Liside

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Liside o Lisi (Taranto, 388 a.C. circa – Tebe, ...) è stato un filosofo greco antico della scuola pitagorica.

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Fece parte della scuola dei pitagorici e scampò all'incendio provocato dai seguaci di Cilone di Crotone in cui perirono i migliori pitagorici del luogo. Cilone era per nascita, per fama e per ricchezza uno dei primi cittadini di Crotone, ma era anche aspro, violento e di carattere tirannico. Essendo stato respinto dai pitagorici per questi motivi, aveva intrapreso contro di loro una guerra spietata, culminata con l'incendio della casa di Milone. Il delitto rimase impunito e i pitagorici smisero di occuparsi di affari pubblici, delusi dall’inerzia delle popolazioni che non punirono gli autori di tale misfatto. Insieme ad Archippo si rifugiò allora a Tebe, dove fu precettore di Epaminonda e maestro di suo figlio Polimide. Scrisse molte epistole: De istitutione, De Civilitate, De Natura, che vengono di solito attribuite al suo maestro Pitagora. Fu un uomo assai taciturno ma sempre applicato nello studio e nella contemplazione. Spintaro, un suo discepolo, lo descrive così: "Nel mondo non c'è nessuno che più sapesse e meno parlasse di Lisi". Di lui hanno scritto Pausania, Plutarco, Diogene Laerzio, Cicerone e Curzio.

Quando morì, i suoi compagni di Crotone da cui era molto stimato, si recarono a Tebe per riavere il suo corpo.

Il segreto dei Pitagorici[modifica | modifica wikitesto]

Ci è stata tramandata una lettera apocrifa nella quale Liside rimprovera all'amico Ipparco di aver insegnato pubblicamente la dottrina della scuola dei Pitagorici e, quindi, di aver consentito a persone spiritualmente impure di impadronirsi del sapere. Questo ci porta a conoscenza di come i Pitagorici non lasciassero nulla per iscritto, tramandando il sapere solo oralmente e solo a coloro i quali avessero purificato il proprio spirito attraverso un percorso di vita basato su saldi principi e regole etiche. Lo stesso Pitagora avrebbe lasciato per testamento alla figlia Damo alcuni suoi scritti, chiedendole però che nessuno estraneo alla famiglia ne venisse in possesso.

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