Miti e leggende della Sicilia

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I molteplici miti e leggende della Sicilia nel corso dei secoli hanno influenzato la cultura e le tradizioni dell'isola mediterranea[1].

Leggende greche[modifica | modifica sorgente]

Aretusa[modifica | modifica sorgente]

Il mito più famoso di Siracusa è quello della ninfa Aretusa. La ninfa al seguito di Artemide, correndo libera tra i boschi del Peloponneso, fu vista dal giovane Alfeo che si innamorò perdutamente di lei. Ma Aretusa non ricambiava il suo sentimento, anzi rifuggiva da lui, finché stanca delle sue insistenze chiese aiuto ad Artemide. La Dea la avvolse in una spessa nube sciogliendo la giovane in una fonte sul lido di Ortigia.

Alfeo allora chiese aiuto agli Dei, che lo trasformarono in un fiume che nascendo dalla Grecia e percorrendo tutto il Mar Ionio si univa all'amata fonte.

La Fonte Aretusa è ancor oggi una delle maggiori attrazioni turistiche dell'isola di Ortigia, a Siracusa. La leggenda di Alfeo trae origine dal fiume omonimo del Peloponneso, in Grecia, e da una fonte di acqua dolce (detta localmente Occhio della Zillica) che sgorga nel Porto Grande di Siracusa a poca distanza dalla Fonte Aretusa.

Ciane e Anapo[modifica | modifica sorgente]

Persefone, figlia di Zeus e di Demetra, dea della vegetazione e dell'agricoltura, era intenta a cogliere fiori insieme ad alcune ninfe presso le rive del lago Pergusa (vicino ad Enna). Improvvisamente, dal suo regno sotterraneo sbucò fuori Ade, innamorato della fanciulla, che per non perdere tempo in corteggiamenti e soprattutto per evitare di chiedere la mano di Persefone al fratello Zeus, decise di rapirla.

Fu la ninfa Ciane a reagire al rapimento aggrappandosi al cocchio di Ade nel tentativo disperato di trattenerlo. Il dio incollerito, la percosse col suo scettro trasformandola in una doppia sorgente dalle acque color turchino (cyanos in Greco vuol dire appunto turchino).

Il giovane Anapo, innamorato della ninfa Ciane vistosi liquefare la fidanzata, si fece mutare anch'egli nel fiume che ancor oggi, al termine del suo percorso unisce le sue acque a quelle del fiume Ciane, prima di sfociare insieme nel Porto Grande di Siracusa.

Aci[modifica | modifica sorgente]

Aci è un personaggio della mitologia greca, figlio di Fauno e Simetide.

Secondo il mito, era un pastore bellissimo; di lui si innamorò la ninfa Galatea, a sua volta amata da Polifemo. Accecato dalla gelosia, il ciclope schiacciò sotto un masso il pastore. Il suo sangue, confluito dalla roccia, fu trasformato da Galatea in un fiume, che fu chiamato proprio Aci. Probabilmente il mito s'ispira al modo in cui il fiume sgorga dalla sua sorgente[2].

Cariddi[modifica | modifica sorgente]

Cariddi nella mitologia greca era un mostro marino.
In principio, Cariddi era una donna, figlia di Poseidone e Gea, dedita alle rapine e famosa per la sua voracità. Un giorno rubò ad Eracle i buoi di Gerione e ne mangiò alcuni. Allora Zeus la fulminò facendola cadere in mare, dove la mutò in un mostro che formava un vortice marino, capace di inghiottire le navi di passaggio.
La leggenda la situa presso uno dei due lati dello stretto di Messina, di fronte all'antro del mostro Scilla.
Le navi che imboccavano lo stretto erano costrette a passare vicino ad uno dei due mostri.
In quel tratto di mare i vortici sono causati dall'incontro delle correnti marine, ma non sono di entità rilevanti.

Secondo il mito, gli Argonauti riuscirono a scampare al pericolo, rappresentato dai due mostri, perché guidati da Teti madre di Achille, una delle Nereidi.

Il ratto di Proserpina[modifica | modifica sorgente]

Il Ratto di Proserpina di Luca Giordano (Denis Mahon Collection).

Proserpina, figlia di Demetra, dea della vegetazione e dell'agricoltura, viene rapita da Ade, dio degli inferi, che si era invaghito di lei, il quale emerge dall'oltretomba da una grotta situata nel Lago di Pergusa nei pressi di Enna, dove secondo il mito Proserpina era intenta a cogliere fiori. Un giorno il dio ghermisce la fanciulla sul suo carro, mentre le fanciulle che la accompagnavano cercano disperatamente di trattenerla. Proserpina lotta, ma ormai i cavalli stanno già varcando le soglie del regno dei morti.[3]

La madre Demetra, udito il grido della figlia, la cercò affannosamente per nove giorni e nove notti, facendosi luce con due pini accesi nel cratere dell'Etna. Infine, appreso da Elio (il sole) del rapimento, decise di non salire più in cielo finché non avesse riavuto la figlia.

