Luciano Liboni
Luciano Liboni, detto il Lupo[1] (Montefalco, 6 maggio 1957 – Roma, 31 luglio 2004), è stato un criminale italiano, noto per la spettacolare chiusura della sua lunga latitanza. Nell'estate 2004 egli si rese infatti protagonista di una fuga disperata per l'Italia centrale; la vicenda attrasse l'attenzione dei media e fu seguita istante per istante fino alla drammatica conclusione.
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Biografia [modifica]
La vita precedente [modifica]
Luciano Liboni ha una carriera da criminale comune e una vita da bandito quasi sempre alla macchia. Primo di sette figli, cresciuto in condizioni malsane,[2] nasce a Montefalco, in provincia di Perugia, e trascorre qui i primi anni mostrando subito un carattere problematico. La cattiva condotta scolastica evolve presto in condotta delittuosa. Il giovane Luciano si rende, così, responsabile di rissa e furto aggravato, conoscendo perciò il carcere minorile a Firenze. Già in questa prima occasione, Liboni è tutt'altro che facile alla resa, e costringe le forze dell'ordine a uno snervante inseguimento.[3]
Esercita in realtà un mestiere, quello di falegname, ma è isolato e preferisce la strada del crimine. Intraprende con una donna di Foligno una relazione che però fallisce a causa della sua violenza e incapacità di cambiare vita. Lasciata la madre a Montefalco, il Lupo - così chiamato per il carattere scostante e asociale - si specializza in furti di opere d'arte: nel 1990 è sospettato di averne trafugate in Umbria, Toscana e Lazio.[4] Non disprezza però le rapine alle poste e non rinuncia a maneggiare armi da fuoco. Per sfuggire all'arresto ripara spesso e a lungo in luoghi selvatici, vivendo di quel che trova: ciò gli merita, oltre a quello di Lupo, l'appellativo di Cinghiale.[3]
La latitanza [modifica]
L'anno 2002 segna nella vita di Liboni la svolta che condurrà al tragico epilogo. Il 19 febbraio, alla guida di una Polo bianca, transita di fronte all'auto del benzinaio tudertino Fausto Gentili. Questi riconosce subito la vettura, che è stata rubata a una conoscente: avverte allora la polizia e si mette alle calcagna di Liboni. Ma il Lupo è armato e, vedendosi raggiunto, gli esplode addosso un colpo che lo ferisce al capo, sfiorando anche la compagna che era a bordo insieme alla figlia dell'uomo.[4]
Liboni è ormai ricercato per tentato omicidio. Inizia una latitanza senza tregua, costellata di reazioni armate: il Lupo non vuole tornare in carcere e diventa estremamente pericoloso. Per mantenersi rapina banche e poste. In marzo, dopo aver forzato l'alt della Finanza a Civitavecchia, fa fuoco contro i militari; l'indomani sequestra un automobilista per farsi condurre a Roma, dove sparisce. Ancora nella capitale, il luglio seguente, spara a un carabiniere che gli chiede i documenti, e lo colpisce in modo non grave. Determinato a non farsi prendere, Liboni espatria: nel dicembre 2003 le autorità ceche individuano infatti a Praga un uomo in possesso di documenti falsi. È lui. Va in carcere per quattro mesi, ma esce prima che l'Interpol avverta la polizia italiana.[4]
Il caso [modifica]
Il 21 luglio 2004 Liboni viene ricoverato all'ospedale di San Piero in Bagno con un documento falso che reca il nome di Franco Franchini. Ha una frattura del setto nasale ed è ferito alla mano. Dichiara di essersi procurato queste lesioni in un incidente di moto presso Sarsina.[4][5] Dopo una notte di degenza, si fa dimettere e si reca a Pereto di Sant'Agata Feltria, fermandosi in un bar dal quale telefona verso lo Sri Lanka.[6] Nell'esercizio entra però casualmente l'appuntato Alessandro Giorgioni, che gli chiede i documenti. Per tutta risposta il Lupo lo attira fuori dal bar e lo uccide a sangue freddo sparandogli al collo e al cuore.[7] Fuggendo, Liboni imbocca la Tiberina in direzione di Terni. Viene avvistato in un'area di servizio presso Canili di Verghereto.[4]
La morte di Giorgioni, resa nota dai media, desta emozione e scatena una serrata caccia: Liboni è stato infatti riconosciuto dalla titolare del bar e da un avventore grazie a una foto segnaletica.[7] Le ricerche investono molte regioni dell'Italia centrale, particolarmente Umbria, Lazio e Abruzzo. È segnalato a Roma, dove anche alla stazione Termini spara contro alcuni agenti di polizia, e dove viene ritrovata la Yamaha rubata con la quale è fuggito. Dopo lo scontro a fuoco, commette un nuovo sequestro e scompare di nuovo. Il prefetto Achille Serra avverte che si tratta di un uomo particolarmente pericoloso perché disperato: egli sa infatti di essere malato di AIDS,[6] prossimo a morte,[8] e sembra aver iniziato a uccidere proprio dopo averlo appreso.[6]
