Mario Lanfranchi

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Mario Lanfranchi (Parma, 30 giugno 1927) è un regista di cinema, teatro e televisione, sceneggiatore, produttore, collezionista d'arte e attore[1] italiano.

Dopo il diploma all'Accademia dei Filodrammatici di Milano, nei primi anni cinquanta, fu chiamato da Sergio Pugliese alla Rai, agli albori della Tv italiana. Fu il primo a portare l'opera lirica sul piccolo schermo, nel 1956, con Madama Butterfly, di Giacomo Puccini, che rivelò al grande pubblico Anna Moffo, allora giovane sconosciuto soprano americano, che divenne l'anno seguente sua moglie e dalla quale divorziò nel 1974. Nel 1967 esordì come regista cinematografico, con il film western Sentenza di morte. Vive in una villa cinquecentesca nella frazione di Santa Maria del Piano del comune di Lesignano de' Bagni (Parma).

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Fin da bambino ha respirato in casa aria di teatro e di musica. Addirittura è stato tenuto a battesimo da due famosi cantanti dell'epoca, il tenore Francesco Merli e il soprano Mercedes Capsir e, giovanissimo, frequentava sia cantanti fra i più celebri, quali Maria Caniglia, Ebe Stignani, Beniamino Gigli, Gino Bechi, sia promettenti debuttanti come Mario del Monaco.

Il padre Guido (1895-1957), appassionato di musica e in particolare di lirica, era stato presidente della commissione teatrale e poi Sovrintendente del Teatro Regio di Parma[2], successivamente chiamato ad altre importanti cariche nel mondo dell'editoria come la direzione amministrativa de Il Tempo di Milano e di 24 ore, uno dei due importanti quotidiani che si unirono poi nella testata unica Il sole 24 ore.

Avendo spesso preso atto delle ristrettezze in cui vivevano molti attori di gran nome, papà Lanfranchi avrebbe preferito vederlo in alte cariche direttive di grandi aziende e quindi tentò di contrastare in ogni modo le aspirazioni teatrali del giovane Mario; alla fine barattarono una giudiziosa laurea in giurisprudenza contro i corsi di recitazione e di regia presso l'Accademia dei Filodrammatici di Milano. Mario viveva già nel capoluogo lombardo dove, dopo i devastanti bombardamenti di Parma (aprile-maggio 1944) motivati dal vicino e nevralgico asse stradale e ferroviario, la famiglia lo aveva trasferito presso amici ritenendo che, all'ombra della Madonnina, sarebbe stato più al sicuro.

  • Durante un saggio dell'Accademia fu notato da Gianni Santuccio, il quale di lì a poco ruppe i rapporti col Piccolo Teatro in seguito a una storica lite con Strehler e propose, a uno stupito ed emozionato Mario Lanfranchi, la regia al Teatro Manzoni (Milano) del suo prossimo spettacolo per la compagnia appena formata, anche nella vita, con Lilla Brignone. Andò molto bene e, a questa, seguirono diverse regie d'opera, essendo nel frattempo avvenuto anche il battesimo nella lirica al Teatro Morlacchi di Perugia per incarico dell'editore-impresario bolognese Carlo Alberto Cappelli.
  • Prima di affidargli una regia lirica teatrale, Cappelli lo aveva messo alla prova consegnandogli la cura e gli aspetti pratici di un importante progetto concordato coi due famosi impresari Eugene Iskoldoff e Peter Daubeny, cioè la tournée inglese (1952) di una compagnia d'opera italiana appositamente creata per l'occasione, con cantanti del Teatro alla Scala di Milano e grandi nomi come Tito Gobbi e Magda Olivero. "The National Italian Opera Company" debuttò allo Stoll Theatre di Londra, rimase in cartellone per due mesi e per altri due fu portata in trionfale giro nelle principali città inglesi. Il successo fu tale che l'anno successivo il tour venne ripetuto: l'evento aveva avuto inoltre così vasta eco, che il venticinquenne regista fu inserito nella lista degli invitati all'incoronazione di Elisabetta II. "Uno 'spettacolo' grandioso e indimenticabile", come piace ricordarlo all'uomo di teatro.

Gli anni della televisione sperimentale[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine del 1952 fu convocato da Sergio Pugliese, giornalista e affermato drammaturgo, già dirigente EIAR e responsabile dal 1937 dei programmi di prosa, varietà e rivista della radio. La nuova RAI, proiettata verso la televisione, aveva spedito Pugliese dapprima in ricognizione tecnologica negli USA e poi, al rientro, gli aveva affidato la Direzione Centrale dei programmi televisivi nella designata sede operativa a Milano (di fatto, le trasmissioni ufficiali iniziarono il 3 gennaio 1954 dagli impianti di Torino).

Nella fase d'oro del cinema italiano, i registi cinematografici snobbavano il nuovo mezzo, ritenendolo un rozzo ibrido e di scarso avvenire artistico, al quale rimproveravano soprattutto il montaggio immediato e la messa in onda "in diretta", per i quali occorrevano prontezza di riflessi e decisioni istantanee, senza possibilità d'appello: doti che, invece, hanno spesso salvato le sorti di uno spettacolo nelle sale dei teatri. Il "papà della Tv", quindi, aveva preferito privilegiare una più agile formazione teatrale nello scegliere lo sparuto drappello di persone che, sotto la sua guida, avrebbero dovuto sperimentare forme e linguaggi originali per la neonata televisione.

  • Iniziò così il periodo che Lanfranchi ricorda, sovente, come il più emozionante ed entusiasmante della sua, pur lunga e variegata, carriera:
« eravamo convinti di cambiare il mondo, e forse, ahimé, è stato così »

Pensava che si sarebbe dovuto occupare di teatro, invece altre e diversificate imprese lo attendevano dietro l'angolo. Complice la convinzione di Sergio Pugliese che la televisione fosse una specie di "radio in movimento", dove tutto assumeva la forma di un cosmico teatro casalingo, con precisi doveri e finalità di promozione culturale e pedagogica[3], al giovane e versatile regista furono subito affidati non solo tutte quelle regie liriche per le quali è più spesso ricordato e celebrato, ma molti dei più disparati e importanti "primi eventi" nella storia televisiva, da quelli sportivi a quelli canori o di puro spettacolo, dall'Eurovisione al secondo canale Rai (Rai 2), ai battesimi inaugurali dei nuovi studi televisivi di Torino e Napoli. E questo gli valse, tra gli addetti ai lavori, il soprannome "l'inauguratore".

  • Forte dei suoi trascorsi sui palcoscenici, riuscì a convincere il direttore artistico della Rai, il musicologo Ferdinando Ballo, a inserire l'opera lirica nei programmi. Dopo una disastrosa ripresa del 1955 alla Scala (una Norma con Maria Callas: "non si vide quasi nulla, le luci erano insufficienti per le nostre telecamere, e per di più la Callas cantò male"), "creò" per la Rai il melodramma televisivo, con quella sua già peculiare cifra di regia mista, in questo caso teatrale e cinematografica insieme, che proponeva la musica seria con un linguaggio colto ma all'apparenza facile e alla portata di quanti neppure sapevano chi fosse Giuseppe Verdi[4].

Gli spettatori risposero con altrettanto trasporto, alimentando una prima forma di divismo televisivo di massa, dove i cantanti e, ancor più, "le" cantanti liriche competevano ad armi pari con le "signorine buonasera", con gli idoli della musica leggera o con i grandi eroi dello sport. In poco più di un lustro diresse una quarantina di opere periodicamente riproposte ancora oggi per la gioia dei melomani.

  • È noto che proprio la prima delle sue regie liriche lanciò in Italia, e da qui nel mondo, un giovane soprano italo-americano che stava perfezionando gli studi di bel canto a Roma: Anna Moffo, tanto brava quanto bella e lontana dagli stereotipi fisici e comportamentali delle cantanti liriche. Il debutto sul piccolo schermo nella Madama Butterfly del 1956 la rese celebre in poche ore, dalla sera alla mattina, e segnò l'inizio di un felice sodalizio artistico e matrimoniale durato molti anni.

Col tempo era subentrata la consapevolezza che nel mezzo televisivo i territori permessi e aperti alle esplorazioni erano forse meno vasti rispetto alle iniziali aspettative dei giovani, appassionati, guerrieri delle origini.

« Fino ad accorgermi che infilavo questi grandi spettacoli in una scatoletta. The box, come dicono in America. The box, buona soprattutto per trasmettere partite di calcio. Dopo qualche anno, fuggii verso altre esperienze... »

Sempre nuove avventure[modifica | modifica wikitesto]

Fuggire dall'insopportabile noia che subentra alla mancanza di stimoli intellettuali e artistici, il gusto per diversi e più alti cimenti in vari campi, è trasversale a tutto il percorso artistico e umano di Mario Lanfranchi, ha rinverdito ogni volta il suo bagaglio di entusiasmo personale, ha arricchito e diversificato la sua esperienza. E questo spiega come mai abbia voltato così spesso le spalle per gettarsi a capofitto in qualsiasi argomento riesca, ancora oggi, a calamitare la sua attenzione.

