Mare interno occidentale

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Mare interno occidentale durante il Cretacico intermedio, circa 100 milioni di anni BP

Il canale interno occidentale o, considerate le sue dimensioni, mare interno occidentale (anche detto canale cretacico, mare di Niobrara e mare interno del Nord America) era un vasto mare interno che divideva il continente del Nord America in due parti durante la maggior parte del periodo intermedio e tardo del Cretacico.

Origine e geologia[modifica | modifica sorgente]

Una concrezione spezzata con dentro dei fossili; a Pierre Shale del tardo Cretacico vicino Ekalaka, Montana.

Il canale (mare) venne a crearsi poiché placche tettoniche, la Farallon e quella Nord americana[1] entrarono in collisione, facendo innalzare le Montagne Rocciose per formare l'ovest del Nord America e la creazione di una depressione o bacino dell'avanpaese (Foreland basin) nell'area centrale del Nord America. Questa depressione e gli alti livelli marini eustatici esistenti durante il Cretacico permise alle acque dell'Oceano Artico a nord e del Golfo del Messico a sud di incontrarsi e inondare i bassopiani centrali, formando un mare che trasgrediva (cresceva) e regrediva nel corso del periodo Cretacico.

La fase più antica del Canale iniziò nel Cretaceo intermedio, quando un braccio del'Oceano Artico trasgredì verso sud per tutta l'area occidentale del Nord America; questo formò il Mar Mowry, cosiddetto dal Mowry Shale, una caratteristica formazione rocciosa ricca di Scisto bituminoso.[2] A sud, il Golfo del Messico era un'estensione dell'Oceano Tetide, il quale si incontrava con il Mar Mowry nel tardo Cretacico, formando il canale (mare) "completo".[2]

Nella sua massima grandezza, il Mare interno occidentale si estendeva dalle montagne Rocciose (Rockies) agli Appalachi ad est, per circa 1000 km. La sua profondità può essere stata solo 800 o 900 metri, basso comunque come mare. Due grandi bacini imbriferi continentali facevano defluire le loro acque dentro di esso da est e da ovest, diluendolo e portando risorse nel silt eroso che formava, spostando i sistemi di delta lungo le sue coste poco elevate. Ci fu poca sedimentazione sulle rive orientali del Canale; il confine occidentale tuttavia, consiste di uno spesso cuneo di sedimenti clastici erosi verso est dalla cintura orogenetica di Sevier.[2][3] La riva occidentale fu di conseguenza altamente variabile, secondo le variazioni del livello marino e il rifornimento dei sedimenti.[2]

L'estesa sedimentazione di rocce carbonatiche suggerisce che il Canale fosse caldo e tropicale, con abbondanti alghe calcaree.[4] Rudy Slingerland della Penn State University con il computer ha modellato un movimento circolare in senso antiorario per il Canale Cretaceo, con acque più fredde fluenti verso sud lungo il litorale orientale del Wyoming e Colorado.

Alla fine del Cretaceo continuando l'innalzamento in un episodio di formazione orogenetica chiamato orogenesi Laramide venne a sollevarsi il banco di sabbia (arenaria) e le melmose lagune salmastre (scisto), le sequenze spesse di silt ed arenarie ancora viste oggi come la Formazione Laramie, mentre i bacini poco elevati tra loro gradualmente sprofondarono. Il canale interno occidentale si divise attraverso i Dakota (sud e nord) e arretrò a sud verso il Golfo del Messico. Questa fase contratta, regressiva del Mare interno occidentale viene talvolta chiamata Canale di Pierre.

Durante il primo Paleocene, parti del Mare interno occidentale (acque marine) occupavano ancora le aree dell'insenatura del Mississippi, sommergendo il sito dell'attuale Memphis. Successivamente la trasgressione tuttavia, venne associata con la sequenza Tejas del Cenozoico, piuttosto che con il precedente evento responsabile del Canale.

Fauna[modifica | modifica sorgente]

Inoceramus del Cretacico nel Sud Dakota.

Il canale interno occidentale era un mare poco profondo, pieno di abbondante vita marina. Gli abitanti del Mare Interno comprendevano i rettili marini predatori, i più grandi animali del mare cretacico: i mosasauridi che crescevano fino a 18 metri in lunghezza, ittiosauri (un esemplare proveniente da Pink Mountain nella Columbia Britannica è attualmente il più grande esemplare di ittiosauro mai trovato [senza fonte]). Altri abitatori dell'ambiente marino includevano squali, come lo Squalicorax, e pesci ossei superiori incluso il Pachyrhizodus, Enchodus, e il massiccio Xiphactinus lungo 5 metri, un pesce più grande degli attuali pesci ossei. Nella vita marina di allora c'erano gli invertebrati come molluschi, ammoniti, belemniti (simili al calamaro), e il plancton incluso i coccolitofori che secernevano le piastrine calcaree le quali danno proprio il nome al Cretacico, i foraminiferi e radiolari.

Una Cretoxyrhina e due Squalicorax che vanno intorno a un Claosaurus morto nel Mare interno occidentale

Il mare interno occidentale fu anche l'habitat dei primi uccelli, inclusi gli Hesperornis (incapaci di volare) i quali avevano robuste gambe per nuotare nell'acqua e piccole appendici simili ad ali usate come timone marino piuttosto che per volare; e l'Ichthyornis simile alla sterna, un primo aviario con un becco mostrante tutti i denti.

Sul fondo marino la vongola gigante Inoceramus ha lasciato comuni conchiglie fossilizzate a Pierre Shale. La vongola aveva una spessa conchiglia ricoperta di "prismi" di calcite depositati perpendicolarmente alla superficie, che le davano una lucentezza perlacea in vita. I paleontologi suggeriscono che la dimensione gigante era un adattamento alla vita nelle acque degli oscuri fondali, dove proporzionalmente una grande area branchiale avrebbe permesso all'animale di sostentarsi nelle acque povere di ossigeno.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Oggi le due placche sono saldate nella placca nord americana
  2. ^ a b c d (EN) Stanley, Steven M. Earth System History. New York: W.H. Freeman and Company, 1999. ISBN 0-7167-2882-6 pp. 487-9
  3. ^ Monroe, James S., e Reed Wicander. Il mutamento della Terra: Geologia eslporativa ed evoluzione, 2a ed. Belmont: West Publishing Company, 1997. ISBN 0-314-09577-2 p. 610
  4. ^ Oceans of Kansas Paleontology, Mike Everhart. URL consultato il 06-02-2007.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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