Minoranze del Molise

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1leftarrow.pngVoce principale: Molise.

Nel territorio molisano sono presenti alcune minoranze etno-linguistiche, site tutte nella Provincia di Campobasso. Le principali sono quelle croate, in particolare nei comuni di Montemitro, Acquaviva Collecroce e San Felice del Molise, e albanesi, soprattutto nei comuni di Campomarino, Ururi, Portocannone e Montecilfone. In entrambe le minoranze etniche si mantiene la tipica lingua: albanese e croata.

Minoranza croata[modifica | modifica sorgente]

La minoranza linguistica croata si è costituita insediandosi nel territorio compreso tra i fiumi Biferno e Trigno. Si tratta in particolare dei tre comuni di Acquaviva Collecroce, Montemitro e San Felice del Molise, già citati, mentre è storicamente accertata la colonizzazione da parte di profughi croati dei comuni di Palata, Tavenna, Mafalda, San Biase, San Giacomo degli Schiavoni, Montelongo e Petacciato, nella provincia di Campobasso, anche se soltanto nei primi tre paesi si conservano, ancora oggi, la lingua, gli usi ed i costumi della stirpe d’origine.
L’idioma parlato dalla minoranza è sostanzialmente l’antica lingua croata del tipo štòkavo-ìkavo, in uso nella Dalmazia centrale fra i fiumi Cettina e Narenta, nel retroterra croato ed in Erzegovina. Secondo alcuni studi, si tratterebbe di un idioma conservato da circa 400 anni, con una fisionomia eminentemente pratica, appunto perché parlato in prevalenza da contadini, supportati dal fatto che non vi sarebbero presenti parole astratte. Secondo ricerche e lavori di studiosi e studenti locali, il patrimonio linguistico dei Croati del Molise è stato valutato sulle 3.000 parole, che arriverebbero a circa 5.000 vocaboli in base alle catalogazioni più recenti.
L’antica lingua croata è, oggi, usata soprattutto nei rapporti familiari e nelle relazioni interpersonali. Essa è stata trasmessa per cinque secoli con la sola tradizione orale e non esistono infatti tracce di scritti, se si escludono alcune poesie.[1][2][3][4]
Essendo sempre stati fedeli alla chiesa di Roma, la messa è stata sempre celebrata sempre in lingua latina sino al Concilio Ecumenico Vaticano II quando fu permessa la celebrazione delle funzioni religiose nelle lingue locali. Per mancanza di sacerdoti del posto e per la difficoltà di tradurre in un linguaggio semplice e concreto la complessa terminologia liturgica, la celebrazione liturgica è stata subito celebrata in lingua italiana, conservando però canti di lingua croata. La più consistente testimonianza scritta della lingua croata si ebbe a partire dal 1967 quando fu pubblicata la prima rivista bilingue italo-croata intitolata Naša ric/ La nostra parola, diventata poi Naš jezik/La nostra lingua, che aveva per motto la frase dell’eroe dei Croati del Molise, Nicola Neri, medico nato ad Acquaviva nel 1761 e professore di fisiologia, commissario alla guerra durante la Repubblica Partenopea, impiccato a Napoli nel 1799:

« Non dimenticate la nostra bella lingua »

I primi contatti degli slavi provenienti dall’altra sponda dell’Adriatico lungo le coste molisane, di cui abbiamo documentazione certa, avvennero agli inizi del XIII secolo, per motivi economici, commerciali e culturali. Risale infatti al marzo 1203 un primo trattato commerciale tra la già fiorente Repubblica marinara di Ragusa in Dalmazia ed il piccolo porto molisano di Termoli per la concessione della isopolitìa (una istituzione dell’età ellenistica mediante la quale due comunità sancivano un reciproco diritto di cittadinanza), che comprendeva anche l’arboraticum ed il plateaticum, riferibili all’attracco delle navi ed al commercio. Per quanto attiene, invece, alla bolla di papa Bonifacio VIII del 22 settembre 1297 - che conterrebbe la citazione latina Castrum Aquaevivae, habitatum cum vassallis Schlavonis (Il paese di Acquaviva, abitato da sudditi Schiavoni) riportata anche nell’opera del Rešetar e poi ripresa pedissequamente da tutti gli autori posteriori - già nel 1950 il francescano Teodoro Badurina aveva dimostrato, riportando per primo il testo integrale della Bolla pontificia, come essa nominasse soltanto il monastero di Sant’Angelo in Palazzo (sito nell’attuale territorio di Acquaviva) nell’allora Diocesi di Guardialfiera, tra i beni dell’Ordine Melitense. La citazione latina, che nomina la località di Acquaviva come già abitata da coloni schiavoni, è di molto posteriore e risale al 1594, come ha potuto dimostrare un ricercatore locale che l’ha rinvenuta in un elenco di beni [5] che furono a lungo feudatari dell’agro di Acquaviva Collecroce sino alla data della eversione della feudalità.
Non vi è dubbio che le ondate migratorie più consistenti si verificarono dopo la famosa disfatta di Còssovo del 1389, meglio nota nella storiografia italiana come la Battaglia del Campo dei merli, che segnò la sconfitta degli eserciti cristiani e la progressiva espansione degli Ottomani nella penisola balcanica con conseguente esodo delle popolazioni slave ed albanesi verso la penisola italiana. A tal proposito è molto illuminante la sintetica ed efficace motivazione che ne dà, nel testo originario in latino del 1777, Mons. Francesco Lauria, Vescovo di Guardialfiera, in una delle relazioni per le periodiche visite "ad limina", a proposito della popolazione slava di Acquaviva, Palata e Cerritello:

« Gli abitanti Schiavoni traggono origine da coloro che, essendo stata la Dalmazia invasa dai Turchi, al fine di non perire sotto la loro spada o di non essere condotti in loro misera schiavitù, una volta approdati ai porti italiani, istituirono delle nuove colonie nel nostro Regno di Napoli »

Con la conquista di Costantinopoli, avvenuta nel 1453, i Turchi iniziarono l’espansione verso i territori settentrionali, abitati da popolazioni slave. E, com'era accaduto alle popolazioni albanesi qualche decennio prima, sin dal XVI secolo le nuove migrazioni furono originate dalle invasioni turche. La Repubblica di Venezia e il Regno di Napoli agevolarono gli insediamenti lungo le coste adriatiche per ripopolare le terre che, in quegli anni, erano rimaste abbandonate a seguito del vastissimo terremoto del 1456 e della Peste del 1495.

La debolezza veneziana permise agli Aragonesi, presenti già nel Regno di Napoli, di estendere la loro influenza anche sull’altra sponda adriatica, ma nello stesso tempo favorì l’espansione turca. L’avanzata inarrestabile dei Turchi trasformò in vero e proprio esodo quella che era cadenzata emigrazione. Per favorire l’insediamento dei transadriatici, e in considerazione della loro povertà, i re aragonesi concessero agli immigrati del Regno di Napoli alcuni privilegi, come il dimezzamento dei tributi, per un periodo di circa cinquant’anni. Sebbene, in mancanza di documentazione d’archivio, non sia possibile definire con esattezza la datazione della venuta dei profughi slavi in Molise, gli studiosi prendono in considerazione la fine del XV secolo con delle motivazioni sia linguistiche sia numismatiche. Infatti, mentre si conservano nel Molise quasi tutti i termini in croato per indicare i frutti dell’agricoltura, mancano completamente le denominazioni slave per alcuni prodotti alimentari diffusisi velocemente in Europa dopo la scoperta dell’America (come le patate, i pomodori, il granturco, etc.). Inoltre si nota che nei tre paesi l’unità base della moneta è detta "puh", che in croato letteralmente significa "ghiro" evidentemente perché i primi profughi provenienti dalla Dalmazia avevano scambiato per un ghiro quell’ermellino raffigurato sulla più comune moneta d’argento coniata. La minoranza croata quasi sempre si trovò a riedificare e ripopolare antichi borghi, abbandonati a causa di terremoti e pestilenze. È il caso di Acquaviva Collecroce che - se pure esistita nello stesso posto già alla fine del secolo XIII - dovrebbe essersi spopolata in seguito ad eventi diversi e, poi, sarebbe stata ripopolata da profughi croati, tra il XV ed il XVI secolo, provenienti sia direttamente dalla Dalmazia sia dalla vicina località di Cerritello, dove convivevano già coloni slavi ed albanesi, con le rispettive chiese cattoliche di rito latino e greco.

Per quanto riguarda il periodo di insediamento, è opportuno riportare quanto scrive il già citato Mons. Giannelli, allora vescovo di Termoli

« Non si sa il tempo preciso nel quale vi fu fissata la colonia degli Schiavoni. Si può avere per verosimile che vennero nell’anno 1520 in circa: cioè quando si portarono ad abitare in San Felice, luogo a questo contermino »

Tra gli altri paesi già slavi, Palata, ormai italianizzata nella parlata ma i cui abitanti hanno conservato i cognomi chiaramente di origine croata, è forse l’unico abitato che aveva una testimonianza lapidea con una data precisa. Da più fonti infatti era riportata la seguente scritta, incisa sull’architrave della porta d’ingresso alla Chiesa parrocchiale di Santa Maria la Nova: HOC PRIMUM DALMATIAE GENTES INCOLU E RE CASTRUM AC A FUNDAMENTIS EREX E RE TEMPLU ANNO DOMINI MDXXXI (Le genti della Dalmazia abitarono in questa prima località - ed eressero la Chiesa dalle fondamenta Nell’anno del Signore 1531).