Durante gli anni trascorsi a Milano, prima di sposarsi con Anna Moffo, aveva avuto due stabili, importanti legami sentimentali con Renata Tebaldi e con Virginia Zeani, tra gli amici più frequentati c'erano Umberto Eco, Furio Colombo, Luciano Berio, Bruno Maderna, ma una solida amicizia personale lo legava anche a noti personaggi della musica leggera. Il nucleo stabile era formato da Johnny Dorelli, Gorni Kramer, Gigi Cichellero, Alberto Rabagliati e dal grande tenore Giuseppe Di Stefano. Era l'unico non musicista in senso stretto però, avendo studiato musica e pianoforte, armonizzava perfettamente sulle note delle accese discussioni progettuali del gruppo, goliardiche nella forma ma serie nei contenuti.

  • Qualcuno, infatti, lo ricorda anche per i suoi meriti di talent scout persino nel campo della musica leggera: lui affidò la sigla della prima serie di Anna Moffo Show a Luigi Tenco, con lui Lucio Dalla debuttò in tv, Caterina Caselli presentò in prima assoluta il futuro tormentone Nessuno mi può giudicare e gli italiani videro il piccolo schermo illuminarsi con l'inconfondibile sorriso di Rocky Roberts, alias poi Mr. Stasera mi butto.
  • La variegata e complessa matrice culturale di Lanfranchi, la sua sopra citata cifra mista per la quale il critico del Corriere della Sera Giuliano Gramigna coniò poi il termine di "realismo visionario", l'ha portato a esplorare e proporre per primo la formula miscellanea di generi musicali diversi tra loro, dalla lirica ai cantautori genovesi, dal jazz al beat, dai negro spirituals alla poesia, dalla prosa all'operetta, dai concerti misti alla musica leggera.

Per il Teatro La Fenice di Venezia nell'estate del 1955 cura la regia di La traviata, Rigoletto con Isidoro Antonioli ed Aldo Protti e di Madama Butterfly nel Campo Sant'Angelo.

Per il Teatro Verdi (Trieste) nel 1958 cura la regia Pagliacci (opera) e nel Castello di San Giusto di La duchessa di Chicago con Irene Callaway, Sergio Tedesco, Nuto Navarrini ed Anna Campori e di La casta Susanna di Jean Gilbert con Rosy Barsony, Edda Vincenzi, Navarrini ed Elvio Calderoni e nel 1959 La bohème.

Al Teatro La Fenice nel 1959 cura la regia di La bohème con la Moffo e Tullio Serafin e nel 1960 Turandot con Franco Corelli.

All'inizio degli anni '60, dopo aver abbandonato la Rai, si era trasferito a Roma, capitale culturale ma anche postazione territoriale più centrale e indubbiamente più comoda per i frequenti spostamenti in Italia e all'estero, suoi e della Moffo. In quegli anni Roma era la meta preferita, non solo turistica ma di lavoro, per gente dello spettacolo internazionale e del cinema in particolare. Sia per la competitività dei costi, sia perché la "Hollywood sul Tevere" (Cinecittà) permetteva ai produttori stranieri di spendere i guadagni accumulati in Italia, che una legge impediva loro di esportare. Per la gioia dei paparazzi, sbarcavano a Fiumicino i più importanti nomi della cinematografia internazionale.

Dapprima Lanfranchi e la moglie abitavano in una bella casa moderna di fronte al Palatino con veduta sui Fori Imperiali, poi, quando questi furono illuminati per la delizia dei turisti dal fantasmagorico e rumoroso spettacolo "Suono e luci", si consolarono con lo scenografico palazzo storico del Marchese del Grillo. Circostanza, questa, che curiosamente impresse una virata anche alle sue scelte di collezionista d'arte.

Nel frattempo stava maturando nel regista una vera e propria crisi di rigetto per l'Opera, un sovvertimento così profondo e coinvolgente che, a distanza di tanti anni, ancora gli rende intollerabile mettere piede nei templi della lirica. Rigetto per troppo amore della musica, si potrebbe dire, avendo egli più volte asserito di essersi spesso sentito come una sorta di intruso, nel melodramma, perché gli spettatori vanno all'opera soprattutto per ascoltare la musica e il canto così come concepiti dal compositore, e non devono esserne invece distolti con virtuosismi ad effetto. Al culmine di questa fase, mentre intorno imperversavano teorie a lui estranee su un sempre più invasivo compito della regia lirica, aveva da onorare tre contratti già firmati con la Scala, l'Opera di Roma e il Teatro Verdi di Trieste. Per evitare lunghe e penose trattative e potersi dedicare a più stimolanti progetti, si assoggettò persino all'esborso di una onerosa penale.

  • Preferendo egli sbizzarrire la sua inesauribile fantasia altrove, in occasioni più consone al proprio modo di sentire, riassumendo dai suoi racconti e interviste è più che ragionevole desumere che l'unica regia lirica non tradizionale, che lo abbia personalmente più divertito e coinvolto, sia stata quella Carmen (1956) in veste "charleston" con l'amico-nemico Franco Corelli e Renato Capecchi, un'edizione appositamente creata per le sperimentazioni intraprese dal Teatro delle Novità del Donizetti di Bergamo, che fu molto criticata e contemporaneamente esaltata dalla stampa.
  • Nel 1961, non smentendo neppure in tale circostanza la fama di "inauguratore", proprio al regista d'opera era stato assegnato il Premio Internazionale Luigi Illica alla sua prima edizione[5].

Difficile seguire, in questo periodo, la cronologia della sua attività artistica. Gli eventi si alternano, susseguono e persino accavallano in settori, modi e tempi diversi.

  • Con la Rai continuò a collaborare per la realizzazione di numerosi progetti esterni, dei quali era ideatore e spesso anche produttore e regista. Grazie alle sue case di produzione poteva realizzare in maggiore autonomia i progetti che più gli stavano a cuore. Dapprima continuò la già iniziata serie di regie di prosa, con adattamenti televisivi di titoli italiani scelti fuori dall'orticello del repertorio più frequentato, e un originale televisivo di Franco Enna, Ritorno dall'abisso (1963). Fu poi la volta degli "stranieri", inediti in Italia, che "l'inauguratore" fiutava a stretto contatto coi fermenti culturali internazionali (vedi Spettacoli di prosa – Regie e adattamenti per la tv, riportante solo i titoli rimasti nelle Teche della Rai)[3].
  • Sue, fra altro, per ideazione e produzione, le serie TuttoTotò, riproposta sulle reti nazionali con cadenza quasi annuale, L'Opera in un'ora, una formula poi adottata in vari programmi didascalici della RAI, come pure l'Anna Moffo Show, in cui la cantante figurava come padrona di casa e mattatrice[6] già nel gennaio 1964, tipo di ruolo che l'anno dopo consacrò Mina regina di Studio Uno, e sue le memorabili regie televisive dei già citati grandi spettacoli trasmessi dalla televisione. Nel 1967 girò, a Cinecittà, la seconda serie di Anna Moffo Show. Nei titoli di testa compaiono come direttore della fotografia il poi regista Massimo Dallamano e, come operatore alla macchina, nientemeno che Vittorio Storaro, il futuro cinematografo, come preferiva autodefinirsi precisando che si scrive anche con la luce, pluripremiato con l'Oscar; tra gli ospiti della cantante celebrità internazionali come l'arpista Nicanor Zabaleta e Andrés Segovia, sommo chitarrista di tutti i tempi, Earl "Fatha" Hines, pianista jazz, il grande tenore e attore Ferruccio Tagliavini, e molti altri.
  • Con già alle spalle La serva padrona del 1958, si cimentò con la produzione e regia cinematografica di film-opera (La traviata, 1966, e alcuni anni più avanti Lucia di Lammermoor, 1971). Dai film-opera per il grande schermo, a film diversi: era scontato che il suo successivo interesse sarebbe stato esplorare le peculiari possibilità espressive del cinema.

Nei ritagli di tempo si dilettava - fra una collezione d'arte e l'altra, tra scuderie di cavalli, tiro a segno agonistico e meditate partite di biliardo (tre passioni che continua a coltivare), tra Roma e New York ma non solo, tra l'amata bicicletta da corsa e le corse a cavallo - a comporre versi per canzoni che poi venivano musicati da Anna Moffo e che furono pubblicate in disco dalla RCA.

Produttore di Caroselli e regista per moda[modifica | modifica wikitesto]

Per la Rai esplorò, come tanti altri registi di nome, anche il campo della pubblicità, ideando e producendo in società con Sandro Bolchi molti dei Caroselli più noti durante quella lunga e indimenticabile stagione della pubblicità d'autore.

"Carosello" era iniziato nel 1957 col format di teatrino pubblicitario, proponeva cioè brevissimi filmati, scenette, cartoni, e altro, dotati di senso compiuto e vita propria, mentre il prodotto commerciale veniva citato in qualità di sponsor solo nel breve codino in fondo, sempre al fine di preservare la connotazione di servizio pubblico della Rai.

