Matrimonio canonico

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Il matrimonio canonico è il matrimonio celebrato nelle forme, liturgiche e sostanziali, previste dal codice di diritto canonico e dalle altre norme della Chiesa cattolica tra un uomo e una donna. Negozio che la Chiesa considera di diritto naturale, è elevato a sacramento dallo stesso codice, sulla base dell'insegnamento di Gesù Cristo:

« Il patto matrimoniale [...] è stato elevato da Cristo Signore alla dignità di sacramento »
(can. 1055)

Il matrimonio canonico di per sé produce effetti solo all'interno dell'ordinamento canonico, e va tenuto distinto dal matrimonio concordatario, di cui invece potrebbe far parte, dal quale la legge degli stati secolari legittima ed in certi casi disciplina, il sorgere di effetti civili propri del matrimonio civile.

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

Il matrimonio ha innanzitutto basi nelle Sacre scritture, ovvero nel diritto divino positivo (o rivelato), a partire dalla Genesi fino ad ognuno dei quattro Vangeli. Le Sacre scritture sono completate dalla Traditio orale dei Padri della Chiesa, nonché dalle norme di diritto divino naturale (le ultime valide anche per i non cristiani, secondo l'insegnamento di San Tommaso).

Ovviamente il matrimonio trova numerosi e incisivi richiami nel diritto umano ecclesiastico, specialmente con la redazione del codice di diritto canonico del 1917 e del successivo codice promulgato nel 1983. Se il primo codice non definiva affatto il matrimonio, ritenendo la questione superflua, e si soffermava molto di più sugli aspetti tecnici e giuridici con una impronta fortemente materialistica, di origine medievale, (indice già ne è la collocazione nel codex pio-benedettino dell'istituto matrimoniale, disciplinato, insieme agli altri sacramenti, nel terzo libro, De rebus), la riforma del 1983 ha portato ad una riconsiderazione degli aspetti personali e pastorali del matrimonio, definito ora consortium totius vitae, ordinato al bene dei coniugi e della prole, fondato su un foedus, un patto sacro, tra uomo e donna e qualificato necessariamente (per i battezzati) come sacramento.

Per completare il prospetto delle fonti è utile anche ricordare vari provvedimenti papali in materia matrimoniale, quali il decreto Ne Temere (promulgato da Pio X il 2 agosto 1907) sull'estensione della forma tridentina; l'enciclica Casti Connubii (opera di Pio XI, pubblicata il 31 dicembre 1930) sulla dignità e gli errori del matrimonio; la costituzione dogmatica Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II; il motu proprio Matrimonia mixta (promulgato da Paolo VI il 31 marzo 1970 riguardo ai matrimoni interconfessionali); l'istruzione Dignitas Connubii (promulgata dal Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi il 25 gennaio 2005) in materia di processo per nullità matrimoniale.

Forma giuridica[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista giuridico, come da quello canonico, l'elemento fondamentale del matrimonio è certamente il consenso, ossia l'incontro tra le volontà delle diverse parti, in questo caso dei nubenti. Esso deve essere prestato da soggetti giuridicamente capaci ed in assenza di impedimenti, nella forma prescritta ad validitatem dalle norme della Chiesa. Il consenso è elemento imprescindibile e personale, non può essere sostituito né corroborato da alcuna potestà umana (can. 1057). Un consenso mancante, viziato o (in quasi tutti i casi) condizionato determina l'invalidità del negozio.

Il codice presenta oggi il matrimonio come un contratto consensuale formale; in passato la definizione però non è sempre stata così pacifica. Oggi si sostiene che il matrimonio sia un negozio che si perfeziona con il semplice consenso, tuttavia v'è un aspetto ulteriore che ricopre una sua propria importanza in materia di indissolubilità del vincolo: la consumazione.

