Max Fabiani

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Maximilian Fabiani

Maximilian Fabiani, meglio conosciuto come Max Fabiani[1] (Cobidil San Gregorio, 29 aprile 1865Gorizia, 18 agosto 1962), è stato un architetto e urbanista italiano.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Magazzini Portois & Fix a Vienna, progettato da Fabiani, 1899-1900.
Palazzo Urania di Vienna, progettato da Fabiani, 1909/1910.

Dodicesimo di quattordici figli nacque a Cobidil, piccola località nei pressi di San Daniele del Carso, figlio di Antonio Fabiani, latifondista di Paularo, di ascendenza bergamasca e da Charlotte von Kofler, aristocratica triestina di origini tirolesi. Fu educato in un ambiente perfettamente trilingue: oltre all'italiano, usata in famiglia, apprese e padroneggiò perfettamente anche lo sloveno e il tedesco, lingue d'uso prevalente nel suo ambito sociale e negli studi.[2]

Dopo aver frequentato le scuole elementari a San Daniele del Carso, dove dimostrò grande interesse per la matematica, frequentò il liceo presso la Realschule di Lubiana. Continuò poi gli studi presso la Bauschule e il politecnico Technische Hochschule di Vienna, dove studiò architettura tra il 1883 e il 1884. Dopo la laurea (1892), ottenne una borsa di studio che gli diede la possibilità di visitare l'Asia Minore e quasi l'intera Europa tra il 1892 e il 1894.

Tornato in Austria, collaborò presso lo studio di Otto Wagner. Progettò alcune opere importanti a Vienna (come l'Urania) e a Trieste (il Narodni dom). Dopo il terremoto di Lubiana del 1895, Fabiani progettò alcune delle più importanti opere nella ricostruzione della città (Casa Krisper, Casa Kleinmaier); fu anche autore del piano regolatore che sancì i tratti più significativi dello sviluppo urbanistico di Lubiana fino al primo dopoguerra.

Dopo la prima guerra mondiale si trasferì a Gorizia, dove collaborò, con la stesura del piano generale del 1921, alla ricostruzione della città gravemente danneggiata dalla guerra; il conferimento di questo incarico fu inizialmente molto travagliato in quanto il ruolo chiave per grosse commesse era molto ambito e furono sparse voci su una sua vicinanza sloveno austriacante, voci che furono dallo stesso Fabiani smentite.[3]

Negli anni trenta e quaranta si trasferì nel villaggio natale di San Daniele del Carso di cui divenne podestà e si adoperò alla ristrutturazione delle fortificazioni del borgo oltre a continuare la sua attività d'architetto impegnato a disegnare opere monumentali durante il fascismo.

Nel 1952 viene proposto dall'allora Presidente del Consiglio dei ministri della Repubblica Italiana Alcide de Gasperi alla carica di Senatore a vita al Presidente della Repubblica Luigi Einaudi, ma Fabiani declina l'offerta pur essendone come lui dichiarato "immensamente grato" a causa della sua età avanzata. Muore a Gorizia nel 1962 all'età di 97 anni.

Cronologia[modifica | modifica wikitesto]

Opere dal 1900 al 1917[modifica | modifica wikitesto]

Fabiani esordisce nel suo primo periodo di attività con uno stile di mediazione cercando di coniugare quasi sempre elementi del grande barocco italiano e le forme ripescate dell'antichità con gli elementi costruttivi più moderni rispettando rigorosamente le proporzioni classiche. Esempio di questa ricerca è il "palazzo Kleinmayr" a Lubiana dove l'architetto cerca di fondere le linee pesanti e austere dello stile classico austriaco alle sinuose forme barocche del Borromini. Si può dire che per Fabiani restò categorico durante tutta la sua opera il rispetto per il genius loci (il carattere del luogo, della città). La città di Trieste infatti vede l'assenza di qualunque forma barocca a favore di una forte impronta liberty, come si può vedere nella "Casa Bartoli".

Principali opere[modifica | modifica wikitesto]

Onorificenze[modifica | modifica wikitesto]

Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte - nastrino per uniforme ordinaria Medaglia d'oro ai benemeriti della cultura e dell'arte
— Roma, 10 febbraio 1951.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b Susanna Pasquali, FABIANI, Maximilian, detto Max in Enciclopedia Italiana, V appendice, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 1992. URL consultato il 7 giugno 2014.
  2. ^ Marco Pozzetto (1998), pp. 7-9.
  3. ^ Marco Pozzetto (1998), pp. 50-51.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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