Proprio per via del format teatrale, la Rai ne aveva appaltato l'intera ideazione e produzione a privati sotto la supervisione della SIPRA, coinvolgendo il fior fiore della cultura nazionale del tempo. Erano girati con caratteristiche e tecniche di vero e proprio cinema, su pellicola 35 mm, rigorosamente in b/n: secondo Jean-Luc Godard, "il prodotto migliore del cinema italiano", giudizio forse un po' troppo severo, ma sicuramente rapportabile al fatto che le 42 000 scenette andate in onda coinvolsero circa 160 case di produzione, con un lavoro stimato equivalente alla realizzazione di 80 film, il 57% della produzione cinematografica italiana di quegli anni.

Se i volti dei tanti attori famosi fungevano da richiamo, anonimi per il grande pubblico restarono i nomi dei più affermati professionisti tra registi (Luciano Emmer, ideatore anche della sigla, Gillo Pontecorvo, Lina Wertmüller, Ermanno Olmi, Pupi Avati, Bruno Bozzetto, Paolo e Vittorio Taviani, Giuseppe Patroni Griffi, Mauro Bolognini, Sergio Leone, Pier Paolo Pasolini, Federico Fellini e tanti altri), musicisti, disegnatori, sceneggiatori, scrittori quali Camilla Cederna e altri assai noti (persino uno come Luigi Malerba diventò egli stesso produttore), ma anche tante giovani leve che, sui Caroselli, si fecero le ossa e poi spiccarono altri voli. Soltanto a inizio anni ’70 incominciarono a circolare per il grande pubblico i nomi altisonanti dei personaggi coinvolti, quando, cioè, era diventata evidente anche una certa valenza culturale e non solo economica di questa invenzione tutta italiana, che aveva ampiamente meritato la storica presentazione della Sipra al Museo d’Arte Moderna di New York (1971).

  • Con la B. L. Vision, dove B.L. sta per Bolchi-Lanfranchi, la Intervision e lo Studio 2D, Mario Lanfranchi ha ideato e prodotto molti dei Caroselli più noti trasmessi durante il decennio ’60-70; citandone solo alcuni tra i più famosi[7]: Ferrero ("Il volto amico”, poi modificato in “Il Gigante Amico” col perfido Jo Condor: "Gigante, pensaci tu!" - sempre per Ferrero la serie a minipuntate di "Cuore" dal romanzo di De Amicis per la regia di Sandro Bolchi), Cirio (“Il paese del sole”), Banca Commerciale Italiana (con Massimo Inardi, medico e musicologo, trionfatore nella finalissima dei campioni del “Rischiatutto” con l'esorbitante somma di 5 milioni e 900 000 lire, la più alta vincita mai realizzata fino ad allora nei quiz europei), Mobil (“I futuribili“: “Immaginare un mondo diverso. Pensare oggi alla realtà degli uomini di domani”, per una delle pochissime regie pubblicitarie di Mario Bava, riproposti persino da Enrico Ghezzi nel 2009), e, ancora, Ceat, Ilva, Illycaffè, Liebig (Rina Morelli e Paolo Stoppa in “Vita con i figli”: “Poi la tavola riunisce padre, madre, figlio e figlia!”; Pino Caruso marito geloso: “Liebig mi ama”), Montedison, Alemagna (Enrico Viarisio: “Ullallà, ma è una cuccagna!”), Cynar (l'imperturbabile Ernesto Calindri: “Non t’arrabbiare… bevi un Cynar…" e Alberto Lionello[8]).
“La nostra peculiarità stava nell’offrire tutto il pacchetto già pronto, dall’idea alla regia. Il cliente aveva tutto, faceva a meno anche dell’agenzia pubblicitaria. [...] Come regia credo [di averne fatti] soltanto uno o due, perché dirigerli non mi piaceva. [...] La mia regia mi pare di averla fatta con Franca Valeri. Inventavamo anche gli slogan pubblicitari, per conto nostro. Quella volta ne venne uno di successo:“Tempi duri per i troppo buoni!”, e i troppo buoni erano dei biscotti (N.d.R.: Colussi).”[9]

Si calcola che, poco prima che venisse emanata la condanna a morte per Carosello, la trasmissione fosse seguita da circa 19 milioni di persone, un indice d'ascolto e un successo di pubblico ancor oggi invidiabili a paragone degli apparecchi in circolazione. Quando la Rai nel ‘77 ne decretò la brusca fine, di certo non immaginava che avrebbe lasciato tutta l’Italia nel lutto e nel rimpianto per gli anni a venire, affliggendola inoltre con la diagnosticata Sindrome di Carosello[10], con cui da allora devono scendere a patti i pubblicitari italiani.

Se i Caroselli realizzati in una decina di anni dalla coppia Lanfranchi/Bolchi non si contano, il campo della moda è, al contrario, quello meno frequentato da Lanfranchi regista, soltanto due le incursioni. La prima durante il periodo in Rai, nel 1958, quando gli affidarono la rubrica di costume Vetrine guidata con mano gentile ma ferrea dalla prima conduttrice storica della rete, Elda Lanza, "la signora della TV". Quella trasmissione durò poi ben sette anni e servì, per ammissione dello stesso Beppe Modenese, come trampolino di lancio alla visibilità e notorietà del futuro benemerito artefice del Made in Italy e attuale (2011) Presidente onorario della Camera Nazionale della Moda Italiana.

  • Vale assolutamente la pena di ricordare, invece, che il regista creò pochi anni dopo una delle prime, mitiche sfilate coreografiche a tema per gli accessori Roberta di Camerino. Raccontava la stilista veneziana, ritenuta a vanto italiano una delle grandi espressioni di autentica arte applicata al mondo della moda:
" [...] non erano più l'ordinata presentazione di una serie di modelli in fila [...] No, dovevano essere uno spettacolo a tema, con le scene, le musiche e quel tanto di inatteso che trasforma la recita in magia".[11]
Correva l'anno 1962-63 al chiostro dell'Isola di San Giorgio, il tema scelto da Lanfranchi fu Gli uccelli, sull'omonima composizione di Ottorino Respighi.

L’uomo: ironia, culto dell’effimero e cupio dissolvi[modifica | modifica wikitesto]

Impossibile scindere, nel suo caso, la personalità dell'uomo dal suo operato. Una sintetica definizione di Mario Lanfranchi privato, una delle poche se non l'unica non riferita a eventi pubblici o mondani, si deve a Vittorio Sgarbi. Fra le righe dell'articolo apparso nel 1985 in occasione della messa all'asta di "una delle più importanti collezioni del dopoguerra" si legge:

"[...] mi fece uno strano effetto, come di artificiosa allegria: avrei scoperto più tardi che era una invincibile ironia, una coscienza della caducità delle cose. [...] Mario Lanfranchi apparteneva alla specie rara dei collezionisti colti; era bizzarro, non privo di manie, e attratto dall’infinito divertimento della seduzione della donna. [...] c’era in lui un che di cerimonioso e di beffardo insieme, come il residuo di una maschera mondana che non riuscivo a capire fino in fondo.[...] Preso da un incontenibile 'cupio dissolvi' Lanfranchi si è allontanato prima dalle donne, poi dagli amici, poi dagli amatissimi libri antichi e ora dai quadri." [12]
  • Del collezionista si parlerà più avanti, estrapolando qui invece l’invincibile ironia e la coscienza della caducità delle cose come alcune delle pirandelliane chiavi di lettura per le apparenti brusche impennate nel curriculum artistico del regista come nella vita.

Un “garbato nobiluomo parmigiano”, lo definì un giornalista ai tempi della separazione da Anna Moffo, quasi a scusarsi coi lettori per l’accanito pudore dei sentimenti più intimi, la pacatezza delle parole e delle motivazioni riportate negli articoli a commento di una notizia che era esplosa come una bomba anche nelle orecchie degli amici meno intimi: "incompatibilità geografiche [...] un nodo che per tanti anni era stato così perfetto da sembrare agli altri, al pubblico, addirittura noioso [...] un certo eccitamento per questo esperimento di indipendenza che ci aspetta entrambi…".[13]

C’era stato un progressivo deterioramento nel rapporto della coppia poiché i tanti impegni, che la cantante era fortemente determinata ad onorare a scapito della salute fisica e del morale[14], la portavano sempre più spesso all’estero, le occasioni di incontro erano sempre più rare, i tempi disponibili non coincidenti.

L’istanza di separazione fu presentata nell’ottobre del 1973 e la Moffo si stabilì nella loro casa di New York, dove già passava la maggior parte del tempo. Il divorzio fu sancito nel maggio dell’anno seguente, così che in novembre lei potesse sposare il miliardario americano Robert W. Sarnoff, figlio di quel David Sarnoff fondatore della RKO, e a sua volta presidente della RCA, di cui la Moffo in quegli anni era la massima vedette lirica. La frenesia artistica del soprano raggiunse il culmine quello stesso anno, con ben 220 spettacoli in 18 opere al Metropolitan[15]: nemmeno il secondo marito, sebbene maggiore di 14 anni e certamente altrettanto competente del primo, era riuscito a dissuaderla da questo micidiale tour de force che ne minò definitivamente la voce.

