Crisi diplomatica tra India e Italia del 2012-2014

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Crisi diplomatica tra India e Italia del 2012-2014
La nave Enrica Lexie nel porto di Kochi
La nave Enrica Lexie nel porto di Kochi
Data 15 febbraio 2012 - in corso
Luogo Mare Arabico presso le isole Laccadive 9°20′N 75°52′E / 9.333333°N 75.866667°E9.333333; 75.866667[1]
Causa Uccisione di due pescatori indiani attribuita a due militari italiani
Schieramenti
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La crisi diplomatica tra India e Italia del 2012-2014 è una controversia internazionale sorta in merito all'arresto, da parte della polizia indiana, di due fucilieri di marina italiani accusati di aver ucciso due pescatori imbarcati su un peschereccio indiano scambiato per un battello dedito alla pirateria il 15 febbraio 2012 al largo della costa del Kerala, stato dell'India sud occidentale.

Cronologia dei fatti[modifica | modifica sorgente]

2012[modifica | modifica sorgente]

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano assieme al Ministro della Difesa Giampaolo Di Paola incontra i familiari dei Marò al Quirinale il 14 dicembre 2012.
  • 15 febbraio 2012 - Al largo delle coste indiane del Kerala, la petroliera battente bandiera italiana Enrica Lexie naviga in rotta di trasferimento da Galle (Sri Lanka) verso Gibuti, con un equipaggio di 34 persone e con a bordo 6 fucilieri di marina (il capo di 1ª classe Massimiliano Latorre, il secondo capo Salvatore Girone, il sergente Renato Voglino, il sottocapo di 1ª classe Massimo Andronico e i sottocapi di 3ª classe Antonio Fontana e Alessandro Conte[2]) del 2º Reggimento "San Marco" della Marina Militare in missione di protezione della nave mercantile in acque a rischio di pirateria. Poco distante dalla nave italiana si trova il peschereccio indiano St. Antony con un equipaggio di 11 persone. Verso le 16:30, ora locale, l'Enrica Lexie incrocia un'imbarcazione e i marò a bordo, convinti di trovarsi sotto attacco pirata, sparano in direzione dell'altra nave. Poco dopo la St. Antony riporta alla guardia costiera del distretto di Kollam di essere stata fatta oggetto di colpi di arma da fuoco da parte di una nave mercantile; colpi che hanno ucciso due membri dell'equipaggio: Ajesh Binki, di 25 anni, e Valentine Jelastine (o Gelastine), di 45 anni. La guardia costiera indiana contatta via radio l'Enrica Lexie chiedendo se sia stata coinvolta in un attacco pirata e, dopo aver ricevuto conferma dalla petroliera italiana, richiede alla stessa di attraccare al porto di Kochi. Dopo un contatto con la società armatrice, il comandante dell'Enrica Lexie, Umberto Vitelli, asseconda le richieste della guardia costiera indiana e attracca nel porto indiano. Nella notte dello stesso giorno viene effettuata l'autopsia sui corpi dei due pescatori indiani.[3]
  • 17 febbraio 2012 - I due marinai indiani vengono entrambi sepolti e la nave italiana viene posta in stato di fermo.[3][4]
  • 19 febbraio 2012 - I due fucilieri di marina (marò) Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vengono arrestati con l'accusa di omicidio. La Corte del Kollam dispone che i due marò siano tenuti in custodia presso la guesthouse della Central Industrial Security Force indiana invece che in una normale prigione.[3]
  • 28 febbraio 2012 - Il 28 febbraio il governo italiano chiede che l'analisi balistica sia condotta con la partecipazione di esperti italiani. La Corte del Kollam respinge la richiesta, ma accorda però che un team di esperti italiani possa presenziare agli esami balistici condotti da tecnici indiani. Gli esami balistici condotti dalla polizia indiana accertano che a sparare contro il St. Antony sono stati due fucili Beretta in dotazione ai marò.[3] Il ministro degli Esteri Giulio Terzi si reca in visita ufficiale a Nuova Delhi e incontra anche i due fucilieri a Kochi. Il caso viene seguito dal sottosegretario Staffan de Mistura. L'Italia rivendica la competenza giuridica per una vicenda che coinvolge "organi dello Stato operanti nel contrasto alla pirateria sotto bandiera italiana e in acque internazionali".[5]
  • 5-6 marzo 2012 - Il tribunale di Kollam dispone il trasferimento dei fucilieri nel carcere ordinario di Trivandrum.[5]
  • 25 marzo 2012 - Diversi organi di stampa italiani[6][7] pubblicano notizie relative a una perizia balistica[8] redatta dal perito Luigi Di Stefano, che si qualifica come ingegnere ed esperto in indagini legate a incidenti aerei, e che scagionerebbe i due marò italiani. La perizia viene illustrata in una conferenza tenuta in una sala della Camera dei deputati il 16 aprile. In seguito l'affidabilità della perizia e la credibilità del suo autore vengono messe in dubbio.[9][10]
  • 2 maggio 2012 - La nave Enrica Lexie, ancora sotto sequestro nel porto di Kochi e con a bordo gli altri quattro fucilieri, viene rilasciata su decisione della Corte Suprema indiana dietro la garanzia da parte dell’Italia che i quattro fucilieri sarebbero comparsi, se richiesti, dinnanzi alle autorità giudiziarie o altra autorità pubblica indiane.[4]
  • 25 maggio 2012 - In seguito a un ricorso italiano, i fucilieri vengono trasferiti alla Borstal School di Kochi, dove sono confinati in locali separati.[4]
  • 30 maggio 2012 - L'Alta Corte del Kerala concede ai due fucilieri la libertà su cauzione di dieci milioni di rupie (143.000 euro) ciascuno che deve essere garantita da due persone di nazionalità indiana, stabilendo l'obbligo di firma giornaliero e quello di non allontanarsi dalla zona di competenza del commissariato locale. Ai due fucilieri viene anche sequestrato il passaporto.[11] I due marò vengono quindi trasferiti all'albergo Trident di Fort Kochi.[5][12]
  • 20 dicembre 2012-4 gennaio 2013 - Il Governo italiano riesce a ottenere dall’Alta Corte del Kerala un permesso di due settimane per i marò per trascorrere le vacanze natalizie in Italia. Il permesso viene concesso subordinatamente a varie condizioni, tra cui, ovviamente, l’obbligo di rientro in India dei due fucilieri alla scadenza del permesso; tale condizione viene garantita dal ministro degli Esteri italiano e deve essere ulteriormente garantita dall’Ambasciatore e dal console italiano in India con una dichiarazione giurata (affidavit).[4] I due fucilieri arrivano in Italia il 22 dicembre accolti all'aeroporto di Ciampino dal presidente del Senato, e al Quirinale dal presidente della Repubblica.[13][14] Nel corso del soggiorno in Italia vengono anche interrogati dal procuratore aggiunto di Roma Giancarlo Capaldo.[15]

2013[modifica | modifica sorgente]

