Miho Museum

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Il Miho Museum, nel paesaggio autunnale.
Lo stile degli interni del Miho Museum, come concepiti da Ieoh Ming Pei.

Il Miho Museum è una struttura espositiva giapponese, ubicata a sudest di Kyoto, presso la città di Shigaraki, nella Prefettura di Shiga, realizzata su progetto dell'architetto Ieoh Ming Pei, autore, fra l'altro, della Piramide del Louvre.

Il museo fu la realizzazione di un sogno coltivato da Mihoko Koyama (1910-2003), da cui il museo prende il nome, ereditiera delle attività tessili della Toyobo Corporation, e una delle donne più ricche del Giappone. Koyama fondò nel 1970 il movimento spirituale Shumei, che si dice aver raggiunto i 300.000 adepti in tutto il mondo. Inoltre, negli anni novanta Koyama commissionò la costruzione del museo attiguo al tempio Shumei ni monti Shigaraki.

Il museo è al centro di alcune controversie per la presunta provenienza illegale di alcuni reperti posseduti.

Collezione[modifica | modifica sorgente]

Pittura parietale di area vesuviana.

Il museo ospita la collezione privata di Mihoko Koyama, consistente in antichità dell'Asia e del mondo occidentale, ma anche altri pezzi, per un valore complessivo stimato fra i 300 milioni e il miliardo di dollari USA. Il patrimonio è stato messo insieme sui mercati antiquari mondiali dall'organizzazione Shumei prima dell'apertura del museo avvenuta nel 1997. Nella struttura sono conservati in totale oltre duemila pezzi, 250 dei quali, all'incirca, sono in esposizione permanente a rotazione.

Ogni reperto è stato accuratamente selezionato, sia per l'intrinseca bellezza artistica che per il significato storico, ma un'attenzione particolare viene anche posta sull modo in cui le opere sono presentate al visitatore.

Architettura[modifica | modifica sorgente]

L'architetto Ieoh Ming Pei aveva già progettato la torre campanaria a Misono, il centro quartier generale e centro spirituale dell'organizzazione Shumei prima che Mihoko Koyama e sua sorella, Hiroko Koyama, commissionassero a Pei il progetto del museo Miho. Il campanile di Misono può essere intravisto attraverso le finestre del museo.

Il progetto di I. M. Pei, che egli finì per chiamare Shangri-La, è concepito in un paesaggio collinare e boscoso. Circa tre quarti dei 17.400 m² della costruzione sono sotterranei, intagliati nella roccia viva delle cime collinari. Il soffitto è una grande costruzione in vetro e acciaio, mentre il pavimento e le mura esterne e interne, sono realizzate in pietra calcarea proveniente dalla Francia, di una calda tonalità beige – lo stesso materiale impiegato da Pei nella reception del Louvre.

Controversie e inchieste[modifica | modifica sorgente]

Il quotidiano Yomiuri Shimbun, il 12 gennaio 2007, ha dato conto della notizia secondo cui circa cinquanta opere di epoca etrusco-greco-ellenistica sarebbero il frutto di trafugamenti irregolari avvenuti ad opera di un'organizzazione svizzera dedita a simili attività, che farebbe capo, secondo il quotidiano giapponese, a Gianfranco Becchina[1][2][3]. L'organizzazione, attiva già negli anni novanta, avrebbe operato dalla sua sede di Basilea, attraverso un rete di succursali che avrebbe toccato anche il Giappone.[1][2]

Già nel 1997, sempre secondo il quotidiano giapponese, sarebbe venuto a galla il nome del museo in relazione all'arresto del trafficante d'arte Giacomo Medici, allora condannato a 10 anni di reclusione, presso il quale furono trovate fotografie di oggetti che sono poi stati esposti al museo giapponese.[1]

Inchieste[modifica | modifica sorgente]

Sulle opere del museo Miho si è accesa negli anni l'attenzione dell'autorità giudiziaria italiana. Sempre secondo lo Yomiuri Shimbun sembrerebbe infatti che nel 2007 sia stata avviata un'inchiesta da parte del governo Italiano su alcune opere trafugate da scavi e che risulterebbero poi state rivendute da un commerciante di opere d'arte ad alcuni musei internazionali. Tra i musei viene citato il Miho Museum. Peraltro al momento nessun organo del Governo Italiano risulta aver contattato il museo e la notizia viene citata solo nell'articolo nel quale viene riportato anche il comunicato del museo che nega di essere mai stato a conoscenza della origine illegale degli oggetti.[1].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d Si estende al Giappone la caccia alle opere d'arte trafugate, da "Visti da lontano, l'Italia letta con la lente della stampa estera"
  2. ^ a b Il Giappone un ladro di opere d'arte? da Jappone.com
  3. ^ Giappone. Opere italiane rubate da Mecenate.info

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Coordinate: 34°54′57″N 136°00′57″E / 34.915833°N 136.015833°E34.915833; 136.015833