Monica e il desiderio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Monica e il desiderio
Monica e il desiderio (film 1953).JPG
Lars Ekborg e Harriet Andersson
Titolo originale Sommaren med Monika
Lingua originale svedese
Paese di produzione Svezia
Anno 1953
Durata 96 min
Colore B/N
Audio sonoro (mono)
Rapporto 1,37 : 1
Genere drammatico
Regia Ingmar Bergman
Sceneggiatura Ingmar Bergman e Per Anders Fogelstrom (autore del romanzo omonimo)
Produttore Allan Ekelund
Casa di produzione Svensk Filmindustri
Distribuzione (Italia) Indipendenti Regionali (1961)
Fotografia Gunnar Fischer
Montaggio Tage Holmberg e Gosta Lewin
Musiche Les Baxter, Erik Nordgren, Eskil Eckert-Lundin, Walle Söderlund
Scenografia P. A. Lundgren
Interpreti e personaggi

Monica e il desiderio (nell'originale in lingua svedese Sommaren med Monika, Un'estate con Monica) è un film drammatico del 1953 diretto da Ingmar Bergman.

« Solo Bergman è capace di filmare gli uomini come li amano ma li detestano le donne, e le donne come le detestano ma le amano gli uomini. »
(Jean-Luc Godard 1958[1])


Trama[modifica | modifica wikitesto]

Il film, che narra l'amara storia d'amore di due giovani di origini proletarie in conflitto con la società, inizia con i titoli di testa che scorrono sulle immagini di un porto e di gabbiani in volo.

In uno squallido caffè della città portuale si incontrano due giovani commessi, Monica e Harry, che vivono entrambi una vita poco serena. Harry è orfano di madre dalla tenera età e vive con il padre ammalato, Monica appartiene ad una famiglia numerosa con un padre sempre ubriaco e vive tra continue liti e scenate.

Monica attacca discorso col ragazzo chiedendogli di accendere una sigaretta, in seguito si fa invitare al cinema a vedere Amore infinito.

Al secondo incontro Harry porta Monica a casa sua e le regala un paio di calze, lei le indossa e lo abbraccia felice ma, disturbati dall'improvviso rientro del padre, è costretto a riaccompagnarla a casa. Lungo il percorso un giovane infastidisce la ragazza ma viene allontanato. Quando Harry lascia Monica viene aggredito dallo stesso ragazzo che gli dà un colpo gettandolo a terra.

Nel negozio ove lavora Monica si difende dalle avances di un corteggiatore; arrivata a casa trova la solita confusione e dopo essere stata picchiata dal padre, cui aveva dato dell'ubriacone, decide di fare le valigie e di andarsene. Sul portone della casa di Harry incontra l'amato cui racconta tutto. Harry dopo essere stato a casa dalla zia e recuperato un sacco a pelo, va al lavoro, litiga e si fa licenziare, così aveva fatto anche Monica, la quale gli rivela gioiosa: “Sono pronta a fare il giro del mondo.” A bordo del motoscafo del padre di Harry, presso cui si era rifugiata Monica, i due giovani abbandonano la città: una lunga sequenza mostra Stoccolma vista dall’acqua, passando sotto i ponti e davanti agli edifici affacciati sull’acqua. I due raggiungono lo Skärdgård, l’arcipelago di migliaia di isole che circonda Stoccolma dalla parte del mare.

I due ragazzi vivono felici a contatto con la natura nelle isole dell’arcipelago, nell’esaltato splendore dell’estate scandinava. Fanno il caffè sulle coste rocciose, cucinano funghi, fanno il bagno nell’acqua di mare, nella libertà più completa. Giornate di sole si alternano al maltempo. Harry e Monica si fermano a un ballo all’aperto su un pontile, poi preferiscono danzare da soli su un molo di legno abbandonato. Quando Monica annuncia a Harry di essere incinta e lui insiste per ritornare a casa lei risponde: "No, voglio godermi l'estate fino all'ultimo".

Un giorno hanno una colluttazione con un teppista che vandalizza il motoscafo ma riescono a cacciarlo. Monica ha fame, si rende conto che dovrebbe nutrirsi meglio ora che aspetta un bambino. Harry si lascia convincere a saccheggiare il frutteto di una casa in riva al mare, ma Monica viene scoperta, fermata e denunciata per telefono alla polizia. Riesce a fuggire portando con sé un pezzo d’arrosto che divora, affamata.

