Michele Scoto

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Michele Scoto, in inglese Michael Scot (Scozia, 1175 circa – 1232 circao 1236), è stato un filosofo scolastico, astrologo e alchimista scozzese, attivo presso la corte siciliana di Federico II di Svevia. È considerato il più importante averroista medievale, anche se non fu un seguace delle tesi averroistiche, il primo a far conoscere i commenti di Averroè alle opere aristoteliche in Occidente.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Scozzese d'origine, si formò forse a Oxford e Parigi, mentre a Toledo (dove fu nel 1217), allora centro della cultura ispanico-moresca, apprese l'arabo e tradusse molte opere, con un importante contributo alla diffusione delle teorie di Aristotele in Europa, tramite la traduzione delle opere di Averroè e Avicenna. Si attribuiscono a Michele Scoto la versione greco-latina dell'Ethica Nicomachea e la traduzione arabo-latina dei commenti di Averroè alle opere aristoteliche.

Quale esperto di matematica, filosofia e astrologia entrò alla corte dell'Imperatore Federico II di Hohenstaufen, per il quale fu filosofo ed astronomo e avrebbe fatto molte predizioni, alcune delle quali riguardanti varie città italiane[1]. All'imperatore è dedicata fra l'altro la sua traduzione dell'Abbreviatio Avicenne de animalibus, ancora con il commento di Avicenna.

Il suo nome viene citato da Dante Alighieri nel canto XX dell'Inferno (all'interno della bolgia degli indovini) come Michele Scotto; egli era noto ai tempi di Dante per essere stato una sorta di mago alla corte del re di Sicilia e imperatore Federico (secondo la leggenda avrebbe predetto a Federico II il luogo della sua morte in una località dal nome di un fiore, che fu poi Castel Fiorentino nei pressi di Torremaggiore).

« Quell'altro che ne' fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe 'l gioco.
 »
(Dante Alighieri, Inferno - Canto ventesimo, vv. 115-117)

Sue si diceva fossero anche molte profezie sull'avvento dell'Anticristo, la cui figura ebbe vasta risonanza grazie al poema di Adso da Montier-en-Der (Libellus de Antichristi).

Sulla fama di Michele come personaggio dotato di capacità di indovino e profeta si soffermò Giovanni Villani il quale scrisse:

« E bene difinì il grande filosofo maestro Michele Scotto quando fu domandato anticamente della disposizione di Firenze, che ssi confa alla presente matera; disse in brieve motto in latino: "Non diu stabit stolida Florenzia florum; decidet in fetidum, disimulando vivet". Ciò è in volgare: "Non lungo tempo la sciocca Firenze fiorirà; cadrà in luogo brutto, e disimulando vive". Ben disse questa profezia alquanto dinanzi la sconfitta di Monte Aperti. »
(Citato in Piero Morpurgo, Michele Scoto, in Federiciana (2005))

Viene citato come Michele Scotto anche da Giovanni Boccaccio (che ne tramandò anch'egli la fama di maestro di negromanzia) nel Decameron, e più precisamente nella nona novella dell'ottava giornata (dedicata alle beffe).

« Dovete adunque, - disse Bruno - maestro mio dolciato, sapere che egli non è ancora guari che in questa città fu gran maestro in nigromantia, il quale ebbe nome Michele Scotto, per ciò che di Scozia era, e da molti gentili uomini, de' quali pochi oggi son vivi, ricevette grandissimo onore; e volendosi di qui partire, ad istanzia de' prieghi loro ci lasciò due suoi sofficienti discepoli, a' quali impose che ad ogni piacere di questi cotali gentili uomini, che onorato l'aveano, fossero sempre presti. »
(Giovanni Boccaccio, Decameron, Giornata VIII, novella 9)

Tutte queste notizie, frutto di vociferazioni del tempo, sono segno del fatto che si intendesse diffondere la leggenda del carattere diabolico della corte di Federico II in un'epoca di forti contrasti politici con la curia papale. Michele fu in realtà uno dei tanti studiosi (trai quali Leonardo Fibonacci, Guglielmo di Saliceto, Rolando da Cremona) certo trai più preclari, che frequentarono il cenacolo federiciano, nel quale l'imperatore cercava frequenti consulti con molti scienziati e nel cui contesto si sviluppavano anche aspre contese scientifiche e dottrinali. La seconda versione del famoso libro di Leonardo Fibonacci sulla Matematica, Liber Abaci, fu dedicata a Michael Scot nel 1227 d.C. ed è stato suggerito che lo stesso Michael Scot abbia anche giocato un ruolo nella presentazione della Successione di Fibonacci[2].

Tra le altre sue opere vanno ricordati il Liber introductorius, che rivela spiccati interessi magici, astrologici e alchemici, il Liber Phisionomiae, opera di filosofia della natura, il Liber particularis, concepito per rendere più comprensibile l'astrologia agli studenti.

Nell'Ars Alchemiae, Scoto offre un trattato di alchimia in cui l'enfasi cade sulle operazioni pratiche, presentando un quadro docoumentato della diffusione dell'alchimia nel mondo mediterraneo contemporaneo. L'opera offre interessanti paralleli con il De aluminibus et salibus di Razi e la Schedula diversarum artium di Teofilo da Stavelot.

Opere[modifica | modifica wikitesto]

  • Liber introductorius
  • Liber de particolaribus
  • Physionomia

Le seguenti tre opere sono parti di un'opera sull'astrologia:

  • Ars Alchemiae
  • Divisio Philosophiae, di cui ci son pervenuti solo frammenti
  • Quaestiones Nicolai Peripatetici, opera andata perduta

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Piero Morpurgo, ed., Federico II e la fine dei tempi nella Profezia del Codice Escorialense f III 8, in "Pluteus" 1 (1983), 135-167
  2. ^ (EN) T.C. Scott e P. Marketos, On the Origin of the Fibonacci Sequence (PDF), MacTutor History of Mathematics archive, University of St Andrews, marzo 2014.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 89415245 LCCN: n83318295