e contare, ognuna a suo modo, nella gestione della res publica. Ma per far questo dovevano per forza confrontarsi con i feudatari grandi e piccoli che erano gli unici ad avere il potere di aprire un tavolo per le trattative. O di chiuderlo per sempre.
In alcuni casi, come in quello dei Conti Guidi, il signore accettò di riscrivere le regole in altri casi, come per i Ricasoli o gli Ubertini, non se ne potè neppure parlare. La moltitudine, non disponendo di armate proprie e non potendone disporre, chiaramente aveva finito per ritrovarsi tutta o quasi tutta a farsi rappresentare e difendere dalla chiesa contro gli abusi e le riottosità del potere feudale. In effetti i vescovi, prima dell' imposizione delle nomine imperiali, erano eletti dalla comunità e lo stesso papa, primus tra loro perché vescovo di Roma, era comunque scelto dai Romani nel loro insieme. Senza contare che l' abito monacale o la tonaca erano l' unica possibilità di riscatto sociale e intellettuale per tutti coloro che non avevano abbastanza denaro. E poi le attività assistenziali ed educative che sanavano, per quello che potevano, piaghe sociali enormi come l' abbandono minorile o l' analfabetismo intellettuale, la preservazione della memoria e della cultura nei monasteri e nelle biblioteche, e infine la partecipazione popolare a riti e rituali ciclici di massa come messe, benedizioni, processioni, prediche pubbliche, che si annodavano poi a tutta una fitta e intricata rete di culti privati e di piccoli gruppi con cappelline, madonnini, confraternite, santi e santini patroni. Insomma la chiesa nelle sue forme più appariscenti e massive e la religione anche nelle sue manifestazioni più laropenatesche erano parte del popolo e il popolo vi si identificava.
Il caso di Firenze è emblematico. Dopo essere stata demolita dai Longobardi, la città che aveva anche perduto i suoi leader, uccisi o deportati dai vincitori, si ricompattò attorno alla figura del suo vescovo per ricominciare e per ricostruire tutto ma stavolta meno anfiteatri e colonne e più case torri e mura di pietra. La città diventò così un difficilmente espugnabile labirinto-fortezza pieno di trappole, trabocchetti e di uomini armati pronti a spuntare da ogni dove: i soldati di mestiere allora non servivano più. La città, sicura come un castello ma libera e senza signori, diventò polo di attrazione per tutti coloro che volevano sfuggire alle angherie nobiliari oppure erano interessati a fare qualcos' altro che arare i campi o sellare i cavalli oppure semplicemente volevano morire in un posto diverso da quello in cui erano nati.
Ma a mano a mano che aumentava la popolazione cresceva anche il numero di ettari di terra produttivi, con annessi e connessi (frantoi, mulini, allevamenti), necessari a sfamare la città. Firenze così cominciò a espandere il suo contado o meglio la sua campagna dato che la contea altro non era che la capacità massima di una singola unità politica di gestire produttivamente al meglio una porzione di territorio. Al meglio perché tutta la catena di comando feudale beneficiava di una parte di produttività attraverso le gabelle e dunque più si produceva, più si guadagnava, più alte erano le gabelle e maggiore era la ricchezza di quelli al vertice della struttura gerarchica sociale. Chiaramente quelli al vertice reclamavano il diritto alla fiscalità in quanto quei canoni andavano a coprire le spese signoriali per l' amministrazione della giustizia e per la difesa anche se, a guardar bene, i feudatari non facevano che estorcere denaro col ricatto della violenza offrendo in cambio protezione giuridica e militare da sè stessi. Oggi si definirebbe "pizzo".
Firenze però era arrivata a potersi difendere da sola, la giustizia se la amministrava già per conto proprio e come garante dei patti sociali correnti tra i fiorentini c' era il vescovo, nientemeno che un uomo di Dio, e dunque il signore feudale era semplicemente di troppo. O meglio, era una spesa di troppo. La profonda sinergia fiorentinesca tra la città e il vescovato è palesata dal fatto che quella che diverrà in seguito la Repubblica Fiorentina portava avanti una politica interna ed estera di pari passo e in pieno accordo con il vescovado e anzi ogniqualvolta Firenze si annetteva politicamente una località poco dopo, se nel caso, la località cambiava pure diocesi come avvenne per la cintura di pievi, castelli, e borghi strappati militarmente alla contea di Fiesole e poi ecclesiasticamente alla diocesi di Fiesole tanto che, passando a quella fiorentina, isolarono fisicamente l' episcopio fiesolano dal resto del corpo territoriale diocesano in un' anomalia ecclesiastico-territoriale nota come "Isola di Fiesole". Firenze insomma era guelfa nell' anima e democratica nel senso di partecipativa dove tutti, almeno in teoria, avevano una chance. La vicenda dei Della Luna arrivati a Firenze in barroccio da Montevarchi e col tempo entrati a far parte dell' élite cittadina si commenta da sola.
Differente invece la situazione di Arezzo, ghibellina per forza, in quanto, preservata dalla distruzione ed elevata dai Longobardi a loro capoluogo, aveva mantenuto intatte le antiche gerarchie sociali aristocratiche franco-longobarde che vantavano quindi una più lunga e di conseguenza più radicata tradizione. Mentre a Firenze apparteneva al vescovo un' intera piazza, piazza del Duomo, ad Arezzo i vescovi avevano faticato a lungo prima di poter disporre persino di una cattedrale adeguata che infatti, in principio, stava addirittura fuori le mura e non al centro della città come a Firenze. Certo il vescovo aretino vantava, per l' epoca, la diocesi più grande della Toscana e quasi sicuramente nelle top 20 della cristianità ma questo significava sì grandi risorse ma anche molte energie da spendere nell' amministrazione diocesana e quindi poche forze per la partecipazione alla poltica cittadina. Il vescovo insomma era uno dei tanti soggetti politici di Arezzo e non il loro arbiter come a Firenze. Di questa sostanziale differenza sociale tra le due realtà urbane gli Ubertini ne fecero direttamente le spese perché chi di loro si inurbò ad Arezzo trovò il suo spazio politico nell' aristocrazia cittadina mentre chi si trasferì a Firenze ne fu poi cacciato in malo modo.
La maggior concentrazione delle risorse economiche in poche mani e la loro minore redistribuzione unita a una gestione politica oligarchica rendevano scarsi ad Arezzo tutti quei nuovi segmenti di professionalità e imprenditorialità la cui abbondanza era invece la fortuna di Firenze, ma allo stesso tempo Arezzo, concentrandosi più sulla produzione agricola che su quella manifatturiera, dipendeva di meno da vicende estranee al proprio raggio d' azione. Nel senso che per Firenze, che per esempio commerciava panni di lana nelle Fiandre, anche solo una scaramuccia tra feudatari tedeschi o francesi sulla strada da e per Bruges poteva significare la paralisi totale e la città non aveva nessun potere per impedire che accadesse. Ad Arezzo invece il massimo che li potesse preoccupare era una primavera ghiacciata o un' estate secca o, al limite, il passaggio di qualche masnada di soldati ma roba di ordine pubblico e niente che comunque non fosse facilmente gestibile: la campagna aretina era ricca e il cordone della borsa, controllato da pochi, era casomai facile da aprire.
Il guelfismo toscano insomma nasceva come spinta sociale dal basso in quelle realtà intenzionate a spezzare la catena di comando feudale per creare comunità autonome cioè libere da tasse e balzelli perché più orientate al commercio e alla manifattura e quindi più sensibili a tutti quei fattori che fanno la differenza nell' equazione ricavi - costi = guadagno. La controparte ghibellina invece era la reazione aristocratica e militaresca al tentativo di introdurre cambiamenti sociali in strutture economiche più tradizionali e agricole che, se questi cambiamenti avessero avuto luogo, avrebbero inevitabilmente danneggiato l' equilibrio esistente a danno dei magnati, in primis, ma poi anche a danno di tutti.
Va da se che poi i ghibellini, quando si cominciò a dover fare sul serio, gioco-forza si appellarono all' Imperatore che a sua volta li accolse a braccia aperte visto che da tempo l' Impero voleva far passare l' idea di essere superiore, in tutti i sensi, al Papa che era in fondo solo un vescovo ma per riuscire in una impresa così audace gli servivano quanti più alleati, uomini, e mezzi fossero necessari. I Guelfi, di conseguenza, offrirono e non chiesero, al papa il loro appoggio in cambio di, diciamo, "comprensione" diplomatica e politica. Ma tutto furono i Guelfi e i Ghibellini meno che la cavalleria USA contro gli Apaches, i papa-boys contro i comunisti, gli eroici cavalieri della tavola rotonda contro le forze del maligno come, d'altronde, sono spesso stati intesi. O volutamente distorti.
È in questo articolato contesto storico che avvenne la fondazione di Montevarchi e pertanto non se ne può non tener conto. Agli inizi la comunità montevarchina, come ogni avamposto coloniale, rimase in embrione e bisognò aspettare che finisse di organizzarsi e che cominciasse a crescere prima di poter dire con certezza se sarebbe diventata guelfa oppure ghibellina ovvero se i montevarchini avrebbero voluto essere fiorentini, libertari e mercatanti ma soggetti a rischi e pericoli continui, oppure aretini, forse più oligarchi e aristocraticamente conservatori ma più stabili e in un certo senso più efficienti. E quando arrivarono i Conti Guidi e poi successivamente gli imperatori presero a scorrazzare per la Toscana i montevarchini furono costretti a fare in fretta la loro scelta. Il dado era ormai tratto cioè lanciato in aria: troppo tardi per fermarlo o per eventuali ripensamenti.
[modifica] Il panettone di Monte Guarco
A Montevarchi non esiste e non è mai esistito un nome unico e difinitivo per indicare quello che in geologia, anche se colloquialmente, è definito "panettone" ossia un "bubbone" di materiali, di sabbie arenariche in questo caso, che si erge e svetta di qualche centinaio di metri sulla pianura circostante. I più definiscono la curiosa formazione geologica montevarchina, che poi altro non è che un residuo sedimentario dell' antico Lago Pliocenico, come "colle dei Cappuccini" dal convento che, a partire dal 1538, andò a sovrapporsi alle rovine del castellare. Nelle scritture più antiche invece lo si definisce "colle di Cennano". Le due diciture però sono entrambe inappropriate o, meglio, imprecise in quanto pur trovandoci di fronte a una struttura geomorfologicamente unica e coerente, l' erosione milennaria a cui il rilievo è stato inevitabilmente sottoposto dal prosciugamento del lago, avvenuto nel Pleistocene, all' arrivo dei Bourbon nel X secolo d.C. ha dato vita a due colline separate e distinte: il "colle del castellare" poi "dei cappuccini" e quello di Cennano dove sorge la cosidetta "croce dei Cappuccini". Sull' uno stava il castello e, molto probabilmente, sull' altro stava il borgo. Pertanto, almeno per convenzione, il modo più corretto di riferisi all' impianto collinare bicefalo Cappuccini-Cennano è "colle di Monte Guarco".
L' assenza, o comunque la non diffusione pubblica, di qualsiasi studio geologico anche elementare sul quella formazione arenarica e la mancata realizzazione di scavi archeologici su entrambi i colli non permettono di definire con esattezza come, quando e perché avvenne il distaccamento, se di distaccamento si trattò, delle due realtà borgo-castello e dunque, ad oggi, qualsiasi ricostruzione, per quanto accurata, rimane una pura e semplice speculazione. Se a questo si aggiunge che, a parte la buona volontà del proposto Conti, nessuno ha mai tentato di fare una ricerca storico-storiografica completa e credibile sulla Montevarchi prefiorentina, è andata a finire che, anche in tempi recentissimi, gli studi ad oggi consultabili sull' argomento sono in gran parte quasi tutti appiattiti su fondamentalmente non-spiegazioni o su frettolose e incomplete ricostruzioni che sollevano più dubbi di quelli che dovrebbero eventualmente sciogliere.
È anche per questo, ma non solo, che la common knowledge dei Montevarchini sui "tempi del colle" è piuttosto scarsa e si riassume perfettamente nell' ingenua, ma davvero calzante, relazione fatta dal Fontani nel 1827:
| « [...] Nei più remoti tempi un [sic] altra Terra, postata quasi a cavaliere dell'attuale sull'alto del Colle, godeva del medesimo nome, ed era riguardata come luogo di non lieve importanza. [...]