Matrimonio come sacramento[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la Chiesa non può esistere, fra battezzati, un contratto matrimoniale canonico senza che esso sia sacramento (can. 1055). Il matrimonio è stato elevato a sacramento dallo stesso Gesù Cristo, come unione lecita e qualificante, tesa al raggiungimento della grazia divina. L'errore sulla sacramentalità del matrimonio, o la sua volontaria esclusione determinano l'invalidità del negozio stesso. Alla natura sacramentale del matrimonio è legata la sua indissolubilità e l'indisponibilità dei suoi contenuti; tuttavia, riguardo all'indissolubilità è bene notare che solo il matrimonio contratto validamente e consumato secondo natura (ratum et consummatum) raggiunge la pienezza del sacramento ed è realmente indissolubile. In mancanza della consumazione infatti è possibile ottenere, a precise norme di legge, la dispensa dal vincolo.

Contenuti[modifica | modifica wikitesto]

Requisiti[modifica | modifica wikitesto]

I requisiti per contrarre matrimonio nel diritto canonico sono tre:

  • Consenso
  • Capacità giuridica
  • Forma stabilita

Il soggetto capace, che esprime un consenso valido nella forma stabilita dalla legge canonica lo fa validamente. Per la validità dell'atto è necessario che entrambi i nubenti pronuncino il loro consenso in costanza di questi tre elementi; se così è l'atto è valido e produttivo dei suoi effetti giuridici secondo il canone 1134. Altrimenti la validità è solo apparente e può essere travolta ex tunc dal Tribunale ecclesiastico con una sentenza di nullità.

Fini[modifica | modifica wikitesto]

Per fini si intendono gli scopi basilari che l'ordinamento canonico prevede per il negozio; l'esclusione di essi provoca invalidità per difetto o vizio del consenso. Nel codice del 1917 i fini considerati erano tre, uno primario, il bonum prolis (la procreazione ed educazione dei figli), e due secondari, mutuum adiutorium (sostegno morale) e remedium concupiscentiae (rimedio del desiderio carnale). Nel codice del 1983 questa gerarchia dei fini è stata abolita; esso riporta come fini del matrimonio il bonum prolis ed il bonum coniugum (rispetto e sostegno del coniuge nei confronti dell'altro).

I fini si distinguono dalle mere finalità (ovvero i motivi ulteriori che spingono i due soggetti a sposarsi), dato che i nubenti possono tranquillamente celebrare un matrimonio totalmente valido anche se spinti da motivazioni differenti da quelle ispirate dalla Chiesa. È sufficiente, allo scopo di contrarre matrimonio validamente, che essi non siano disposti, almeno implicitamente, a discostarsi dal modello matrimoniale proposto dalla Chiesa.

Proprietà[modifica | modifica wikitesto]

Proprietà inderogabili del matrimonio sono, secondo il canone 1056, l'unità e l'indissolubilità. L'unità corrisponde all'esclusività del vincolo matrimoniale; sono perciò proibite tutte le forme di poligamia e poliandria. Nel caso in cui un infedele poligamo si converta al cattolicesimo la legge canonica consente che scelga una delle sue mogli, congedando le altre (alle quali deve però sempre il sostentamento). L'indissolubilità consiste nell'unità perpetuata fino alla morte, senza la possibilità che il vincolo sia sciolto per volontà dei coniugi o dell'autorità umana.

Unità ed indissolubilità sono conseguenze dirette della sacramentalità del negozio; esso è unico ed indissolubile per diritto divino e umano. Ne deriva che, non essendo il matrimonio tra infedeli un sacramento, il loro vincolo è unico ed indissolubile nei soli limiti del diritto naturale e di quello civile. Il rapporto tra fedeli acattolici è regolato dal diritto delle Chiese Cristiane Orientali.

Elementi essenziali[modifica | modifica wikitesto]

Sono cinque, sono inseparabili dal vincolo e ne rappresentano la sostanza:

  • Bonum prolis
  • Bonum sacramenti
  • Bonum fidei
  • Bonum conjugum
  • Sacramentalità

Il rifiuto di tutti o anche di uno solo di questi elementi essenziali da parte di anche uno solo dei contraenti provoca l'invalidità del matrimonio per difetto del consenso (è il caso della simulazione totale o parziale, can. 1101).