Lanfranchi, intanto, veniva paparazzato con le prime di una nutrita e lunga serie di storie nelle quali, tuttavia, non impegnò mai più la propria libertà.

  • L’imprescindibile cifra ironica e il residuo della maschera mondana un po’ beffarda, che improntano qualsiasi colloquio o dichiarazione rilasciati anche in tempi più recenti, si palesano persino nelle scelte personali, come aver progettato nei minimi dettagli un arredo trasgressivo, moderno e altamente scenografico per le stanze della sua restaurata villa cinquecentesca all’esterno “politicamente corretta”, salvo riservare per sé solo le poche camere indispensabili, arredate con mobili d’epoca o di pratica utilità; o esibire l’antistante giardino all’italiana dalla rigorosa geometria monocroma, ed averne un altro, piccolo, sul retro, popolato da orrifiche e ambigue statue a mo’ di bestiario umano, appositamente dipinte in sgargianti tinte fasulle, entrambi testimonianze del "pieno controllo dell’uomo sulla Natura[16]"; come pure aprire il cancello del giardino diffondendo nell’aria il canto “Libiamo nei lieti calici” e dichiararsi astemio, offrendo poi agli ospiti tè, caffè e fantastici gelati di cui è goloso ed esperto; descrivere il vero come fosse finto, ma anche la finzione come paradosso della realtà; un aforisma:
« Amo cimentarmi nelle cose che non amo. L'amore rende tutto così ovvio, scontato. »
  • Per la seconda cifra individuata dal critico d’arte, meglio sarebbe introdurre la sua stessa autodefinizione “cultore dell’effimero”, ossia amare il transitorio per difendersi dall’inevitabile caducità di ogni cosa; stimolato da sempre nuove e differenti esperienze in ogni campo[17], anche sentimentale, si trova a disagio nella stabilità, un concetto, questo, peraltro di per sé astratto, perché il fulcro è quanto di più precario possa esistere:
« Prediligo la futilità. Lavoro per eccesso, mai per sottrazione.[16] »
  • L’incontenibile cupio dissolvi, infine, di cui parla Sgarbi a proposito della collezione, letto sotto i riflettori dell'ironia, della futilità e dell'eccesso, si presta a spiegare quel suo periodico fare piazza pulita col passato quando gli sta stretto, così che, a grandi linee, si possono definire quattro periodi, un primo milanese all'insegna della tv, il successivo romano alla ricerca del cinema, quindi i molti anni trascorsi all'estero occupato in produzioni teatrali, e il più recente ritorno definitivo 'a casa', intendendo con ciò il riappropriarsi delle matrici culturali oltre che della propria magione per tedio di troppi viaggi.

Unica presenza sempre costante nella vita e nell'opera di questo insolito personaggio rimane il connaturato senso dell'arte e ancor più del teatro, quel primo vero amore che non si scorda mai, per il quale si era sottratto da giovane alle aspettative paterne e che di recente, a sagace domanda se fosse più attore nella vita o più regista nell'arte, gli ha strappato un'unica dichiarazione di sapore nostalgico:

"[...] quindi forse qualche qualità, l’avevo ma ero molto preso dal concetto di creatività e la creatività è per lo più patrimonio del regista… però apparire sul palcoscenico, l’applauso… sono cose che rimpiango di non aver fatto". Tenendo tuttavia a precisare, poco più avanti, "sono un ottimista, per cui non ho paura del futuro, penso sempre che mi porti qualcosa di interessante.”[17]

Roma, la grande avventura, un amore corrisposto in ritardo[modifica | modifica wikitesto]

Il trasferimento a Roma a inizio anni sessanta era stato dettato non solo da ragioni logistiche di comodità ma pure dal desiderio del regista di applicare al cinema quel suo pensiero ibrido già sperimentato in tv e nel primo film-opera La serva padrona (1958). Emozionato dai noir americani e attento osservatore di tutti i film, abituato a pensare in grande e sempre sollecitato dai nuovi fermenti del mondo artistico, voleva cimentarsi con la propria creatività d'autore uscendo dai limiti della cornice del piccolo 'box'. "Il cinema mi mancava, era qualcosa che dovevo tentare." Ma le circostanze e il periodo non furono favorevoli.

Proprio all'inizio degli anni sessanta Cinecittà come succedanea di Hollywood era arrivata all'epilogo, le traversie e la costosa produzione di Cleopatra che quasi mandarono in fallimento la 20th Century Fox stavano dando il colpo di grazia. I produttori erano sempre più restii a investire soldi in progetti azzardati né tutelati da nomi affermati o quanto meno garantiti (Fellini stesso si ritirò dalla produzione di Accattone per paura della poca padronanza del mezzo da parte di Pasolini). Lanfranchi non era romano, non aveva background cinematografico, vale a dire non era stato aiuto regista di nessuno, e inoltre proveniva dalla rivale televisione, una specie di 'marchio d'infamia'[9].

D'altro canto seguire gli impegni sempre più frequenti, vari e internazionali della moglie-bambina ma primadonna dal temperamento forte, ricco di volontà e disciplina, italiana d'origine ma rigida americana per formazione, sottraeva in quei primi anni tempo ed energie ai desideri che il regista covava per sé.

Anna Moffo era assurta al rango di diva nel breve spazio di una notte grazie alla televisione e al futuro marito, ma le forme del divismo erano intanto fortemente cambiate. Proprio l'avvento del piccolo schermo era stato il principale artefice di questo mutamento: portare personaggi noti, divi od eroi direttamente dentro le case di ciascuno quasi fossero ospiti, aveva messo in moto un inarrestabile livellamento sociale e culturale. Le star erano scese dal loro comodo olimpo di privacy ferocemente difesa dallo star system ma, per mantenere alti fama e compensi via via sempre più collegati alla notorietà e non soltanto alla bravura, era imperativo il protagonismo, apparire ovunque, essere ripresi dai cinegiornali, paparazzati o fotografati in qualsiasi forma, anche in una banale ma falsa quotidianità, così che il miracolo economico potesse sempre più rispecchiarsi nei sogni a occhi aperti della gente comune.

Nulla di più normale che una giovane donna diventata diva in terra straniera desiderasse l'aiuto del marito nel gestire, non l'ebbrezza dell'improvvisa fama piombatale addosso a soli 23 anni e dalla quale lo schivo consorte cercava di metterla in guardia, quanto soprattutto il peso e gli obblighi derivanti. Così Lanfranchi, il pigmalione responsabile dell'inizio della grande trasformazione e scopritore delle poliedriche doti artistiche della moglie, esempio unico nella storia di una cantante lirica, si accollò per anni il ruolo di amoroso marito-tutore; intanto intraprendeva quegli accaniti studi sulla pittura che, da un lato, gli lasciavano il tempo per raggiungere spesso la moglie e, dall'altro, lo gratificavano col crescere di una collezione unica nel suo genere per importanza e, ancor di più, come straordinaria impresa culturale.

  • Nel 1962 produsse coraggiosamente l'esordio nel lungometraggio di Gian Vittorio Baldi: Madre ignota – Luciano, una vita bruciata, biografia autentica di un piccolo ladro romano, già soggetto di un precedente corto dello stesso regista (Luciano – via dei Cappellari, 1960). Mentre il fim Accattone (1961) di Pasolini, prodotto dal più potente Alfredo Bini, beneficiava intanto almeno della distribuzione all'estero, Luciano rimase intrappolato nelle maglie della censura religiosa per oltre cinque anni, così si concluse l'avventura del produttore cinematografico Lanfranchi. Fortunatamente quella del produttore televisivo, di Caroselli e altro, prosperava.

Negli studi romani si era nel frattempo affacciato il filone western all'italiana con finti nomi americanizzati (Per un pugno di dollari è uscito nel 1964). Nel tentativo di sbloccare l'accesso per altra via, il regista aveva scritto quattro episodi di ambientazione western e, tra un Carosello e l'altro, aveva proposto alla Rai una produzione in appalto. Il progetto western, concepito in modo troppo crudo per una tv destinata alle famiglie, non passò ma subito dopo, nel 1966, la Rai firmò il contratto per la nuova idea dei brevi film di TuttoTotò, inaugurando per la prima volta una prassi di appalto esterno oggi abituale, e l'anno successivo quello per la produzione e regia della seconda serie di Anna Moffo Show girata a Cinecittà.

Sempre con l'idea fissa del cinema, Lanfranchi aveva nel frattempo rielaborato i quattro episodi western e ne aveva tratto una sceneggiatura. Dopo oltre un lustro di attesa, finalmente riuscì a dirigere il primo film di cui era anche autore.