In assenza di Demetra dal suo ruolo, la terra cominciò ad essere sterile ed improduttiva. Allora Zeus, preoccupato, dopo aver tentato invano di convincere Ade a restituire Proserpina alla madre, attuò un compromesso: Proserpina sarebbe rimasta con la madre per otto mesi dell'anno (quelli in cui la terra fiorisce e dona agli uomini tutte le sue ricchezze) e con Ade per gli altri quattro mesi (quelli invernali, quando la dea Demetra è triste e la terra è spoglia ed improduttiva).

Polifemo[modifica | modifica sorgente]

Riguardo Polifemo vi sono due miti, l'uno descritto da Omero, per cui Polifemo è un semiumano gigantesco con un solo grande occhio al centro della fronte, che alleva pecore e si nutre di formaggio e, occasionalmente, di uomini. Egli vive in Sicilia dove vi sbarca Ulisse. Egli e i suoi compagni di viaggio vengono catturati dal gigante che ne mangia tre. Dopo un periodo di permanenza in prigionia Odisseo prepara una trappola. Innanzi tutto offre al Ciclope del vino, che ringraziandolo, prima di crollare nel sonno, gli chiede il suo nome. Lui afferma di chiamarsi Nessuno. Poi lo acceca con un tronco appuntito ed arroventato nel fuoco. In seguito, scappa coi compagni con un abile stratagemma: ognuno si aggrappa sotto il vello di una pecora e, quando Polifemo apre la grotta per fare uscire le pecore a pascolare, gli eroi escono con loro. Quando Ulisse, fuggendo con la sua nave, rivela al ciclope la sua vera identità, questi scaglia, senza successo, verso di lui degli enormi massi, identificabili con gli Scogli dei Ciclopi che caratterizzano la costa di Acitrezza.

L'altro mito è descritto nelle Metamorfosi di Ovidio, legato ad "Aci e Galatea". Il primo è un pastore siciliano, la seconda una Nereide. Lei ama lui ed è contraccambiata. Ma si inserisce nella storia il ciclope Polifemo, che ama anch'esso la ninfa. Così l'"intralciatore" uccide con un grande masso Aci.

La nascita del mito di Polifemo, il gigante con un solo occhio, è probabilmente da ricollegarsi allo stesso vulcano Etna, con il suo grande cratere centrale.

Cocalo[modifica | modifica sorgente]

Cocalo è il figlio del ciclope Briareo, re dei Sicani.

Secondo il mito Dedalo fuggito da Creta assieme al figlio Icaro, si rifugiò presso Cocalo che gli fece costruire Camico, città imprendibile dove Dedalo visse. Ma Minosse venuto a conoscenza dell’arrivo di Dedalo in Sicilia, salpò verso l’isola, ma non riuscì ad evitare le insidie di Cocalo, che prima lo fece mangiare poi lo invitò a fare un bagno con le tre figlie che lo affogarono.

Etna[modifica | modifica sorgente]

Etna è il nome di una dea della mitologia greca.

Era considerata figlia di Urano e Gea. Il drago Tifone, si supponeva, viveva nelle viscere dell'omonimo vulcano e ne causava le distruttive eruzioni.

La Sicilia, terra di vulcani e frumento, era causa di dispute tra Efesto e Demetra, divinità rispettivamente del fuoco e delle messi. Etna fece da arbitro.

Nella sua veste di Thalia è con Adranos ha generato i Palici, divinità gemelle venerate presso i Siculi.

Leggende[modifica | modifica sorgente]

Castagno dei Cento Cavalli[modifica | modifica sorgente]

Si narra che una Regina, con al seguito cento cavalieri e dame fu sorpresa da un temporale, durante una battuta di caccia, nelle vicinanze dell'albero e proprio sotto i rami trovò riparo con tutto il numeroso seguito. Il temporale continuò fino a sera, così la regina passò sotto le fronde del castagno la notte in compagnia, si dice, di uno o più amanti fra i cavalieri al suo seguito.
Non si sa bene quale possa essere la regina, secondo alcuni si tratterebbe di Giovanna d'Aragona, secondo altri Giovanna I d'Angiò ed è così che la leggenda verrà collegata all'insurrezione del Vespro (XIV-XV secolo). Ma è tutto, molto probabilmente, frutto della semplice fantasia popolare. Ad esempio la regina Giovanna d'Angiò, pur essendo nota per una certa dissolutezza nelle relazioni amorose, è quasi certo che non fu mai in Sicilia.

Colapesce[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Leggenda di Colapesce.

