Mari (città)

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Se riscontri problemi nella visualizzazione dei caratteri, clicca qui.
Mari
Resti del palazzo reale di Mari del II millennio a.C.
Resti del palazzo reale di Mari del II millennio a.C.
Epoca IV millennio a.C. - II millennio a.C.
Localizzazione
Stato Siria Siria
Governatorato Governatorato di Deir el-Zor

Coordinate: 34°32′58″N 40°53′24″E / 34.549444°N 40.89°E34.549444; 40.89

Mari è stata una città mesopotamica, nata intorno alla fine del IV millennio a.C. sul medio corso del fiume Eufrate.

Fu un'importante città sumera nel III millennio a.C. e fiorì agli inizi del II millennio a.C. Fu distrutta dal re Hammurabi di Babilonia nel 1759 a.C.[1].

Il sito archeologico (Tell Hariri), contemporanea della Uruk oggi nella Siria, a circa 11 km dalla cittadina di Abou Kemal[1] (e a circa 10 km dalla frontiera con l'Iraq[senza fonte]), viene citato fra i più importanti reperti archeologici mesopotamici.[2]

Situazione geografica[modifica | modifica sorgente]

La città si apre nella valle dell'Eufrate, a valle di Deir el-Zor particolarmente ampia. La steppa arida (con una piovosità di circa 150 mm annui) venne resa coltivabile attraverso un'ampia rete di canali di irrigazione e di dighe, permettendo di sfruttare il fertile suolo alluvionale.

La rete di irrigazione, che favorisce inoltre le comunicazioni per via fluviale, si appoggia su un bacino di ritenuta che in inverno veniva alimentato dall'acqua piovana.

Alcune tavolette sembrano attestare che durante l'epoca amorrita le casse statali fossero alimentate dai forti dazi (circa il 20% del valore) imposti alle merci di passaggio. Mari fu tuttavia un centro commerciale principalmente terrestre, a causa della scarsa navigabilità dell'Eufrate poco più a valle.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Mari negli archivi di Ebla[modifica | modifica sorgente]

Le prime menzioni storiche della città compaiono in testi del XXIV secolo a.C. rinvenuti nel sito di Ebla: in quest'epoca i sovrani eblaiti sono tributari di Mari, ma conquisteranno in seguito l'indipendenza.

Questo primo periodo di fioritura di Mari si concluse con la conquista da parte del primo sovrano di Akkad, Sargon il Grande, che la distrusse intorno al 2330 a.C.

Gli šakkanakku[modifica | modifica sorgente]

Lo šakkanakku Puzur, (Musei archeologici di Istanbul, fine del III millennio a.C.)

Con la fine dell'impero accadico, nel XXIII secolo a.C. Mari ritorna all'indipendenza. Restano al potere i governatori militari insediati dai re accadici e conservano la titolatura sumera di šagin (in sumero) o šakkanakku (in accadico).

I re della terza dinastia di Ur, che dominano la Mesopotamia dalla fine del XXII secolo a.C., non intaccano l'indipendenza della città. In questo periodo abbiamo solo scarse fonti scritte, ma i resti archeologici ne testimoniano la prosperità.

Nel corso del XXI secolo a.C. la dinastia degli šakkanakku scomparve e il XX secolo a.C. sembra essere stato un periodo oscuro, nel corso del quale la città dovette vivere un momento difficile.

Epoca amorrea[modifica | modifica sorgente]

Disco iscritto del re Yakhdun-Lim (Museo del Louvre, 1800 a.C. circa)

Storia[modifica | modifica sorgente]

Yakhdun-Lim (regno 1810 a.C./1793 a.C.) è il primo re di Mari del periodo successivo ad essere ben conosciuto, mentre del padre, Yaggid-Lim, non si sa nulla. Si dedicò ad estendere il suo regno verso ovest, sottomettendo Terqa (Tell Ashara) e Tuttul (Tell Bi'a), e verso il fiume Khabur a nord, vincendo il re amorreo di Ekallatum, Samsi-Addu.