Non si ha memoria рerò la quale ci dia sicura notizia dell' antico Castello in quella età, e la prima carta antentica in cui si faccia di lui precisa parola è del 1191, segnata dall' Imperatore Enrico VI, e confermata poscia da un diploma dell' Imperator Federigo II del 29 novembre del 1220. Essa conferma ai Conti Guidi il possesso e dominio di molte tenute, giurisdizioni e corti di varj luoghi, e precisamente di Montevarchi, onde è duopo credere che e' sussistesse già intorno al mille, ed è probabile ch' ei fosse eretto da quei Conti e Marchesi, i quali a nome, e con l' autorità dell' impero tenevano ragione in varie parti d' Italia. I pochi avanzi, che rimangono di lui non ci danno indizio alcuno di un' epoca anteriore, perloché tutto convincendoci della verità di quanto noi crediamo di aver potuto asserire ragionevolmente, non ci daremo pena di richiamare ad esame le ragioni di coloro cbe opinarono, ed opinano diversamente, indotti a ciò fare da prevenzione, o da troppo forse smodato affetto verso la Terra che fu prima loro nutrice. Comunque siasi per altro circa l'esistenza, e pregj dell'antico superiore Castello, e qualunque si fosse di poi la cagione per cui, abbandonato appoco appoco, la popolazione scendesse al piano per ivi più agiatamente vivere, egli è fuor di dubbio che quantunque non si sappia il preciso tempo in che ciò avvenne, e per mezzo di chi, pure nel Secolo XIII esisteva la presente terra [...] » |
Ma nonostante tutto la struttura odierna del colle di Monte Guarco, pur modificatasi enormemente nel corso dell' ultimo millennio, riesce comunque a dare ancora un' idea di come dovesse essere l' altura tra il X e il XII secolo. Tutto il lato nord del "panettone", quello che guarda Ricasoli, è costituito da una ripida scarpata, in alcuni punti addirittura verticale, che si prolunga per oltre 2 kilometri tra la croce dei Cappuccini e la tenuta de "i Selvatici" e lo stesso vale per la costa sud del colle tanto che è possibile affermare che il Monte Guarco altro non è che una lunga "balza" o, come si dice a Montevarchi, una enorme "smotta" non dissimile dalle, sebbene più piccole, Balze del Valdarno descritte anche da Leonardo da Vinci. Di conseguenza, militarmente parlando, il castello di Monte Guarco era praticamente imprendibile.
Favorito dall' inaccessibilità morfologica del colle su cui era stato, non a caso, edificato, il castello di Montevarchi, molto probabilmente, aveva il suo mastio, cioè il corpo abitativo principale, sull' antica struttura del convento cappuccino, aggiunte moderne escluse, mentre le sue mura partivano a circondare quello che è l' orto o bosco dei frati e, prendendo per buona la cronaca del tuttavia inaffidabile Jacopo Sigoni, si estendevano fino alla casa colonica nota ancora oggi come "castellare". I toponimi però, anche in questo caso, non aiutano la ricerca perché anche a Levane esiste una località detta "castelvecchio" che però sorge almeno 400 metri più in là rispetto alla posizione originaria del castello di Leona. Quindi il Podere del Castellare, che sta a poco più di 300 metri dal convento, avrebbe potuto essere sì uno degli ingressi al castello ma anche una postazione difensiva fuori le mura espressamente realizzata per tenere sotto osservazione il monastero della Ginestra o ancora potrebbe non aver avuto nulla a che fare con il castello vero e proprio ed averne assorbito il nome solo in tempi successivi.
Il borgo di Montevarchi invece sorgeva o appena fuori delle mura castellane, come per esempio nel caso del binomio "Borgo-Castello" di Gorizia ancora splendidamente conservato nella sua conformazione originaria, o addirittura a sè stante e parimenti fortificato ma sul colle di Cennano come nel caso di Levane Alta. E proprio la vicinanza e le numerose somiglianze con Levane porterebbero a propendere per questa seconda ipotesi. D' altra parte, allo stato attuale degli studi, l' unica testimonianza ancora visibile di questo antico borgo scomparso è la cappellina di Cennanuzzo edificata, ma in posizione leggermente defilata, in data imprecisata con i materiali di scarto delle rovine dell' originaria chiesa di Cennano.
D' altro canto è comunque vero che in varie memorie, anche orali, si fa spesso riferimento a cedimenti e smottamenti del colle di Cennano che avrebbero risucchiato pure le poche rovine rimaste in piedi, dunque non è del tutto fuori luogo ipotizzare che il borgo del castello sorgesse, in tutto o in parte, in quella che è oggi la depressione del terreno che divide in due, in modo brusco, il colle di Monte Guarco nella sua estremità più vicina alla città odierna. Certo, per quello che se ne sa, il borgo potrebbe anche essere stato più addossato al castello o più addossato al colle di Cennano oppure avrebbe potuto non stare affatto sul colle di Cennano ma su quello del castellare oppure direttamente si potrebbe essere sviluppato tutto su Cennano magari nei pressi della croce. Di certo la sua posizione esatta, al momento, non è proprio possibile stabilirla.
Ma a parte questi vuoti di topografia storica, che si spera un giorno verranno colmati, ecco spiegato il perché dell' esigenza di due chiese: Montevarchi, a un certo punto della sua primissima storia, prese ad essere composta da due realtà abitative differenti ovvero il castello e il borgo. Ed entrambe le comunità, a questo punto, avevano bisogno della loro cappella non solo per ragioni di ordine religioso o spirituale ma anche e soprattutto perché nell' alto medioevo la chiesa, intesa come edificio, era l' unica struttura ad uso pubblico che esistesse e dunque era in qualche modo il centro di raccolta, e di identificazione, dell' intera sua comunità di riferimento.
[modifica] Il dossier Gambini
Stantibus rebus cioè allo stato attuale delle conoscenze tutte le ipotesi, sufficientemente fondate e documentate, sulle origini del binomio parrocchiale San Lorenzo-Cennano, che però sembrerebbe ben altro che una tipica baruffa toscana tra letteralmente campanili, risultano in qualche modo plausibili e quindi accettabili.
Ne consegue quindi che anche l' opuscolo "Cennanuzzo" pubblicato nel 1910 da Francesco Gambini, parroco della Ginestra, in cui si tenta di spiegare questa bizzarra stranezza abbia una sua valenza storica nonostante le molte sbafature e le numerose imprecisioni. Interessante l' avvertimento di Gambini quasi all' inizio della pubblicazione:
| « Due scrittori hanno parlato di Cennanuzzo: il Repetti (Dizionario Storico della Toscana) e il Prof. Ruggero Berlingozzi (Ricordo della festa di Cennanuzzo solennemente celebrata il 16 maggio 1901). Ma ambedue non ci hanno dato che fugaci, incomplete ed anche non vere notizie. Noi che abbiamo frugato in tante memorie e in tanti documenti, ad essi rimasti ignoti, possiamo essere in grado di parlarne più diffusamente, con maggior precisione e verità. E questo compito non ci riesce nemmeno troppo arduo, avendo raccolto ed ordinato tutto il materiale storico di un nostro nuovo lavoro intitolato «Montevarchi d'una volta - ossia Memorie di Storia e di Cronaca montevarchina del secolo XVII»; lavoro riguardante appunto la storia di quelle due singolari parrocchie paesane e la cronaca delle intestine discordie che per questioni di campanile nascevano tra i due partiti, cennaniano e laurenziano[28]. » |
Interessante perché quel lavoro di Gambini non vide mai la luce o, almeno, non è mai stato reso pubblico ed è oggi introvabile. Se non venne mai portato a termine è probabilmente perché Gambini sulla Montevarchi seicentesca trovò materiale scottante che preferì non rivelare al grande pubblico come invece hanno poi fatto, ma quasi un secolo dopo, Lorenzo Piccioli in "Potere e carità" e Andrea Zagli nei suoi differenti lavori sulla Montevarchi di fine ancièn regime. Berlingozzi tuttavia, pubblicando nel 1901 l' inedita "Relazione del presente stato e bisogni della Terra di Montevarchi di Pietro di Fabrizio Accolti, avvertiva che una buona parte dell' archivio della diocesi di Arezzo era andata perduta in un incendio[29] e, con lei, tutte le carte inerenti alla Cennano preseicentesca che era quindi instudiabile.
Non si capisce dunque di che tipo di documenti inediti sia venuto in possesso Gambini, anche perché nel testo non lo dice, e su quali assunti abbia costruito la sua tesi anche se, bisogna dirlo, gli archivi storici diocesani non sono generalmente aperti a tutti gli studiosi o curiosi, come dovrebbero essere, ma disponibili alla consultazione solo per gli amici degli amici degli amici o quantomeno hanno adottato questa politica, e non si sa per ordine di chi magari degli stessi vescovi, quelli della diocesi di Firenze, di Fiesole e di Arezzo come chiunque, semplicemente con una telefonata o una visita di persona, può constatare. Non potendo essere una peculiarità centro-toscana è evidente che le tre istituzioni ecclesiastiche permettono l' accesso alla loro documentazione solo a coloro che, previa presentazione, sono disponibili, o almeno fanno finta di esserlo, a pubblicare non "la verità storica" quale che sia ma una versione edulcorata, per non dire manipolata, dei fatti che non vada troppo a detrimento dell' istituzione stessa. Ragion per cui, tra quelle carte, ci devono essere documenti piuttosto imbarazzanti per non dire di peggio altrimenti non si spiegherebbe questo approccio, chiamiamolo, negazionista. In effetti il caso del monacomonzismo, cioè la monacatura forzata, e quello delle monache-bambine nel monastero di Santa Maria del Latte di Montevarchi, riportato coraggiosamente alla luce da Piccioli proprio dalle ricerche nell' archivio fiesolano, dovrebbe far riflettere, e vergognare, non solo i montevarchini ma anche chi ha permesso che una simile indecenza, anche per quell' epoca, potesse accadere. Siccome Ruggero Berlingozzi era uno storico rigoroso, e in particolare laico, è, quantomeno probabile, che la diocesi di Arezzo lo abbia escluso con una scusa dalla ricerca archivistica mentre abbia aperto le porte a Gambini che era invece un prete ed aveva, in un modo o nell' altro, le conoscenze giuste. Comunque sia Gambini sostiene:
| « Quale sia l' origine di codesta chiesa [Cennano], non è difficile stabilirlo, quando si tenga conto di un criterio storico che devesi tenere nella indagine delle antiche chiese parrocchiali. E il criterio è di dover sapere quale sia la loro filialità, e cioè quale sia la loro matrice, o in altri termini quale sia stata la chiesa madre che diè loro la esistenza. Su tal proposito, a riguardo della chiesa di Cennano, non possiamo desiderar di meglio. Documenti e memorie, esistenti nella Curia vescovile di Arezzo e nell' archivio della Propositura dello stesso Cennano, ci dicono chiaramente che essa era «della Diocesi di Arezzo, nel Piviere di S. Giovanni dì Petriolo o Galatrona». Questo fatto quindi ci conduce direttamente alle fonti della sua storia.