Incontro del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al Quirinale con i due Marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone il 22 dicembre 2012.
  • 3 gennaio 2013 - I due marò rientrano in India.[4]
  • 18 gennaio 2013 - La Corte Suprema indiana sentenzia che lo Stato del Kerala non ha giurisdizione per procedere contro i due marò italiani poiché i fatti non sono avvenuti nelle sue "acque territoriali" e che il governo centrale di Nuova Delhi dovrà consultarsi con il presidente della Corte Suprema prima di formare una Corte speciale che dovrà decidere sulla questione della giurisdizione, cioè se i marò dovranno essere processati in India o in Italia, dato che "i marò non godevano di quella immunità sovrana" che avrebbe determinato automaticamente la giurisdizione italiana.[16] Secondo la Suprema Corte, inoltre, è illegittima la detenzione cui sono stati sottoposti i militari italiani poiché il procedimento poteva essere cominciato solo a discrezione delle autorità centrali dell'Unione Indiana.[17] D'ora in poi i due marò potranno muoversi liberamente all'interno del territorio indiano.[5]
  • 22 febbraio 2013 - Ai due fucilieri viene dato un permesso di 4 settimane per tornare in Italia in occasione delle elezioni politiche con la semplice garanzia di una lettera ufficiale firmata dall'ambasciatore italiano in India.[18] Al loro arrivo a Roma, il giorno successivo, vengono accolti dal presidente del Consiglio dei ministri italiano Mario Monti.[19]
  • 9 marzo 2013 - Il governo indiano avvia a Nuova Delhi le procedure per la costituzione del tribunale speciale che dovrà decidere sulla vicenda dei due fucilieri.[5]
  • 11 marzo 2013 - Il ministro degli Esteri italiano, Giulio Terzi, annuncia a nome del Governo che i fucilieri non faranno ritorno in India. Il Ministero degli Affari Esteri, in un comunicato stampa, motiva la decisione con la mancata risposta del governo indiano alla proposta formale italiana di avviare "un dialogo bilaterale per la ricerca di una soluzione diplomatica del caso" anche attraverso un arbitrato internazionale o una soluzione giudiziaria. Secondo il comunicato, la proposta era stata effettuata a seguito della decisione della Corte Suprema indiana del 18 gennaio 2013 di respingere il ricorso italiano circa la carenza di giurisdizione indiana sulla vicenda dei due marò.[4][5]
  • 14 marzo 2013 - Il governo indiano, come ritorsione verso l'Italia, limita la libertà personale dell'ambasciatore italiano in India, Daniele Mancini, prendendo misure volte a impedirgli di lasciare il paese.[20]
  • 18 marzo 2013 - La Corte Suprema indiana decide di non riconoscere più l'immunità diplomatica all'ambasciatore Mancini ed estende "fino a nuovo ordine" la limitazione impostagli di non lasciare l'India. L'Italia accusa l'India di «evidente violazione della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche».[21]
  • 20 marzo 2013 - I due sottufficiali sono indagati dalla Procura militare di Roma per «violata consegna aggravata» e «dispersione di armamento militare». Le indagini sono volte ad accertare se i due marò abbiano violato le regole d'ingaggio nella vicenda dell'uccisione dei due pescatori indiani.[22]
  • 21 marzo 2013 - Un Comunicato stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri[23] annuncia che i fucilieri torneranno in India, dato che l'Italia ha avuto garanzie circa la non applicabilità della pena di morte agli imputati. AI fucilieri viene anche concesso di risiedere presso l'ambasciata italiana e di potersi muovere liberamente in essa. L'obbligo di firma, inoltre, da giornaliero diventa settimanale.[24]
  • 22 marzo 2013 - I fucilieri arrivano in mattinata in India, l'ultimo giorno di scadenza del permesso; sono accompagnati dal sottosegretario Staffan de Mistura e prendono alloggio nell'Ambasciata italiana di Nuova Delhi. Il ministro degli Esteri indiano Salman Khurshid assicura che non sarà applicata la pena di morte. L'Alta Corte di Nuova Delhi, in accordo con il Ministero della Giustizia indiano, emana l’ordinanza per la costituzione della Corte speciale, come stabilito nella sentenza della Corte Suprema del 18 gennaio 2013 e dopo le accuse di ritardo rivolte al governo indiano da parte della stessa Corte Suprema.[25]
  • 23 marzo 2013 - Il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, in un’intervista afferma che non è stata data alcuna garanzia sulla non applicazione della pena di morte al governo italiano, ma si è solo limitato a spiegare che per un caso come quello dei marò italiani in India non è prevista la pena capitale; il sottosegretario Staffan de Mistura ribadisce che il governo indiano ha fornito all’Italia un'«assicurazione scritta ufficiale» attraverso il proprio ministro degli Esteri sulla non applicabilità della pena di morte nei confronti dei due fucilieri. Il ministro degli Esteri indiano, Salman Khurshid, dichiara che «non c'è stato nessun accordo, né ci sono state garanzie» nei colloqui fra i due governi volti a permettere il ritorno dei marò in India: il governo indiano ha solo fornito all’Italia «chiarimenti» frutto del lavoro di esperti in diritto sulla non applicabilità della pena di morte.[25]
  • 25 marzo 2013 - Viene costituito a New Delhi il tribunale «ad hoc» che dovrà giudicare i due marò e che sarà presieduto da un «magistrato capo metropolitano» il quale, in base al primo comma della sezione 29 del Codice di procedura penale indiano, può infliggere pene solo fino a sette anni.[21][26]
  • 26 marzo 2013 - Il Ministro degli Esteri Giulio Terzi annuncia in Parlamento le sue dimissioni irrevocabili[27] in polemica con la decisione del Governo di rimandare i Marò in India.
  • 9 agosto 2013 - I due marò non rilasciano dichiarazioni alla National Investigation Agency (NIA), l'agenzia federale indiana per la lotta al terrorismo a cui il governo indiano ha affidato la conduzione delle indagini.[28][21]
  • 16 settembre 2013 - L'India chiede di poter interrogare gli altri fucilieri presenti all'incidente. L'Italia non vuole inviarli a Nuova Delhi ed è pronta a rivolgersi alla Corte Suprema Indiana.[29] L'Italia si dichiara però disponibile a far interrogare i fucilieri in videoconferenza.
  • 11 novembre 2013 - I fucilieri Renato Voglino, Massimo Andronico, Antonio Fontana e Alessandro Conte vengono effettivamente interrogati in videoconferenza dalla National Investigation Agency.[30]

2014[modifica | modifica sorgente]