Il "Favor matrimonii"[modifica | modifica wikitesto]

Ogni matrimonio celebrato nelle forme previste si considera valido fino a prova contraria. Tale prova (che deve essere certa e tale da cancellare ogni dubbio) è un onere di colui che intende dimostrare la nullità del vincolo (can. 1060). Questa presunzione domina l'intero diritto matrimoniale canonico; ad essa si affiancano la presunzione di consumazione in presenza della convivenza dei coniugi (can. 1061 par. 2) e la presunzione che il "consenso interno" equivale a quello manifestato (can. 1101). Queste presunzioni, unitamente ai canoni 1085 par. 2 e 1100, costituiscono lo scheletro del "favor matrimonii", sistema che per agire necessita solo che il matrimonio esista almeno come fatto giuridico; in tale caso esso si applica ai matrimoni di tutti i cristiani e non cristiani.

Il favor matrimonii è una presunzione di validità juris tantum, ovvero valida fino a prova contraria. È tuttavia molto rigoroso e prevale su ogni altra presunzione che lo contrasti; l'unico caso in cui soccombe riguarda lo scioglimento del vincolo in favore della fede, o per privilegio paolino o privilegio petrino, nei matrimoni tra infedeli (allorquando uno dei due intenda convertirsi, can. 1180).

Matrimonio come diritto[modifica | modifica wikitesto]

« Tutti possono contrarre il matrimonio, se non ne hanno la proibizione dal diritto. (can 1058) »

A norma del canone 1058 chiunque può contrarre matrimonio a meno che non lo vieti il diritto. Questo canone sancisce un vero diritto soggettivo al matrimonio, giustificabile sotto tre diversi profili:

  • ratio naturalis (istinto di conservazione della specie)
  • ratio medicinalis (rimedio delle necessità carnali senza cadere nel peccato)
  • ratio sacramentalis (sacramento, atto a raggiungere la grazia)

Il diritto si presume iuris tantum; vi sono limiti, tuttavia, all'esercizio dello stesso, quali l'incapacità (can. 1095, che richiede una sanità mentale sufficiente anche solo a comprendere gli obblighi ed i diritti derivanti dal vincolo) e gli impedimenti (ora solo dirimenti, cann. 1083 e seguenti). Altri divieti (tranne quelli contenuti in clausole irritanti di sentenze dei Tribunali Apostolici) rendono il matrimonio solamente illecito.

Impedimenti[modifica | modifica wikitesto]

Teoria generale[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi impedimenti matrimoniali.
« L'impedimento dirimente rende la persona inabile a contrarre validamente il matrimonio. (can. 1073) »

A norma di diritto, l'impedimento è una circostanza di fatto riguardante un nubente, formalmente recepita in norma giuridica di diritto divino od umano, che impedisce la valida celebrazione del matrimonio. Più propriamente l'impedimento è una legge che vieta in particolari fattispecie la celebrazione del matrimonio. Tale legge è una legge inabilitante, cioè una legge che pone un divieto personale incidendo sulla capacità giuridica del soggetto; si distingue dalla legge irritante la quale, pur avendo anch'essa come risultato la nullità dell'atto, non si riferisce alla persona ma all'atto giuridico stesso, sancendone la contrarietà al diritto.

Dall'interpretazione combinata dei ricordati canoni 1058 e 1073 risulta che il diritto al matrimonio è la regola, l'impedimento ne è l'eccezione. Inoltre, dal combinato dei canoni 1075 e 1076, risulta che compete solo alla "suprema autorità della Chiesa" disporre gli impedimenti matrimoniali per i battezzati attraverso la legge e che è "riprovata la consuetudine che introduca un nuovo impedimento o sia contraria ad uno esistente".