Insieme all’autunno sopraggiunge la disillusione, Monica si dimostra superficiale e insofferente della vita libera all’aria aperta. Quando finalmente ritornano in città la zia di Harry li accompagna da un pastore che acconsente di sposarli. Nasce una bella bambina ma di notte piange e Harry non riesce a dormire mentre l'insofferente Monica si occupa poco della piccola e non ha nessuna intenzione di ritornare al lavoro. Si lamenta di continuo perché non ha vestiti e perché Harry, impegnato nel lavoro e nello studio, la trascura. La realtà ha distrutto il sogno.

Mentre Harry è fuori città con i colleghi del nuovo lavoro, Monica inizia a frequentare locali equivoci. Di ritorno con un giorno di anticipo da un viaggio di lavoro, lui sorprende un uomo in casa. Accusa la moglie di tradirlo, lei dopo qualche resistenza e un tentativo di riconciliazione sessuale, confessa di amare una vecchia fiamma. Harry la picchia e Monica abbandona la casa. Harry lascia l'appartamento e va a vivere con la bambina a casa del padre.

Il film termina con Harry che, guardandosi nella vetrata a specchio dell'ex posto di lavoro della moglie, ricorda il mare, la spiaggia, l'amore con Monica e la spensierata estate trascorsa insieme e rivede con l'immaginazione il motoscafo che si allontana. Alle sue spalle un vecchio barcollante cerca di entrare, senza riuscirci, nel bar visto all'inizio. Le cose cambiano...

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Tenuto conto delle difficoltà (budget esiguo, riprese effettuate nell’arcipelago di Stoccolma, la passione scoppiata tra l’attrice Harriet Andersson e Ingmar Bergman, che aveva già cinque figli) lo straordinario successo di Monica e il desiderio sembra nascere sotto il segno del caso, ma anche della libertà.[1]

L'idea del film nacque dall'incontro casuale del regista con Per Anders Fogelström, nella Kungsgatan, la principale arteria commerciale di Stoccolma. Lo scrittore accennò ad un soggetto per un racconto breve – sarebbe divenuto romanzo solo dopo l'uscita del film – da cui era ossessionato e che doveva trattare di una giovane coppia che piantava famiglia e lavoro e fuggiva in un'isola. Il loro sogno romantico era destinato ad andare in frantumi una volta che, costretti a tornare in città, si sarebbero rivelati incapaci a scendere a patti con le esigenze della quotidiana vita borghese. Il soggetto, sviluppato, durante le pause della lavorazione di Donne in attesa, incontrò il gradimento di Carl Anders Dymling, allora a capo del consiglio direttivo dello Svensk Filmindustri, il quale, nonostante le assicurazioni offerte dal regista circa l' esiguità dell'impegno produttivo, dovette vincere non poche resistenze per farlo approvare. Bergman riferisce che l'acceso confronto portò alle dimissioni di alcuni membri del consiglio.[2]

Il 22 luglio 1952, una settimana dopo la conclusione dei lavori di Donne in attesa, uno sparuto gruppo di una dozzina, tra attori e tecnici, senza attrezzature scenografiche e per il sonoro, si stabilì nella canonica dell'isola di Örnö, da cui ogni mattino, a buon'ora, raggiungeva la vicina isola di Sadelöga, nell'arcipelago di Stoccolma, dove avvenivano le riprese.[2] Il tempo splendido, l'isolamento dal resto del mondo, l'esiguità dell'impegno produttivo crearono un clima di eccezionale complicità ed intimità all'interno del gruppo. Lo stesso Bergman “...non era mai riservato e coinvolgeva appassionatamente tutti circa i suoi intenti”, ricorda Gunnar Fischer, il direttore della fotografia.[3] Fu quindi solo di facciata il disappunto di tutti nell'apprendere da Stoccolma, alla fine della lavorazione, che quasi tutti i rulli del materiale girato, accatastati l'uno sull'altro per risparmiare i costi di regolari spedizioni in terraferma, si erano rovinati e che occorreva ripartire quasi da zero.[2]

La lavorazione proseguì poi negli studi di Råsunda sino al 6 ottobre 1952. Non essendosi potuto avvalere della collaborazione di Oscar Rosander, suo fidato montatore, cui la produzione aveva sostituito un tecnico giudicato incompetente dal regista, Bergman fu costretto, in tale occasione, ad impratichirsi nella tecnica del montaggio, un'esperienza che egli giudicò estremamente utile.[2] Prima che il film uscisse, il 9 febbraio 1953, la censura svedese richiese tre tagli: una parte dello scontro tra Harry Lund e un suo rivale geloso di Monika; una scena, successiva allo scontro, in cui Harry si ubriaca seduto su di un gradino; e soprattutto una prolungato scambio di effusioni tra Harry e Monika, dopo essersi ubriacati sulla spiaggia dell'isola.[2]