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano assieme al Ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant'Agata in videoconferenza con i due Marò il 20 dicembre 2012.
  • 8 febbraio 2014 - Il Ministero dell'Interno indiano autorizza la NIA a portare avanti l'accusa nei confronti dei due marò sulla base del cosiddetta SUA Act (Suppression of Unlawful Acts - Soppressione degli atti illegali)[31], la legge contro il "terrorismo marittimo", pur escludendo l'applicazione della pena di morte.[32]
  • 10 febbraio 2014 - Udienza davanti alla Corte Suprema Indiana, cui presenzia anche il ministro della difesa italiano Mario Mauro. L'accusa insiste sull'imputazione ai due marò in base al SUA Act. La Corte Suprema rinvia al 18 febbraio.[33]
  • 18 febbraio 2014 - L'udienza davanti alla Corte Suprema indiana si conclude con l'ennesimo rinvio, motivato con la necessità di attendere un parere scritto del governo indiano sull'applicabilità della legge antiterrorismo. Reazione di protesta del ministro degli Esteri Bonino che annuncia la decisione del governo italiano di richiamare in Italia l'ambasciatore Mancini per consultazioni. La successiva udienza viene fissata per lunedì 24 febbraio.[34]
  • 24 febbraio 2014 - Udienza davanti alla Corte Suprema indiana. Il procuratore generale produce il parere del governo indiano favorevole ad abbandonare l'ipotesi dell'applicazione del SUA Act. Viene chiesto alla NIA di formulare i capi di accusa in base alla legislazione ordinaria. La Corte esaminerà anche l'eccezione avanzata dalla difesa italiana relativa all'incompetenza della NIA a svolgere le indagini.[35]
  • 26 marzo 2014 - L'inviato speciale del governo, Staffan De Mistura, dinanzi alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato dichiara che la linea ufficiale italiana, da quel momento in poi, verterà sul disconoscimento della giurisdizione indiana sul caso, per cui nessun rappresentante ufficiale italiano parteciperà a eventuali processi indiani. Si continuerà, inoltre, a perseguira la via dell'internazionalizzazione della vicenda.[36][37]
  • 28 marzo 2014 - La Corte Suprema indiana ammette il ricorso, presentato dalla difesa dei due marò italiani, contro l’intervento nelle indagini della NIA, sospende il processo presso la Corte speciale e rinvia a nuova udienzia per permettere al governo indiano e alla stessa NIA di produrre le proprie controdeduzioni prima di decidere nel merito del ricorso. Nel ricorso si chiede alla Corte di annullare l'intero procedimento giudiziario, compresa la denuncia iniziale (First Information Report - FIR) dei due marò per aver ucciso i due pescatori indiani, e si insiste sulla linea difensiva italiana contestando la giurisdizione dell'India, poiché l'incidente è avvenuto al di fuori delle acque territoriali indiane, e rimarcando l'immunità funzionale di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone in quanto erano in servizio antipirateria per conto dello Stato italiano. In una nota, il governo italiano afferma che la propria posizione «resta immutata nel rivendicare con forza la giurisdizione italiana sulla vicenda e nel chiedere l'immediato ritorno dei nostri militari in Italia. Il Governo continuerà a svolgere tutte le azioni internazionali utili a raggiungere quanto prima entrambi gli obiettivi» e sottolinea anche la volontà di continuare sulla strada dell’internazionalizzazione della vicenda.[38][39][40]
  • 24 aprile 2014 - Il ministro degli Esteri italiano Federica Mogherini annuncia il ritiro dell'inviato del governo Staffan de Mistura, il ritorno a Delhi dell'ambasciatore Daniele Mancini e la costituzione "di una commissione di esperti con carattere giuridico" per lo "scambio di punti di vista" sul caso tra autorità italiane e indiane; mentre nel "caso non si arrivi a una soluzione concordata, si procederà al vaglio degli strumenti preposti alla risoluzione delle controversie internazionali".[41]
  • 1° settembre 2014 - Il marò Massimiliano Latorre, colto da un malore, viene ricoverato nel reparto di neurologia di un ospedale di New Delhi per un'ischemia transitoria.[42]
  • 7 settembre 2014 - Il marò Massimiliano Latorre è dimesso dopo sei giorni di ricovero in seguito all'ischemia transitoria.[43]
  • 8 settembre 2014 - I legali di Massimiliano Latorre presentano un'istanza alla Corte Suprema indiana al fine di ottenere il trasferimento del marò in Italia per tre o quattro mesi per proseguire in patria le cure riabilitative.[44] La Corte esamina l'istanza e aggiorna l'udenzia al 12 settembre per consentire al governo indiano di formulare un proprio parere. Inoltre la Corte, su richiesta della difesa, esenta Latorre per due settimane dall'obbligo di firma presso il commissiarato di polizia per via delle sue condizioni di salute. Il governo indiano, per bocca del ministro degli Esteri, Sushma Swaraj, annuncia che non si opporrà ad una eventuale decisione della Corte favorevole al ritorno in patria di Latorre. Il ministro Sushma Swaraj afferma anche che la questione dei marò non può essere risolta per via diplomatica ma deve passare necessariamente "attraverso il processo giudiziario".[45][46] Il giornale indiano Hindustan Times pubblica un articolo in cui sostiene di aver appreso da una fonte anonima del ministero dell'Interno indiano che i marò italiani dopo l'incidente cercarono di coprire il loro operato facendo pressioni sul comandante della nave italiana, Umberto Vitelli, affinché preparasse un falso rapporto per le organizzazioni internazionali preposte alla sicurezza marittima in cui si affermava che la decisione dei marò di sparare fosse stata determinata dal fatto che i pescatori del St. Antony erano armati. Secondo la fonte citata dal giornale indiano, "Il comandante della Enrica Lexie inviò dopo la sparatoria del 15 febbraio 2012 un rapporto via email in cui si affermava che sei dei pescatori dell'imbarcazione indiana St. Antony erano armati. Ma gli investigatori indiani accertarono che tutti gli undici pescatori a bordo dell'imbarcazione indiana St. Antony erano disarmati. Non c'erano armi sull'imbarcazione". L'email fu inviata ad una organizzazione per la sicurezza marittima che l'avrebbe poi inoltrata all'IMO, l'Organizzazione marittima internazionale. Però "quando la NIA, durante le sue indagini sul caso, interrogò il comandante della Enrica Lexie, questi negò di essere stato testimone della sparatoria e affermò di aver inviato l'email su pressione dei due marò sotto accusa. Il piano era quello di far passare i pescatori per pirati". La NIA non ha voluto commentare le rivelazioni dell’Hindustan Times, un portavoce della stessa si è limitato ad affermare che «presenteremo i nostri capi d'imputazione al giudice di merito un volta che tutte le questioni relative al caso saranno chiarite dalla Corte Suprema».[47][46]
  • 10 settembre 2014 - Freddie Louis, proprietario del St. Antony, presenta un'istanza alla Corte Suprema indiana in cui chiede un nuovo esame medico per Massimiliano Latorre, prima che i giudici autorizzino il suo rientro in Italia per le cure di riabilitazione.[48]
  • 12 settembre 2014 - La Corte Suprema indiana accoglie l'istanza presentata dalla difesa di Massimiliano Latorre e gli concede di rientrare in Italia per un periodo di quattro mesi per curarsi dall'ischemia che lo ha colpito. La Corte accetta una garanzia scritta sul rientro in India del marò fornita dall'ambasciatore Daniele Mancini a nome del governo italiano e richiede un'ulteriore garanzia scritta "non ambigua e non equivoca" sottoscritta dallo stesso Latorre.[49]
  • 13 settembre 2014 - Massimiliano Latorre arriva in Italia dopo esser partito la sera prima dall'aeroporto Internazionale di Delhi, all'arrivo all'aeroporto di Taranto-Grottaglie in Puglia è stato accolto dal ministro della Difesa Roberta Pinotti e dai capi di Stato maggiore della Difesa e della Marina, Luigi Binelli Mantelli e Giuseppe De Giorgi[50].

La versione italiana[modifica | modifica sorgente]

Staffan de Mistura, ex sottosegretario ed ex viceministro degli Esteri durante il governo Monti e dal 3 maggio 2013 al 24 aprile 2014 inviato speciale del governo italiano presso il governo indiano per il caso dei marò.

Secondo la versione ufficiale pubblicata dal Governo italiano, e secondo il rapporto consegnato dai membri dell'equipaggio della petroliera sia alle autorità indiane sia a quelle italiane, poiché entrambi i Paesi hanno aperto un'inchiesta sull'incidente, il 15 febbraio 2012 alle 12:18 ora italiana, la Enrica Lexie viene avvicinata da un'imbarcazione da pesca, con a bordo cinque persone armate con evidenti intenzioni di attacco.[51][18] I sei militari del battaglione San Marco, a bordo della petroliera italiana come forza di protezione (NMP) contro possibili attacchi pirata, mettono in atto, in accordo con le regole d'ingaggio previste, "graduali azioni dissuasive" contro un "naviglio" sospettato di ospitare pirati, man mano che l'imbarcazione sospetta si avvicina (inclusi i "segnali luminosi" che rappresentano un codice di comunicazione tra navi necessario per identificarsi a distanza in acque ad alto rischio pirateria)[51][18][52] fino a sparare in acqua tre serie di colpi d'avvertimento a seguito dei quali il natante cambia rotta.