Nel codice giovanneo-paolino l'impedimento è concepito come causa di inabilità a contrarre; è cioè una circostanza indipendente, diversa e pregressa alla capacità di intendere e di volere del nubente, che non rende, come invece fa l'assenza di discretio judicii, incapace il nubente. A rendere invalido il matrimonio è sufficiente che anche uno solo dei nubenti sia inabile a causa di un impedimento.

In passato, nella vigenza del codice pio-benedettino, due erano i tipi di impedimenti possibili rispetto al loro effetto: gli impedimenti dirimenti e gli impedimenti impedienti; i primi, che producono l'invalidità del negozio, si sono conservati e hanno ricevuto una più attenta trattazione nel nuovo codice del 1983, i secondi, che producevano invece solo l'illegittimità del negozio riversando sul soggetto considerato autore dell'illecito le sanzioni penali previste dal codice, sono scomparsi dopo la riforma.

Oltre che rispetto agli effetti gli impedimenti si suddividono in relazione:

  • Alla fonte normativa (impedimenti di diritto divino naturale/positivo e di diritto umano)
  • Alla prova nel foro esterno (impedimenti pubblici ed occulti, can. 1074)
  • Alla dispensabilità (impedimenti dispensabili ed indispensabili)
  • Al tempo di durata (impedimenti temporanei e perpetui)
  • Ai soggetti destinatari (impedimenti assoluti, cioè che impediscono il matrimonio con chiunque, e relativi, cioè che impediscono il matrimonio solo con alcune persone determinate)

I singoli impedimenti[modifica | modifica wikitesto]

Sono dodici:

  • Età: disciplinato dal canone 1083, stabilisce l'esistenza di una età minima per contrarre validamente il matrimonio; detta età minima è di 16 anni per l'uomo e 14 anni per la donna. Due le motivazioni principali alla base di questo impedimento: in primis, al di sotto queste età è difficile determinare in assoluto l'impotentia coeundi; secondariamente i fini del matrimonio ulteriori rispetto alla procreazione richiedono che i soggetti abbiano una certa esperienza e maturità. Inoltre è possibile asserire che un giovane al di sotto di queste età non può esprimere un valido consenso proprio per le ragioni biologiche e psicologiche legate alla sua giovinezza. Innovativo rispetto alle norme del codice pio-benedettino è il potere dato alle Conferenze Episcopali di innalzare il limite di età per la lecita celebrazione del matrimonio (can. 1083 par. 2). L'età è un impedimento temporaneo, di diritto umano ecclesiastico, perciò dispensabile dall'Ordinario del luogo; una scuola di pensiero lo considera tuttavia di diritto divino naturale, quindi indispensabile, quando il soggetto è palesemente incapace di autodeterminarsi per effetto della sua giovane età.
  • Impotenza: disciplinato dal canone 1084, consiste nell'incapacità, sia maschile che femminile, di compiere proficuamente l'atto sessuale con il quale i coniugi consumano e rendono indissolubile il vincolo (impotentia coeundi). La mera sterilità invece (impotentia generandi) non è di impedimento al matrimonio (can. 1084 par. 3). Per essere di impedimento al matrimonio l'impotentia coeundi deve essere antecedente al matrimonio (cioè non essere intervenuta in costanza del vincolo, ma esistere già prima e al momento della celebrazione) e perpetua (cioè non suscettibile di sparire spontaneamente o essere guarita senza grave danno). Limpotentia coeundi attiene specificamente alla possibilità di avere rapporti sessuali, possibilità che può essere esclusa da problemi anatomici (es. mancanza dei genitali), da problemi fisiologici (es. abuso di alcool o droga) o da problemi psicologici (es. inibizioni particolari). In caso di impotenza dubbia opera il principio del favor matrimonii ed il matrimonio è considerato valido finché il dubbio persiste (can. 1084 par. 2). Limpotentia coeundi è un impedimento necessariamente perpetuo, di diritto divino naturale, quindi indispensabile.
  • Precedente vincolo: disciplinato dal canone 1085, stabilisce che chiunque sia già legato da un altro vincolo matrimoniale valido, anche se non consumato, non può contrarre validamente un nuovo matrimonio; il vincolo precedente deve perciò essere valido e persistente al momento della celebrazione delle nuove nozze. Si considerano in questo caso matrimoni validi non solo quelli tra battezzati, ma anche quelli tra infedeli, che hanno cioè valore puramente legittimo. Per addivenire anche lecitamente a nuove nozze è necessario che nullità o scioglimento del precedente matrimonio constino "legittimamente e con certezza", cioè siano pronunciate dalle competenti autorità della Chiesa in via definitiva e non meramente conosciute solo dalle parti (can. 1085 par. 2). Il precedente vincolo è un impedimento di diritto divino naturale e positivo, quindi indispensabile. Esso cessa automaticamente alla morte del coniuge, alla pronuncia di scioglimento e a quella di nullità.
  • Disparità di culto: disciplinato dal canone 1086, riguarda i cosiddetti "matrimoni dispari", ossia i matrimoni tra una parte battezzata e una non battezzata. Nel codice pio-benedettino la disciplina in materia era ben più stringente, prevedendo anche l'impedimento impediente per i "matrimoni misti" (cosiddetta mixta religio), ossia tra un cattolico e un cristiano orientale, oggi venuto meno (il matrimonio è possibile se viene concessa una apposita licenza e vengono garantiti determinati impegni alla parte cattolica, ex cann. 1125 e 1126). In generale, oggi come ieri il diritto matrimoniale canonico tende sempre a scoraggiare i matrimoni con coloro che non appartengono alla Chiesa Cattolica. Perché esista l'impedimento dirimente di disparitas cultus è quindi necessario che una parte appartenga alla Chiesa Cattolica in forza del battesimo e che l'altra non sia battezzata o non sia stata battezzata validamente. L'impedimento di disparitas cultus è di diritto divino, indispensabile, laddove non sono prestate garanzie riguardo alla fede ed educazione della prole; è infatti di diritto umano, dispensabile, quando sono soddisfatte tre condizioni: a) prestazione di garanzie in merito di salvaguardia della fede cattolica, b) celebrazione secondo una forma pubblica stabilita dalla Conferenza Episcopale, c) effettuazione di una attenta e rigorosa preparazione pastorale dei nubenti.