Si alleò quindi con Eshnunna (Tell Asmar) e venne per questo in conflitto con il re di Aleppo che per rappresaglia fomentò contro di lui una rivolta dei nomadi Benjaminiti. Il suo regno terminò con un colpo di Stato che portò sul trono il figlio, Sumu-Yamam.

Samsi-Addu, che era stato sconfitto da Yakhdun-Lim[senza fonte], invase il regno di Mari e intorno al 1782 a.C. vi pose sul trono il proprio giovane figlio Yasmakh-Addu, mantenendo tuttavia il controllo.[2] Yasmakh-Addu aveva preso in sposa la figlia del re di Qatna (Tell Mishrife) e fu ancora in rapporti tesi con il re di Aleppo Sumu-epukh.

Alla morte di Samsi-Addu nel 1775 a.C., un discendente della famiglia reale di Mari, Zimri-Lim, riuscì a riprendersi il trono di Mari con l'appoggio del re di Aleppo, del quale rimase alleato o vassallo.

Fu quindi in conflitto con il re di Eshnunna, che fomentò una rivolta dei Benjaminiti, i quali vennero però sconfitti. Si alleò quindi con il re di Elam contro Eshnunna, ma quando questa città cadde, l'Elam minacciò le posizioni di Mari nella regione del Khabur a nord.

Zimri-Lim si alleò dunque con il re di Babilonia, Hammurabi, che anch'egli aveva sostenuto in precedenza l'Elam. La coalizione formatasi contro l'Elam ne impedì le mire espansionistiche. In seguito aiutò Hammurabi a prendere Larsa, ma con la caduta di questa città Hammurabi rivolse i suoi interessi verso nord, minacciando le posizioni di Mari. I successivi avvenimenti non sono ben conosciuti, ma Mari venne presa e distrutta dai Babilonesi nel 1759 a.C.[1].

Organizzazione del regno[modifica | modifica sorgente]

Grazie agli archivi in tavolette di argilla rinvenuti negli archivi del palazzo reale, l'organizzazione del regno all'epoca di Zimri-Lim è ben conosciuta.

A capo del regno era il re (šarrum), coadiuvato da un visir che controllava l'economia del regno (šukkallum) e da un consiglio che lo assisteva nel prendere le decisioni (pirištum).

Tavoletta dell'archivio reale del re Zimri-Lim con la quale si ordina la costruzione di una ghiacciaia nella città di Terqa (Museo del Louvre, 1800 a.C. circa)

Il regno era suddiviso in quattro province, legate alle città di Mari, Terqa, Saggaratum e Qatturan, e al territorio di Suhum, con statuto particolare. A capo di ciascuna provincia era posto un governatore (šapitum), coadiuvato da un intendente (abu bītim), da un responsabile dei domini (ša sikkatim) e dal capo dei pascoli, che controllava le tribù nomadi (merhūm).

L'esercito riprendeva l'organizzazione del regno di Ur nel corso della terza dinastia di Ur. Era suddiviso in unità di dieci uomini (eširtum, comandata da un waklum) che potevano essere raggruppate per cinque (comandate da un laputtum) o per dieci (pirsum, comandata da un rab pirsim). Esistevano raggruppamenti di due o tre pirsum, con duecento o trecento soldati (comandati da un rabi amurrim) e infine un'armata di circa mille uomini (ummānum) era comandata da un generale (âlik pān ṣābim) che faceva parte dei grandi dignitari del regno. Esistevano inoltre diversi tipi di unità: guarnigioni cittadine (sāb birtim), guardia di palazzo (sāb bāb ekallim), un corpo di genieri (sāb tupšikkānim), e ancora corpi per spedizioni militari e corpi formati da etnie specifiche.