Secondo la memoria consegnata alla Corte del Kerala dai difensori di Latorre e Girone, il comandante della nave italiana, Umberto Vitelli, mette in atto la procedura antipirateria prevista, prima che i marò stessi prendano posizione e ingaggino i presunti pirati, incrementando la velocità della nave a 14 nodi e attivando le sirene e le luci di allarme; dopo di che il comandante attiva lo Ship Security Alert System (SSAS) e i marò mandano segnali all'Italian Marine Rescue and Coordination Centre (IMRCC). Il comandante riporta l'incidente sulla "Mercury Chart", che mette in contatto e trasmette informazioni alla comunità navale mondiale, comprese diverse Marine impegnate nella lotta antipirateria e lo stesso quartier generale della Marina indiana; stila un "rapporto militare" (che è una comunicazione ufficiale inviata da una nave alle autorità del proprio Stato di bandiera e alla Guardia costiera e Marina militare dello Stato costiero) e invia un altro rapporto al Maritime Security Center Horn of Africa nel Regno Unito. Dopo aver respinto l'attacco, la nave riduce la velocità a 13 nodi e continua lungo la rotta prestabilita.[53][54] Il comandante Umberto Vitelli avverte la società armatrice della nave che provvede a sua volta a informare la magistratura italiana, poiché la Enrica Lexie si sta muovendo in acque internazionali.[55]

Alle 15:00 ora italiana, la petroliera, mentre si trova in acque internazionali a 38 miglia nautiche dalla costa indiana, viene contattata via radio dall'MRCC (Marine Rescue and Coordination Centre - Centro di coordinamento del soccorso marittimo) di Mumbai (Bombay).[4] Le autorità indiane comunicano alla Enrica Lexie di avere fermato un'imbarcazione coinvolta nell'evento e chiedono, "con un evidente sotterfugio", al comandante della Enrica Lexie di dirigersi verso il porto di Kochi per "contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati". Alle ore 15:30, il Comando operativo interforze della Difesa (COI) riceve dai marò a bordo della Lexie la comunicazione che la compagnia armatrice ha deciso di accogliere la richiesta indiana, autorizzando la deviazione di rotta. A seguito di tale comunicazione il comandante della Squadra navale (CINCNAV) e il COI non avanzano "obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane, non avendo essi nessun motivo di sospetto". Quindi, il comandante Umberto Vitelli inverte la rotta per venire in contatto con la guardia costiera indiana, da cui la nave viene scortata nella rada di Kochi, nelle acque territoriali indiane, dove attracca il 16 febbraio alle ore 17:48 circa.[18][51][55]Solo al momento dell'attracco a Kochi il comandante della nave italiana viene informato delle indagini in corso riguardo alla morte di due pescatori indiani a bordo della nave St. Anthony, morte che secondo le autorità indiane è stata causata dai colpi di arma da fuoco sparati da bordo della petroliera italiana. In seguito avviene la consegna dei marò alla polizia indiana a causa di "evidenti, chiare, insistenti azioni coercitive indiane".[4][55]

La versione indiana[modifica | modifica sorgente]

Secondo la versione indiana, alle 16:30, ora indiana, del 15 febbraio 2012, il peschereccio St. Antony lancia l'allarme alla Guardia costiera indiana riportando di essere stato investito da colpi di arma fuoco e descrivendo sommariamente l'imbarcazione dalla quale provenivano gli spari. La Guardia costiera comincia le indagini[18] e identifica quattro navi nell'area in cui si è svolto l'incidente: l'Enrica Lexie, la Kamome Victoria, la Giovanni e la Ocean Breeze. Verso le 19:00 le quattro navi vengono contattate via radio dalla Guardia costiera che chiede loro se siano state oggetto di attacchi. Una quinta nave, la Olympic Flair, che batte bandiera greca e che in precedenza ha correttamente riportato alle autorità indiane di aver subito un attacco pirata (circa un'ora dopo l'incidente fra il St Antony e la Enrica Lexie), attacco sventato senza soffrire danni e senza aver dovuto far uso di armi da fuoco, non viene contattata, anche se la nave assomiglia per sagoma e colorazione alla petroliera italiana; la nave greca si trova all'ancora al largo di Kochi e successivamente entra in porto.[18][56]

Fra le 4 navi contattate dalla Guardia costiera indiana, l'unica che risponde affermativamente circa l'aver subito attacchi è l'Enrica Lexie. La nave italiana non ha fatto rapporto alle autorità indiane riguardo all'attacco subito, ha riportato il fatto solo dopo essere stata interrogata in merito, contravvenendo ai regolamenti che impongono di fare immediato rapporto in caso di attacco pirata, e si è allontanata di circa 39 miglia lungo la propria rotta verso l'Egitto senza avvertire nessuno.[57] Su questo punto, contrariamente a quanto sostenuto dalla difesa dei marò, il giudice dell’Alta Corte del Kerala affermerà poi che «non è stata prodotta nessuna prova per dimostrare che i marò, prima di sparare ai pescatori, abbiano almeno comunicato al comandante della nave il pericolo di un attacco pirata, o che il comandante abbia annotato il fatto sul registro di bordo. Inoltre non esiste nessun documento a supporto dell'argomento di difesa che il comandante abbia attivato lo Ship Alert Security System o che alcun segnale sia stato trasmesso all'MRCC, alla Mercury Chart o a qualunque Marina nel mondo».[54]La Guardia costiera indiana intima all'Enrica Lexie di tornare indietro e ordina ai pattugliatori Samar, Kochi e Lakshmibai e a un aereo Dornier Do 228 da ricognizione marittima di ricercare la nave italiana, intercettarla e condurla in porto.[18]

Secondo i rapporti degli inquirenti indiani, la testimonianza del comandante e proprietario del St Antony, Freddie Louis (indicato anche come "Freddy" e, sulla stampa italiana, come "Freddy John Bosco"), e degli altri membri dell'equipaggio e le conclusioni della Corte del Kerala, l'imbarcazione indiana non era un battello dedito alla pirateria ma era impiegata in normali operazioni di pesca; era partita per la pesca al tonno da Neendakara il 7 febbraio; l'attacco al St. Antony sarebbe stato ingiustificato in quanto non vi erano armi a bordo dell'imbarcazione. Nessuno fece fuoco contro la nave italiana e l'equipaggio del St. Antony non poteva essere scambiato per pirati. C'erano 11 persone a bordo dell'imbarcazione; eccetto due, tutte le altre dormivano quando i marò italiani aprirono il fuoco contro la barca, sparando con fuoco continuo per circa due minuti; una delle vittime, Valentine Jelastine, era al timone quando venne colpita a morte, mentre l'altra, Ajesh Binki, era a poppa quando venne ferita mortalmente. Il peschereccio indiano era a 200 metri dalla petroliera ed era in attesa che questa sfilasse via quando fu investito dai colpi sparati dai militari italiani. Per gli inquirenti indiani i colpi sono stati esplosi con l'intenzione di uccidere e sul St. Antony sono stati rinvenuti 16 fori di proiettile.[58][3][54][18][57]

La questione della giurisdizione e quella dell'immunità funzionale[modifica | modifica sorgente]

Le zone ad alto rischio pirateria nel Mar Rosso, Golfo di Aden e Mare Arabico secondo la mappa pubblicata dall'United Kigdom Hydrographic Office nel 2011[59]

La difesa dei militari italiani si è basata sulla giurisdizione esclusiva, derivante dal fatto che l'incidente, secondo la versione delle autorità italiane, è avvenuto in acque internazionali su una nave battente bandiera italiana, e sull'immunità funzionale di cui godrebbero i due marò in quanto avrebbero agito in qualità di "organi dello Stato".

La materia oggetto della crisi è regolata a livello internazionale dalla cosiddetta Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (United Nations Convention on the Law of the Sea - UNCLOS), nota anche come Convenzione di Montego Bay (ratificata sia dall'Italia sia dall'India) adottata dall'International Maritime Organization (IMO) nel 1982 e che riprende le norme della Convenzione di Ginevra sul diritto del mare del 1958. La Convenzione disciplina anche la lotta internazionale alla pirateria attraverso regole che codificano la consuetudine internazionale. Esse vincolano anche gli Stati che non sono parti della Convenzione perché le regole sono dichiarative del diritto consuetudinario, la cui osservanza s'impone a tutti gli Stati membri della comunità internazionale. La pirateria è definita all'art. 101 della Convenzione come "un atto di violenza, sequestro o rapina commesso dall’equipaggio o dai passeggeri di una nave contro un'altra nave in alto mare per fini privati"[60][3]