  • Ordine sacro: disciplinato dal canone 1087, stabilisce l'invalidità dei matrimoni celebrati tra o con soggetti che hanno ricevuto gli ordini sacri. L'impedimento riguarda perciò diaconi, presbiteri e vescovi e tutti i prelati a loro equiparati, in quanto obbligati al celibato (can. 277). Tale impedimento è stato uno dei più discussi fino alla decisione di Paolo VI (contenuta nell'enciclica Sacerdotalis cœlibatus del 1967) che ha ribadito l'importanza e l'inderogabilità del celibato imposto ai chierici, facendo solo due piccole eccezioni: permettendo cioè agli sposati di assurgere al diaconato permanente e di contrarre nuovo matrimonio solo in caso di morte del coniuge (non essendo essi vincolati da voto di celibato). L'ordine sacro è un impedimento di diritto umano, quindi dispensabile; tuttavia, in ragione della gravità della materia, competente ad emettere la dispensa è solo la Santa Sede; va inoltre sottolineata la complessità della procedura di esamina dei casi, che rende estremamente difficile ottenere un responso favorevole dall'autorità ecclesiastica.
  • Voto pubblico di castità: disciplinato dal canone 1088, impedisce di contrarre validamente matrimonio a coloro i quali siano legati da un voto pubblico di castità in un istituto di vita religiosa. A norma del canone 1191 il voto è una promessa a Dio di un bene del fedele oggetto di una attenta riflessione spirituale; in questo caso il bene è la castità. Per essere di impedimento al matrimonio il voto deve soddisfare tre requisiti: a) deve essere rilasciato in un istituto di vita religiosa (ad esempio un monastero), dove viene emesso insieme anche a quelli di povertà ed obbedienza; non sono perciò impedimenti i voti di castità rilasciati da eremiti e anacoreti e da coloro che vivono in istituti secolari o società di vita apostolica; b) deve essere pubblico, cioè ricevuto e riconosciuto dal Superiore dell'istituto in nome della Chiesa; c) deve essere perpetuo. L'impedimento di votum publicum è strettamente connesso a Dio, perciò è di diritto divino naturale e positivo, finché dura il voto; infatti il voto è dispensabile, qualora emesso in un istituto di diritto pontificio, dalla Santa Sede; dispensato il voto l'impedimento cessa.
  • Ratto: disciplinato dal canone 1089, prevede che non possa essere valido il matrimonio celebrato tra il rapitore e la donna rapita, o trattenuta, allo scopo di contrarre il matrimonio, se non nel caso in cui la donna, liberata e posta in un luogo sicuro, decida spontaneamente di sposarsi. Il fine di questo impedimento, introdotto durante il Concilio di Trento, è tutelare la libertà della donna (che non si vuole costretta a contrarre un così grave negozio) insieme alla dignità dell'istituto matrimoniale contro un costume molto diffuso già nel Medioevo. Per la sussistenza dell'impedimento è necessario che sia rapita (o almeno sequestrata) una donna e che il rapitore abbia compiuto l'atto delittuoso allo scopo di contrarre con lei matrimonio; tutti gli altri scopi sono irrilevanti. Il ratto è impedimento di diritto umano, perciò dispensabile; competente è l'Ordinario del luogo.
  • Crimine: disciplinato dal canone 1090, stabilisce che non può contrarre valido matrimonio colui che, al fine di sposarsi con una determinata persona, uccide il coniuge di questa od il proprio; ugualmente non possono contrarre matrimonio i coniugi che concorrono materialmente o moralmente all'uccisione del coniuge. Rilevano quindi l'omicidio del coniuge commesso da una sola persona e quello commesso da entrambi i nubenti. Nel primo caso l'omicidio deve essere consumato (non rileva il tentativo) con il fine specifico di contrarre matrimonio e l'uccisore deve essere cattolico. Nel secondo caso i nubenti devono cooperare in modo tale da provocare la morte del coniuge; anche qui l'omicidio deve essere consumato dai nubenti per essere rilevante ed è necessario che il fine del coniugicidio sia contrarre matrimonio tra loro; l'impedimento incombe su uno od entrambi i nubenti, a seconda che siano o meno cattolici. Il fine dell'impedimento è quello di prevenire gli scandali e salvaguardare la dignità dell'istituto (impedendo che esso sia il frutto di un delitto, come nel caso di ratto). Il crimine è impedimento di diritto umano, quindi dispensabile; la gravità della materia però riserva la dispensa alla sola Santa Sede.