È storicamente noto come dalle antichissime Pievi, fondate nei primi tre secoli della Chiesa, partivansi e diramavansi qua e là nei dintorni i cosidetti Catechisti: i quali, fermandosi in mezzo alle popolazioni tutte campestri o in vicinanza degli antichi castelli, dopo aver convertito alla fede un numero più o meno grande di pagani, fondavano le cosiddette torri Cappelle, che erano dei piccoli oratori destinati a raccogliere e contenere (capere) i neofiti e i catecumeni per la preghiera comune, per la istruzione evangelica e per altri uffici divini. Uno dei Chierici catechisti della vetusta Pieve di Galatrona, dunque, avuta dal Plebano presbytero la missione di evangelizzare gli antichi Montevarchini, salì per tal fine a quell' antico castello: e siccome nei primi tempi del cristianesimo non era troppo facile nè senza pericolo penetrar nei Pagi, ossia nei castelli pagani, per predicarvi il Vangelo; così quel Catechista dovette far quello che ordinariamente facevasi dai suoi confratelli; dovette cioè fermarsi e prendere stanza, fuori delle mura castellane, e dopo aver guadagnato alla fede buon numero di quei castellani, fondava la primitiva Cappella, che servir doveva per luogo di riunione comune. E così anche questa entrò a far parte del grande numero di quelle Capellae, delle quali trovasi menzione in tante Bolle, Diplomi e Privilegi dei Codici Diplomatici. Dinanzi a questi dati e circostanze possiamo dunque ricostruire la storia dei fatti. Nell' ultimo scorcio del terzo secolo della Chiesa, quando già la Pieve di Galatrona si era consolidata pel numero sempre crescente dei fedeli, quando il nucleo dei Catechisti o Coadiutori del Presbyter Plebanus era cresciuto, e questi s'irradiavano qua e là nelle circostanti contrade, fondandovi sempre nuove comunità di fedeli e quindi sempre nuove Cappelle, - un bel giorno partivasi da quella Pieve, colle benedizioni del suo Superiore, un umile Catechista, fisso nel pensiero di portare il lume della, fede, anche a costo di darvi la vita, agli abitatori del lontano Montevarchi, che - come altri popoli del Valdarno - brancolavano nelle tenebre e nelle ombre del paganesimo. Era forse codesta la prima missione che usciva dall'orbita territoriale, compresa dentro tutta quella plaga che dalle sorgenti del Trigesimo (Monteluco) si distende di qua e di là verso la sinistra della bassa Valdambra, e su cui quella Pieve aveva distesa la sua matricità. Codesto sconosciuto Catechista, spoglio di qualunque argomento o mezzo umano, ma fidente in Colui che ai suoi discepoli aveva detto: «Andate per tutto il mondo e predicate il mio Vangelo ad ogni creatura», a capo chino e silenzioso (par di vederlo!) saliva su per uno stretto sentiero attraverso la boscaglia - che a quei tempi rivestiva tutte le circostanti pendici - e giungeva sulla cima del poggio di Cennano. In presenza dell' antico castello di Montevarchi, che colle sue torri e colle sue mura ciclopiche aggrumate dalle intemperie, sorgeva sulla cima del colle di contro, fermavasi quasi stanco sul margine della via che metteva alla porta. Non perché temesse di entrare colà ove qualche augure o sacerdote pagano teneva soggiogata la coscienza del popolo, ma perché Cristo aveva comandata ai suoi discepoli la prudenza anche nella predicazione del Vangelo, per questo appunto quell' umile servo di Dio soffermavasi colassù circospetto, aspettando di attaccar discorso con qualcuno che uscisse o andasse al castello. Ed ecco che attaccando parola coi primi venuti, colla ispirazione che gli veniva dall' alto, parlava loro di un Dio ignoto, che per la grande opera della redenzione, per la quale aveva profuso su di una croce il sangue e la vita, meritava di essere conosciuto. Far, dunque, conoscer Cristo e questi crocifisso, questo l' assunto della sua predicazione. Onde pur sembra di veder quei primi ascoltatori inarcare a cotale annunzio le ciglia, tendere attentamente le orecchie, apprendere come Cristo, proclamando l' amore, aveva proclamata la fratellanza umana; e, allargando il cuore al fuoco della carità, giubilare nel sentirsi figli di un unico Padre che è nei cieli. Superfluo il dire come codesti primi credenti, accogliendo in sè stessi la semenza evangelica, manifestavano ai parenti, agli amici ed ai conoscenti le gradite impressioni ricevute dalla predicazione dell' uomo della verità. Superfluo parimenti il dire come di giorno in giorno cresceva il numero dei Montevarchini che andavano ad udir quel servo di Dio e come quindi veniva ad aumentare il numero dei credenti. Basterà dire soltanto che in breve tempo si costituì tra i convertiti quella che chiamavasi una comunità di fedeli. È naturale che da principio, per le persecuzioni che si movevano e minacciavansi, tutto doveva farsi di nascosto: e quelle riunioni, che si tenevano di notte, convocavansi in qualche abitazione privata, ma sempre fuori delle mura e a rispettosa distanza. Cessata però la bufera delle persecuzioni, quella comunità fece come le altre consorelle: non più in una abitazione privata, non più nascostamente e nelle tenebre della notte, ma all' aperto e alla luce del giorno volle far palese la propria credenza. Sul modello di tanti altri già sorti, volle anch' essa il proprio santuario; volle cioè la propria Cappella, affinché fosse il centro delle loro riunioni e come il palladio della fede comune. E poiché da parte dei molti non convertiti pagani - ad onta che si fosse data fin dal 312 la libertà del culto pubblico - potevasi temere qualche persecuzione o per lo meno qualche molestia; per non avere inceppamenti di sorta, si pensò bene di attenersi all' usanza delle altre comunità: si volle cioè che l' Oratorio sorgesse fuori del castello. Ed ecco infatti che, nel secondo decennio del secolo quarto dopo Cristo, sorse per opera comune fuori delle mura; e precisamente sorse sul declivio meridionale del già descritto colle, sul medesimo punto, forse, ove il primo catechista aveva incominciata la sua missione evangelica. A codesto Oratorio - sia perché se ne fosse fatta la dedicazione nel dì di sant' Andrea 30 novembre, sia perché così si chiamasse quell' antico catechista - si diè il titolo di quel glorioso Apostolo. Ed eccoci così, quasi senza volerlo, risaliti ad assistere alle origini di quella che un millennio di poi doveva diventar la storica Propositura di Sant' Andrea ad Cennanum. Ed ora che ne conosciamo l' origine - quando storicamente sappiamo qual fosse lo zelo e il fervore dei primitivi cristiani; quando ci è noto in qual conto tenevano quella ch' essi chiamavano la casa di Dio e la porta del cielo; quando è pur risaputo che codesti Oratori erano il centro dei loro pensieri e la meta della loro santificazione - non possiamo distaccarci da codesto primitivo santuario senza che il pensiero vi si soffermi un momento per cogliere come di volo gli avvenimenti che vi si avvicendarono e la vita che per molti secoli vi si svolse. Edificato quel Santuario, gli antichi Montevarchini, non più adunque nascostamente e fra le tenebre della notte; ma apertamente e in pieno giorno, a uno, a due, a gruppi, si vedevano uscire dalla porta castellana; e tutti composti, a certi giorni e a certe ore, incamminarsi colà ove chiamavali l' adempimento di quelli, che per essere da tutta la comunità praticati, si appellavano atti comuni. E tra quelle devote comitive vedevansi vecchi cadenti, che procedevano lentamente colla calma del giusto aspettante il riposo del regno dei cieli: - erano i proceres, ossia gli anziani, che provetti nella credenza, andavano a consolidarsi sempre più nella fede. Si vedevano uomini più o meno avanzati, con in volto la gioia di chi sa di avere abbandonate le tenebre e le ombre di morte, ed essersi incamminato nella via della salvezza: - erano i neofiti, ossia i novelli battezzati, che andavano a crescer sempre più nella fede e diventar perfetti cristiani. Si vedevano pur dei giovani e dei fanciulli, avanzarsi colla santa baldanza di chi tra breve dovrà compiere nn atto che segnerà nella vita un' epoca tutta novella: - erano i catecumeni, ossia i nuovi discepoli della fede, che andavano a farsi ammaestrar sempre più nella dottrina di Cristo e prepararsi al Sacramento della rigenerazione. Commisti a quei gruppi d' uomini, vedevansi procedere gruppi di donne, vecchie, adulte e zitelle; anch' esse, secondo il tempo della lor conversione, appartenevano al grado delie anziane, o delle neofite o delle catecumene. E tutti codesti fedeli, entrati a capo chino e silenziosi colà dentro, prendendo ciascuno il posto al proprio grado assegnato, con a capo il santo ed amato Catechista, si raccoglievano sotto le grandi braccia della Croce. Spettacolo, codesto, veramente sublime, che rendeva al vivo l' immagine di quanto Cristo aveva comandato: «Et fiet unum ovile et unus pastor». Ed era pur bello - dopo avere atteso agli atti comuni - vederli uscir di là devotamente composti, e riprender la via del castello con in volto dipinta la sodisfazione d' avere adempiuto ai più sacrosanti doveri. Senza poi dire che colà, anche nei giorni feriali, anche nelle assenze del Catechista, convenivano la mattina e la sera, prima e dopo il lavoro, era pur bello vederli radunati la vigilia delle solennità e darsi lo scambio per cantar tutta la notte inni e salmodie; le cui note, erompendo da quel recinto e ripercotendosi sulle pendici e sulle mura castellane, richiamavano sui fratelli dormenti l' assistenza e la benedizione di Dio. Colà, le domeniche e le altre festività, era un accorrer degli ostiari e degli accoliti a preparare il necessario al servizio divino e aspettar con ansia il Catechista: e quando questi, compiuti i molteplici uffici, ne ripartiva, era una gara, specialmente dei più giovani, di accompagnarlo per lungo tratto di strada; mentre gl' impotenti ed i vecchi dagli spalti del sagrato lo accomiatavano coll' augurio di un prospero viaggio e di un ritorno migliore. Da codesto asilo di santità era che i Catecumeni, già abbastanza istruiti, al Sabato Santo e alla vigilia di Pentecoste, si movevano divotamente in bell' ordine, e accompagnati dai propri Padrini, salivano alla matrice di Galatrona, onde assistere alla benedizione del Fonte e poi ricever sul capo le acque battesimali. E quando codesti neofiti ritornavan lassù, era un tripudio comune, una festa universale. - Quivi, in certi giorni, sull' esempio dei primi convertiti, si raccoglievan per le agapi, che erano le refezioni in comune: ed era pur bello vedere assiso alla tavola della sinaxi il ricco accanto al povero, il nobile accanto al plebeo; mentre i cibi somministrati dai facoltosi e mangiati a gloria del Dator d' ogni bene, rallegravano quella santa assemblea raccolta nella fratellanza della carità. Quivi uniti nella religione e nel vincolo dell' affetto, venivano a versare ogni mese l' obolo per le cosiddette collette, onde sovvenire alle vedove, agli orfani, ai poveri della propria e delle altrui comunità: e quivi anche, rinnovellatosi lo slancio dei tempi apostolici, si videro i favoriti dalla fortuna spogliarsi delle loro sostanze e darle all' assemblea, perché tutti godessero di quanto è assoluto padrone il comun Padre celeste. Sublimissimo spettacolo, anche questo, della vera fratellanza, o del vero socialismo, quale fu inteso da Cristo! Questi, adunque, gli avvenimenti e questa la vita di quel modesto Santuario. E diciamo modesto, affinché il lettore non pensi che fosse qualche monumento di bellezza e di arte. Ormai sparita, per risorgere e rinnovellarsi, l' arte aspettava tempi migliori. Quattro nude pareti a filaretto, un piccolo abside sulla parete posteriore, una modesta mensa accanto all' abside: il tutto ricoperto da un tetto a due spioventi, - questo tutto l' edifizio. Nè si creda che vi fosse grande lusso di arredi. Il loculo ove stava la reliquia del Titolare, pochi fiori, alcuni vasi di legno, qualche cero, o qualche lampada al cui lume il catechista spiegava il Vangelo; questo, tutto l' arredamento. Codesta primitiva Cappella, coll' andar dei secoli, più volte rimase vittima delle invasioni barbariche e delle ingiurie del tempo; ma più volte venne a risorgere; e poiché la fede degli antichi Montevarchini col volger dei secoli andava sempre crescendo, così codesto Oratorio, riedificato ed ampliato, andava crescendo della sua importanza. Tantoché verso il Mille avvenne di esso quello che avvenne di poi di tntte le altre Cappelle filiali di tutte le Pievi. È noto come intorno al Mille, quando l' Italia era uscita da tutte le invasioni barbariche, la Chiesa ormai si era ben allargata e la fede aveva messe dappertutto salde radici. Ora, se ai Catechisti (che poi diventaron Presbiteri) non riusciva troppo malagevole lo andar volta per volta dalle Pievi matrici alle primitive Cappelle per l' ufficio che dovevano esercitare in mezzo alle respettive comunità, riusciva però troppo malagevole a queste comunità lo andare alla lontana respettiva matrice tanto per ricevere il battesimo e gli altri Sagramenti, quanto per adempiere ad altri doveri. Di qui la necessità che coll' andar del tempo codesti Catechisti dovessero farsi ordinar Sacerdoti per l' amministrazione dei principali Sagramenti: - di qui ancora la necessità che codesti Catechisti Sacerdoti non dovessero periodicamente andare e venire, ma risiedere presso le stesse Cappelle per l' assistenza delle comunità alle loro cure affidate. I popoli quindi chiesero ed ottennero che codesti "Presbiteri coadiutori" della Pieve matrice risiedessero presso le proprie Cappelle (donde presero il nome di Cappellani), sempre però, tanto essi quanto le stesse comunità, sotto la dipendenza della stessa matrice. A sentir questo bisogno, come era naturale, furono le comunità che abitavano dentro i castelli. I cristiani montevarchini, quindi, tra i popoli del Valdarno, furono dei primi a reclamare il Presbitero presso la propria Cappella. E tutto questo avvenne verso il Mille; ma nel mille, o poco appresso, ai Montevarchini non bastò avere presso di sè il Presbyter Capellanus, ma vollero anche una specie di autonomia dalla Pieve di Galatrona colla erezione del Fonte battesimale: erezione che risale appunto a codesta epoca. Anzi perché l' avvenimento fosse più legittimo e solenne, incominciarono a fare alla propria chiesa delle donazioni ad onore di Dio (come allora dicevasi) e per la salvezza delle, anime loro, onde il Sacerdote che li curava, non avesse bisogno di essere sovvenuto nè dalla carità dei fedeli nè dalla mensa di Galatrona. Questo fatto portò alla naturale conseguenza che quella chiesa assumesse il privilegio di ciò che dicesi parrocchialità. Anzi possiamo assicurare che un cotal privilegio lo acquistò anche prima delle altre chiese che furon filiali della stessa Pieve. Quella, dunque, che fin dal secondo decennio del IV secolo fu la Capella Sancti Andreae Apostoli, intorno al Mille diventò la Ecclesia parochialis ad Cennanum, sempre collo stesso titolo e sempre "della Diogesi di Arezzo, nel Pieviere di S. Giovanni di Petriolo o Galatrona". Superfluo il dire che fin da quell' epoca codesta chiesa addivenne obietto sempre più caro ai Montevarchini: i quali avrebbero avuto in animo di trarla dalla sua primitiva semplicità, di ampliarla e adornarla cogli espedienti dell' arte d' allora. Ma essendosi diffusa la credenza che nel Mille sarebbe finito il mondo, a qual pro accingersi ad un' opera che tra breve doveva aver la sua fine? - Fissi, quindi, in questa idea, preferirono piuttosto di lasciarla quale l' avevano edificata i loro antenati; ed anzi, attaccati come vi erano colla mente e col cuore, mentre tanti popoli accorrevano in Terrasanta per morir colà ove Cristo avrebbe giudicato il mondo congregato, essi preferirono di prendere stanza intorno ad essa, pronti a morir su quel sagrato ove riposavano i loro padri. Ma passata la paura del finimondo, codesta chiesa uscì dalla sua modestia. Mercè l' amore sempre crescente di tutti quei buoni castellani, ebbe più ampie proporzioni: sorse adorna dell' arte, sia pur rudimentale, del tempo; e in tal modo finì per diventare il termine sempre più fisso della loro fede e della loro pietà. [30]. » |
Non solo. Gambini si dice certo che la chiesa di Cennano fosse addirittura da far risalire a un periodo precedente a quello della fondazione di San Lorenzo:
| « «Ma (ci diranno i lettori Montevarchini) la chiesa di S. Lorenzo, che la tradizione e le memorie ci dicono esistita entro l' antico Montevarchi, non era forse più antica di quella di Cennano? — Non era forse parrocchia, intorno al Mille, degna anch' essa di ogni apprezzamento?».
