Massimino (prefetto dell'annona)

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Massimino (latino: Maximinus; floruit 365-376; Sopianae, ... – ...) è stato un funzionario romano, noto soprattutto per le indagini per stregoneria che condusse.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nacque a Sopianae, in Pannonia Valeria, da un ufficiale minore dell'amministrazione provinciale (un tabularius, "archivista"); pare discendesse dai Carpi che si erano stanziati in Valeria sotto Diocleziano.[1] Ebbe un figlio di nome Marcelliano e un cognato, Valentino, che si ribellò all'imperatore.[2]

La sua carriera iniziale è narrata dallo storico Ammiano Marcellino, suo avversario.[3] Fu avvocato in alcune cause, «senza distinguersi», poi fu in successione praeses (governatore) di Corsica (prima del 365), Sardegna[4] (364/366) e Tuscia (366),[5] probabilmente dopo essere entrato nel Senato romano in quanto la Tuscia era governata da praesides di rango senatoriale.

Fu poi prefetto dell'annona di Roma (368/370), carica cui accedette mantenendo il governo della provincia poiché il suo successore aveva ritardato troppo durante il proprio viaggio. Fu in questa veste che diede inizio ad una vera e propria caccia ai praticanti di magia, colpendo soprattutto la classe aristocratica. Avvenne infatti che l'ex-vicario Chilone e sua moglie Massima denunciassero al praefectus urbi Olibrio di essere stati fatti bersaglio di un tentativo di avvelenamento da parte di tre personaggi, un fabbricante di organi, un atleta e un aruspice, i quali furono messi in carcere. Olibrio, però, fu colpito da lunga e grave malattia, e gli accusatori, impazienti, chiesero e ottennero che le indagini fossero passate al prefetto dell'annona, Massimino. Tramite l'impiego della tortura, ottenne i nomi di diversi e importanti personaggi che avrebbero fatto uso di delinquenti e delatori per danneggiare i propri avversari. Massimino informò l'imperatore Valentiniano I dei fatti, affermando di poter punire i delitti solo con pene più severe di quelle in vigore; l'imperatore, «poiché era nemico più violento che severo dei vizi», riunì i capi d'accusa sotto quello di lesa maestà, permettendo dunque che personaggi che per il loro rango erano esenti, in base ad antiche leggi, da interrogatori cruenti, potessero essere messi sotto tortura. L'imperatore nominò Massimino vicarius urbi (cioè vice-praefectus) e gli affiancò il notarius Leone per aiutarlo nelle indagini (370).[6] Molti furono i condannati, di tutti i ranghi sociali; quando le indagini passarono al nuovo praefectus urbi, Publio Ampelio, Massimino continuò a occuparsi dei casi come suo vice.[7] Sempre con Ampelio fu destinatario di istruzioni imperiali sul caso di Ursino e i suoi seguaci.[8]

Nel 371 fu nominato prefetto del pretorio delle Gallie, carica che tenne almeno fino al 376. In tale funzione aprì delle indagini su Remigio per miscondotta,[9] attaccò il magister militum d'Illirico Flavio Equizio e fece nominare il proprio figlio Marcelliano dux Valeriae.[10]

Fu fatto decapitare dall'imperatore Graziano all'inizio del proprio regno.[11]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Ammiano Marcellino, xviii.1.5.
  2. ^ Ammiano Marcellino, xviii.3.4.
  3. ^ Ammiano Marcellino, xviii.1.6.
  4. ^ AE 1889, 32
  5. ^ Ricevette la legge conservata nel Codice teodosiano, IX.1.8a, datata 17 novembre 366.
  6. ^ Ammiano Marcellino, xviii.1.8-13.
  7. ^ Ammiano Marcellino, xviii.1.22.
  8. ^ Collectio Avellana, 11.12.
  9. ^ Ammiano Marcellino, xxx.2.11.
  10. ^ Ammiano Marcellino, xxix.6.3.
  11. ^ Ammiano Marcellino, xviii.1.57.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Ammiano Marcellino, Res Gestae.
  • Arnold Hugh Martin Jones, John Robert Martindale, J. Morris, "Maximinus 7", The Prosopography of the Later Roman Empire: A.D. 260-395, Cambridge University Press, 1971, ISBN 0521072336, pp. 577-578.
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