Machiavellismo

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Copertina de Il Principe (ed. 1550)

Il machiavellismo è un termine della letteratura politica nato da un'alterata interpretazione della dottrina politica che Niccolò Machiavelli espresse in particolare nei capitoli XV-XVIII del Il Principe. La manipolazione del pensiero di Machiavelli ha inizio nella seconda metà secolo XVI da parte di autori [1] che indicano con la parola "machiavellismo" l'arte di governare ispirata a un puro utilitarismo in base al quale il governante, indipendentemente da ogni considerazione di carattere morale, si serve di ogni opportuno espediente, anche il più subdolo o spietato, pur di raggiungere il proprio fine [2] così come recita il detto attribuito a Machiavelli, ma da lui mai pronunciato, «il fine giustifica i mezzi» [3]

L'antimachiavellismo e il repubblicanesimo[modifica | modifica sorgente]

(LA)
« Quam execrandi Machiavelli discursus et institutio sui Principis [4] »
(IT)
« Quanto siano esecrabili i discorsi dei Machiavelli e la figura del Principe »

Il termine, entrato anche nel linguaggio comune come «sinonimo di opportunismo politico.»[5], ha una connotazione negativa tale per cui sarebbe più adeguato parlare di "antimachiavellismo" per significare il travisamento e l'ostilità preconcetta al pensiero politico machiavellico che ritroviamo negli scritti di autori protestanti e cattolici: ad esempio il cardinale inglese l'erasmiano Reginald Pole secondo il quale il ministro del re, Thomas Cromwell aveva trovato nel Principe il modello della sua politica antiecclesiastica e priva di scrupoli e il domenicano Ambrogio Catarino Politi (1552) accusano Machiavelli di ateismo presentandolo come un precettore di violenza, di frode, di empietà (Apologia, 1535); il vescovo portoghese Girolamo Osorio giudica Machiavelli un pagano poiché avvilisce la virtù cristiana degli umili e esalta invece l'areté pagana, laica e terrena (De nobilitate civili et christiana, 1542). Giudizi simili esprimono l’ugonotto Innocent Gentillet (Contre Nicolas Machiavel, 1576) [6], il gesuita Antonio Possevino (Iudicium ... de Nicolao Machiavello, 1592) e Tommaso Campanella (Città del Sole, 1602; Atheismus triumphatus, 1607)[7]

Nel 1559 papa Paolo IV include le opere del Machiavelli nel terzo Indice dei libri proibiti dove tuttora permane.[8]

La deformazione del malinteso pensiero di Machiavelli raggiungerà l'apice con l'Antimachiavel (1739-1740) di Federico di Prussia, opera a cui metterà mano Voltaire dandole maggiore rilevanza. Infine Immanuel Kant nel suo saggio Per la pace perpetua. Un progetto filosofico (1795) teorizzerà l'antimachiavellismo con la subordinazione della politica ai superiori valori morali.

Mentre secondo questa corrente interpretativa Machiavelli avrebbe dato un'impropria dignità politica al regime tirannico per altri autori, da Baruch Spinoza sino a Jean Jacques Rousseau e poi a Vittorio Alfieri e a Ugo Foscolo, il machiavellismo si identificherebbe con il repubblicanesimo e sarebbe quindi espressione di ideali di libertà. Machiavelli cioè, nel descrivere la politica del Principe, avrebbe voluto rivelare ai popoli la sopraffazione e la violenza del potere politico mostrando loro, per contrasto, il valore della libertà. Per Spinoza [9] Machiavelli ha insegnato ai popoli come debbano diffidare dal consegnare il potere politico ad un solo uomo. Denis Diderot [10] interpreta il Principe come una satira del tiranno e Rousseau vede nella stessa opera «il libro dei repubblicani», dove Machiavelli, «fingendo di dare lezioni ai re, ne ha date di grandi ai popoli» [11].

Il machiavellismo nel secolo XIX[modifica | modifica sorgente]

« ...di non aver mirato ad altro, in quel libro, che a condurre il tiranno a precipitosa rovina, allettandolo con precetti a lui graditi...[12] »

Una completa rivalutazione della teoria politica di Machiavelli compare nel pensiero hegeliano che, rifacendosi all'ambiente storico in cui è stata composto Il Principe, contesta quegli autori antimachiavellici che vi hanno visto la consacrazione del potere tirannico: «è sommamente irrazionale il trattare l’esecuzione di un’idea che è sorta immediatamente dall’osservazione della situazione dell’Italia come un compendio di principi politico-morali onnivalente, per tutte le circostanze, cioè adatto a nessuna situazione specifica. Si deve giungere alla lettura del Principe immediatamente dalla storia dei secoli trascorsi prima di Machiavelli, con l’impressione che questa ci ha dato; esso così non solo viene giustificato, ma apparirà come una concezione sommamente grande e vera di una autentica mente politica di grandissimo e nobilissimo sentire» [13].

L'azione politica del Principe, osserva Hegel, è infatti tutta diretta a realizzare lo scopo primario della fondazione dello Stato in una situazione politica italiana caratterizzata dalla frammentazione della penisola in cinque grandi stati in lotta tra loro dove chiunque di essi tentasse un'unificazione si trovava a dover superare la forte opposizione che la Chiesa cattolica, che voleva restare arbitra della sua autonomia, metteva in campo nei confronti di qualsiasi progetto unitario.