Dobbiamo tosto dire che asseriscono cosa contraria alla verità quei Montevarchini che credono la parrocchia di S. Lorenzo essere più antica di quella di Cennano. Tolgono ogni dubbio le osservazioni che, dietro esame di fatti e di memorie, abbiamo già scritte nel nostro inedito lavoro «Montevarchi d' una volta»; e non ci dispiace di metterle anzi tempo a cognizione del pubblico. È storicamente risaputo che le parrocchie originate dalle primitive Cappelle rimasero fuori delle città e dei castelli non soltanto avanti il Mille, ma anche dei secoli dopo; e che, se intorno al Mille o dopo, troviamo delle parrocchie dentro le mura cittadine o castellane, queste o vi furono traslatate nei secoli intorno al Mille, o furono novelle istituzioni di quei secoli. - Ora, se la parrocchia di S. Lorenzo, indicata dalla tradizione e dalle memorie come esistente dentro il vecchio castello di Montevarchi, fosse più antica di quella di Cennano, ugualmente indicata dalla tradizione e dalle memorie come esistente fuori delle mura castellane, bisognerebbe dire che vi fosse traslatata dal di fuori verso il Mille o qualche secolo dopo, quando appunto venne l' usanza di cotali traslazioni. - Nessuna tradizione però e nessuna memoria ci dicono che fuori delle mura del vecchio castello esistesse una parrocchia di S. Lorenzo; mentre invece e tradizioni e memorie tuttora esistenti ci dicono esservi stata soltanto quella di S. Andrea ad Cennanum. Bisogna dir dunque che quella parrocchia non fu una traslazione di un' altra preesistente, ma una creazione, o meglio, una istituzione tutta nuova avvenuta nei secoli dopo il Mille; mentre già esisteva fuori delle mura quella di Cennano. Per questi fatti e criteri, adunque, alla parrocchia di Cennano resterebbe assicurata la priorità di tempo sopra quella di S. Lorenzo. Ma questa priorità viene ad esserle assicurata maggiormente anche da altri fatti e criteri. - È un fatto che ambedue quelle parrocchie ebbero una diversa matricità: poiché, mentre quella di Cennano era «della diogesi di Arezzo, nel piviere di S. Giovanni di Petriolo o Galatrona» quella di S. Lorenzo «era della diogesi di Fiesole, nel piviere di S. Pietro ai Capriliam (oggi Cavriglia)». Questo fatto, evidentemente, dimostrerebbe che ambedue avrebbero avuta una origine diversa; perché, mentre quella di S. Andrea sarebbe stata originata da una primitiva Cappella fondata da un Catechista della Pieve di Galatrona; quella di S. Lorenzo al contrario sarebbe stata originata da un' altra Cappella fondata da un Catechista proveniente dalla Pieve di Cavriglia. Quindi vi sarebbe stata la simultaneità di due fondazioni originate da due Cappelle fondate (se contemporaneamente o no, questo non importa) da due diversi Catechisti in mezzo ad una stessa popolazione. Ma ciò è assolutamente escluso da un altro fatto constatatoci dalla Storia e dall' Archeologia. Poiché fin da quando i Catechisti andavano a fondar delle comunità cristiane, e quindi le relative Cappelle, non si portavano mai in quelle popolazioni ove altri già le avevano fondate. E questo riguardo, tenuto sempre per norma canonica, lo avevano non soltanto per le località che cadevano sotto la giurisdizione della propria matrice, ma molto più per quelle di altre. D' altra parte (qualora vogliasi supporre che siasi passati sopra cotale riguardo), sapendosi che una sola era la parrocchia cui aveva dato origine la Cappella fondata da un Catechista di Galatrona, non può supporsi nemmeno che la parrocchia di S. Lorenzo sia stata originata da una Cappella fondata entro le mura; perché ciò sarebbe escluso dal fatto ormai noto, che quando i Catechisti andavano a stabilire Comunità di fedeli, mai fondavano le Cappelle dentro i castelli. Se nei secoli intorno al Mille, adunque, trovasi entro il vecchio Montevarchi la parrocchia di S. Lorenzo, questa non potè essere originata da una primitiva Cappella, ma sivvero fu una fondazione ex novo. Ma che la parrocchia di Cennano abbia l' antichità che di fronte a quella di S. Lorenzo le ascriviamo, lo dimostrano anche le memorie scritte, che trovansi esistenti nell'Archivio Cennanese. Uno dei Proposti di Cennano - Don Giuseppe Pasquali, vissuto nella prima metà del secolo decimottavo - in uno scritto riguardante appunto quella chiesa, appellandosi alla viva voce del popolo, scriveva che «un' antica e comune tradizione indicava quella (dell' antico Cennano) «la prima chiesa che fosse edificata». Oggi quell' antica e comune tradizione, durata fin verso il quarto decennio del secolo passato, si è spenta, essendosi spenti i due partiti cennaniano e laurenziano, che la tenevano accesa; ma la memoria scritta, nella quale si prese premura di raccoglierla quel testimone autentico, rimane; e questa, consona perfettamente ai fatti e criteri storici suesposti, viene a dimostrare che di fronte alla parrocchia - per quanto antica - di S. Lorenzo, l'anteriorità di fondazione spettava a quella di Cennano. Ma a sempre meglio suffragar questa anteriorità ben concorre anche qualche scrittore di cose Montevarchine. Il Carraresi, che scrisse su «Le origini di Montevarchi e della sua Chiesa maggiore, studiate su di alcuni documenti del secolo XIII», dietro lo studio di quei documenti, ritiene che la istituzione di codesta chiesa maggiore (che sarebbe appunto quella di S. Lorenzo) «si debba ai Conti Guidi e si abbia conseguentemente a ricercare entro il periodo nei quale quei dinasti divennero padroni di Montevarchi e di altre castella del Valdarno». - Il Carraresi, non conoscendo l' epoca precisa nella quale il vecchio Montevarchi dal dominio dei Marchesi di Pierle cadde in quello dei Conti Guidi, ascrivendola però certamente al XII secolo, potè ben concludere che «fu probabilmente nella seconda metà del XII secolo, o tutto al più nei primissimi anni del successivo che la Canonica(ossia la chiesa di S. Lorenzo) venne istituita, contemporaneamente a tante e tante altre fondazioni religiose, che per atti tra i vivi o di ultima volontà furono fatte da quella potentissima famiglia dei Guidi». Noi anzi (senza dire che fu, proprio, alla fine del secolo XII che Montevarchi cadde nel dominio dei Conti Guidi, e che quella chiesa fu veramente una loro istituzione in quell'epoca), avendo esaminati e studiati tanti atti di codesta famiglia, riguardanti appunto il fine più o meno religioso di quelle fondazioni - se non temessimo di dilungarci troppo dal nostro soggetto - potremmo rivelare anche il perché di quella fondazione. Basterà accennare soltanto che la fondazione di quella parrocchia, più che uno scopo religioso, ebbe un fine politico e tutto di rivalsa o di ripicco! Per fondarla, i Conti Guidi, invece di servirsi (come, nel caso, avrebbero dovuto) del Pievano di Galatrona, si servirono di quello di Cavriglia; e di più vollero fondarla dentro le mura, passando - mercè l' opera di quel compiacente Pievano - sopra qualunque riguardo di giurisdizione o di altro. Si comprende però il perché di questa volontà. I feudatari a quei tempi non potevano veder le parrocchie, che coll' andar dei tempi diventavano sempre più centri di abitazioni, fuori o appresso le mura dei loro castelli: e col pretesto che sarebbero state troppo esposte alle incursioni nemiche ( ma in realtà colla paura che a grado a grado sarebbero diventate tanti focolari di libertà e d' indipendenza), a incominciar da qualche secolo dopo il Mille, vollero traslatarle dentro le mura. Così volevano far della Chiesa di Cennano anche i Conti Guidi, come già avevano fatto di altre. Ma i Montevarchini, attaccati com' erano alla loro antica parrocchia, non consentirono e la vollero conservata nel luogo stesso ove erano legate tante care loro memorie. Guido Guerra il Vecchio (il quale appunto fu il primo di quei dinasti che verso la fine del secolo XII ebbe in suo potere L' antico castello) per far loro un dispetto, ne istituì un' altra dentro le mura, servendosi a tal uopo del Pievano di Cavriglia; e, sottomettendo ad essa il popolo di dentro il castello, lasciava gli abitanti di fuori a quella di Cennano. Non diremo come questa imposizione draconiana sdegnasse i Montevarchini: i quali, abituati com' erano a riguardarsi tutti d' un medesimo popolo, si videro divisi tra due parrocchie di giurisdizione diversa. Questa appunto fu la prima radice dalla quale poi nel nuovo Montevarchi nacquero i noti due partiti, che a guisa di Guelfi e Ghibellini agitarono il paese fino agli ultimi tempi. Se Guidoguerra il Vecchio, piuttostochè esser tanto geloso del proprio dominio, senza comprimere quei germi di libertà che incominciavano a germogliare sul sagrato, avesse tenuto conto di un unico campanile, e cioè dell' unica antichissima chiesa di Cennano, senza porle di contro un' altra di diversa giurisdizione, tanti mali avrebbe risparmiati al nuovo paese. Fu politica, ovvero prepotenza? Noi diciamo che fu l' una e l'altra![31]. » |
A parte l' evidente enfasi pretesca, in parte giustificata dalla necessità di ottenere l' imprimatur vescovile alla pubblicazione, ed escluse certe sue personalissime "intuizioni" che, non suffragate da alcuna documentazione, sono da ritenersi pure invenzioni come la chiamata in causa di Guido Guerra il Vecchio (?), Gambini nel suo lavoro di ricerca su Cennano, che nella seconda parte del testo si rivela poi piuttosto accurato, rilancia dei topos storico-storiografici non del tutto secondari e soprattutto il fatto che nel passaggio dai Bourbon ai Guidi la comunità montevarchina si divise in quella del castello, legata ai nuovi feudatari e aggregata intorno a San Lorenzo e alla diocesi di Fiesole, e in quella del borgo, legata ai vecchi padroni e dotata di una sua propria antichissima parrocchia facente capo alla diocesi di Arezzo. Non solo. Alla base della divisione dei montevarchini in due chiese e due diocesi, anche secondo Gambini, ci sarebbe di fatto una motivazione politica e non religiosa.