Trascorsi vari giorni nella capitale, apparentemente tra vagabondi e senzatetto, il 31 luglio viene ancora riconosciuto dai vigili urbani, che lo segnalano alle forze dell'ordine. Al Circo Massimo, sentendosi ormai in trappola, il Lupo prende in ostaggio una turista francese e apre nuovamente il fuoco sui carabinieri. I militari rispondono e lo feriscono gravemente al capo, poi lo ammanettano.[2] Liboni però non sembra voler arrendersi, al punto che tenta di recuperare la pistola e mena calci contro i barellieri durante il trasporto al San Giovanni. Quando l'ambulanza giunge in ospedale, il Lupo è già morto.[1]
Viene sepolto nel cimitero di Montefalco, vicino al padre e a un fratello, dopo un funerale privato. Durante le esequie, la sorella Giovanna accusa i giornalisti, accorsi al rito funebre nonostante la forma privata, di speculare sulla disgrazia di una famiglia.[9]
Impatto del caso Liboni [modifica]
Se l'omicidio di Alessandro Giorgioni, di 36 anni, coniugato e padre di un bambino, acquista il sapore di un'esecuzione spietata e suscita commozione,[7] l'opinione pubblica italiana scopre durante il caso Liboni anche il rovescio della medaglia. L'uomo asociale, violento, trasandato, incallito nel crimine, malato e infine disperato assassino riceve nei giorni della sua fuga anonimi plausi, in iscrizioni apparse sui muri di alcune città. Vengono coniati giochi di parole come "Un mercoledì da Liboni", e colpiscono attestazioni di stima quali "Luciano Liboni, il padre che non ho mai avuto" o "Meno spioni, più Liboni"".[10]
Il caso Liboni dà a Stefano Calvagna l'ispirazione per un film, Il lupo (2007), con Massimo Bonetti nel ruolo del ricercato. Calvagna dichiara di non voler mitizzare né demonizzare Liboni, ma afferma apertamente - e criticamente verso la concessione dell'indulto nel 2006 - di vedere nel Lupo la vittima da riabilitare di una spietata caccia all'uomo.[11] Il film è romanzato in un senso assai duro nei confronti dei carabinieri, e desta numerose polemiche, inclusa la reazione della vedova Giorgioni.[12] [13]
La costruzione sociale del Lupo come al tempo stesso essere ferino, mostro e antieroe è uno degli aspetti più importanti della vicenda di Liboni. Sul piano dell'immaginario collettivo il Lupo sembra svolgere funzioni complesse: contenitore di proiezioni, capro espiatorio di tensioni sociali e psicologico-sociali, realizzatore di desideri negati, incarnazione di una sfida al potere impossibile per il cittadino comune, e dunque delegata al marginale e al mostro.[14]
Il rapper "Ted Bee", componente della Dogo Gang, dedica a Liboni la canzone "Lupo Solitario".
La figura di Luciano Liboni viene anche citata nel romanzo di Tommaso Giagni "L'estraneo" (Einaudi, 2012).
Note [modifica]
- ^ a b Roma, è morto Luciano Liboni dopo una sparatoria per strada, La Repubblica, 31 luglio 2004. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ a b Francesco Albanese. Un mercoledì da Liboni. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ a b La follia del bandito solitario. Ma ormai è alla fine della corsa, La Repubblica, 25 luglio 2004. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ a b c d e Scheda: chi è Luciano Liboni, Corriere della Sera, 7 luglio 2004. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ La telefonata, i pranzi in trattoria. I suoi giorni a Roma da fuggiasco, Corriere della Sera, 1 agosto 2004. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ a b c La fuga disperata dell' assassino «Ha scoperto di essere malato», 25 luglio 2004. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ a b c Carabiniere ucciso da un ricercato, La Repubblica, 23 luglio 2004. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ Ancora in fuga il killer Liboni. Prefetto Serra: "Non si farà prendere vivo", Rai News 24, 25 luglio 2004. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ Liboni, i funerali a Montefalco. La sorella: "Giornalisti, vergogna", La Repubblica, 6 agosto 2004. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ Luciano Liboni segnalato nel Casertano, 26 luglio 2004. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ Stefano Calvagna presenta "Il lupo". Un film su Liboni e la fine di un bandito, La Repubblica, 15 marzo 2007. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ Roma, sparano alle gambe al regista Calvagna, Corriere della Sera, 18 febbraio 2009. URL consultato in data 22 aprile 2009.
- ^ Sette colpi di pistola al regista Calvagna, Il Tempo, 18 febbraio 2009. URL consultato in data 13 gennaio 2011.
- ^ Lupus in lectore. Archeologia di Luciano Liboni come anti-eroe
Voci correlate [modifica]
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