Mofete

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Le mofete sono una forma secondaria di attività vulcanica, consistenti in emissioni fredde di anidride carbonica che scaturiscono da fessurazioni del terreno.

Essendo tale gas più denso dell'aria, in luoghi non ventilati quali ad esempio grotte e cunicoli minerari tende a ristagnare sul fondo[1]. Il problema affligge in modo particolare i pozzi verticali, che si riempiono in breve tempo diventando ben presto inagibili.

Il naturalista settecentesco Giorgio Santi testimonia un uso passato del termine "mofeta" più generale, ovvero comprendente un composto «di gas idrogeno per lo più solforato, di gas acido-carbonico, e da carbonico libero»[2]. Tale miscuglio, rispetto all'anidride carbonica pura, oltre a risultare velenoso per i minatori era anche più volatile, comprometteva l'integrità delle strutture portanti in legno ed era potenzialmente esplosivo (da non confondersi, comunque, con il grisù, composto prevalentemente da metano).

I minatori affrontavano il problema calando nei pozzi secchi pieni di tizzoni accesi, che consumavano la parte combustibile della mofeta riducendola alla pura componente inerte di anidride carbonica, che tornava a concentrarsi, in quantità estremamente ridotta, sul fondo del pozzo dove la presenza umana non era necessaria.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ È noto l'esempio della cosiddetta grotta del Cane, sita nei Campi Flegrei, che prende il nome dall'antica usanza di evidenziare la presenza del venefico gas in prossimità del fondo introducendovi un cane che, costretto dalla sua bassa statura a respirarlo, era destinato a morire nell'arco di pochi minuti.
  2. ^ Giorgio Santi, Viaggio al Monte Amiata. Tale composto era chiamato dai minatori anche la puzza per il pessimo odore di uova marce conferitogli dalla presenza dell'idrogeno solforato; oggi lo si distingue dalla mofeta propriamente detta preferendogli il termine putizza.

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