Eppure, con tutti i prologhi e i prolegomena del caso, appare, a questo punto, abbastanza evidente che è al momento privo di significato ogni tentativo di stabilire con certezza se sia stata fondata prima Cennano o San Lorenzo, ovvero se sia nato prima l' uovo o la gallina, come si è però fatto a Montevarchi a cavallo tra Ottocento e Novecento a colpi di rivelazioni e pubblicazioni clamorose di documenti che, poi, in realtà aggiungevano poco all' unico fatto storiograficamente accertato: non esiste più o non è ancora stato trovato nessun documento veramente decisivo che possa sciogliere questa questione defintivamente e una volta per tutte. Semplicemente: non c'è o non è disponibile.
Per questo ciclicamente, a ondate, salta fuori un qualche Guido Guerra che, davvero come un deus ex machina, riempie a comodo la voragine documentaria. E questo dal Quattrocento, quando la comunità cominciò a prendere coscienza di sè e quindi a farsi domande sulla sua storia, al Cinquecento con Carlo Bartoli e la favola del Sacro Latte, al Settecento con la battaglia tra il proposto Conti e la Fraternita del Latte, a tempi anche recentissimi e da persone, in questo caso, al di sopra, o quasi, di ogni sospetto come il vetriolesco duo fin de siècle Gambini-Galassi o il patto d' acciaio post-bellico Aldo Anselmi-Monsignor Romagnoli, entrambi, con Dino Tortoli alter-ego repubblicano del mediceo Carlo Bartoli, davvero, antropologicamente parlando, gli ultimi fossili dell' ancièn regime ossia veri e propri "Ultimi dei Mohicani".
Anche qui, l' unica notizia certa su un qualcuno dei Guido Guerra in Montevarchi è quella che Guido Guerra V, quello di Dante e della Battaglia di Benevento per capirsi visto che gli storici non sono concordi neppure su come numerarlo, venne sepolto nella chiesa di San Lorenzo perché qui i Conti Guidi avevano una cappella funeraria con quattro loculi. Che Guido Guerra abbia fondato Montevarchi nel fondovalle, che ci possedesse pure delle case o dei palazzi o che ne abbia fatti costruire, che abbia poi donato la reliquia del Sacro Latte all' odierna Collegiata, e tutti i chissà quanti altri miracoli laici gli vengano attribuiti, sono per la maggior parte frottole e, per la storiografia più contemporanea, solo barocche deduzioni, magari anche logiche e in tutto o in parte condivisibili, ma nient' altro che deduzioni.
[modifica] Pugnacoda
Da una, onestamente piuttosto empirica, ricostruzione sembrerebbe dunque che morta la marchesa Sofia Bourbon-Alberti, sicuramente viva nel 1098 quando suo nipote il marchese Arrigo II le lasciò in eredità il castello di Monte Guarco, il feudo montevarchino con annessi e connessi passasse ai conti Guidi e in particolare a Guido Guerra I figlio della contessa Ermellina Alberti, figlia acquisita di Sofia, e moglie di un conte Guido Guidi.
Magari non è affato andata così e i Guidi il castello di Monte Guarco lo acquisirono con la forza forse nel 1157 quando nei pressi di Montevarchi morì un conte Guido oppure durante una battaglia che rimase così impressa nella memoria dei nativi che dettero il nome di "pugnacoda" a uno dei primi borghi sorti nel fondovalle che magari era stato edificato proprio sul sito in cui ebbe luogo l' evento. Il che potrebbe essere del tutto plausibile in quanto, come è documentato per il 1248, gli scontri armati nei pressi del castello avvenivano tutti nella piana sostostante e inoltre il termine "coda", dal latino cauda, già prima dell' anno mille esisteva in questa forma definitiva nella lingua provenzale, alla cui famiglia linguistica dovevano appartenere i Bourbon, mentre la parola, sia latina che volgare, "pugna" si rifà nella sua etimologia a pugnus che propriamente rimandererebbe a un combattimento di uomo contro uomo a pugni ma è anche in qualche modo connessa al pungere cioè all' atto di trafiggere. Pertanto con "pugna" si definiva, e lo si definisce tutt' oggi, il combattimento uno contro uno alias un duello, oppure una scaramuccia tra battaglioni di soldati piuttosto che uno scontro tra eserciti che infatti i latini distinguevano in praelium. Un conte Guido o un conte Guidi forse sfidò e vinse a duello un marchese Bourbon con, come posta in palio, il possesso di Montevarchi e magari fu proprio quel conte Guido del 1157 a vincere la pugna pur rimettendoci la vita oppure una schiera delle truppe dei Guidi, forse nell' ambito di un conflitto su scala locale, mise in rotta la guarnigione montevarchina dei Bourbon e si prese il castello come, secoli dopo, fece Albertaccio de' Ricasoli con Moncioni. È anche vero però che quel toponimo potrebbe anche non voler dir nulla e magari quel "pugnacoda" stava solo a ricordare un' epica rissa o scazzottata di paese e forse Monte Guarco fu semplicemente perso ai dadi dai Bourbon, oppure, ancora più semplicemente, comprato dai Guidi.
A prescindere comunque da quale specifico evento possa aver segnato la fine della signoria dei Bourbon su Montevarchi e l' inizio dell' era Guidi, per tentare di comprendere quella serie di processi che si innescarono all' interno della comunità di Monte Guarco e che, al loro perfezionamento, dettero vita alla Montevarchi odierna è necessario rifarsi a un qualche modello storiografico, plausibile ma del tutto ipotetico, che nel caso di Montevarchi chiama per forza in causa Guido Guerra I. E Will Smith.
È noto che dagli anni '90 il musicista inglese Gordon Matthew Sumner, in arte Sting, ha fatto sua residenza un palazzo cinquecentesco a Ponte agli Stolli, nei pressi di Figline Valdarno. La casa, dopo essere stata adattata alle esigenze del nuovo proprietario, ha il suo corpo abitativo principale al centro o nei pressi di uno dei due fuochi della proprietà, l' intera area è recintata, è sorvegliata da un servizio di vigilanza privata e vi si può accedere solo su invito del padrone di casa o se si fa parte del personale di servizio. Quando Guido Guerra I, o comunque i conti Guidi, presero possesso di Montevarchi fecero esattamente lo stesso.
Immaginiamo che al giorno d' oggi il Convento dei Cappuccini e tutto il colle circostante venissero comprati dall' attore americano Will Smith con l' intenzione di farne la sua residenza privata. Con buona probabilità recinterebbe tutta la proprietà, la farebbe pattugliare da vigilantes di sua fiducia comandati dalla sua guardia del corpo, e ne vieterebbe l' accesso ai non addetti. Presumibilmente oltre alla famiglia e ad alcuni amici si porterebbe dietro uno staff di persone per occuparsi della cura e della gestione della casa che necessariamente, almeno in alcuni ruoli, dovrebbero essere americani perchè Will Smith, tranne clamorose smentite, non parla l' italiano. Queste persone a loro volta si muoverebbero con le loro famiglie tanto che gli spazi abitativi all' interno dell' area vigilata verrebbero presto tutti o quasi tutti occupati dai "famigli" di Smith. Ne consegue che, mutantis mutandis, degli ipotetici montevarchini, inquilini del precedente padrone, sarebbero costretti a trasferirsi altrove magari ai margini della "villa Smith" perchè comunque continuerebbero a possedere terre e case nei dintorni, ad avere un lavoro o a fornire dei servizi da rivendere anche proprio a Will Smith.
È noto che i Conti Guidi, dovunque possedessero proprietà, avevano loro amministratori e funzionari chiamati Eigenclöster o aiutanti de palatia e per di più questi signori non erano davvero dei gentiluomini come risulta anche dal processo di Rosano che trattò pure delle angherie e delle vessazioni sui locali perpetrate dagli uomini dei Guidi che infatti, alla fine del processo, vennero richiamati all' ordine. Tenendo in considerazione questi elementi è plausibile che gli antichi abitatori del castello vennero semplicemente sfrattati dalle loro abitazioni nel castello per far posto ai ministeriali e agli armigeri di casa Guidi e ovviamente ricostruirono le loro abitazioni, magari gliele costruirono direttamente i Guidi oppure gli concessero qualche sgravio fiscale, appena fuori delle mura del castello.
Il dualismo diocesano di San Lorenzo e di Cennano si potrebbe spiegare nel fatto che i Bourbon, da Elemperto in poi, erano da sempre stati legati ad Arezzo e alla sua diocesi e quindi presumibilmente lo erano anche i loro villici che, quando si trasferirono fuori del castello, vollero rimanere sotto il vescovo aretino mentre i Guidi, che erano da sempre in rotta con la diocesi di Arezzo per non parlare di quella fiorentina tanto che pur risiedendo a Firenze erano appositamente parrocchiani di Santa Maria in Campo pur di restare sotto Fiesole, per le loro funzioni religiose è possibile che preferissero un sacerdote di scuola fiesolana. Perchè all' epoca, senza i seminari, l' evangelizzazione era, per ogni diocesi, anche una questione di studio, preparazione e scuola di pensiero dei singoli vescovi. La fondazione di San Lorenzo dentro il castello potrebbe anche essere stato un omaggio dei Guidi al vescovo di Fiesole in quanto in quell' area, pur sotto la giurisdizione ecclesiastica fiesolana, la diocesi di Arezzo era presente con varie chiese (La Ginestra, Pietraversa, San Leonardo tanto per nominare le più importanti) ma non c'era nessuna canonica alle dipendenze dell' episcopio di Fiesole.
[modifica] Sviluppo
I castelli, per la loro natura di struttura militare difensiva, sorgevano in luoghi non facilmente raggiungibili e quindi non si prestavano per lo svolgimento di attività commerciali. I commercianti e gli abitanti dei castelli si incontravano, allora, in luoghi deputati al mercato, chiamati "mercatali", che si trovavano nei pressi delle vie di comunicazione, non lontani dai castelli stessi.
Intorno al mercatale del castello di Montevarchi si aggregò il centro abitato che, nel XII secolo, prese il nome del castello stesso. Il castello ebbe fra i suoi signori i conti Guidi fino al 1273, anno in cui passò definitivamente a Firenze. E proprio ai conti Guidi, in particolare a Guido Guerra, si deve uno degli episodi più caratterizzanti dell'intera storia cittadina ovvero, come recita la leggenda, il dono alla chiesa, poi collegiata, di San Lorenzo della reliquia del Sacro Latte il cui culto e devozione segneranno nei secoli successivi la vita sociale ed economica dell'intera comunità.
| Per approfondire, vedi la voce Sacro Latte. |
Successivamente, come luogo di confine fra i territori di Arezzo e Firenze, subì attacchi e devastazioni, soprattutto nel 1287, quando vi si rifugiarono alcuni guelfi aretini e i loro concittadini ghibellini vennero ad assalirli.
Nel 1338 fu dotato di una cinta muraria e ebbe una sua autonomia amministrativa.