  • In realtà avrebbe voluto raccontare altre storie, ma i film di genere si rivelarono la strada più facile[9] per aprire quella porta che restava per lui costantemente chiusa e che non gli fu mai davvero spalancata. Realizzò solo quattro film, tutti col marchio dalla sua particolare ironia fortemente impegnata a raggirare i limiti imposti dai budget minimi. Nell'ordine: un western in odore wagneriano (Sentenza di morte, 1967, all'estero anche Django); poi, in rapida sequenza dopo la separazione dalla moglie, un adattamento da Carolina Invernizio letta in morbosa chiave gotica (Il bacio, 1974); un poliziesco pensato come un western metropolitano (Genova a mano armata, 1976, titolo imposto dal distributore, all'estero è rimasto quello originale voluto dal regista, e cioè L’uomo senza pietà); e infine una disperata storia d'amore borghese spesso ancora catalogata nel filone erotico (La padrona è servita, 1976).

Tutti sono diventati anni dopo dei veri e propri cult o addirittura stracult[18], vivisezionati e rivalutati dalla critica che, su spinta americana, ha ridato il giusto rilievo storico ai cosiddetti B-movie italiani di quel periodo. "L’inauguratore", come un amante tradito, aveva inconsciamente tramato la propria rivalsa.

  • Nel mezzo diresse altri due film-opera, La traviata (1968) e Lucia di Lammermoor (1971), entrambi con Anna Moffo, che tuttavia con lui non girò mai film d'altro genere: il regista riteneva che né i propri, né gli altri di cui era stata nel frattempo interprete, si addicessero alle sue reali potenzialità di attrice.
  • L'ultimo film, Venezia, carnevale, un amore (1981) con Nureyev, Peter Ustinov, Carla Fracci e Charles Aznavour, ha una storia a sé d'origine non strettamente cinematografica, travagliata e sofferta. All'inizio doveva essere un corto, poi un mediometraggio e infine diventò un film per insistenza della Fondazione Venezia Nostra nel quadro della campagna internazionale dell'UNESCO per la salvaguardia di Venezia.

Scrive lo storico Carlo Montanaro che compare nei titoli di testa come aiuto del regista: "La cosa veramente curiosa è che il film costituisce l’unico tentativo di musical fatto a Venezia, se si escludono 'Topette' [N.d.R.: "Top Hat" (Cappello a cilindro), refuso nel titolo nel libro citato], completamente inventato, e 'Tutti dicono I Love You', dove però non ci sono numeri di ballo a Venezia[19]". Il film in Italia è passato solo in Rai, ma è stato distribuito nei circuiti cinematografici di diversi paesi, tra cui America e Giappone, e il relativo ricavato fu devoluto per interventi conservativi. Per riproporlo nella rassegna cinematografica Venezia e le eroine post-romantiche ottocentesche – Venezia Città delle Donne - da Senso a Sissi curata da Gian Piero Brunetta nell'ambito delle manifestazioni per il Carnevale di Venezia 2011, non riuscendo a rintracciare né un positivo in buone condizioni né i negativi, spariti insieme alla vedova del produttore, è stato appositamente rimontato partendo da una copia di lavoro rimasta in mano al regista.

Paradossalmente, questo film non voluto è quello dove traspare maggiormente il pozzo di fantasia onirica e l'ironia, divertita e divertente, dell'autore, però il rapporto violentemente conflittuale col protagonista Nureyev gli aveva dato il colpo di grazia. Sentì una volta in più l'impulso di cambiare vita, di cercare nuovi eccitamenti. Fece fagotto e con determinazione imboccò la strada dell'emigrante culturale ritirandosi comunque dalla partecipazione attiva, con sporadiche cadute in tentazione per amor di teatro.

Teatro "amore mio", corsi e ricorsi[modifica | modifica wikitesto]

Dalle tavole del palcoscenico al piccolo schermo, dalle fantasmagorie en plein air o alle grandi produzioni che hanno arricchito i botteghini del West End e di Broadway, dalle regie liriche a quelle cinematografiche, il segno del teatro è per Mario Lanfranchi come una seconda pelle, un habitus mai dismesso.

  • Nel 1955, all'inizio della sua collaborazione con la Rai, aveva curato la regia e la contemporanea ripresa televisiva del primo dei suoi più noti grandi spettacoli, quello del Corteo storico matildico a Quattro Castella, prima celebrazione dell'incoronazione di Matilde di Canossa. Come suo solito, non ne aveva curato solo la regia, l'aveva ideato di tutto punto, compresi i giochi sul campo (il gioco del ponte, la giostra dell'anello, ecc.). Il successo fu tale che la celebrazione è diventata subito un rituale, giunto quest'anno (2012) alla 47ª edizione. La Regina Matilde era impersonata da Maria Fiore; da allora fu tradizione, fino a poco tempo fa, che il mantello regale poggiasse ogni anno sulle diverse spalle delle più belle e note attrici italiane.
  • Nel 1959 fu la volta di Lo sbarco di Garibaldi a Sesto Calende, oltre 1000 comparse nelle divise dell'epoca impersonavano la battaglia tra i Cacciatori delle Alpi e le truppe austriache, quella che permise al Generale di entrare vittorioso in Lombardia.

Dopo essere 'fuggito' dalla RAI nel 1960 e il trasferimento a Roma, concomitante la crisi di rigetto per l'opera lirica e affini, si ritemprò nel teatro curando per la televisione, da esterno, una serie di adattamenti e regie di prosa ed il primo ciclo di Anna Moffo Show. Purtroppo nelle teche Rai, a meno di altri fortuiti ritrovamenti, sono sopravvissuti soltanto due nastri delle registrazioni teatrali del regista, Arlecchinata e S'egli tornasse, nonché una manciata di secondi dello sceneggiato Ritorno dall’abisso.

Tuttavia già a metà degli anni sessanta si era disamorato e, di conseguenza, si annoiava anche nelle regie teatrali per la tv (the box era, e restava, sempre troppo piccolo) così, mentre con una mano continuava a ideare e produrre Caroselli, con l'altra inventava quella Festa Italiana che batté nel 1966 il record degli incassi del Madison Square Garden[17].

  • Sempre nel 1966 tornò al palcoscenico per produrre e dirigere spettacoli di autori di lingua inglese, alcuni testi in prima assoluta, con le compagnie Tieri-Lojodice (Uscirò dalla tua vita in taxi), quindi un nuovo allestimento di Vita col padre (1968) con Rina Morelli e Paolo Stoppa, già storici interpreti della stessa commedia per Luchino Visconti.

Fra questi due eventi, aveva trovato il tempo per realizzare la seconda serie di Anna Moffo Show (1967).

  • In Italia, da ricordare anche l'esperienza a inizio anni ’90 con una propria compagnia di giovani, la Compagnia Teatro Proposta di Mario Lanfranchi, con la quale mise in scena tre autori moderni di commedie ironiche o grottesche sul tema dell’eros: Esperienze erotiche a basso livello di Clare McIntyre, già attrice di teatro, cinema e tv, poi rivelatasi scrittrice di vaglia per il teatro; Perversioni sessuali a Chicago (Sexual Perversity in Chicago), un corrosivo testo del regista David Mamet preso come soggetto da Edward Zwick nel 1986 per il film A proposito della notte scorsa... con protagonisti Rob Lowe e Demi Moore; e, infine, due 'commedie nere' del prematuramente scomparso Joe Orton (1933-1967), Delizie funerarie (Funeral Games) e Un criminale alla porta. È una delle esperienze di teatro che il regista ricorda con maggior piacere, non solo per il successo riscosso, ma per l’entusiasmo che animava il lavoro della compagnia.
  • In quel periodo, tuttavia, già soggiornava a Londra (dal 1980), per creare e seguire le produzioni di grandi musical come Lust e Chitty Chitty Bang Bang o di testi teatrali come 900 Oneonta all'Old Vic di Londra e September Tide al Comedy Theatre con Susannah York, che hanno sbancato per anni consecutivi i botteghini del West End e di Broadway. Il solo Chitty Chitty Bang Bang ha tenuto il cartellone per ben sei anni a Londra e poi ancora a New York.

Rientrato definitivamente in Italia nel 2005, è andato a vivere nella sua villa a Lesignano de' Bagni, dove ha dato vita a un primo evento Villa Lanfranchi apre i cancelli, più appropriato sarebbe stato 'spalanca' i cancelli” visto che l'ingresso era gratuito, divenuto poi, per alcuni anni, una simpatica e affollata consuetudine col titolo Spettacoli in villa, spettacoli misti, come piacciono a lui, di teatro, musica, concerti jazz e rock, ai quali hanno preso parte tanti artisti amici. In queste occasioni, e per altre manifestazioni a scopo culturale, ha rispolverato occasionalmente anche il suo passato di attore o di autore.