I militari italiani erano a bordo della Enrica Lexie, battente bandiera italiana e di proprietà della Dolphin Tanker S.r.l., società della compagnia armatrice Fratelli D’Amato S.p.A. di Napoli, assieme ad altri quattro marò in qualità di forza di protezione di una nave commerciale in acque a rischio di pirateria nell'ambito della cosiddetta Missione Atalanta e in virtù del decreto-legge n. 107 del 12 luglio 2011, convertito nella legge n. 130 del 2 agosto 2011. Decreto che, nell’ambito delle attività finalizzate a dare attuazione alle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in materia "di contrasto alla pirateria al fine di garantire la libertà di navigazione del naviglio commerciale nazionale", ha previsto all'art. 5 che il Ministro della Difesa "può stipulare con armatori privati italiani... convenzioni per la protezione delle navi battenti bandiera italiana in transito negli spazi marittimi internazionali a rischio di pirateria" e imbarcare, "a richiesta e con oneri a carico degli armatori", "Nuclei militari di protezione (NMP) della Marina, che può avvalersi anche di personale delle altre Forze armate, e del relativo armamento previsto per l’espletamento del servizio".[4]

L'area rientra, infatti, in una delle zone ad alto rischio pirateria, individuata già nel 2011 dall'International Transport Workers Federation (ITF), nel tratto che va dalle coste somale verso est sino al meridiano 76 e alla costa occidentale dell'India, e verso sud fino al parallelo 16, e quindi in acque internazionali direttamente confinanti con le acque territoriali indiane.[51][61]

Secondo quanto previsto dalle norme che autorizzano l'imbarco dei Nuclei militari di protezione (NMP) della Marina sui mercantili privati, l'armatore e il comandante hanno la piena autorità sulla nave civile e sui passeggeri, compresi i militari; hanno perciò la facoltà di agire a loro discrezione per quanto riguarda la navigazione;[18] inoltre al comandante della nave mercantile spettano compiti di polizia secondo quanto previsto dal Codice della navigazione all'art. 1235 n. 2, ma quando la nave è sotto attacco e l'NMP a bordo diventa operativo, il comandante della nave non ha più alcun ruolo di polizia e il comandante del nucleo ha la responsabilità delle operazioni volte al contrasto della pirateria operando secondo le direttive e le regole d'ingaggio diramate dal Ministero della Difesa.[53][62] L'art. 5 del D.L. n. 107/2011 prevede che, in tale eventualità, al comandante dell'NMP e ai suoi membri siano riconosciute la qualifica e le funzioni, rispettivamente, di ufficiale e di agenti di polizia giudiziaria in relazione ai reati di pirateria.[63][64]

La giurisdizione[modifica | modifica sorgente]

Per la difesa dei due marò, la giurisdizione sui fatti contestati ai militari italiani appartiene all'Italia poiché gli stessi sono avvenuti in acque internazionali su una nave battente bandiera italiana ed essendovi coinvolti militari italiani facenti parte del nucleo militare di protezione della nave operanti nell'ambito di un'operazione antipirateria raccomandata da norme internazionali; fatti che quindi rientrerebbero nell’ipotesi di "incidente di navigazione" avvenuto in acque internazionali secondo quanto previsto dall’art. 97 della Convenzione di Montego Bay. Tale norma prevede infatti che «in caso di abbordo o di qualunque altro incidente di navigazione nell’alto mare, che implichi la responsabilità penale o disciplinare del comandante della nave o di qualunque altro membro dell’equipaggio, non possono essere intraprese azioni penali o disciplinari contro tali persone se non da parte delle autorità giurisdizionali o amministrative dello Stato della bandiera».[4][65]

Strettamente legata alla possibilità di invocare la giurisdizione esclusiva italiana è la questione della posizione della nave al momento dell'incidente. Il governo italiano, basandosi sostanzialmente sulle dichiarazioni dei marò, ha sostenuto che la nave italiana si trovava a 33 miglia nautiche dalla costa del Kerala, e quindi in acque internazionali.[3]

Secondo il Times of India, che cita fonti del Dipartimento della Marina mercantile indiana di Mumbai (Directorate General of Shipping & Mercantile Marine Department - MMD Mumbai), i dati relativi alla posizione in mare della petroliera Erica Lexie al momento dell'incidente non sarebbero stati salvati nel Voyage Data Recorder (VDR), la "scatola nera" della nave. Il VDR registra le informazioni relative ai dati di navigazione e le conserva per 12 ore, dopodiché riscrive i dati su quelli già esistenti, ma, secondo quanto riportato dal giornale indiano, il comandante Umberto Vitelli non avrebbe disposto la conservazione dei dati sul registro di bordo (logbook), anche se in caso di "un evento importante a bordo o nelle vicinanze, i dati debbono essere salvati".[66] Inoltre, secondo l'MMD Mumbai, gli investigatori indiani non sono stati in grado di recuperare i dati sulla posizione della petroliera italiana attraverso il Long-range identification and tracking (LRIT - Sistema di identificazione e rilevazione a lungo raggio), perché il server indiano era fuori uso il giorno dell'incidente.[67]

Secondo le conclusioni degli inquirenti indiani presentate alla Corte del Kerala, l'incidente si è verificato entro il limite delle acque nazionali, portando a conferma di ciò i dati recuperati dal GPS della nave e le immagini satellitari raccolte dal Maritime Rescue Center di Mumbai: l'Enrica Lexie si trovava a 20,5 miglia nautiche dalla costa del Kerala, in una posizione esterna alle acque territoriali, ma compresa nella cosiddetta "zona contigua" che, secondo le previsioni del diritto internazionale e del diritto interno indiano, si estende sino a 24 miglia nautiche dalla costa.[3][68]

Secondo il diritto marittimo internazionale (Convenzione di Montego Bay - UNCLOS), la "zona contigua" è stata istituita per consentire allo Stato costiero di esercitare il cosiddetto diritto di hot pursuit (inseguimento), ovvero di catturare coloro che fuggano al largo dopo aver commesso dei reati nel mare territoriale. L'art. 33 della UNCLOS stabilisce che in tale zona lo Stato costiero può esercitare la propria giurisdizione solo al fine di prevenire le violazioni delle proprie norme doganali, fiscali, sanitarie e d’immigrazione entro il suo territorio o mare territoriale o di perseguire le violazioni delle predette norme commesse nel proprio territorio o mare territoriale.[68]

Oltre la "zona contigua", secondo l'UNCLOS, vi è la "zona economica esclusiva", che si estende sino a 200 miglia marine dalla linea di base del mare territoriale e sulla quale lo Stato costiero è titolare di diritti esclusivi di sovranità riguardo "alle attività finalizzate all’esplorazione, sfruttamento, conservazione e gestione delle risorse naturali presenti nel mare, nel suolo e nel sottosuolo marino". In questa zona lo Stato costiero ha il diritto di emanare norme riguardo alle attività previste dalla UNCLOS e di "adottare tutte le misure, ivi compresi l’abbordaggio, l’ispezione, il fermo e la possibilità di sottoposizione a procedimento giudiziario, che siano necessarie per assicurare il rispetto delle leggi e regolamenti emanati in conformità alla Convenzione”.[68]

La Corte Suprema indiana, con la decisione del 18 gennaio 2013,[69] pur riconoscendo che la zona dove è avvenuto il fatto sia da ritenere al di fuori delle acque territoriali indiane (ma all'interno della "zona contigua" e della "zona economica esclusiva") e che su tali aree l'India non ha una sovranità esclusiva pari a quella esercitabile sulle acque territoriali, ma solo una serie di diritti collegati a quanto stabilito in proposito dalla Convezione di Montego Bay e dalle altre norme, ha però respinto le argomentazioni italiane e affermato la sussistenza della giurisdizione indiana sui due marò e sui fatti che sono stati loro addebitati dalle autorità inquirenti negando che la vicenda possa essere considerata un "incidente di navigazione" e stabilendo che le disposizioni della Convenzione di Montego Bay, richiamate dalla difesa dei marò, non sono applicabili a ogni caso in cui sia avvenuto un reato che coinvolga due navi battenti bandiera di due differenti stati, potendo solo regolamentare i casi di collisione tra imbarcazioni, e ogni altro tipo di "incidente" avvenuto durante la navigazione, nella cui nozione non può rientrare l’esplosione di armi da fuoco da un'imbarcazione verso un'altra e da cui sia derivata la morte di due persone.[70] Pertanto, la Corte Suprema ha concluso che, poiché l'incidente è avvenuto nella "zona contigua", le autorità dello Stato del Kerala sono incompetenti a giudicare e la detenzione dei militari italiani, da parte delle stesse autorità, è illegittima, ma tra i diritti dell'Unione Indiana rientra anche quello di perseguire i presunti responsabili della morte dei due pescatori indiani. A tal fine, la Suprema Corte ha disposto la formazione di una Corte Speciale competente a decidere sulla questione della giurisdizione, nonché sul merito della vicenda.[70][71]