Politicamente seguì le vicissitudini dello stato toscano formatosi intorno a Firenze. In tutto questo periodo restò un fiorente mercato di prodotti agricoli, seguendo la sua prima vocazione, ma divenne anche centro manifatturiero, specializzato nella produzione di seta e di lana. In età granducale, quando vennero definiti i confini della provincia di Arezzo, entrò a farne parte.
Dopo l'unità d'Italia ebbe un enorme sviluppo industriale, insieme ai comuni circostanti, dovuto alla disponibilità di energia ricavata dalla combustione di lignite estratta dai giacimenti presenti nella zona. Montevarchi divenne un distretto per la produzione di cappelli ed altri prodotti in feltro. Nel 1914 il forte sviluppo industriale e il facile approvvigionamento energetico portò la città anche a dotarsi di una linea tramviaria che la collegava all'interno e all'esterno con la frazione di Levane, e con le città vicine di San Giovanni Valdarno e Terranuova Bracciolini.
| Per approfondire, vedi la voce Tramvia Valdarnese. |
Malgrado la disponibilità di energia non sia più un vantaggio competitivo e l'utilizzo del copricapo non abbia più la diffusione che aveva nel 1930, l'attività industriale legata alla moda resta tuttora una delle principali attività economiche della città. Attualmente l'elettricità è prodotta dalla diga idro-elettrica di Levane e dalla centrale termo-elettrica a metano di Santa Barbara.
Anche se l'inquinamento dovuto alla produzione dei cappelli (mercurio, acqua bollente con conseguente inquinamento termico) è visibilmente diminuito, fino a scomparire, gli effetti sono tuttora visibili. Un esempio è il torrente Dogana che divide la città in due; solo negli ultimi anni sono ricominciate a tornare le anatre, segno che le acque si stanno ripopolando. Altro segno positivo sono le analisi che hanno mostrato un livello di inquinamento basso, compatibile con la vita dei pesci.
[modifica] Evoluzione demografica
Abitanti censiti 
[modifica] Cultura
[modifica] Famiglie storiche di Montevarchi e del suo territorio
[modifica] Era feudale
- Bourbon del Monte Santa Maria, marchesi, fondatori del Castellare e primi signori di Montevarchi
- Guidi, conti e feudatari di Montevarchi, Caposelvi, Mercatale, Moncioni, Rendola
- Ubertini, conti e feudatari di Levane
- Ricasoli, baroni e feudatari del castello di Ricasoli e proprietari terrieri in Rendola e Ventena
[modifica] Età comunale
- Della Luna, speziali prima in Montevarchi e poi a Firenze dove divennero una delle famiglie più ricche e in vista della città
- Del Zaccheria, originari di Montevarchi, si trasferirono a Firenze dove condussero una fiorente attività commerciale mantenendo, anche in Montevarchi, un vasto patrimonio latifondistico.
- Pitti, nobile famiglia fiorentina che possedeva una delle due grandi fattorie del nucleo abitativo originario di Levanella e che dette alla città Caterina de' Pitti, sfortunata moglie del conte Guido da Moncione dei Conti Guidi assassinato nel 1421 a Montevarchi da Albertaccio de' Ricasoli, e il poeta Francesco Pitti divenuto celebre a Venezia con lo pseudonimo di Pizio da Montevarchi.
[modifica] Principato Mediceo
Il più antico elenco delle famiglie montevarchine, conservato nei fondi archivistici dell' Accademia Valdarnese del Poggio, è datato 1592 e venne compilato al momento della divisione in quattro quartieri della città. Un altro elenco, più tardo, venne stilato nel 1634 dalle parrocchie di San Lorenzo e di Cennano che ricontavano i loro parrocchiani dopo la fine della pestilenza "manzoniana" del 1630.
| Famiglie di Montevarchi nel periodo 1592-1634 |
| Amerighi, Arrighetti, Arrigucci |
| Bacci, Bani, Barboni, Barfalucci, Barlacchi, Barotti, Bartoli, Bartolini, Batacchi, Batelli, Bazzanti, Beccai, Belcorpo, Bencivenni, Bertolli, Betti, Bianchi, Bicilotti, Bicocchi, Bindi, Bogi o del Boggia, Bombarda, Borri o del Borro, Borrigiani, Del Bulla, Burchi, Burgalassi, Burzagli |
| Calzolai, Cancelli, Canonici, Cantucci, Capponcini, Del Cardinale, Carmignoli, Carucci, Casanova, Dalla Casa, Castellani, Castelli, Catani, Carucci, Ceccherini, Cenni, Cerrini, Cetica, Cevanti, Cherubini, Del Chiara, Chimentelli, Del Ciabatta, Cialdai, Ciaperoni, Ciatti, Cipolli, Corbi o Corboli o Del Corbo, Corsi, Crudeli, Cuffi o Del Cuffa |
| Dami, Danzini, Dendi, Diecinè, Dolfi, Dussi |
| Fabbri, Falugi, Fantaccini, Fantoni, Fattoi o Del Fattoio, Fattorini, Del Fora, Franci |
| Galeazzi, Geri, Ghelarducci, Gigliozzi, Giunti, Guiducci |
| Lachi, Lapini, Lazzerelli, Lecchini, Leolini, Lieti, Lucchi, Del Lungo |
| Madi, Maddii, Magiotti, Malvolti, Manzini, Massai, Massesi, Mazzi o Del Mazzo, Mazzuoli, Melani, Menchi, Micchi, Mini, Mirri, Mochi, Moniconi, Montoni |
| Nacchianti, Nannocci, Nardi, Nuti, Nuzzi |
| Pagni, Panizzi, Pasquali, Della Pera, Peranzoni, Pernesi, Pesucci, Petri, Pettoni, Porri, Pozzoni, Pratesi |
| Razzi, Renzi, Rigoni, Ristori, Romoli, Rosatti, Rossi, Rossinelli, Rovai |
| Saladini, Santoni, Salvini, Scioja, Scompiglia, Segoni, Sgheri, Sigoni, Sirigatti, Solari, Soldani, Spagnoli, Susini |
| Tancredi, Tanzini, Toci, Torrigiani, Torsoleschi, Toti, Tozzoni, Trappola, Trinci, Turillazzi |
| Ughi, Urbini |
| Vaccai, Veltroni, Vestrucci, Vietti, Vitali |
| Zocchi, Zoccolai, Zollada, Zuccherini |
[modifica] Periodo Lorenese
- Mari, proprietari terrieri in Mercatale Valdarno, Levane e Moncioni nonché titolari di varie magistrature in Montevarchi e proprietari dell'omonimo Palazzo Mari in via Roma a Montevarchi.
- Cini, ricchi mercanti e speculatori immobiliari in Montevarchi, Caposelvi, Levane, Bucine e Firenze nella seconda metà del '700
[modifica] Personalità legate a Montevarchi
- Guido Guerra (1220-1271), condottiero
- Nuccio Ranieri da Montevarchi (prima metà del XIV secolo), custode delle armi di Roberto I di Napoli
- Pietro di ser Mino da Montevarchi († 1425), giurista e religioso
- Francesco Pitti (fine del XV secolo - prima metà del XVI secolo), poeta
- Roberto da Montevarchi (1460-1522), pittore
- Antonio Francini (seconda metà del XV secolo - prima metà del XVI secolo), grecista, latinista, poeta
- Giovanni Varchi (seconda metà del XV secolo - prima metà del XVI secolo), giurista, padre di Benedetto
- Jacopo Nacchianti (1500-1569), delegato al Concilio di Trento e vescovo di Chioggia
- Benedetto Varchi (1503-1565), umanista
- Lorenzo Corboli (nato 1514), magistrato
- Francesco Caiani (XVI secolo), medico, letterato e collezionista di opere d'arte
- Michelangelo Vestrucci (1569-1617), pittore
- Jacopo Sigoni (1579-1658), medico, canonico e cronachista montevarchino
- Francesco Mochi (1580-1654), scultore
- Lattanzio Magiotti (nato 1590), medico
- Raffaello Magiotti (1597-1658), scienziato
- Giovanni Martinelli (1600-1659), pittore
- Bruno Tozzi (1656-1743), abate di Vallombrosa, botanico e micologo
- Massimiliano Soldani Benzi (1658-1740), pittore e scultore
- Pietro Igneo Grossi (1696-1785), predicatore vallombrosano
- Lorenzo Mari (1766-1824), militare
- Alessandra Mari (1770-1848), eroina dei moti del Viva Maria del 1799 poi nobildonna
- Quirina Mocenni Magiotti (1781-1847), nobildonna, amante di Foscolo
- Maria Teresa Scrilli (1825-1889), religiosa, beata della Chiesa Cattolica
- Vincenzo Burzagli (1834-1917), fisico, accademico e padre di Ernesto
- Isidoro Del Lungo (1841-1927), storico
- Gastone Brilli-Peri (1893-1930), pilota
- Ernesto Burzagli (1873-1944), ammiraglio e senatore
- Aldo Forzoni (1912-1991), vescovo di Gravina e Irsina, di Teggiano e di Massa Carrara
- Romano Galeffi (1915-1998), filosofo
- Ernesto Galeffi (1917-1986), pittore e scultore
- Carlo Romei (1924-1986), fondatore della CISL e senatore
Nati a Montevarchi anche, in ordine di età, il prelato cattolico Romano Rossi, dal 10 dicembre 2007 vescovo della Diocesi di Civita Castellana, il pianista Carlo Alberto Neri, il tenore Luca Canonici, il cantante Stefano Sani, la cantante e compositrice Donatella Milani, lo scrittore e giornalista Vanni Santoni.
[modifica] Personalità relazionate a Montevarchi
- Guido I di Romena († 1281), signore feudale
- Albertaccio de' Ricasoli († 1422), condottiero
- Angelo Ricasoli († 1403) vescovo
- Alessandro da Filicaja (1429-1512), politico
- Giovan Battista Bracciolini (1439 - 1470), figlio di Poggio Bracciolini, chierico e storico
- Amerigo Vespucci (1454-1512), navigatore ed esploratore
- Benedetto Accolti il Giovane (1497-1549), cardinale
- Pietro di Fabrizio Accolti (1579-?), giureconsulto e podestà di Montevarchi nel 1627. Sua la Relazione del presente stato e dei bisogni della Terra di Montevarchi.
- Vilfredo Pareto (1848-1923), economista e sociologo
- Giuseppe Augusto Tuccimei (1851-1915), scienziato
- Ezio Bartalini (1884-1962), padre costituente
- Arturo Loria (1902-1957), scrittore
- Salvatore Carnevale (1923-1955), sindacalista
- Luca Flores (1956-1995), pianista e compositore
[modifica] Luoghi d'interesse
[modifica] Architetture religiose
[modifica] Chiese parrocchiali
- Collegiata di San Lorenzo
- Chiesa di Sant'Andrea Apostolo a Cennano
- Chiesa di Santa Maria al Giglio
- Chiesa di Santa Maria delle Grazie
[modifica] Oratori
- Chiesina di Cennanino o Cennanuzzo
- Chiesa della Confraternita della Misericordia
- Chiesa di Sant'Antonio Abate
[modifica] Monasteri
[modifica] Conventi
- Convento dei Cappuccini e chiesa di San Lorenzo
- Convento e chiesa di San Ludovico
- Chiostro di Cennano
[modifica] Ospedali di carità
[modifica] Architetture civili
[modifica] Palazzi Pubblici
[modifica] Residenze private
[modifica] Cinema e Teatri
[modifica] Giardini e orti botanici
[modifica] Musei
- Museo Paleontologico
- Museo di Arte Sacra della Collegiata di San Lorenzo
- Museo di arte contemporanea Ernesto Galeffi
[modifica] Impianti Sportivi
- Stadio cittadino "Gastone Brilli Peri"
[modifica] Frazioni e località
- Levane. Abitanti: 2786; Altitudine: 161 mt s.l.m
- Levanella. Abitanti: 989; Altitudine: 150 mt s.l.m
- Mercatale Valdarno. Abitanti: 380; Altitudine: 292 mt s.l.m
- Ricasoli Abitanti: 282; Altitudine: 251 mt s.l.m
- Moncioni. Abitanti: 253; Altitudine: 518 mt s.l.m
- Rendola Abitanti: 173; Altitudine: 292 mt s.l.m
- Noferi-Lavatoio; Abitanti: 156; Altitudine: 158 mt s.l.m
- Caposelvi. Abitanti: 151; Altitudine: 240 mt s.l.m
- Ventena Abitanti: 100; Altitudine: 374 mt s.l.m
- Poggio Cuccule; Abitanti: 33; Altitudine: 409 mt s.l.m
- Poggio San Marco Abitanti: 29; Altitudine: 400 mt s.l.m
- Pietraversa Abitanti: n.d.; Altitudine: 250 mt s.l.m
- Cocoioni. Abitanti: n.d.; Altitudine: 338 mt s.l.m
- Gruccia. Abitanti: n.d.; Altitudine: 150 mt s.l.m
- Monsorbi-Pettini. Abitanti: n.d.; Altitudine: 175 mt s.l.m
Fonte: Comune di Montevarchi, 2008
[modifica] Feste e ricorrenze
La festa propria della città è quella del patrono San Lorenzo, il 10 agosto.