Da anni è tornato regolarmente in tv, non più dietro la camera ma come ospite fisso di "Il salotto di Gianni", la più seguita trasmissione settimanale di musica e intrattenimento su TeleReggio e Mantova TV (condotta da Gian Matteo Sidoli, fuori dai confini regionali più noto come ex tecnico e amato “santone” del basket), come anche su altre reti per commemorare, con la verve dei suoi inesauribili e divertenti aneddoti, eventi di cui è stato protagonista o testimone. Per TV Parma ha registrato tre cicli di trasmissioni, uscite anche in DVD, in cui interpreta le fiabe moderne di Andreina Chiari Branchi. E occasionalmente ripropone al suo pubblico testi e poesie nell'amato dialetto parmigiano.

Teatro a 360 gradi.

Collezioni e hobby, miti e no[modifica | modifica wikitesto]

Un'impresa irripetibile: creazione e dispersione[modifica | modifica wikitesto]

Oltre 180 quadri e una cinquantina di sculture che oggi si trovano sparsi in altre importanti collezioni private o musei italiani e stranieri, fra cui la Pinacoteca di Brera, la Galleria nazionale dell'Umbria, il Metropolitan Museum di New York.

La prima abitazione romana ospitava una raccolta in fieri di quadri moderni ma, quando Lanfranchi affittò per la moglie il più scenografico e tranquillo Palazzo del Grillo, pensò che mal si adattavano a quelle antiche stanze. Acquistò una tela del quale si era, lì per lì, assai invaghito all'asta di una collezione appartenuta a Konrad Adenauer. Desiderando la conferma di un esperto sul valore non economico ma artistico dell'opera, ebbe l'ardire di scrivere nientedimeno che al temuto e burbero Federico Zeri, il quale, divertito invece da tanta ingenuità, esaminò il dipinto e sentenziò che era sì un bel quadro, ma… una patacca! L'esito del colloquio fu dirompente per il regista, non per il cattivo affare concluso, ma perché dalla casa di colui che sarebbe diventato uno degli amici più cari uscì follemente innamorato della pittura antica.

Sotto la sapiente e paziente guida di cotanto maestro che, come poi affermato anche da Sgarbi nel già citato articolo, si era rivelato tutto il contrario di quanto si vociferava, si dedicò per lunghi anni all'accanito studio, fin nei minimi dettagli, dei maestri della pittura, mentre la collezione si arricchiva di importanti pezzi sempre nuovi, da lui stesso scovati presso privati, nelle piccole aste, dagli antiquari o anche adocchiati in grandi aste dove passavano inosservati. Il più grande compenso per il suo umile e diligente studio, con lecito orgoglio racconta di averlo ricevuto una volta che Zeri, impossibilitato a recarsi di persona, gli chiese di andare al posto suo ad esaminare per autenticità e stato di conservazione un grande dipinto attribuito al Grechetto.

"Così (da Lanfranchi) imparai – riferisce ancora Sgarbi – ciò che nessuna università può insegnare, […] che trovarle era una questione di occhio più che di denaro, e che è necessario saper vedere ciò che gli altri non vedono […] il principio opposto a quello che aveva ispirato la collezione celebre di Luigi Magnani costituita soltanto dai nomi altisonanti […] Lanfranchi preferiva il capolavoro unico e irripetibile del maestro cosiddetto minore. Proseguendo: La sua ricerca si era fatta più febbrile dopo il divorzio dalla moglie che, andandosene, aveva portato con sé metà della collezione, prevalentemente i Primitivi da cui diceva di non sapersi separare (li avrebbe poi, di lì a poco, messi in vendita a un’asta di Christie's a New York, per la loro incompatibilità con il nuovo marito) […] così Lanfranchi costituì una delle più importanti collezioni del dopoguerra. Ne parlo come se fosse morto, benché egli sia vivissimo e felicissimo, perché […] preso da un incontenibile cupio dissolvi […] tutta la collezione Lanfranchi sarà posta all’incanto […] e alla fine conclude: Così le nostre parole illuminano malinconicamente un tramonto."

Commenta altrove il regista: "[…] avevo divorziato e avevo diviso la collezione, era dimezzata e mi sono accorto che dedicavo molto di me stesso a questi oggetti inanimati togliendo potenziale affettivo agli esseri umani […] di colpo l’amore è scomparso."

« Non credo più nell’arte come atto trascendentale, credo nell’arte come sublimazione dell’artigianato. Bello ma non divino.[17] »

In quanto alla decisione di disperdere tutta la collezione, corregge il malinconico tramonto citando una frase che lo aveva ispirato:

« Chiedo che ai miei quadri, alle mie stampe [...] cioè alle cose che hanno rallegrato la mia vita, venga risparmiata la gelida tomba di un museo, e l'oltraggio dello sguardo vacuo d'un passante indifferente, e vengano invece disperse dal martello di un banditore, e che la letizia che mi ha procurato l'acquisizione di ciascuna di esse possa essere restituita, da ciascuna di esse, a un erede dei miei stessi gusti. (Edmond de Goncourt) »

.

Ha inoltre alienato altrettanto famose collezioni di cui è stato, sempre per non smentirsi, il primo, l'inauguratore:

  • Libri antichi figurati (specie di feste, cerimonie e origini del teatro); la collezione, costituita a Londra e New York, si trova ora al Getty Center di Los Angeles
  • Penne stilografiche d'epoca – tra cui una rarissima Waterman d'argento con cappuccio conico e una altrettanto rara Parker entrambe decorate a serpenti (snakes) che si era aggiudicato all'asta per cifre che batterono i record mondiali, 16 000 sterline la prima nel 1994 e 14 000 la seconda nel 1993.[20] La "Waterman Snake", unico esemplare sopravvissuto dei cinque noti ai collezionisti, si trova ora in un museo di Tokio.

Tuttavia conserva e all'occasione alimenta alcune raccolte che ancora lo divertono, ferri battuti e serrature d'epoca, sonagli d'oreficeria[21], antichi stampi di rame da cucina, mobili-scultura d'autore, collezioni che omaggiano il suo nuovo credo nell'arte artigianale.

  • Ora non si dedica più a "oggetti inanimati". La sua anima di collezionista si è ammalata per i film, che difatti "inanimati" non sono. Ne possiede all'incirca 20 000, titoli prediletti e no, italiani e stranieri, dal periodo muto fino agli anni settanta e pochi altri registi più attuali.

Con pervicace ambizione di amante e collezionista, all'interno di una più vasta raccolta mondiale tenta di assemblare quella di tutto il cinema italiano, sempre fino agli anni settanta, con ″particolare dedizione ′alle film′, del periodo in cui il film italiano era ancora di genere femminile e dominava il mercato mondiale. Quando studiavo all'Accademia, si diceva che ′le film′ italiane erano quasi totalmente perdute, tranne rare eccezioni. Fu proprio Brunetta a dirmi che molte delle film si erano salvate e riportate in vita da bravi ricercatori e bravissimi restauratori. Da lì il mio morboso interesse per il cinema muto italiano, la scoperta del divismo (avevo conosciuto Lyda Borelli, moglie di Cini, quando io ero poco più di un bambino, un ricordo indimenticabile), e un rinnovato interesse per il muto americano (e tedesco) che tutto dovevano alla produzione italiana, visti ora da me con un occhio ben diverso.″ E, ancora, piccole collezioni all’interno della collezione madre: i noir americani, cinema e teatro, film su Venezia, i western, film sul biliardo

Lo sportivo, ossia l’agonismo in privato[modifica | modifica wikitesto]

Il biliardo. Altra grande passione. In casa Lanfranchi il tavolo verde regolamentare (all’italiana, senza buche) troneggia al centro di una sobria stanza tutta per sé, in un angolo solo il contenitore per le stecche e qualche foto alle pareti. Due volte alla settimana, ogni settimana, in villa si gioca (cinque birilli e goriziana). Fra gli amici personali e compagni di partita il campione del mondo Gustavo Adrian Zito, passato poi al più generosamente sponsorizzato poker sportivo, e ancor prima "Lo Scuro" dei film di Francesco Nuti, alias Marcello Lotti, il cui ricordo resterà per sempre legato all′′ottavina reale′, tiro di particolare difficoltà da lui ideato.

Tiro a segno e tiro a volo. Anche questo un impegno settimanale costante, con qualsiasi tempo all'aperto coi piattelli, o anche nel poligono di tiro che si è fatto costruire in cantina. La villa era la dimora di caccia del nonno materno, che gli mise in mano fucile e pistole quando ancora era un bambino, ma il regista non ha mai amato la caccia bensì i tornei sportivi, il suo sovrapposto 686 E Trap Beretta e una piccola collezione di armi personali.

Ciclismo. È da sempre un irriducibile tifoso ed esperto di questo sport, nel quale era riuscito, anni dopo, a coinvolgere persino la moglie[22]. Poco prima della svolta nella regia lirica, la RAI nel 1955 gli aveva affidato le prime riprese televisive dirette del campionato mondiale al Velodromo Vigorelli di Milano e della partenza del Giro d'Italia. Girava fino ad alcuni anni fa in sella ad una bicicletta supersportiva, poi abbandonata a causa del traffico e a mala pena consolato da una irrinunciabile ora di cyclette quotidiana mentre guarda i film della sua collezione.