Sito archeologico[modifica | modifica sorgente]

Gli scavi delle rovine di Mari sono stati intrapresi a partire dal 1933 dall'archeologo francese André Parrot che, nelle sue ricerche durate oltre vent'anni, trovò l'archivio reale con circa ventimila tavolette d'argilla contenenti iscrizioni la cui decifrazione permise, tra l'altro, di datare più esattamente il periodo di regno di Hammurabi. Gli scavi furono poi ripresi nel 1979 da Jean-Claude Margueron. Nel corso di circa 40 campagne di scavo è stato scavato circa un quindicesimo dell'estensione totale del sito, di circa 110 ettari.

Mari I[modifica | modifica sorgente]

I primi livelli di occupazione del sito risalgono alla fine del IV millennio a.C. e la città acquisì poi importanza agli inizi del III millennio a.C.

A quest'epoca si deve la creazione della rete di irrigazione sulla riva destra dell'Eufrate, che permetteva la coltivazione della valle.

Secondo Jean-Claude Margueron, direttore degli scavi dal 1979, apparterrebbe a quest'epoca anche lo scavo di un canale di circa 120 km di lunghezza che collegava il fiume Eufrate al fiume Khabur, a circa 10 km a valle di Mari. Secondo altri invece, poiché non viene citato in nessuna delle fonti antiche, sarebbe una realizzazione molto più tarda.

La città venne fondata ad una certa distanza dal fiume, per evitare il pericolo di inondazioni, e per lo stesso motivo era circondata da una diga di contenimento. Un canale permetteva l'approvvigionamento d'acqua e l'accesso al porto della città.

Le difese erano assicurate da una cinta di mura di 1.300 m di diametro, ma della città si sono rinvenute solo alcune case, in quanto gran parte di essa è ricoperta dai livelli successivi. Gli oggetti in bronzo rinvenuti testimoniano lo sviluppo della metallurgia.

Mari II[modifica | modifica sorgente]

Sigillo rinvenuto a Mari della metà del III millennio a.C.

Per ragioni sconosciute la città perse di importanza per riacquistarla poi a metà del III millennio a.C.

A quest'epoca risale un tempio dedicato alla dea Ištar, rimesso in luce nella parte ovest del tell principale.

Altri templi sono stati rimessi in luce nella zona centrale, dedicati a divinità del pantheon sumero (Ninhursag, Šamaš, il re divinizzato Ninni-Zaza e ancora Ištar (Ishtarat) e forse Dagon), a cui si aggiunge il "Massiccio rosso", un'alta terrazza che doveva anch'essa sostenere un tempio. Non è stato invece identificato il tempio, noto dai documenti, dedicato a Itur-Mêr, divinità tutelare della città.

Accanto ai templi si collocava il "Recinto sacro", nel sito che in seguito sarebbe stato occupato dal palazzo reale del II millennio, costituito da numerosi piccoli ambienti che circondano uno spazio centrale. Nei pressi si trovava il primo palazzo ("palazzo presargonide"), anch'esso poi ricoperto dal palazzo reale successivo. Sono state rimesse in luce anche alcune abitazioni e statue e oggetti preziosi.

La distruzione della città fu probabilmente dovuta ad una ritorsione del re accadico Naram-Sin nel XXIII secolo a.C. contro la città che si era ribellata.

Mari III[modifica | modifica sorgente]

Leone in rame proveniente dal "Tempio dei leoni" di Mari (Museo del Louvre, II millennio a.C.)

All'epoca dei šakkanakku la città fu ampiamente rinnovata. Venne costruito una grande cinta in mattoni crudi e fu costruito un nuovo palazzo reale, che comprendeva all'interno il "Recinto sacro" dell'epoca precedente. Un secondo palazzo ospitava i membri della famiglia reale o la residenza del re stesso. Grandi ipogei sotterranei dovevano ospitare le tombe reali, saccheggiate in seguito. Vennero rinnovati alcuni dei templi e fu costruito su un'alta terrazza il "Tempio dei leoni".