[modifica] Manifestazioni e fiere
| Per approfondire, vedi la voce Festa del Perdono (Montevarchi). |
La prima domenica di settembre si tiene la Festa del Perdono e, il lunedì successivo, una fiera. Il secondo sabato di ogni mese si tiene in Piazza Varchi il Mercatale, con mostra e vendita di prodotti tipici della zona e prodotti da agricoltura biologica. Di grande interesse sono nei mesi di aprile e maggio le feste del Perdono del Pestello, della Ginestra e del Rione S. Andrea.
[modifica] Gemellaggi
Montevarchi è gemellato con:
Kanougou, Burkina Faso
Roanne, Francia, dal 1988
Kitzingen, Germania, dal 1984
Betlemme, Palestina, dal 1993
Bir Lehlu, Repubblica Araba Saharawi Democratica
Rahat, Israele, dal 2005
[modifica] Sport
[modifica] Ciclismo
Ciclisti montevarchini:
Eventi ciclistici: Il 26 maggio 2001 la 7^ tappa del Giro d'Italia 2001 si è conclusa a Montevarchi con la vittoria di Stefano Zanini.
[modifica] Calcio
Calciatori montevarchini:
La società Montevarchi Calcio Aquila 1902 è attualmente in Serie D.
L'ASD Audax Montevarchi svolge un'attività di puro settore giovanile e milita in Seconda Categoria con il nome Audax Montevarchi-Mercatale.
[modifica] Pallacanestro
La squadra di pallacanestro, Fides Montevarchi, milita nel campionato di B/2.
[modifica] Pallavolo
La squadra di pallavolo, il Volley Arno, fondata nel 1989, milita attualmente nel campionato regionale di Serie D femminile.
[modifica] Amministrazione
Sindaco: Giorgio Valentini (centrosinistra) dal 30/05/2006 (2º mandato)
Centralino del comune: 055 91081
Posta elettronica: disponibile non disponibile
- Classificazione sismica: zona 3 (sismicità bassa), Ordinanza PCM 3274 del 20/03/2003
- Classificazione climatica: zona D, 1953 GR/G
- Diffusività atmosferica: alta, Ibimet CNR 2002
[modifica] Note
- ^ Emanuele Repetti, Diocesi di Arezzo in Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, Firenze, 1833-1846, Vol. I [1]
- ^ Elisabetta Fazzini, Aspetti della presenza longobarda in Abruzzo, in L'arguta intenzione. Studi in onore di Gabriella Micks, Liguori Editore, 2006
- ^ Ottorino Pianigiani, Guado in Vocabolario etimologico della lingua italiana, Roma, Società editrice Dante Alighieri di Albrighi, Segati, 1907
- ^ Ottorino Pianigiani, Varcare in Vocabolario etimologico cit.
- ^ Per i fenomeni di evoluzione e corruzione linguistica cfr. John McWhorter, The Power of Babel: A Natural History of Language, Harper Perennial, 2003
- ^ Gianfranco Maglio, L'idea costituzionale nel Medioevo, Negarine di S. Pietro in Cariano (Verona), Il segno dei Gabrielli, 2006
- ^ Giuseppe Gaetano Martinetti, Collezione classica ossia Tesoro delle antichità giudaiche, caldee, indiane, egiziane, greche, latine, e di altre nazioni, in materia di principali sistemi, relativi all' origine delle genti, alla dottrina morale, diritto pubblico, legislazione, e precetti degl' antichi filosofi, e popoli della terra. Opera di varia erudizione, ed indispensabile per la gioventù colta, e per i dotti: ricavata da celebri e compendiosi Autori, che nuovamente si riproducono, alcuni resi rari ed irreperibili; e supplita con prefazioni, commentarj, e qualche opera inedita, dall'avvocato Gius. Gaetano Martinetti membro di diverse accademie, Tomo IV parte I pagg. 111-112
- ^ Jeronimo Muzio, La Varchina, in Opere di Benedetto Varchi, Trieste, Sezione Letterario-Artistica del LLoyd Austriaco, 1859, Vol. II pagg. 261-262
- ^ Emanuele Repetti, Empoli in Dizionario Geografico Fisico cit., Vol. II
- ^ Ibid.
- ^ Ibid.
- ^ Attilio Zuccagni-Orlandini, Ricerche statistiche sul granducato di Toscana, Firenze, Tofani, 1853, Vol. IV pag. 449
- ^ cfr. il documento originale: [2]
- ^ Gli emendamenti, tra parentesi quadre, sono posteriori e risalgono al 1218
- ^ 11 novembre
- ^ Citato da Arno Borst, Forme di vita nel Medioevo, ed. italiana a cura di Paola Albarella, Napoli, Guida, 1990, pagg. 422-424
- ^ cfr. Maria Elena Cortese, Signori, castelli, città: l'aristocrazia del territorio fiorentino tra X e XII secolo, Firenze, L. S. Olschki, 2007, pag. 204 e seg.; Jean Pierre Delumeau, Arezzo, espace et sociétés, 715-1230, Roma, École française de Rome, 1996 pagg. 401 e seg.; Susan Wood, The Proprietary Church in the Medieval West, Oxford University Press, 2006, pagg. 406 e seg.
- ^ Tr. Vidi il conte Guido padre del qui presente conte che è morto nei pressi di Montevarchi 47 anni fa
- ^ Cfr. il documento originale: [3]
- ^ Cfr. il documento originale: [4]
- ^ Cfr. il documento originale: [5]
- ^ Cfr. il documento originale: [6]
- ^ Paul Fridolin Kehr, Papsturkunden in Italien, Reiseberichte zur Italia Pontificia, Roma, Bibliotheca apostolica vaticana, 1977, pagg. 511-513
- ^ Pietro Presutti, "Regesta Honorii papae III", Roma, Ex Typ. Vaticana, 1887/1895, n° 1572
- ^ Cfr. il documento originale: [7]
- ^ Giovanni Villani, Cronica, Vol VI, Cap. XXXIII
- ^ Francesco Bonaini, Della Parte guelfa in Firenze, in Giornale Storico degli Archivi Toscani in Archivio Storico Italiano, Nuova Serie, Vol. VIII, Parte I, anno 1858, Luglio-Settembre, Firenze, Viesseux, 1858, pagg. 174-175
- ^ Francesco Gambini, Cennanuzzo, Montevarchi, Cecchineri, 1910, pag. 9. Per leggere il testo completo: [8]
- ^ Pietro Accolti, Relazione del presente stato e bisogni della Terra di Montevarchi, 1627, ed. a cura di Ruggero Berlingozzi, Montevarchi, Tipografia Varchi, 1901, pag. 37
- ^ Gambini, cit. pagg. 12-16
- ^ Ibid. pagg. 16-19
- ^ Leone Ugo Masini, Montevarchi attraverso i secoli, Firenze, Bemporad Marzocco, 1960, pag. 140
[modifica] Bibliografia
[modifica] Bibliografia generale su Montevarchi
- Pietro Accolti, Relazione del presente stato e bisogni della Terra di Montevarchi, 1627, ed. Montevarchi, Tipografia Varchi, 1901 PDF doc
- Jacopo Sigoni, Cronaca breve della terra di Montevarchi, 1650, manoscritto conservato presso l' Accademia Valdarnese del Poggio
- Jacopo Dendi, Palco di memorie attenenti al Ven. Capitolo, e Canonici dell'Insigne Collegiata chiesa di San Lorenzo di Montevarchi, Montevarchi, XVII secolo.
- Prospero Maria Conti, Storia civile ed ecclesiastica della terra di Montevarchi, Montevarchi, Manoscritto conservato presso l'archivio della Collegiata di San Lorenzo, 1770
- Emanuele Repetti, Dizionario Geografico Fisico Storico della Toscana, Firenze, 1833-1846 [9]
- Leone Ugo Masini, Montevarchi attraverso i secoli, Firenze, Bemporad-Marzocco, 1960
- Grazia Gobbi, Montevarchi, profilo di storia urbana, Firenze, Alinea, 1986
- Guido Dani, Montevarchi ritratto di una città, Montevarchi, Tipografia la Zecca, 1992
[modifica] Bibliografia del paragrafo "Le origini"
[modifica] Monachesimo benedettino
- Pierpaolo Bertini, Profili di diritto ed economia altomedioevale: monachesimo benedettino, Venezia, Tip. S. Marco, 1961.
- La bonifica benedettina, Roma, Istituto della Enciclopedia italiana, 1981
- Dalle abbazie, l'Europa: i nuovi germogli del seme benedettino nel passaggio tra primo e secondo millennio (secc. 10.-12.), atti del convegno di studi, Badia a Settimo, 22-24 aprile 1999, a cura di Alessandro Guidotti con Graziella Cirri, Firenze, Maschietto, 2006
[modifica] Pellegrini e Pellegrinaggi nel Medioevo
- Emilia Salvioni, Pellegrinaggi medioevali, Firenze, La nuova Italia, 1968
- Raymond Oursel, Pellegrini del medioevo: gli uomini, le strade, i santuari, Milano, Jaca book, 1979
- Renato Stopani, Le grandi vie di pellegrinaggio del Medioevo: le strade per Roma, Poggibonsi, Centro studi romei, 1986.
- Franco Cardini, Il pellegrinaggio: una dimensione della vita medievale, Manziana, Vecchiarelli, 1996
- Jonathan Sumption, Monaci santuari pellegrini: la religione nel Medioevo, Roma, Editori riuniti, 1999
- Pietro De Leo, Viaggi di monaci e pellegrini, Soveria Mannelli, Rubbettino, 2001
- Chiara Magaraggia, Maria Teresa Dalla Vecchia, Sulle orme degli antichi pellegrini, Vicenza, Edizioni Monte Berico, 2001.
- Norbert Ohler, Vita pericolosa dei pellegrini nel Medioevo, Casale Monferrato, Piemme pocket, 2002.
- Mario Sensi, Santuari, pellegrini, eremiti nell'Italia centrale, Spoleto, Fondazione Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, 2003
- Luciano Vaccaro, L'Europa dei pellegrini, Milano, Centro ambrosiano, 2004
- Giovanni Cherubini, Pellegrini, pellegrinaggi, giubileo nel Medioevo, Napoli, Liguori, 2005
[modifica] Bibliografia specifica
- Mario Lopes Pegna, Le strade romane del Valdarno, Firenze, Editoriale toscana, 1971
- Alvaro Tracchi, Dal Chianti al Valdarno, Roma, Consiglio nazionale delle ricerche, Centro di studio per l'archeologia etrusco-italica, 1978
- Italo Moretti, Pievi romaniche e strade medievali: la Via dei sette ponti nel Valdarno superiore, Terranuova Bracciolini, a cura della Biblioteca comunale, 1986
- Angelo Tafi, I vescovi di Arezzo: dalle origini della diocesi (sec. 3.) ad oggi, Cortona, Calosci, 1986
- Jean Pierre Delumeau, Arezzo, espace et sociétés, 715-1230, Roma, Ecole française de Rome, 1996
- Giampiero Ceccherini, Francesco Sinatti, La Valdambra: note di topografia dall'età arcaica al Medioevo, Montevarchi, Centro studi e documentazione del Valdarno Superiore, 2005.