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Il film, che ebbe distribuzione dal 1953, fu proiettato in Italia solamente nel 1961, venne dapprima molto discusso dividendo il parere della critica ma, in seguito ad una sua rilettura durante una retrospettiva che la cineteca francese aveva organizzato, venne completamente riabilitata da parte soprattutto di Jean-Luc Godard[4] che, nel dichiarare Bergman il "cineasta dell'istante", scrisse:

« Ognuno dei suoi film nasce da una riflessione dei protagonisti sul presente, approfondisce tale riflessione attraverso una sorta di frantumazione della durata, un po' alla maniera di Proust, ma con maggior forza, come se Proust fosse stato moltiplicato da Joyce e Rousseau insieme, e infine diventa una gigantesca e smisurata meditazione a partire da un'istantanea. Un film di Bergman è, per così dire, un ventiquattresimo di secondo che si trasforma e si dilata per un'ora e mezza. È il mondo fra due battiti di palpebre, la tristezza fra due battiti di cuore, la gioia di vivere tra due battiti di mani »

.

Godard fu particolarmente impressionato dal lungo primo piano con cui Monika, tornata in città, e sul punto di tradire il marito, con uno sconosciuto, indugia con lo sguardo rivolto alla cinepresa (al pubblico), espediente cui poi il regista francese avrebbe fatto ricorso con Jean-Paul Belmondo in Fino all'ultimo respiro:

« Quegli straordinari minuti durante i quali Harriet Andersson, prima di tornare nuovamente a letto con il tipo che aveva lasciato, guarda fisso nella cinepresa, i suoi occhi ridenti svelati da sgomento, prendendo lo spettatore a testimone del disprezzo che ha di se stessa per aver scelto involontariamente l’inferno invece del cielo. È il primo piano più triste della storia del cinema »
(Jean-Luc Godard[5])

Bergman, riconoscendo l'originalità, per l'epoca di un tale diretto coinvolgimento dello spettatore, osservò come esso fosse, invece, abbastanza usuale nel teatro[2]. Non va dimenticato che al momento del suo esordio, nel cinema, nel 1944, con la sceneggiatura di Spasimo di Alf Sjöberg, egli aveva già alle spalle 34 regie teatrali, in almeno 12 teatri diversi.[6]

Prima della rivalutazione ad opera dei cahiers, il film non aveva, tuttavia, goduto di una grossa reputazione. Il successo in Svezia e l’accoglienza all’estero si fondarono in un primo tempo sul malinteso dello scalpore erotico, giustificato dalla carica ardente della protagonista, e dall’abbandono del controllo della trama per divagare sul corpo di Harriet Andersson durante le sequenze dell’idillio estivo nell’arcipalago, con inquadrature da “neorealismo nordico”.[7] A Los Angeles, dove era stato presentato col titolo "The Story of a Bad Girl", il distributore fu condannato ad una multa e ad un breve periodo di prigione, per aver aggiunto alcune sequenze di nudo alle scene sulla spiaggia.[3] A Montmartre, invece, all'entrata del cinema in cui il film veniva proiettato, si potevano trovare alcune prostitute in cerca di clienti[3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Jacques Mandelbaum, Ingmar Bergman, Paris, Cahiers du cinéma, 2007, ISBN 978-2-86642-706-1.
  2. ^ a b c d e f (EN) Stig Björkman e Jonas Sima, Bergman on Bergman. Interviews with Ingmar Bergman, Londra, Secker & Warburg, 1973.
  3. ^ a b c (EN) Peter Cowie, The Ingmar Bergman Archives, a cura di Paul Duncan e Bengt Wanselius, Colonia, Taschen, 2008.
  4. ^ Jean-Luc Godard, Il cinema è il cinema, Milano, Garzanti, 1981, p. 99.
  5. ^ Jean-Luc Godard, Monika in Arts, nº 680, 30 luglio 1958.
  6. ^ (EN) Birgitta Steene, The Ingmar Bergman Archives, a cura di Paul Duncan e Bengt Wanselius, Colonia, Taschen, 2008.
  7. ^ Sergio Trasatti, Ingmar Bergman, Il castoro cinema, 2005.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

cinema Portale Cinema: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di cinema