  • Consanguineità: disciplinato dal canone 1091, tale impedimento intende proibire il matrimonio tra parenti in linea retta (discendenti e ascendenti) ed in linea collaterale (fratelli, cugini); tali soggetti sono detti appunto consanguinei. Questo impedimento, come quello di affinità, ha radici antichissime in quanto volto ad evitare una evenienza molto comune in passato, quella del matrimonio incestuoso. Attualmente il matrimonio è nullo in linea retta per tutti gli ascendenti ed i discendenti, sia legittimi che naturali; in linea collaterale la nullità si propaga solo fino al quarto grado incluso (dunque tra fratelli, tra cugini figli di fratelli, tra zio e nipote e tra prozio e pronipote). Il computo dei gradi di parentela segue nel codice vigente (a differenza del codice pio-benedettino) il metodo romano. La consanguineità in linea retta è un impedimento di diritto divino naturale, perciò indispensabile; ugualmente la consanguineità (collaterale) tra fratelli è di diritto divino naturale, anch'essa indispensabile. Dispensabile dall'Ordinario del luogo è invece la consanguineità nei restanti gradi di parentela collaterale, in quanto essa è di diritto umano.
  • Affinità: disciplinato dal canone 1092, impedisce di contrarre matrimonio a tutti gli affini in linea retta (coniuge nei confronti degli ascendenti dell'altro coniuge o discendenti in caso di precedente unione); non viene considerata l'affinità in linea collaterale. Requisito fondamentale di tale impedimento è l'esistenza di un matrimonio valido (anche non consumato). L'affinità è un impedimento di diritto umano, quindi dispensabile dall'Ordinario del luogo.
  • Pubblica onestà: disciplinato dal canone 1093, ha per presupposti necessari o l'esistenza di un matrimonio invalido nel quale vi sia comunque stata vita in comune, oppure un notorio e pubblico concubinato; rende invalido il matrimonio tra l'uomo e le donne consanguinee di primo grado della convivente e, viceversa, tra la donna ed i consanguinei di primo grado del convivente. In passato era considerato un caso di affinità derivante da una copula illecita; la funzione (residuale) di tale impedimento è la stessa degli impedimenti di consanguineità ed affinità. Nel caso di matrimonio invalido è necessario che il matrimonio sia apparentemente valido sul lato della forma, ma invalido per un impedimento o per difetto/vizio del consenso; alla celebrazione deve essere seguita la vita in comune (anche senza consumazione) come prevista dal can. 1055 ("consortium totius vitæ"). Nel caso di concubinato pubblico e notorio la convivenza stabile extramatrimoniale tra uomo e donna deve risultare da atti giuridici pubblici e deve essere conosciuta da un numero ragionevolmente ampio di persone. La celebrazione di un matrimonio civile (cui segua la convivenza) da parte di fedeli cattolici comporta l'insorgenza dell'impedimento. La pubblica onestà è un impedimento di diritto umano, perciò dispensabile dall'Ordinario del luogo.
  • Adozione: disciplinato dal canone 1094, impone a coloro che per parentela legale siano legati in linea retta o nel secondo grado della linea collaterale di non contrarre matrimonio, pena la sua invalidità. In passato tale impedimento era strettamente legato alla legge civile dello Stato in materia di adozione e matrimonio, perciò l'impedimento era dirimente od impediente a seconda dello Stato in cui si verificava il caso; il codice del 1983 ha cancellato una volta per tutte questa diversità. Tuttavia, per stabilire quali soggetti siano suscettibili dell'impedimento di cognatio legalis, il codice vigente rimanda ancora alla disciplina civile in materia (art. 87 c.c.). L'impedimento di adozione è di diritto umano, quindi dispensabile dall'Ordinario del luogo.