La Corte Suprema indiana ha anche richiamato l'ultimo precedente dello stesso tipo nella storia degli incidenti di navigazione a livello internazionale, cioè il caso della nave a vapore Lotus, battente bandiera francese, che nel 1926, in acque internazionali, si scontrò con la nave a vapore Boz-Court, battente bandiera turca. La collisione provocò l’affondamento del battello turco e la morte di quattro persone a bordo dello stesso. Quando la Lotus attraccò nel porto di Costantinopoli, le autorità turche arrestarono il comandante della nave francese condannandolo a una pena detentiva. La questione fu portata dalla Francia davanti alla Corte permanente di giustizia internazionale che giudicò lecito il comportamento delle autorità turche in base al principio che l'atto commesso a bordo del Lotus, ovvero l'errata manovra della nave francese, aveva avuto compimento ed effetto a bordo della nave turca, stabilendo così che entrambi gli stati coinvolti avevano diritto di giurisdizione.[18][72]

La Corte Suprema indiana ha però anche riconosciuto che, nonostante sia indubitabile che il St Antony sia un'imbarcazione indiana e tali siano le vittime, al momento dell'incidente il peschereccio non era registrato e quindi non batteva bandiera indiana, considerando che le norme indiane negano espressamente l'attribuzione di tale qualità al vascello non registrato.[72]

L'immunità funzionale[modifica | modifica sorgente]

Riguardo invece all'immunità funzionale, i marò italiani avrebbero agito in qualità di organi dello Stato italiano e quindi in regime di immunità giurisdizionale di fronte alle autorità giudiziarie di Stati terzi. Per il Governo italiano, infatti, in base alla legge italiana, ai trattati internazionali sottoscritti dall'Italia e in accordo con le risoluzioni dell'ONU che regolano la lotta alla pirateria internazionale, i marò a bordo della Enrica Lexie devono essere considerati personale militare in servizio su territorio italiano,[3] nonostante la petroliera fosse una nave civile, poiché la scorta militare alle navi commerciali è stata autorizzata dal Parlamento e faceva parte di una missione dell'ONU contro la pirateria. Il Ministero degli affari esteri ha perciò invocato «l’esclusiva competenza giurisdizionale della magistratura italiana per un fatto che coinvolge organi dello Stato operanti nel contrasto alla pirateria sotto bandiera italiana e in acque internazionali».[73] Poiché è indubbio che i due fucilieri di marina fossero a bordo della petroliera in veste di organi dello Stato italiano,[74] l’attività loro contestata dovrebbe essere considerata un’attività attribuibile allo Stato per conto del quale è stata posta in essere, e quindi suscettibile di dare luogo alla responsabilità internazionale dello Stato italiano ma non a quella dei marò. L’obbligo per gli Stati di riconoscere l’immunità giurisdizionale alle persone che abbiano agito in qualità di organi di uno Stato discende da una norma di diritto internazionale consuetudinario, quindi vincolante per tutti gli Stati.[4]

Tuttavia, la possibilità di applicare la norma è condizionata non solo dal fatto che i marò rivestissero la qualità di organo dello Stato italiano, ma anche dal fatto che la loro attività rientrasse nel quadro delle funzioni ufficiali che gli erano state conferite. Perciò, mentre la prima condizione è certa, la seconda non è incontrovertibile, poiché tale non è la natura di "pirateria" del temuto attacco che li ha indotti a usare le armi.[73][4] Infatti, la definizione di pirateria contenuta nella Convenzione di Montego Bay stabilisce come condizione essenziale che "l'attività di violenza che concreta l'azione di pirateria" debba avvenire in "alto mare", e la Convenzione stessa considera alto mare lo spazio marino che si estende oltre la "zona economica esclusiva", zona che ingloba la "zona contigua".[4] Inoltre, sebbene le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite in materia abbiano invitato più volte gli Stati a prevedere misure non soltanto in relazione agli atti di pirateria, ma anche a quelli di cosiddetta "armed robbery at sea" (rapina a mano armata negli spazi marini), la normativa italiana che autorizza la presenza di militari a bordo delle navi private ha omesso ogni riferimento a tale fattispecie di reato lasciando dunque senza copertura normativa la posizione dei militari italiani rispetto ad azioni di violenza in mare non qualificabili come pirateria.[4]

Infine, secondo la legge indiana, ogni reato commesso contro un cittadino indiano su una nave indiana è sotto la giurisdizione indiana anche nel caso in cui i colpevoli siano in acque internazionali.[73] Infatti, l’accusa, che durante il dibattimento ha rappresentato l’Unione Indiana di fronte alla Corte Suprema, ha affermato che per il Governo indiano: «nessuna forza armata o guardia privata straniera in servizio su navi mercantili può godere di licenza diplomatica. Né il governo indiano è parte di alcun Status of Forces Agreement (SOFA) per il quale forze armate straniere possano godere di immunità dai procedimenti penali». Perciò, per la legge indiana, i due marò potrebbero essere semplicemente considerati come due cittadini stranieri che hanno sparato a due cittadini indiani, azione commessa non a difesa del territorio italiano (cioè in qualità di organi dello Stato a difesa di suolo nazionale quale quello costituito da una nave battente bandiera italiana in acque internazionali), ma a difesa della proprietà privata (cioè in qualità di guardie private ingaggiate per la difesa della petroliera da parte dell'armatore).[18]

L'inchiesta dell'ammiraglio Piroli[modifica | modifica sorgente]

Secondo una ricostruzione pubblicata dal quotidiano La Repubblica, dall'11 maggio del 2012 il governo italiano sarebbe in possesso di una "inchiesta sommaria" sull'incidente redatta dall'ammiraglio Alessandro Piroli,[75] all'epoca capo del terzo reparto della Marina e ufficiale più alto in grado fra quelli inviati in India subito dopo l'incidente.[76]

Secondo il rapporto dell'ammiraglio Piroli, quando il peschereccio è a 800 metri dalla Lexie "Latorre e il sergente Girone si adoperano per effettuare segnalazioni luminose sicuramente visibili dall’esterno e mostrano in maniera evidente le armi al di sopra del loro capo. Il comandante della nave Umberto Vitelli attiva l'allarme generale, al quale sono combinati anche i segnali sonori antinebbia (sirene), avvisa via interfono l'equipaggio che si tratta di un attacco pirata".[76]"Latorre e Girone sparano le prime due raffiche di avvertimento in acqua", ma la nave indiana continua ad avvicinarsi aumentando il sospetto che si tratti di pirati. Quando le due imbarcazioni si trovano a 300 metri l'una dall'altra, l'evento decisivo: "Girone identifica otticamente tramite binocolo la presenza di persone armate a bordo del motopesca. In particolare si accorge che almeno due dei membri dell'equipaggio sono dotati di armamento a canna lunga portato a tracolla con una postura evidentemente tesa a effettuare un abbordaggio della nave. Latorre esegue la terza raffica di avvertimento in acqua, costituita da quattro proiettili". Il peschereccio indiano non accenna a cambiare rotta, ma continua ad avvicinarsi puntando al centro della nave. Quando la barca indiana è a 100 metri dalla petroliera italiana, i due marò sparano l'ultima raffica, ancora in mare. Soltanto quando è a circa 50 metri dalla petroliera, il St. Antony cambia rotta e sfila verso il mare aperto.[76]

