Massacro di Tel al-Zaatar

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Massacro di Tel al-Zaatar
Data 12 agosto 1976
Luogo Beirut
Causa Conflitto tra il Fronte Libanese e l'OLP
Esito Distruzione del campo
Diaspora dei rifugiati palestinesi
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
FL: ~ 3,000
Armata Siriana: 12 Howitzers
OLP: ~ 1,200
Perdite
FL: 200

Armata Siriana: 78 soldati uccisi

150 carri armati siriani hanno riportato danni
da 1,500[1] a 3,000[2] Palestinesi uccisi
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Il massacro di Tel al-Zaatar (in arabo مذبحة تل الزعتر‎) è avvenuto il 12 agosto 1976 durante la Guerra civile libanese. Tel al-Zaatar (La Collina del Timo) era un campo di rifugiati palestinesi gestito dall'UNRWA, e ospitava circa 50000-60000 rifugiati nella zona nordorientale di Beirut.[3][4][5]

Situazione precedente al massacro[modifica | modifica sorgente]

Con il crollo dell'autorevolezza del governo libanese le fazioni più radicali accrebbero la loro forza.[6]

Vicino al campo di Tel al-Zaatar, i Palestinesi cominciarono a riscuotere tasse forzate sugli oggetti fatti a mano per rifornire la loro milizia armata nel campo di rifugiati e per esercitare la loro influenza sui cristiani libanesi residenti a Dekwaneh e nei villaggi vicini. Molti Palestinesi iniziarono a impadronirsi di case e edifici, e a trasformarli in basi militari. Molti residenti della zona, prima del massacro, avevano chiesto la rimozione del campo.

Dopo che le forze del Katāʾeb, dei Guardiani dei Cedri e del Nimr presero il controllo del quartiere di Karantina il 18 gennaio 1976, Tel al-Zaatar fu messo in stato di assedio secondo un piano elaborato dal generale Michel Aoun, che in quel periodo comandava l'esercito in quella zona.[7]

Il 4 gennaio 1976, fu creato un cordone di 300 soldati di Al-Tanzim e 100 soldati del Maroun Khoury intorno al campo, per tentare di frenare i Palestinesi. Il Maroun Khoury era una milizia con base a Dikwaneh. Fu lasciata una strada aperta per permettere l'evacuazione dei Palestinesi verso Aley, ma i Palestinesi si rifiutarono di dialogare col Fronte Libanese.

L'OLP, come aveva fatto a Karatina, impedì a molti di andarsene dal campo, prendendoli in tal modo in ostaggio[senza fonte]. Le forze del Fronte Libanese circondarono e attaccarono Jisr al Basha, mentre le truppe del Kataeb e dei Guardiani dei Cedri attaccarono l'adiacente area di Nabaa, a maggioranza Sciita, che ospitava un gran numero di forze di sinistra. Era iniziata la battaglia per i campi dei rifugiati, che fu la resa finale dei conti tra i Palestinesi e il Fronte Libanese a Beirut. Fu una delle più aspre battaglie della guerra.

La Siria si propose come "mediatore" sulla base di giustificazioni storiche [non chiaro][6]. Le forze siriane, insieme alle unità dell'As-Sa'iqa, intervennero ad Aprile in nome delle forti pressioni ricevute da parte delle milizie Cristiane. [non chiaro] L'influenza della Siria portò all'elezione di Elias Sarkis.[8]

Entro la prima settimana di Giugno le forze siriane avevano creato un blocco intorno Beirut Ovest, una zona a maggioranza musulmana in cui risiedevano i quartieri militari palestinesi, lasciando aperta solo la strada a Sud.[9][10] A partire dal 22 giugno le forze dei Falangisti Cristiani, molti Cristiani residenti a Ras el-Dekweneh e a Mansouriye controllati dal Maroun Khoury, avendo la Siria a coprire loro le spalle, intensificarono il blocco rendendolo un assalto militare in piena regola, che durò 35 giorni.[1][10] Le milizie Cristiane avevano assediato il campo dei rifugiati per 7 mesi. Quando il campo fu preso le vittime si contarono a migliaia.[11] Le perdite delle milizie Cristiane si contarono intorno ai 500 uomini armati[senza fonte].

Il massacro e le sue conseguenze[modifica | modifica sorgente]

Il 12 agosto il campo cadde definitivamente, in seguito a un assedio "a singhiozzo" durato parecchi mesi. Negli ultimi due mesi l'assedio era stato rinforzato. Il bombardamento dell'artiglieria pesante colpì buona parte del campo, facendo numerose vittime tra gli abitanti. John Bulloch, corrispondente del The Daily Telegraph a Beirut in quel periodo, scrisse: "Nella loro asprezza i comandanti Palestines ordinarono alla loro artiglieria di aprire il fuoco sui margini del campo con l'apparente obiettivo di ostacolare gli attaccanti e aiutare coloro che si trovavano all'interno del campo; al contrario le bombe caddero tra le centinaia di persone che avevano attraversato il perimetro e cercavano di fuggire. Quando questo fu detto loro, i Palestinesi non cercarono in alcun modo di alzare il fuoco: volevano dei martiri".

Robert Fisk scrisse nel suo profilo biografico di Yasser Arafat, The Broken Revolutionary: "Quando, nel 1976, Arafat ha avuto bisogno di martiri, ha chiesto una tregua intorno al campo di rifugiati assediato di Tel el-Zaatar, e poi ha ordinato ai suoi comandanti presenti al campo di far fuoco contro i loro nemici della destra Cristiana Libanese. Quando, a causa di ciò, i Falangisti e la milizia delle "Tigri" seminarono di cadaveri la loro avanzata su Tel el-Zaatar, Arafat aprì un "villaggio martiri" per le vedove del campo nel villaggio cristiano saccheggiato di Damour. Alla sua prima visita, le vedove lo bersagliarono con pietre e frutta marcia. Ai giornalisti fu ordinato di allontanarsi sotto minaccia delle armi."