Non costituiscono impedimento altre circostanze che ostacolano la celebrazione del matrimonio quali il tempo feriato, il divieto temporaneo stabilito per giusta causa dall'Ordinario del luogo ed il mancato espletamento delle "sollecitudini prematrimoniali".

Consenso[modifica | modifica wikitesto]

Il consenso è uno degli elementi essenziali del matrimonio canonico, e deve essere prestato da entrambi i connubendi con piena capacità. Sebbene possa essere prestato per procura, il consenso originale è insostituibile e deve essere espresso direttamente dalla persona interessata.

Difetti[modifica | modifica wikitesto]

Il difetto del consenso si verifica qualora uno dei soggetti abbia manifestato durante la celebrazione del matrimonio una volontà che in realtà interiormente non aveva. In questo caso si verifica l'invalidità del matrimonio.

La discrasia tra volontà e manifestazione può avvenire in situazioni e casi diversi. Si ha una differenza tra estrinseco ed intrinseco involontaria quando:

  • uno o entrambi i soggetti non sono capaci di intendere e di volere, ovvero:
    • insufficiente uso della ragione, dovuto ai più svariati motivi che rendono il soggetto non capace di capire nemmeno cosa sia un matrimonio
    • Grave difetto di discretio judicii, distinta dall'ipotesi sopra in quanto il soggetto non sarebbe capace nel dato momento di prefigurarsi i diritti ed i doveri che scaturiscono dal matrimonio
    • Incapacità ad assumere gli obblighi essenziali del matrimonio, si presenta quando un soggetto è capace di intendere e di volere ma delle differenze psichiche o fisiche non lo rendono idoneo ad assumere quanto ha accettato nel matrimonio (esempio ricorrente l'omosessuale, la ninfomane..)
  • Violenza: uno dei connubendi sceglie di sposarsi perché ha subìto una violenza fisica.[1]
  • Errore ostativo: una falsa rappresentazione interiore riguardo a:
    • L'identità del negozio giuridico compiuto, ovvero la consapevolezza almeno che il matrimonio sia un consortium fra i due soggetti permanente e sia finalizzato alla procreazione dei figli
    • Le proprietà del negozio-sacramento, invalidanti solo nel caso uno dei soggetti ritenesse che il matrimonio non fosse perpetuo, non comportasse esclusione della poligamia ecc.
    • Errore sull'identità della persona, ovvero l'identità fisica, generica, dell'altro nubente (es.sposo Maria Bianchi credendo che sia Luisa Rossi)[2]

La situazione di differenza tra manifestazione e volontà è volontaria per:

  • Simulazione, ovvero una volontà contraria a quanto si accingono a manifestare i nubendi circa gli specifici "elementi essenziali" del matrimonio, manifestata a sua volta da un positivo atto di volontà. A sua volta la simulazione può essere
    • Bilaterale / Unilaterale, a seconda che provenga da uno o entrambi i soggetti
    • Totale / Parziale, a seconda che non sia voluto l'intero matrimonio o un suo elemento fondamentale
  • Jocus (gioco)

Vizi[modifica | modifica wikitesto]

A volte il matrimonio è comunque invalido, sebbene il consenso ci sia, ma sia influenzato o sviato da alcuni vizi. Il consenso è viziato in tre occasioni:

  • Errore-vizio: diverso dall'errore ostativo, che invalida automaticamente il matrimonio ed è un difetto, si basa sull'errore di una qualità di una persona che il nubente considera fondamentale e che lo ha effettivamente spinto a sposarsi
  • Dolo: uno dei nubenti ha, intenzionalmente, ingannato con raggiri o tacendo l'altro soggetto riguardo a qualità o aspetti che riguardano la propria persona. I requisiti per il dolo sono tre, ovvero l'effettivo inganno (con menzogna, ma anche tacendo e nascondendo) - caso della "reticenza" - il fatto che l'errore ricada su una qualità dell'altra parte e la possibilità che la vita coniugale ne rimanga compromessa.
  • Violenza morale (vis vel metus): un'azione, anche non volontaria o indiretta, che ponga il nubente nella scelta di sposarsi al fine di evitarla. L'azione deve essere dell'altro nubente o di un terzo, ma necessariamente un comportamento umano, il timore che ne sorge deve essere grave.

Consenso condizionato[modifica | modifica wikitesto]

Se nel diritto civile il matrimonio non può essere sottoposto a condizione (in caso contrario la clausola si considera come non apposta), nel diritto canonico è invece prevista un'ipotesi di condizione. Questa è ammissibile solamente per situazioni assolutamente incerte e relative al passato o al presente, a patto che non siano situazioni future (pena l'invalidità). Nell'ipotesi di condizione concernente il passato o presente è nullo il matrimonio se non esiste il fatto o la qualità o l'oggetto dedotto in condizione.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La violenza morale non esclude il consenso come quella fisica, ma lo vizia
  2. ^ L'errore su una qualità dell'altro nubente non rende invalido il matrimonio, ma al massimo determina un vizio del consenso (cosiddetto errore motivo)

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Enrico Vitali - Salvatore Berlingò, Il matrimonio canonico, Giuffrè editore, ISBN 88-14-09975-8
  • Paolo Moneta, Il matrimonio nel nuovo diritto canonico, ECIG, Genova, 2008

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]