Cavalli e levrieri, altri miti. Per ultimi ma tutt'altro che ultimi.

  • A partire dagli anni romani Lanfranchi ha posseduto scuderie con cui ha mietuto i più importanti premi in Italia e all'estero nel trotto e nel galoppo: un nome per tutti, "Fury Hanover", il trottatore tanto spesso in cima ai palmarès mondiali degli anni sessanta: ancor oggi, nei forum del web, gli appassionati di questo sport ricordano: “Ai tempi di Fury Hanover, …”. Fra i tanti trionfi, da ricordare almeno le strepitose vittorie (1965 e 1966) del Gran Premio delle Nazioni e del Gran Premio della Fiera a Milano, entrambe le volte a guidarlo dal sulki c'era l'indimenticato Franco Albonetti[23].
  • La scuderia di levrieri nacque da un altro evento casuale. Durante la sua permanenza in Inghilterra, il regista era stato condotto controvoglia in un cinodromo e anche da qui uscì impazzito per la troppa adrenalina, si mise ad acquistare levrieri, uno in particolare che poi diventò un campione. Cercò di tirare sul carissimo prezzo, non ci riuscì perché l'allevatore preferì piuttosto regalargli un secondo esemplare, che Lanfranchi chiamò "El Tenor". Proprio questo, il cane regalato, si è rivelato il massimo vincitore di corse ad ostacoli di ogni tempo (102 vittorie, record tuttora imbattuto nella storia dello sport). Nel 1999 fu un cane, ad essere nominato addirittura "Sportivo dell’anno" in Inghilterra, uno che lasciava le coppe al padrone ma esigeva alla fine di ogni gara un compenso di dieci hamburger con contorno di patatine fritte mentre i commentatori si rivolgevano a Lanfranchi definendolo "lo Sceicco Mohamed (il più grande proprietario di cavalli al mondo) dei levrieri". Il cinodromo di Romford gli ha eretto un monumento in bronzo e persino il Corriere della Sera gli dedicò un articolo in prima pagina con tanto di foto.[24] Messo in razza nel 2000 dopo un'ultima immancabile vittoria, rifiutò persino con ferocia qualsiasi accoppiamento; morì due anni dopo d'infarto, a soli 6 anni, forse di dispiacere sostiene il regista, riacquistando il suo abituale sorriso ironico per raccontare:
« Per l’unica volta, ero riuscito ad avere la prima pagina del Corriere
ma non per le mie regie, per il mio cane.
E quando incontrai al ristorante
l’editore Franco Maria Ricci, mio amico,
mi presentò alla signora al suo fianco dicendo:
"questo è l’unico caso di un uomo mantenuto da un cane!"[9] »

Regie di film-opera[modifica | modifica wikitesto]

Regie cinematografiche e sceneggiature[modifica | modifica wikitesto]

Spettacoli di prosa[modifica | modifica wikitesto]

Regie e adattamenti per la TV[modifica | modifica wikitesto]

(elenco parziale[26])

Regie e produzioni teatrali[modifica | modifica wikitesto]

(elenco parziale)

Esperienze erotiche a basso livello di Clare McIntyre – con Alessandra Costanzo, Francesca Rossiello, Rosa Genovese.
Perversioni sessuali a Chicago di David Mamet – con Gianni Williams, Stefano Onofri, Marina Marini e Simonetta Giurunda
Criminali dell'eros (Delizie funerarieUn criminale alla porta) di Joe Orton – con Toni Orlandi, Franca Stoppi, Stefano Onofri, Luigi Bonos

Regie di opere liriche e operette[modifica | modifica wikitesto]

Regie liriche[modifica | modifica wikitesto]

(elenco parziale)

Operette[modifica | modifica wikitesto]

(elenco parziale)

Varie e diverse[modifica | modifica wikitesto]

Grandi spettacoli, ideazione e regie[modifica | modifica wikitesto]

(elenco parziale)

  • 1955Corteo storico matildico a Quattro Castella, prima celebrazione dell'incoronazione di Matilde di Canossa, con ideazione di giochi sul campo matildico – ideazione, regia dello spettacolo e delle riprese televisive
  • 1959Lo sbarco di Garibaldi a Sesto Calende, parata celebrativa per il centenario dell'avvenimento – ideazione, regia dello spettacolo e delle riprese televisive
  • 19611915-1918: la guerra e la vittoria, spettacolo composito, prosa e musica, che inaugurò il Secondo canale (Rai2), realizzato al Palasport di Roma per la sua grandiosità – Prima Parte: Quel lungo treno… (concerto di apertura con brani di trincea) – Seconda parte: La trincea (racconto sceneggiato di Giuseppe Dessì) – Terza parte: Tutti quei soldati, documentario realizzato su testi di Pier Antonio Quarantotti Gambini – trasmesso il 4 novembre – ideazione, regia dello spettacolo e delle riprese televisive
  • 1966Festa italiana, spettacolo di folclore regionale italiano, organizzato per il Madison Square Garden di New York (7 ottobre) – ideazione, regia dello spettacolo e delle riprese televisive

Produzioni[modifica | modifica wikitesto]

(elenco parziale)

  • 1964 – Anna Moffo Show, prima serie (3 puntate con frequenza settimanale) trasmessa dalla Rete Nazionale dal 18 gennaio all’8 febbraio 1964 – ideazione e regia[6]
  • 1966-67 – TuttoTotò, serie di dieci filmati prodotti per conto della Rai e basati sul repertorio teatrale del grande comico. Fu l’ultima fatica dell’attore, poiché morì poco prima che andassero in onda per la prima volta (dal 10 maggio al 6 luglio 1967). Titoli rimasti di questo progetto: Il latitante, Il tuttofare, Il grande maestro, Don Giovannino, La scommessa, Totò Ciak, Totò a Napoli, Totò Ye Ye e Premio Nobelproduzione
  • 1966-67 – Anna Moffo Show seconda serie (4 puntate con frequenza settimanale) trasmessa dalla Rete Nazionale – fu filmata a Cinecittà sia in b/n per la televisione sia a colori per la distribuzione all'estero e in doppio audio, in italiano e in inglese – ideazione, produzione e regia

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

  • 1961 – Premio Internazionale Luigi Illica per la lirica
  • 1971 – Premio Malatestiano per la migliore regia. Festival del Film Musicale, Rimini
  • 1972 – Premio per la regia. Festival Internazionale Cinematografico del Melodramma, Gardone Riviera. Teatro del Vittoriale
  • 1975 – Premio La Rosa d' Oro per la regia. Città di Venezia, Premio Internazionale di Cultura, Scienze e Industria
  • 2002 – Cittadinanza onoraria conferitagli dal Comune di Lesignano de' Bagni, Parma
  • 2004 – S. Ilario d' Oro. Medaglia d'oro, massimo riconoscimento della Città di Parma quale eminente ed eclettica personalità della cultura e dello spettacolo

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Al regista M. Lanfranchi vengono spesso attribuite interpretazioni anche come attore cinematografico, trattasi però di un caso di omonimia, corretto poi anche su Imdb. L'unica sua apparizione sul grande schermo è un cameo (Il Dottore) nel suo film Genova a mano armata (1976), per evitare alla produzione i danni derivanti dall'improvvisa indisposizione dell'interprete prescelto. Smentita e asserzione del regista a questo proposito sulla lunga intervista di R. Venturelli in Cinema & Generi 2010, Le Mani, 2010, riportata nella bibliografia.
  2. ^ Gazzetta di Parma, 14 ottobre 1958, 4 - Mario Del Monaco. La mia vita e i miei successi. Milano: Rusconi, 1982, pp. 57 e segg.
  3. ^ A. Grasso, 1998, vol. 2, p. 220
  4. ^ Si ricordi che, in quegli anni, il tasso di analfabetismo era ancora alto, tanto che dal 1960 al 1968 andò in onda con frequenza quotidiana la trasmissione "Non è mai troppo tardi", un progetto originale RAI, vero fiore all'occhiello imitato da ben 72 paesi, per insegnare a leggere e scrivere a quanti avevano superato l'età scolare.
  5. ^ Un riconoscimento particolarmente prestigioso, riservato a un ventaglio ristretto di artisti che hanno reso servizi eccezionali al mondo dell'opera, e giunto quest'anno (2011) alla sua XXVII edizione.
  6. ^ a b Archivio Radiocorriere Anno 1964, n. 3 e segg.
  7. ^ Per approfondire: vedi M. Giusti, 1996, 2004, facendo riferimento alle case di produzione.
  8. ^ Pupi Avati, La grande invenzione. Un'autobiografia. Rizzoli, Milano, 2013, pp. 195-196
  9. ^ a b c d R. Venturelli, 2010.
  10. ^ La sindrome di Carosello, da L. Bassat e G. Livraghi, Il nuovo libro della Pubblicità. I segreti del mestiere, Il Sole 24 Ore, novembre 2005, Cap.6
  11. ^ Roberta di Camerino, Sito ufficiale
  12. ^ a b V. Sgarbi, 1985 e 2013.
  13. ^ "Io e Anna ci separiamo per motivi geografici" di Alessandro Binarelli, Grazia, 21/10/1973.
  14. ^ Dal necrologio dell’11 marzo 2006 sul New York Times: "In a lengthy profile in the Times in 1977, she said she was pushed too fast in the early stages in her career and was taking time off to learn new roles and strengthen her technique. I was working much too hard and traveling much too much, she said. I got mixed up in TV, films, things like that. Psychologically I was miserable, always away, always alone. But I don't think I was singing that badly until I reached a point where I was just so tired.". – la dichiarazione viene spesso citata come insolita, coraggiosa sincerità di una cantante costretta per motivi di voce e di salute a ritirarsi dalla scena in ancor giovane età.
  15. ^ music.msn.com
  16. ^ a b D.Muti, 2004.
  17. ^ a b c d E.Lovaglio, 2010.
  18. ^ M. Giusti (2044, 2007), M. Melanco (1970), M.T. Sulla (2003-2004), D.Trono (2004-2005)
  19. ^ Set in Venice, Mondadori Electa, 2009, pp. 76–77
  20. ^ Daily Express, Sat 1 Oct 1994 Page 22
  21. ^ Din Din. Sonagli d’oreficeria, FMR n. 154, ottobre-novembre 2002, pp. 103-128.
  22. ^ StampaSera,16.07.1969, n. 163, p. 6
  23. ^ StampaSera, 29.11.1965 n. 281, p. 14 – La Stampa, 26.04.1966, n. 98, p. 9.
  24. ^ Un cane italiano idolo degli inglesi, Corriere della Sera, 9 marzo 2000, pp. 1 e 19. – The Great Centurion. El Tenor, a cura di Kim Sanzone,FFBP Print Direction, 2001, 24 pagine. Monografia riportante dati, foto, record, gare, classifiche, nonché titoli e ritagli stampa dei giornali internazionali dedicati alle imprese dell’insolito campione sportivo.
  25. ^ M. Genesi, 2002, p. 340
  26. ^ Rif. Teche Rai per il teatro
  27. ^ Intervista di G.V. Baldi su www.cinecriticaweb.it