[modifica] Bibliografia del paragrafo "La Fondazione"
[modifica] Castelli
- Le opere di fortificazione nel paesaggio e nel contesto urbano, atti della VIII Tavola rotonda organizzata dalla Sezione Campania: Napoli, Certosa di S. Martino, 25-27 aprile 1969, Salerno, Grafikart, 1971
- Antonio Cassi Ramelli, Castelli e fortificazioni, a cura di Aurelio Natali e introduzione di Italo Calvino, Milano, Touring club italiano, 1974
- Giuseppe Caciagli, Il castello in Italia: saggio d'interpretazione storica dell'architettura e dell'urbanistica castellana, Firenze, Giorgi & Gambi, 1979
- Philippe Brochard, Al riparo del castello medievale: documentazione e ricerca, ed. italiana a cura di Giovanni Sciacovelli, Milano, Gruppo editoriale Fabbri, 1981
- Castelli e strade, II Congresso internazionale, Passariano-Palmanova-Trieste-Duino-Udine, 29-30 aprile-1 maggio 1978, Udine, Istituto italiano dei castelli-Sezione Friuli-Venezia Giulia, 1981
- Castelli: storia e archeologia, relazioni e comunicazioni al convegno tenuto a Cuneo il 6-8 dicembre 1981, a cura di Rinaldo Comba e Aldo A. Settia, Torino, Regione Piemonte, Assessorato alla cultura, 1984
- Archeologia dei castelli: rivista di studio, documentazione e ricerca sulle opere fortificate, Gruppo archeologico romano, A. 1, n. 1 (set. 1984), Roma, G.A.R., 1984
- Architettura fortificata di mano militare, atti XXVI Tavola rotonda, Bologna, Palazzo Grassi, Circolo ufficiali; Riola di Vergato, Casa Costonzo, 28-29 giugno 1980, Bologna, Istituto italiano dei castelli-Sezione Emilia-Romagna, 1986
- Jacques Gardelles, Le château féodal dans l'histoire médiévale, Strasbourg, Publitotal, 1988
- Luisa Castellani, Carlo Boccazzi Varotto, Rocche, castelli e antichi manieri, Perugia, Ars-Edizioni d'arte, 1998
- L'incastellamento: actes des rencontres de Gérone, 26-27 novembre 1992 et de Rome, 5-7 mai 1994, publiés sous la direction de Miquel Barceló et de Pierre Toubert, Roma, École française de Rome, Escuela española de historia y arqueología en Roma, 1998
- Aldo A. Settia, Proteggere e dominare: fortificazioni e popolamento nell'Italia medievale, Roma, Viella, 1999
- Flavio Conti, Castelli e rocche: le fortificazioni italiane del Medioevo e del Rinascimento, Novara, Istituto geografico De Agostini, 1999
- Monastero e castello nella costruzione del paesaggio, I Seminario di geografia storica: Cassino, 27-28-29 ottobre 1994, atti a cura di Gabriella Arena, Andrea Riggio, Paola Visocchi, Perugia, Rux, 2000
- Le parole del castello: nomenclatura castellana, a cura di Domenico Taddei, Osmannoro, Sesto Fiorentino, PLAN, 2004
[modifica] Castelli Toscana
- Italo Moretti, Le terre nuove del contado fiorentino, Firenze, Salimbeni libreria editrice, 1979
- Castelli: storia e archeologia del potere nella Toscana medievale, a cura di Riccardo Francovich e Maria Ginatempo, Firenze, All'insegna del giglio, 2000
- Giuseppina Carla Romby (a cura di), Strade di valico e castelli di confine, Museo della città e del territorio, Ospedaletto, Pisa, Pacini, 2002
- Maurizio Naldini, Domenico Taddei, Torri castelli rocche fortezze: guida a mille anni di architettura fortificata in Toscana, Firenze, Polistampa, 2003
[modifica] Bibliografia specifica
- Giulio Cesare Carraresi, Le origini di Montevarchi e della sua chiesa maggiore studiate sopra alcuni autentici documenti dei secolo 13 e 14, S. Giovanni Vandarno, Tip. di M. Righi, 1892
- Silvio Pieri, Toponomastica della Valle dell'Arno, Roma, Reale Accademia dei Lincei, 1919
- Alfredo Galassi, Notizie di cronaca montevarchina dalle origini fino al secolo XVI, Montevarchi, Accademia Valdarnese del Poggio, 1980
- Giuliano Pinto e Paolo Pirillo, Lontano dalle città: il Valdarno di Sopra nei secoli 12-13, atti del Convegno di Montevarchi-Figline Valdarno, 9-11 novembre 2001, Roma, Viella, 2005
[modifica] Bibliografia del paragrafo "I Conti Guidi"
- Francesco Bonasera, Il valore geografico delle fonti archivistiche per lo studio dei problemi della popolazione (italiana) fino al 1848, Ancona, Tip. Pucci, 1963
- Walter Ullmann, Principi di governo e politica nel Medioevo, Bologna, Il mulino, 1972
- Vittore Branca, Concetto, storia, miti e immagini del Medio Evo, Firenze, Sansoni, 1973
- Atti del Seminario di demografia storica, Comitato italiano per lo studio della demografia storica, Roma, CISP, 1971-1974
- Carlo Maria Cipolla, Uomini, tecniche, economie, Milano, Feltrinelli economica, 1977
- Giovanni Tabacco, Egemonie sociali e strutture del potere nel Medioevo italiano, Torino, Einaudi, 1979
- Philip Jones, Economia e società nell'Italia medievale, Torino, G. Einaudi, 1980
- Vito Fumagalli, Gabriella Rossetti, Medioevo rurale: sulle tracce della civiltà contadina, Bologna, Il mulino, 1980
- Geneviève d'Haucourt, La vita nel Medioevo, Napoli, Edizioni scientifiche italiane, 1992
- Thomas Szabó, Comuni e politica stradale in Toscana e in Italia nel Medioevo, Bologna, CLUEB, 1992
- Stella Patitucci Uggeri, La via Francigena e altre strade della Toscana medievale, Firenze, All'insegna del giglio, 2004
- Giuseppe Sergi, L'idea di Medioevo, Roma, Donzelli, 2005
[modifica] Donne e diritti di successione nel Medioevo
- Mario Ferdiego Ciani, La successione legittima ed il testamento nella storia del diritto italiano, Rocca S. Casciano, Stab. Tip. Cappelli, 1893
- Pietro Gavini, Appunti sulla esclusione delle Donne nella successione nella storia del diritto italiano e particolarmente nei primi statuti, Torino, Tip. Lit. G. Giorgis, 1901
- Joyce Lussu, Padre, padrone, padreterno: breve storia di schiave e matrone, villane e castellane, streghe e mercantesse, proletarie e padrone, Milano, Mazzotta, 1976
- Idee sulla donna nel Medioevo: fonti e aspetti giuridici, antropologici, religiosi, sociali e letterari della condizione femminile, antologia di scritti a cura di Maria Consiglia De Matteis, Bologna, Pàtron, 1981
- Né Eva né Maria: condizione femminile e immagine della donna nel Medioevo, a cura di Michela Pereira, Bologna, Zanichelli, 1981
- Regine Pernoud, La donna al tempo delle cattedrali, Milano, Rizzoli, 1982
- Andrea Romano, Famiglia, successioni e patrimonio familiare nell'Italia medievale e moderna, Torino, G. Giappichelli, 1994
- Le ricchezze delle donne: diritti patrimoniali e poteri familiari in Italia: 13.-19. secc., a cura di Giulia Calvi e Isabelle Chabot, Torino, Rosenberg & Sellier, 1998
[modifica] Il potere aristocratico nel Medioevo
- Arno Borst, Paola Albarella, Forme di vita nel Medioevo, Napoli, Guida, 1990
- Giuseppe Sergi, L'Aristocrazia della preghiera: politica e scelte religiose nel medioevo italiano, Roma, Donzelli, 1994
- E. Igor Mineo, Nobiltà di stato. Famiglie e identità aristocratiche nel tardo Medioevo. La Sicilia, Donzelli Editore, 2001
- Germana Gandino, Contemplare l'ordine: intellettuali e potenti dell'alto Medioevo, Napoli, Liguori, 2004
- Gianfranco Maglio, L'idea costituzionale nel Medioevo, Negarine di S. Pietro in Cariano (Verona), Il segno dei Gabrielli, 2006
- Federica Cengarle, L'Italia alla fine del Medioevo. I caratteri originali nel quadro europeo, Firenze, Firenze University Press, 2007
[modifica] Bibliografia del paragrafo "Il ripristino della catena di comando"
[modifica] Feudalesimo in Italia, in Toscana, a Montevarchi
- Cesare Padovan, Delle origini economiche e finanziarie del feudalesimo, Padova, CEDAM, 1935
- Robert Boutruche, Signoria rurale e feudo, Bologna, Il mulino, 1974
- Antonio Carile (a cura di), Il sistema feudale, Roma, Editori riuniti, 1974
- Paolo Cammarosano, Le campagne nell'età comunale: metà sec. 11-metà sec. 14., Torino, Loescher, 1974
- Anna Sciancalepore, Le cause della nascita del feudalesimo, Milano, ISEDI, 1977
- Perry Anderson, Dall'antichità al feudalesimo, Milano, A. Mondadori, 1978
- Aron Ja. Gurevic, Le origini del feudalesimo, Roma, Laterza, 1982
- Robert Boutruche, Signoria e feudalesimo: ordinamento curtense e clientele vassallatiche, Bologna, Il mulino, 1984
- Dominique Barthélemy, La vita privata dal feudalesimo al Rinascimento, Roma, Laterza, 1987
- Marc Bloch, La società feudale, Torino, G. Einaudi, 1987
- José Enrique Ruiz Domenec, La memoria dei feudali, Napoli, Guida, 1993
- Giuseppe Sergi, I confini del potere: marche e signorie fra due regni medievali, Torino, Einaudi, 1995
- Amleto Spicciani e Cinzio Violante (a cura di), La signoria rurale nel Medioevo italiano, Atti del Seminario tenuto a Pisa nel 1995, Pisa, ETS
- Gerhard Dilcher e Cinzio Violante (a cura di), Strutture e trasformazioni della signoria rurale nei secoli 10.-13., Bologna, Il mulino, 1996
- Jacques Le Goff, Il Medioevo: alle origini dell'identità europea, Roma, Laterza, 1996
- Arsenio e Chiara Frugoni, Storia di un giorno in una città medievale, Roma, Laterza, 1997
- Georges Duby, Lo specchio del feudalesimo: sacerdoti, guerrieri e lavoratori, Roma, GLF editori Laterza, 1998
- James Reston, Anno Mille: eroi, furfanti, profeti e fanatici decisero il destino del mondo, Casale Monferrato, Piemme, 1999
- Giovanni Tabacco, Dai re ai signori: forme di trasmissione del potere nel Medioevo, Torino, Bollati Boringhieri, 2000
- François Louis Ganshof, Che cos'è il feudalesimo?, Torino, G. Einaudi, 2003
- Giuseppe Albertoni, Luigi Provero, Il feudalesimo in Italia, Roma, Carocci, 2003
- Susan Reynolds, Feudi e vassalli: una nuova interpretazione delle fonti medievali, Roma, Jouvence, 2004
- Aurelio Musi, Il feudalesimo nell'Europa moderna, Bologna, Il mulino, 2007
[modifica] Guelfi e Ghibellini
- Pietro Mioletti, Guelfi e ghibellini nel Paradiso di Dante Alighieri; inchiesta sulla storia d'Italia, Alba, Luigi Vertamy, 1891
- Gaetano Salvemini, Magnati e popolani in Firenze dal 1280 al 1295, Firenze, Carnesecchi, 1899
- Robert Davidsohn, L'egemonia guelfa e la vittoria del popolo, in Storia di Firenze, Firenze, Sansoni, 1969
- Sergio Raveggi, Ghibellini, guelfi e popolo grasso: i detentori del potere politico a Firenze nella seconda metà del Dugento, La nuova Italia, 1978
- Niccolò Machiavelli, Storie fiorentine: l'epoca di Dante e le contese tra guelfi e ghibellini: libro 2 delle Istorie fiorentine, versione integrale in italiano moderno a cura di Fabio Leocata, Firenze, Nerbini, 2003
- Marco Gentile, Guelfi e ghibellini nell'Italia del Rinascimento, Roma, Viella, 2005
[modifica] Bibliografia specifica
- Emilio Sisi (a cura di), Il Valdarno superiore tra feudalesimo e capitalismo: l'inchiesta ordinata dal governo francese nel 1809, Città di Castello, Arti grafiche Città di Castello, 1974
[modifica] Altri progetti
Wikimedia Commons contiene file multimediali su Montevarchi
[modifica] Collegamenti esterni
- Progetto "Montevarchi su Wikipedia": [10]