In un'intervista pubblicata su L.A. Weekly il 30 maggio 2002 Fisk ribadisce "Arafat è una persona profondamente immorale, o perlomeno amorale. Un uomo estremamente cinico. Ricordo quando il campo di rifugiati di Tel al-Zaatar si dovette arrendere alle forze cristiane durante la Guerra Civile Libanese, una guerra estremamente brutale. Fu dato loro il permesso di arrendersi con un cessate il fuoco. Ma all'ultimo momento Arafat disse ai suoi uomini di aprire il fuoco sulle forze cristiane che si stavano avvicinando per accettare la resa. Penso che Arafat volesse più "martiri" palestinesi per dare maggiore visibilità e pubblicità alla situazione della Palestina nella guerra. Questo accadde nel 1976. Credetemi: Arafat non è cambiato."[12]

Si è affermato che il massacro contribuì a incrementare il crescente dissenso che serpeggiava tra i Sunniti all'interno dello stato governato dagli Alawi.[senza fonte] Seguì l'interruzione dell'offensiva siriana sull'OLP e sull'LNM: la Siria accettò la convocazione di un summit della Lega Araba che fermò temporaneamente la Guerra Civile.

L'OLP usò la città di Damour, ex cristiana, per ospitare i sopravvissuti del massacro di Tel al-Zaatar.[13] Damour, una città Cristiana vicina alla principale strada a sud di Beirut, era stata il teatro di un massacro perpetrato dalle unità militari dell'OLP il 20 gennaio 1976. La popolazione ancora viva dopo il massacro era stata costretta a lasciare la città.

La spaccatura nel comando dell'OLP ebbe fine quando il movimento As-Sa'iqa, sostenuto dalla Siria, fu espulso dall'OLP, lasciando il Fatah come il solo partito dominante.[14]

Hafez al-Assad ricevette forti critiche e pressioni dal mondo Arabo per il suo coinvolgimento nel massacro; questa critica, proprio come il dissenso interno che aveva causato governando da Alawita una regione a maggioranza Sunnita, portò a un cessate il fuoco nella sua guerra contro le forze militari Palestinesi.[15]

Stime del numero delle vittime[modifica | modifica sorgente]

  • Harris (p. 165) scrive che "Circa 3000 Palestinesi, per la maggior parte civili, morirono nell'assedio e in ciò che ne seguì"
  • Cobban (p. 142) scrive che 1500 residenti del campo furono uccisi in un giorno, e un totale di 2200 furono uccisi nel corso degli eventi.
  • James Ron (2003) p 84. stima 1000 - 2000 morti.
  • L'artista canadese Jayce Salloum afferma che 2000 persone morirono durante l'intero assedio, e 4000 furono ferite.
  • La Lebanese-American Association stima che "diverse migliaia di civili rimasti là [durante l'assedio] furono uccise."
  • World Socialist Web Site The bitter legacy of Syria's Hafez al-Assad, by Jean Shaoul and Chris Marsden, 16 June 2000, fornisce una stima di "2,000 rifugiati" per il Massacro di Karantina e quello di Tel al-Zaatar messi insieme.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Cobban, Helena (1984), The Palestinian Liberation Organisation: People, Power, and Politics, Cambridge University Press, ISBN 0521272165 p 73
  2. ^ Price, Daniel E. (1999). Islamic Political Culture, Democracy, and Human Rights: A Comparative Study. Greenwood Publishing Company, ISBN 9780275961879, p. 68.
  3. ^ Lisa Suhair Majaj, Paula W. Sunderman, and Therese Saliba Intersections Syracuse University Press ISBN 0815629516 p 156
  4. ^ Samir Khalaf, Philip Shukry Khoury (1993) Recovering Beirut: Urban Design and Post-war Reconstruction BRILL, ISBN 9004099115 p 253
  5. ^ Younis, Mona (2000) Liberation and Democratization: The South African and Palestinian National Movements University of Minnesota Press, ISBN 0816633002 p 221
  6. ^ a b Kissinger, Henry (1999) Years of Renewal Simon Schuster, ISBN 1-84212-042-5 p 1022
  7. ^ Kazziha, Walid (1979) Palestine in the Arab dilemma Taylor & Francis, ISBN 0856648647 p 52
  8. ^ Yair Evron (1987) War and Intervention in Lebanon: The Israeli-Syrian Deterrence Dialogue Routledge, ISBN 0709914512 p 13
  9. ^ Amal Kawar (1996) Daughters of Palestine: Leading Women of the Palestinian National Movement SUNY Press, ISBN 0791428451 p 65
  10. ^ a b Walid Kazziha (1979) Palestine in the Arab dilemma Taylor & Francis, ISBN 0856648647 p 54
  11. ^ http://www.time.com/time/magazine/article/0,9171,926327-2,00.html
  12. ^ LA Weekly
  13. ^ Robert Fisk (2002) Pity the Nation: Lebanon at War, Oxford University Press, ISBN 0192801309 p 98
  14. ^ Barry M. Rubin (1994) Revolution Until Victory?: The Politics and History of the PLO, Harvard University Press, ISBN 0674768035 p 50
  15. ^ Faces of Lebanon: sects, wars, and global extensions, William W. Harris, (NY 1997), pages 166-67

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • William Harris, Faces of Lebanon. Sects, Wars, and Global Extensions (Markus Wiener Publishers, Princeton, USA 1996)
  • Helena Cobban, The Making of Modern Lebanon (Hutchinson, London, UK 1985, ISBN 0091607914)