Bibliografia e documentari[modifica | modifica wikitesto]

  • Archivio storico del Radiocorriere TV sul sito delle Rai Teche, annate dal 1955 al 1995 per palinsesti e articoli specifici sulle trasmissioni
  • Ciak al Castello. 50 anni di cinema al Castello Odescalchi di Bracciano Catalogo della Mostra (21 giugno 2012 - 6 gennaio 2013), Allemandi & C. (TO), 2012
  • Dieci anni di Televisione in Italia, a cura di Geno Pampaloni, ERI, Edizioni Radiotelevisione Italiana, 1964
  • Dizionario dei Musicisti di Parma, a cura di Gaspare Nello Vetro, Comune di Parma, 2008
  • Io Mario Lanfranchi, testi di Maurizio Schiaretti, a cura del Comune di Lesignano de' Bagni, Parma 2002 - consegnato al regista come regalo-sorpresa in occasione della cerimonia con cui venne insignito della cittadinanza onoraria
  • "Venezia, Carnevale, un amore" in Set in Venice, a cura di Ludovica Damiani, prefazione di Paolo Mereghetti, con saggio di Paolo Montanaro, Mondadori Electa spa, Milano, 2009, pp. 76–77
  • Antonio Bruschini, Federico de Zigno, Western all'italiana. Book 2: The Wild, the Sadist and the Outsiders. Prefazioni di Giulio Questi e Gianni Garko, edizione bilingue italiano/inglese, Glittering Images edizioni d'essai, Firenze, 2001
  • Giovanni Buttafava, Aldo Grasso, La camera lirica. Storia e tendenza della diffusione dell'opera lirica attraverso la televisione, Amici della Scala, Milano, 1986
  • Vanni Buttasi, "Mario Lanfranchi tra gusto e voglia di sperimentare", Gazzetta di Parma, 16 luglio 2013, (In primo piano) p. 29
  • Giorgio Carbone, Leo Pasqua, Dizionario della Tv, SugarCo Edizioni, Carnago (VA), 1992
  • Giulio d'Amicone, Vamos! Il western italiano oltre Leone, Edizioni Falsopiano (AL), 2013, pp. 124–130
  • Mario Genesi, Anna Moffo. Una carriera italo-americana, Litografica Borgonovo V.T. (PC), 2002
  • Marco Giusti, Il grande libro di Carosello, Prima Edizione, Sperling & Kupfer Editori, Milano, 1995; Seconda Edizione, Frassinelli, Milano, 2004
  • Marco Giusti, Dizionario dei film italiani stracult, Frassinelli, Milano, 2004
  • Marco Giusti, Dizionario del western all'italiana, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 2007, pp. 463-464, 637
  • Aldo Grasso, Storia della Televisione. La TV italiana dalle origini, Prima Edizione (2 volumi), Garzanti Editore, Milano, 1988
  • Eddy Lovaglio, "Un tè con Mario Lanfranchi", Dossier New Parma, n.6/genn-febbr. 2010, pp. 26–31
  • Matteo Mancini, Spaghetti Western. Volume 2: La proliferazione del genere (anno 1967), Edizioni Il Foglio, Piombino (LI), 2014, pp. 645–649
  • Mirco Melanco, "Venezia nel film di genere, dal 1970 a oggi", in Luci sulla città. Venezia e il Cinema, a cura di Alessandro Faccioli e Gian Piero Brunetta, Marsilio, 2010, pp. 107 & segg.
  • Daniela Muti, "È di scena il Savoir Vivre", Case & Country Class, n.132/sett.2004, pp. 38–47
  • Valeria Ottolenghi, "Tutto Lanfranchi su Wikipedia", Gazzetta di Parma, 19 novembre 2012, p. 5
  • Antonella Pina, "Multimediale e gentiluomo", FILM D.O.C., XVI/n.76/genn.febb. 2008, pp. 11
  • Vittorio Sgarbi, "Chi offre di più? Metto all'asta la mia vita", Europeo, XLI/n.50/14 dic. 1985, pp. 109–110
  • Vittorio Sgarbi, Dell'Italia. Uomini e luoghi, Bompiani, Milano, 2013, pp.245-252
  • Maria Teresa Sulla, Il ruolo del romanzo d'Appendice nell'attuale sviluppo di nuovi linguaggi all'interno dei contesti massmediali - Da Carolina Invernizio a Mario Lanfranchi. Relatori Prof.ssa Annamaria Cavalli e prof. Roberto Campari, Tesi di Laurea, Università degli Studi di Parma, Corso di laurea in Scienze della comunicazione scritta e ipertestuale, Anno accademico 2003-2004
  • Emilio Giuseppe Spedicato, Abbiamo amato Puccini, 108 incontri tra un matematico e il mondo della lirica, Aracne Editrice, Roma, 2013, pp. 315–318, 541, 553–558
  • Donatella Trono, Il Cinema Poliziesco 1973-1981, Strategìe di mercato e modelli di genere. Relatore prof. Francesco Pitasso, Tesi di Laurea, Università di Bologna, Facoltà di Lettere e Filosofia, Corso di Laurea in D.A.M.S. - Cinema, Anno Accademico 2004-2005. Vasta indagine sul genere, dal punto di vista della produzione e della distribuzione, con un'ampia scheda dedicata a Genova a mano armata come modello atipico, soprattutto per soggetto e sceneggiatura, contiene, a conclusione della tesi, un'interessante intervista col regista.
  • Renato Venturelli, Eroi senza pietà. Intervista a Mario Lanfranchi, in Cinema & Generi 2010, a cura di Renato Venturelli, Le Mani–Microart's Edizioni, Recco (GE), 2010, pp. 112–122* Peter Dollinger, Hans-Jürgen Panitz, Denn sie kennen kein Erbarmen - Der Italowestern (2006), documentario. Prod.: Movieman Productions /ARTE in collaborazione con Norddeutscher Rundfunk (NDR) /Bayerischer Rundfunk (BR)/Goethe-Institut
  • Francesco Barilli, Poltrone rosse. Parma e il cinema (2014) - Documentario sui film girati a Parma con interviste ai registi. Presentato alla Mostra di Venezia 2014.
  • Peter Dollinger, Hans-Jürgen Panitz, Denn sie kennen kein Erbarmen - Der Italowestern (2006), documentario. Prod.: Movieman Productions /ARTE in collaborazione con Norddeutscher Rundfunk (NDR) /Bayerischer Rundfunk (BR)/Goethe-Institut
  • Carlo Montanaro, Un ciak a Venezia (1981) - documentario sul backstage di Venezia, Carnevale, un amore, che ha accompagnato la visione del film durante il Carnevale di Venezia 2011 per il ciclo "Venezia e le eroine post-romantiche ottocentesche - Venezia Città delle Donne - da Senso a Sissi" curato da Gian Piero Brunetta

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Controllo di autorità VIAF: 90766223 LCCN: nr94041194