In queste condizioni il fine realistico e sommamente morale di unire il popolo in uno stato deve essere considerato primario e ogni valutazione negativa sui mezzi per realizzarlo deve essere messo da parte poiché «le membra cancrenose non possono esser curate con l’acqua di lavanda».[14]

Sulla stessa linea critica Francesco De Sanctis, che pure ritiene eccessivo il potere che Machiavelli attribuisce al Principe, giudica il pensiero di Machiavelli come un alto insegnamento delle caratteristiche che deve avere lo Stato moderno dove siano nettamente separati il potere temporale da quello spirituale della Chiesa.

Il machiavellismo nel secolo XX[modifica | modifica sorgente]

Lo stesso giudizio di modernità del pensiero di Machiavelli si ritrova in Benedetto Croce e in Friedrich Meinecke: per il primo Machiavelli ha intuito per primo il nesso dei distinti nella circolarità dei gradi dello Spirito, l'autonomia cioè e la distinzione della politica (che rientra nella sfera dell'economia agendo per il conseguimento di fini particolari) dalla morale (ispirata dalla realizzazione di fini universali). Per Meinecke grande merito di Machiavelli è aver rafforzato l'idea della "ragion di stato" come regola normale dell'azione politica.

Per il pensiero marxista Antonio Gramsci vede la spregiudicata azione politica del Principe, espressione della volontà popolare, giustificata dall'ambiente storico in cui si sarebbe dovuta realizzare e trova analogie con la politica perseguita da quel principe moderno che è il partito comunista.

Al di fuori di ogni schema è l'apprezzamento di Friedrich Nietzsche per il Principe, l'espressione di quell'oltreuomo capace di superare ogni morale tradizionale e quell'entusiasta spirito rinascimentale del «sì alla vita».

Infine spassionatamente realistica compare ancora nel '900 l'analisi di Raymond Aron secondo il quale : «Il Machiavellismo è lo sforzo di portare alla luce le ipocrisie della commedia sociale, di cogliere i sentimenti che fanno veramente muovere gli uomini, di catturare i conflitti autentici che costituiscono il tessuto del divenire storico, di dare una visione di ciò che è realmente la società, spogliata da tutte le illusioni.»[15].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Dizionario di Storia Treccani alla voce corrispondente
  2. ^ Sapere.it alla voce corrispondente.
  3. ^ Gianfranco Pasquino in Enciclopedia Treccani alla voce corrispondente
  4. ^ Nell'elenco (1552) dei libri dannosi per i cristiani di Ambrogio Catarino Politi, uno dei protagonisti del Concilio tridentino.
  5. ^ Giulio Ferroni, Machiavelli contro i machiavellici
  6. ^ Quest'opera, conosciuta anche come l'Anti-Machiavel apparve anonima nel 1576 senza luogo di stampa né nota tipografica: solo dopo diverse stampe successive, nel 1585 comparve il nome del suo autore. Gentillet rappresentò una delle prime voci (insieme a François Hotman) dell'antimachiavellismo, che in Francia si sviluppò soprattutto in polemica con una spregiudicata pratica di governo priva di scrupoli morali. Una simile lettura riduttiva dell'opera di Machiavelli era dettata anche dalla preoccupazione dei tradizionalisti giuristi francesi di vedersi soppiantati nei favori della corte francese di Caterina de' Medici dai machiavellici fuoriusciti italiani come Jacopo Corbinelli. Il nesso tra "machiavellici" e "italiani" serviva a rivendicare un modo francese di pensare alla politica, rispettoso della tradizione giuridica. A seguito del clamore che seguì a questa netta presa di posizione, Gentillet nel maggio del 1576 pubblicò una Declaration de l'auteur des discours contre Machiavel, pour satisfaire aux plaintifs d'aucuns Italiens, in cui il giurista smentiva di essere stato mosso da risentimento contro la nazione italiana, ma che intendeva arginare quelle idee originate dal Machiavelli che si mostravano come sovvertitrici degli ordini costituiti e che erano estranee alla antica tradizione giuridica nazionale.
  7. ^ Dizionario di filosofia Treccani (2009) alla voce corrispondente
  8. ^ Il 'Principe' di Machiavelli compie 500 anni
  9. ^ B. Spinoza, Tractatus theologico politicua, V, 7
  10. ^ Diderot è stato il probabile autore della voce "machiavellismo" nell'Encyclopédie (In Dizionario di filosofia Treccani alla voce corrispondente)
  11. ^ J.J. Rousseau, Contratto sociale, III, 6
  12. ^ N.Machiavelli, Niccolò Machiavelli, Periodici Mondadori, 1968 p.128
  13. ^ Hegel, Costituzione della Germania (post., 1893)
  14. ^ Riferito a Hegel in Dizionario di filosofia Treccani alla voce corrispondente
  15. ^ Raymond Aron, in Les Etapes de la pensée sociologique (trad. it. Le tappe del pensiero sociologico)

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]