Sempre secondo il rapporto dell'ammiraglio Piroli, il comandante e proprietario della St. Antony, Freddie Louis, avrebbe dichiarato alla polizia del Kerala "di essersi svegliato a seguito di un suono e di aver scoperto il timoniere (Valentine Jelastine) già deceduto. Nel mentre, transitava una nave, la cui descrizione è coerente con quella della Lexie, che apriva il fuoco contro la sua imbarcazione con il continuous firing da circa 200 metri di distanza provocando la morte di un secondo membro dell'equipaggio, Ajesh (Ajesh Binki)".[76] L'equipaggio del peschereccio era composto da 11 membri; ad eccezione di Gelastine e Ajesh tutti dormono dopo una notte di pesca; forse lo stesso timoniere si era assopito. L'unico testimone sarà il proprietario Freddie, svegliato dal suono delle sirene. Secondo questa ricostruzione la barca avanzava senza essere governata, fino ad andare in rotta di collisione con la petroliera italiana. Questa versione sarebbe compatibile con quanto concluso dal rapporto dell'ammiraglio Piroli: "È singolare che, pur avendo diritto di precedenza, una piccola imbarcazione facilmente manovrabile rimanga su rotta di collisione con una petroliera fino a meno di 100 metri, esponendosi a enormi rischi per la navigazione".[76]

Il rapporto dell'ammiraglio Piroli dedica poi un intero paragrafo alle prove balistiche effettuate dalla polizia indiana e che si sono svolte alla presenza di ufficiali dei Ros e del Ris dei Carabinieri. Secondo il rapporto "sono stati analizzati 4 proiettili, 2 rinvenuti sul motopesca e 2 nei corpi delle vittime. È risultato che le munizioni sono del calibro Nato 5,56 mm fabbricate in Italia. Il proiettile tracciante estratto dal corpo di Valentine Jelastine è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Andronico. Il proiettile estratto dal corpo di Ajiesh Pink (Ajesh Binki) è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Voglino".[76]

Secondo le prove balistiche effettuate dalla polizia indiana, quindi, i proiettili sono sicuramente di provenienza italiana, e proverrebbero da fucili mitragliatori non appartenenti a Girone e Latorre ma assegnati ad altri due marò dei sei imbarcati sulla petroliera.[76] Ciò non scagionerebbe Latorre e Girone poiché, come risulterebbe da fonti interne alla Marina Militare Italiana, in caso di emergenza i marò non sono tenuti ad utilizzare l'arma a loro assegnata ma una qualunque fra quelle a disposizione.[77] Il rapporto dell'ammiraglio Piroli conclude che "Qualora dovessero essere confermati i risultati ottenuti dalle prove indiane o se, a seguito di ulteriore attività forense riconosciuta anche dalla parte italiana, si riscontrasse l'attribuibilità dei colpi ai militari italiani, a quel punto, nelle pertinenti sedi giudiziarie dovrà essere appurato se l'azione di fuoco è stata interamente condotta con la finalità di effettuare tiri di avvertimento in acqua erroneamente o accidentalmente finiti a bordo", oppure se "indirizzare il tiro a bordo del natante" sia stato un fatto intenzionale.[76]

Un'altra questione su cui interviene l'inchiesta dell'ammiraglio Piroli è quella relativa all'esatta identificazione dell'imbarcazione indiana poiché i marò italiani hanno dichiarato alla polizia indiana di non riconoscere il St. Antony come la barca contro cui hanno sparato. Nel capitolo "Comparazione natante sospetto/motopesca St. Anthony", che acclude due foto del peschereccio indiano, una con la barca ferma in porto e l'altra scattata da bordo della petroliera italiana mentre l'imbarcazione indiana si allontana, Alessandro Piroli scrive: «È possibile osservare una sostanziale coerenza fra le descrizioni del natante coinvolto nell'evento Lexie e il St. Anthony, ovvero tipologia dell'imbarcazione, dimensione e colorazione ... Il confronto fra le fotografie repertate durante l'evento del 15 febbraio con quelle scattate durante la ricognizione del 26 febbraio mette in evidenza una sostanziale compatibilità fra i mezzi raffigurati».[78]

Reazioni internazionali[modifica | modifica sorgente]

  • 14 marzo 2012 - l’Alto Rappresentante per la politica estera dell'UE, Catherine Ashton, si schiera a supporto dell’Italia nella sua azione diplomatica per giungere, secondo le sue parole, «a una soluzione soddisfacente». Secondo alcune fonti, l’intervento europeo non sarebbe stato spontaneo, ma sarebbe avvenuto dietro la precisa richiesta del rappresentante italiano al Cops (Comitato politico di sicurezza dell’Ue). L’intervento di Catherine Ashton tuttavia rischia di aggravare la posizione dei marò, poiché, commentando il suo incontro con Mario Monti sulla cooperazione fra Italia e India in materia di pirateria, definisce i marò "guardie di sicurezza armate private". Una definizione che contrasta con la strategia di difesa legale e diplomatica italiana che si basa proprio sul fatto che Latorre e Girone abbiano agito come organi dello Stato italiano. Successivamente Ashton riformula la frase parlando di "distaccamenti di protezione delle navi".[52]
  • 13 aprile 2012 - Il G-8 dei ministri finanziari a Washington riafferma, nel suo documento finale, il principio che attribuisce alla bandiera delle navi il diritto di giurisdizione in caso di incidente in acque internazionali.[52]
  • 26 settembre 2012 - Nel suo discorso tenuto di fronte all'Assemblea generale delle Nazioni Unite, l'allora Presidente del Consiglio Mario Monti dichiara: «Gli sforzi internazionali per proteggere le rotte marittime e combattere la pirateria possono essere efficaci solo se tutte le nazioni cooperano in buona fede, in accordo con le regole stabilite della legge internazionale consuetudinaria e con le convenzioni ONU, comprese quelle che proteggono la giurisdizione della bandiera di uno Stato in acque internazionali. (...) Qualsiasi erosione della giurisdizione esclusiva di uno stato mandatario sul proprio personale in servizio ufficiale metterebbe in pericolo lo status dei nostri agenti in missione internazionale. Di conseguenza, minerebbe pure la sostenibilità delle missioni di pace ONU»[79]
  • 19 novembre 2012 - Durante il 6.865º incontro presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, incentrato sul tema della lotta alla pirateria, il rappresentante italiano e quello dell'Unione Europea ribadiscono lo stesso concetto espresso il 26 settembre da Monti. Il rappresentante indiano risponde che il caso a cui si riferiscono è da considerarsi sub juris e che sarà trattato in conformità al diritto internazionale.[80][81]
  • 11 febbraio 2014 - L'alto rappresentante UE per gli Esteri e la Difesa, Catherine Ashton, invia una protesta scritta all'India sulla vicenda dei due marò, in particolare sull'imputazione basata sulla legge antiterrorismo.[82] Il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, evita un coinvolgimento diretto affermando che la questione riguarda i rapporti bilaterali tra Italia e India.[83]
  • 12 febbraio 2014 - La Nato avvisa l'India che il ricorso alla legge antiterrorismo per giudicare i due marò italiani metterà a rischio gli sforzi internazionali per combattere la pirateria. Il segretario generale della NATO, Anders Fogh Rasmussen, invoca una «soluzione appropriata» per il caso dei due marò, affermando di essere «personalmente molto preoccupato per la situazione dei due marine italiani» e «per la possibilità che possano essere accusati di terrorismo». Dichiara inoltre che «ciò potrebbe avere implicazioni negative sulla lotta internazionale alla pirateria. Una battaglia che è in cima ai nostri interessi».[84] Il Senato, su richiesta dei presidenti delle Commissioni Esteri e Difesa, Pierferdinando Casini e Nicola Latorre, come reazione alla presa di distanza di Ban Ki-moon, sospende l'esame del decreto sulle missioni estere «sino a quando non ci sarà una presa di posizione più chiara dell'ONU a favore dell'Italia sulla vicenda dei marò». Il ministro degli Esteri Emma Bonino telefona a Ban Ki-moon per comunicargli la decisione del Senato.[85]
  • 13 febbraio 2014 - In una dichiarazione all'ANSA, il portavoce dell'ONU, Martin Nesirky, afferma che «il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, è preoccupato per una vicenda da tempo irrisolta che vede coinvolti due importanti Paesi, e teme che possa avere delle ripercussioni sulle operazioni di sicurezza antipirateria e sullo stato di diritto»; di come «il segretario generale sia preoccupato che la vicenda "acuisca le tensioni" tra due importanti Paesi amici, membri dell'Onu» e che teme che la vicenda possa avere delle ripercussioni «sugli sforzi comuni e sulla collaborazione per la protezione della pace e sicurezza internazionale e per le operazioni antipirateria».[86]
  • 20 febbraio 2014 - Laura Boldrini, presidente della Camera dei deputati, comunica di aver scritto al presidente del Parlamento europeo, Martin Schulz, sollecitando un suo intervento sul caso dei due marò.[87]
  • 23 febbraio 2014 - Il ministro indiano della difesa dichiara che sulla vicenda giudiziaria dei marò non ci sarà nessun compromesso e che i militari italiani saranno giudicati secondo le leggi indiane senza precisare se si tratta del SUA Act (legge antiterrorismo) o della legislazione ordinaria indiana.[88]
  • 24 febbraio 2014 - Presa di posizione del presidente del Parlamento europeo Martin Schulz a favore dell'Italia. Martin Schulz, dopo aver dichiarato di «condividere le preoccupazioni delle autorità italiane sulla lunghezza e i ritardi del caso», lancia «un appello alle autorità indiane affinché rispettino pienamente e prontamente il diritto internazionale e specialmente la Convenzione Onu sul diritto del mare» affermando che «le relazioni tra l'Unione Europea e l'India devono essere basate sulla fiducia reciproca e sul rispetto dello stato di diritto».[89]
  • 26 febbraio 2014 - Il presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi, telefona al segretario generale dell'ONU, Ban Ki-moon, confermando «l'aspettativa che le Nazioni Unite possano contribuire a una soluzione» della vicenda dei militari italiani detenuti in India. Il segretario generale dell'ONU «assicura il massimo impegno delle Nazioni Unite».[90]Lo stesso giorno, il ministro della Difesa italiano, Roberta Pinotti, solleva la questione nella riunione ministeriale della Nato, al quartier generale dell'Alleanza a Bruxelles, affermando di aver «voluto portare all'attenzione dei colleghi dell'Alleanza atlantica il caso dei nostri due fucilieri di Marina, da due anni trattenuti in India» aggiungendo di aver «raccolto la solidarietà dei Paesi partecipanti» ai quali ha sottolineato come la vicenda non possa essere ridotta a un mero contenzioso bilaterale italo-indiano.[91]
  • 3 marzo 2014 - L'Alto Commissario dell'ONU, Navi Pillay, dopo un incontro col sottosegretario agli Affari Esteri italiano, Benedetto Della Vedova, dichiara che «I marò italiani sono detenuti da troppo tempo. C'è preoccupazione sul rispetto dei diritti umani».[92]