Le ultime fasi[modifica | modifica sorgente]

Dopo la distruzione babilonese, Mari diviene una piccola borgata priva di importanza, in seguito allo spostamento delle rotte commerciali, che incominciarono ad evitare il medio corso dell'Eufrate, la cui valle perse di importanza.[1]

Il sito venne definitivamente abbandonato in epoca seleucide.

Palazzo reale del II millennio a.C.[modifica | modifica sorgente]

Corridoio del palazzo reale di Mari.

Considerato uno dei capolavori dell'architettura antica orientale[3] ed all'epoca una delle meraviglie del mondo,[1] il palazzo reale (noto anche come palazzo di Zimri-Lim)[3] costituisce il monumento più imponente della città. Fu costantemente rinnovato fino alla distruzione babilonese del 1759 a.C.[3] e i livelli meglio conosciuti sono quelli immediatamente precedenti alla rovina, legati al regno di Zimri-Lim.[senza fonte]

Il suo stato di conservazione era ottimo al momento della scoperta, ma l'esposizione agli agenti atmosferici ne ha accelerato il degrado, come per gli altri edifici di Mari.[senza fonte]

Copre circa 3 ettari, con circa 300 ambienti o cortili al piano terra ((e in origine aveva anche un secondo piano, raggiungendo un numero di circa 550 ambienti di diversa ampiezza.)) Era un insieme perfettamente organizzato in unità funzionali, ben delimitate architettonicamente e servite da grandi cortili: scuderie, magazzini, uffici amministrativi, alloggi per il personale, cucine. Questo insieme permetteva di assicurare la sicurezza del re e lo svolgimento dei compiti di amministrazione del regno. Non vi erano invece ospitate officine artigianali.[1][3]

Il palazzo comprendeva spazi sacri e un luogo di culto della dea Ištar e, nella parte occidentale, sale di rappresentanza ufficiali, con il "Cortile del palmeto" e sul lato orientale una "Sala del trono" di 25 m x 11 m, alta almeno 12 m. Al di sopra di ambienti adibiti a magazzino erano gli appartamenti reali, mentre un edificio separato ("Casa delle donne") ospitava probabilmente le mogli e le concubine reali.[1]

I tetti potevano essere utilizzati come posti di sorveglianza in tempo di guerra, mentre in tempo di pace erano adoperati come luoghi dove prendere fresco.[1]

Una delle maggiori testimonianze del palazzo includono le pitture murali, ritrovate nella sala delle udienze e nel cortile interno dell'edificio.[3]

Dall'edificio sono state ritrovate all'incirca 25.000 tavolette cuneiformi e molte statue.[1]

Tempio di Ištar[modifica | modifica sorgente]

Statua dell'intendente reale Ebih-Il, rinvenuta nel tempio di Ištar

Il tempio dedicato alla dea Ištar, nella zona occidentale del tell, fu continuamente ricostruito sullo stesso luogo, a partire dalle prime fasi della storia della città. La sovrapposizione degli strati archeologici relativi alle diverse fasi dell'edificio raggiunge uno spessore di 6 m. È possibile che i successivi templi siano rimasti in uso per circa sei secoli.

Un primo edificio sacro è quasi sconosciuto, essendo stato obliterato dalle costruzioni successive. Successivamente venne costruito un tempio monumentale (area di circa 26 m x 25 m) su fondamenta in blocchi di alabastro.

Nella fase successiva il complesso sacro comprendeva un sacello sul lato occidentale e una casa per i sacerdoti su quello orientale; un podio a forma di barca inglobava ceramiche votive. Il tempio vero e proprio fu quindi ospitato in una semplice cella rettangolare di 9 m x7 m, i cui muri erano spessi non meno di 3 m.

Per le fasi successive furono rinvenute negli scavi tracce di resti combusti di sacrifici e una statua dedicata alla dea dal re "Lamgi-Mari", che si definiva "grande governatore del dio Enlil". Nel cortile del tempio si rinvenne inoltre una statuetta dell'intendente Ebih-Il, in gesso, con inserti di lapislazzuli e conchiglia.