L’unico insediamento slavo che risulta fondato con certezza dalla popolazione minoritaria è il paese di San Giacomo degli Schiavoni. Mons. Giannelli scrive che, durante il governo di un suo predecessore:

« Verso la metà del XVI secolo il Vescovo di quel tempo Vincenzo Durante, per la coltura del terreno lasciato in abbandono per lo scarso numero de' naturali nei luoghi contermini, permise che vi fissassero il loro domicilio e vi edificassero case alcuni uomini e donne che, poveri e meschini dalla Dalmazia, erano approdati in questo lido dell’Adriatico mare. Stabilirono costoro la loro abitazione nella collina più elevata della tenuta (...) edificarono la Chiesa dedicata all’Apostolo S. Giacomo il maggiore (...) Se sia vero che, prima dei Sanniti aveva popolato questa regione de’ Frentani la gente dalmatina e liburna, come si dirà nel descrivere Petacciato, vennero i Dalmatini stessi a ripigliarne il possesso. Ed avendo nel descritto sito fissato il domicilio, nell’anno 1566 convennero col Vescovo Vincenzo Durante di quello che gli dava il Vescovo per il sostentamento e di quello che dovevano essi loro corrispondere alla Mensa vescovile, padrona assoluta dell’intero territorio »
([6])

È probabile che la religione cattolica aiutò gli esuli insediatisi sul territorio italiano, perché, per aver combattuto contro gli Ottomani, essi erano stati accolti come eroi della cristianità. D’altro canto, le molte famiglie emigrate dall’altra riva dell’Adriatico ritennero vantaggioso spostarsi in terre conosciute come fertili. Nell'opera del citato Rešetar, viene indicato che

« prima del 1880 era molto difficile aprirsi una via fino alle colonie serbocroate del Molise, semplicemente perché non c’erano strade! »

È comprensibile, perciò, che sino ad allora la comunità minoritaria sia riuscita a mantenere integra la propria identità linguistica e culturale.

Nell'autunno 2009 l'allora presidente croato Stipe Mesic si è recato in visita nei tre comuni.

Minoranza albanese[modifica | modifica sorgente]

Più consistente è la presenza storica degli arbëreshë, popolazione d'etnia e di lingua albanese proveniente dall'Albania dal XV secolo e in seguito stanziatasi in buona parte del Mezzogiorno. I paesi albanesi in Molise sono quattro, e si trovano in Basso Molise. Partendo dalla costa adriatica si incontrano Campomarino, Portocannone, Ururi e Montecilfone. In tutte le comunità si parla ancora l'antico idioma albanese, e si mantengono le tradizioni d'origine.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Prof. Giancristoforo E., Tradizioni culturali albanesi e slave nel Molise, estratto della relazione tenuta ad Acquaviva Collecroce il 12.11.1991, Centro Studi Molise 2000
  2. ^ Giovanni De Rubertis (1813-1889) di Acquaviva Collecroce insieme ad aneddoti e proverbi, in un lungo scambio di lettere col poeta raguseo Orsatto Pozza, dal 6 aprile al 23 giugno 1853
  3. ^ Traduzione di De Rubertis della novella di Giovanni Boccaccio, pubblicata a Firenze nel 1875 in occasione del quinto centenario della morte del grande certaldese
  4. ^ Telegramma nell’antica lingua dei padri inviato nel 1896 dal Consiglio comunale di Acquaviva Collecroce alla principessa montenegrina Elena Petrović Njegoš (la futura Regina Elena d'Italia) in occasione delle nozze col futuro re d'Italia Vittorio Emanuele III
  5. ^ Ministero Interno –Ufficio Centrale zone di confine e minoranze etniche -Ufficio minoranze linguistiche appartenente all’Ordine dei Cavalieri di Malta
  6. ^ Ministero Interno –Ufficio Centrale zone di confine e minoranze etniche -Ufficio minoranze linguistiche da cui presero il nome per la terra, essendosi chiamata allora e chiamandosi adesso S. Giacomo de’ Schiavoni