La leggenda narra di un certo Nicola con il diminutivo di "Cola" di Messina, figlio di un pescatore, soprannominato Colapesce per la sua abilità di muoversi in acqua.
Quando torna dalle sue numerose immersioni in mare racconta le meraviglie che vede, e addirittura una volta porta un tesoro.

La sua fama arriva al re di Sicilia ed imperatore Federico II che decide di metterlo alla prova.
Il re e la sua corte si recano pertanto al largo a bordo di un'imbarcazione. Per prima cosa butta in acqua una coppa, e subito Colapesce la recupera.
Il re getta allora la sua corona in un luogo più profondo, e Colapesce riesce nuovamente nell'impresa.
Per la terza volta il re mette alla prova Nicola gettando un anello in un posto ancora più profondo, ma passa il tempo e Colapesce non riemerge più.

Secondo la leggenda, scendendo ancora più in profondità Colapesce aveva visto che la Sicilia posava su tre colonne delle quali una corrosa, ed aveva deciso di restare sott'acqua, sorreggendo la colonna per evitare che l'isola sprofondasse e ancor oggi si trova a reggere l'isola.

Fata Morgana[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fata Morgana (mitologia).

Una leggenda ampiamente diffusa in tutta l'area dello Stretto narra che durante le invasioni barbariche in agosto, mentre il cielo e il mare erano senza un alito di vento, e una leggera nebbiolina velava l'orizzonte, un'orda di conquistatori dopo avere attraversato tutta la penisola giunse alle rive della città di Reggio e si trovò davanti allo stretto che divide la Calabria dalla Sicilia. A pochi chilometri sull'altra sponda sorgeva un'isola - la Sicilia - con un gran monte fumante - l'Etna - ed il Re barbaro si domandava come fare a raggiungerla trovandosi sprovvisto di imbarcazioni, quindi impotente davanti al mare. All'improvviso apparve una donna molto bella, che offrì l'isola al conquistatore, e con un cenno la fece apparire a due passi da lui. Guardando nell'acqua egli vedeva nitidi, i monti, le spiagge, le vie di campagna e le navi nel porto come se potesse toccarli con le mani. Esultando il Re barbaro balzò giù da cavallo e si gettò in acqua, sicuro di poter raggiungere l'isola con un paio di bracciate, ma l'incanto si ruppe e il Re affogò miseramente. Tutto infatti era un miraggio, un gioco di luce della bella e sconosciuta donna, che altri non era se non la Fata Morgana[4].

Truvaturi[modifica | modifica sorgente]

Per Truvaturi si intendono i tesori nascosti che, al pari della magica grotta di Aladino, con una formula magica, un evento raro o una particolare attività rituale e spesso insensata, apparivano magicamente agli occhi dei pastori o dei viandanti fortunati, per poi sparire nel nulla in tempi molto brevi. Le truvature quindi conoscono diverse varianti a seconda della zona di pertinenza.

Lu bancu di Disisa[5][modifica | modifica sorgente]

Un’antica leggenda araba narra che in una grotta presso il Feudo Disisa, nei pressi di Grisì, frazione del territorio di Monreale, siano custoditi tesori immensi che potrebbero fare ricca l’intera Sicilia e che formano “Lu bancu di Disisa”.
Raccontano gli antichi che c’è una enorme quantità di danari, monete d’oro e d’argento, e le persone che si avventurano dentro la grotta restano a bocca spalancata per quello che vedono: tutto è un luccichio d’oro e di brillanti disseminati a terra preziosi oggetti ammucchiati qua e là.
Alcuni spiriti in sembianze umane giocano alle bocce, ai dadi o a carte seduti in monete di purissimo oro o su gioielli di pietre preziose. Il tesoro non è custodito ma chi volendo provare a portarlo via, ha preso alcune monete d’oro e non è riuscito a trovare l’uscita della grotta fin quando non ha lasciato l’ultima moneta dentro la grotta.
Qualcuno ha preso il capriccio di far inghiottire ad un cane una moneta di queste, dentro una mollica di pane, e questo cane non è potuto uscire fin quando non è andato di corpo ed ha espulso pure la moneta. Per sbancare questo gran Banco di Disisa, dicono gli antichi, che ci vogliono tre persone di nome Santi Turrisi di tre angoli del regno, dopo prendere una giumenta bianca, ammazzarla e togliergli le interiora. Queste se le devono mangiare a frittella là dentro, poi si ammazzano i tre Santi Turrisi ed il banco si sbanca.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Rete Sicilia
  2. ^ Dizionario Greco Antico: Mitologia; Aci
  3. ^ Il ratto di Persefone in Sito ufficiale della famiglia Grifeo di Partanna. URL consultato il 13-04-2010.
  4. ^ Questa leggenda spiegava anticamente l'effetto ottico particolare osservan=do la sponda dello Stretto di Messina
  5. ^ (SCNIT) lu Bancu di Disisa; leggenda

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]