Riferimenti normativi italiani[modifica | modifica sorgente]

  • Articolo 5 del decreto-legge n. 107 del 12 luglio 2011 "Proroga delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l'attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nonché degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione. Misure urgenti antipirateria. (11G0148)" pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 160 del 12 luglio 2011 ed entrato in vigore il 12 luglio 2011[93];
  • Legge 2 agosto 2011, n. 130: "Conversione in legge, con modificazioni, del decreto legge n. 107 del 12 luglio 2011, recante proroga degli interventi di cooperazione allo sviluppo e a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, nonché delle missioni internazionali delle forze armate e di polizia e disposizioni per l'attuazione delle Risoluzioni 1970 (2011) e 1973 (2011) adottate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Misure urgenti antipirateria. (11G0179)", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 181 del 5 agosto 2011 ed entrata in vigore il 6 agosto 2011[94];
  • Decreto del 1º settembre 2011 "Individuazione degli spazi marittimi internazionali a rischio di pirateria nell'ambito dei quali può essere previsto l'imbarco dei Nuclei militari di protezione (NMP)", pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana n. 212 del 12 settembre 2011 ed entrata in vigore il 27 settembre 2011[95];
  • Decreto ministeriale del 28 dicembre 2012, n. 266, Regolamento recante l'impiego di guardie giurate a bordo delle navi mercantili battenti bandiera italiana, che transitano in acque internazionali a rischio pirateria.[96]
  • Decreto dirigenziale del Comando generale del Corpo delle capitanerie di porto n. 349/2013 del 3 aprile 2013 "Decreto di disciplina delle procedure tecnico-amministrative afferenti la materia della sicurezza della navigazione (safety) e la sicurezza marittima (maritime security) in relazione alle misure urgenti antipirateria".[97]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Posizione della nave (contestata) secondo gli accertamenti delle autorità di polizia indiane
  2. ^ Rientrati dall’india i quattro fucilieri del Nucleo Militare di Protezione imbarcati sulla Enrica Lexie, 10 maggio 2012. URL consultato il 13 settembre 2014.
  3. ^ a b c d e f g h i Matteo Miavaldi, UPDATE India - Il caso Enrica Lexie in CHINA Files - Reports from China. URL consultato il 5 marzo 2014.
  4. ^ a b c d e f g h i j k l m n Paola Gaeta, Il caso dei maro italiani in India - Libro dell'anno del Diritto 2014 (2014) in Enciclopedia Treccani. URL consultato il 6 marzo 2014.
  5. ^ a b c d e f La vicenda dei marò: le tappe in Avvenire, 11 marzo 2013. URL consultato il 7 marzo 2014.
  6. ^ Gianandrea Gaiani, La perizia sui marò in India: «Non hanno sparato loro. L'accusa si basa su un proiettile inesistente» in Il Sole 24 ore, 25 marzo 2012. URL consultato l'11 gennaio 2014.
  7. ^ Gian Micalessin, "La perizia sui nostri marò?È un falso clamoroso" in Il Giornale, 19 aprile 2012. URL consultato il 5 marzo 2014.
  8. ^ Enrica Lexie: Analisi Tecnica" - Luigi Di Stefano. URL consultato il 26 febbraio 2014.
  9. ^ Luca Pisapia, Marò italiani, spunta la perizia del finto ingegnere targato Casapound in Il Fatto Quotidiano, 5 gennaio 2013. URL consultato l'11 gennaio 2014.
  10. ^ Wu Ming, I «due marò»: quello che i media (e i politici) italiani non vi hanno detto in Wu Ming Foundation. URL consultato il 5 marzo 2014.
  11. ^ India, Fucilieri: libertà su cauzione concessa a condizioni molto rigide in GrNet.it, 30 maggio 2012. URL consultato il 7 marzo 2014.
  12. ^ India, Fucilieri: libertà su cauzione concessa a condizioni molto rigide in GrNet.it, 30 maggio 2012. URL consultato il 7 marzo 2014.
  13. ^ I marò sono tornati in Italia in Il secolo XIX, 22 dicembre 2012. URL consultato l'11 gennaio 2014.
  14. ^ I marò a Roma:«Finalmente aria di casa» Napolitano li riceve al Quirinale in Il Corriere della Sera, 22 dicembre 2012. URL consultato l'11 gennaio 2014.
  15. ^ Igor Traboni, Interrogatorio in procura a Roma per i marò I due Marò sentiti in Procura prima del ritorno in India in Il Giornale d'Italia, 03 gennaio 2013. URL consultato il 7 marzo 2013.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • Fabio Caffio e Natalino Ronzitti, La pirateria: che fare per sconfiggerla? in Osservatorio di Politica Internazionale - Approfondimenti, nº 44, Roma, IAI - Istituto Affari Internazionali, aprile 2012, ISBN non esistente.

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