L'archivio di Mari[modifica | modifica sorgente]

L'archivio del palazzo reale di Mari fu scoperto dagli archeologi francesi negli anni trenta ed oggi la maggior parte di esso è stata pubblicata [4] [5] [6] [7]. Si tratta di più di 25.000 tavolette di argilla scritte in lingua accadica. Questa era la lingua ufficiale dello stato, tuttavia i nomi propri e qualche indizio sintattico ci mostrano che la lingua comunemente parlata a Mari era una lingua semitica occidentale. Quasi tutte le tavolette risalgono agli ultimi cinquant'anni di indipendenza di Mari (ca. 1800 – 1750 a.C.).

Esse costituiscono l'archivio di stato del regno di Mari e ci forniscono informazioni circa le istituzioni e le tradizioni del regno ed inoltre ci resituiscono i nomi delle persone che vissero in quel tempo. Più di ottomila tavolette sono rappresentate da lettere, le altre consistono in documenti amministrativi, giudiziari e contabili. La scoperta degli archivi ha portato ad una completa revisione della cronologia del Vicino Oriente antico nell'epoca che precede il primo impero babilonese, ed ha fornito più di cinquecento nomi di località tanto da ridisegnare la carta geografica della prima metà del secondo millennio a.C.[8].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g h i André Parrot, I Sumeri, Feltrinelli, 1960, pp. 254-261, 282.
  2. ^ a b André Parrot, Gli Assiri, Feltrinelli, 1963, pp. 2, 327.
  3. ^ a b c d e Seton Lloyd, Hans Wolfgang Müller, Architettura delle origini, Electa Editrice, 1980, pp. 23-25.
  4. ^ André Parrot, Les Fouilles de Mari. Deuxième campagne (hiver 1934-35), Syria, T. 17, Fasc. 1, pp. 1-31, 1936
  5. ^ André Parrot, Les fouilles de Mari. Première campagne (hiver 1933-34). Rapport préliminaire, Syria, T. 16, Fasc. 1, pp. 1-28, 1935
  6. ^ André Parrot, Les Fouilles de Mari. Septiéme Campagne (Hiver 1951–1952), Syria, T. 29, Fasc. 3/4, pp. 183-203, 1952
  7. ^ André Parrot, Les fouilles de Mari: Douzième campagne (Automne 1961), Syria, T. 39, Fasc. 3/4, pp. 151-179, 1962
  8. ^ Jack M. Sasson, The King and I a Mari King in Changing Perceptions in Journal of the American Oriental Society, vol. 118, nº 4, American Oriental Society, October–December 1998, pp. 453–470, DOI:10.2307/604782, JSTOR 604782.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • André Parrot, Mission archéologique de Mari, 4 volumi, Geuthner, Parigi 1958-1968.
  • Jean-Claude Margueron, Recherches sur les palais mésopotamiens de l'âge du bronze, Paris 1982.
  • Jean-Marie Durand, Le document épistolaires du palais de Mari, 3 volumi, Le Cerf, LAPO, Paris 1997, 1998 e 2000.
  • Nele Ziegler, Dominique Charpin, Mari et le Proche-Orient à l’époque amorrite. Essai d’histoire politique (Florilegium. Marianum V), Paris, 2003.
  • Jean-Claude Margueron, Mari: métropole de l'Euphrate au IIe et au début du IIe millénaire av. J.-C., ERC, 2004.
  • Collana Archives Royales de Mari. Transcription et traduction (ARMT): pubblicazione dei testi cuneiformi provenienti dall'archivio del palazzo reale di Mari.
  • Rivista Mari. Annales des recherches interdisciplinaires (MARI), consacrata in primo luogo alle ricerche archeologiche sulla città.
  • Collana Florilegium Marianum.

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]