Liolà (Pirandello)

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Liolà
Commedia in tre atti
Pirandello nel 1934
Pirandello nel 1934
Autore Luigi Pirandello
Lingua originale Dialetto agrigentino
Genere Commedia
Ambientazione campagna agrigentina, settembre
Composto nel 1916 (versione italiana, ca. 1927)
Prima assoluta 4 novembre 1916
Teatro Argentina di Roma
Versioni successive

Liolà di Peppino De Filippo, riduzione in dialetto napoletano dell'opera, 1935

Personaggi
  • Neli Schillaci (detto Liolà);
  • Zio Simone Palumbo;
  • Mita;
  • Tuzza;
  • zia Croce;
  • Carmina (detta la moscardina);
  • Comare Gesa;
  • zia Ninfa;
  • Ciuzza;
  • Luzza;
  • Nela;
  • i tre cardelli di Liolà: Titino, Calicchio, Pallino.
Riduzioni cinematografiche Liolà di Alessandro Blasetti, 1963; Liolà di Gabriele Lavia, 2005
 

Liolà è una commedia di Luigi Pirandello scritta in lingua siciliana nel 1916 durante la prima guerra mondiale, in un momento molto doloroso per la vita dell'autore: il figlio era detenuto in un campo di prigionieri di guerra e la moglie cadeva in sempre più frequenti crisi della sua malattia mentale. L'opera invece, nonostante questa angosciosa condizione della vita dell'autore, è molto giocosa ed allegra, quasi spensierata, al punto che l'autore stesso dirà «è così gioconda che non pare opera mia».

La commedia fu messa in scena per la prima volta il 4 novembre 1916 al Teatro Argentina di Roma con la Compagnia di Angelo Musco. Poiché era scritta totalmente in lingua siciliana, all'inizio pubblico e critica avevano molte difficoltà nel comprendere i dialoghi. Questo inconveniente convinse l'autore ad inserire nel testo nel 1927 una traduzione in italiano della commedia.

La vicenda di Liolà è ispirata ad un episodio del capitolo IV del romanzo di Pirandello Il fu Mattia Pascal.

Ha per protagonista Neli Schillaci, detto Liolà. Nome e soprannome erano già stati attribuiti ad un altro personaggio: Neli Tortorici, nella novella La mosca.

Liolà è un personaggio spensierato e vagabondo, sempre in sintonia con il mondo e la natura. Pur non essendo una commedia musicale, la vocazione alla poesia e al canto di Liolà è espressa in canzoni che si inframmezzano nel corso della vicenda.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Atto I[modifica | modifica sorgente]

L'azione è ambientata nella campagna agrigentina, a settembre. Nella prima scena si vedono delle contadine intente a schiacciare mandorle nel podere della zia del protagonista, sorvegliate dal cugino di quest'ultima, il ricco zio Simone Palumbo.

Quest'ultimo è in pena perché, nonostante quattro anni di matrimonio in seconde nozze con la giovane Mita, non ha ancora un figlio a cui lasciare la "roba", cioè tutti i suoi averi. Su di lui e su questa sua ossessione convergono le trame dei giovani Liolà, Tuzza e Mita. Tuzza è la figlia di zia Croce, la proprietaria del podere, mentre Liolà è uno spensierato bracciante. È un grande seduttore, un dongiovanni, tanto che ha reso madri tre ragazze, tenendosi poi i figli ed affidandoli alla madre, zia Ninfa. Mita è un'orfana che zio Simone aveva preso in moglie sperando così di coronare il sogno di un erede: la speranza delusa causa ora il disprezzo per la moglie accusata di una sua presunta sterilità.

Tuzza, per far dispetto a Mita, che prima delle nozze aveva una tresca con Liolà, si lascia sedurre da quest'ultimo e ne rimane incinta. Liolà allora si sente in dovere di riparare al torto fatto e chiede la mano a Tuzza, la quale tuttavia rifiuta. Essa, infatti, non vuole un marito che "sarebbe di tutte". Con la complicità della madre, invece, tenta di far riconoscere il figlio dallo zio, vecchio ma ricco.

Atto II[modifica | modifica sorgente]

Nel secondo atto lo zio Simone, ormai raggirato da Tuzza che lo ha convinto della sua paternità, con fierezza grida alla moglie che il figlio di Tuzza è suo e che al suo erede lascerà tutte le sue proprietà.

Per fuggire dalle ire del marito, Mita si rifugia nella casa di zia Gesa, vicina di casa di Liolà. Quest'ultimo è legato a Mita dal rancore nei confronti di Tuzza: lui perché offeso dal rifiuto delle nozze riparatrici, lei perché con l'inganno Tuzza le sta portando via il marito e i suoi averi.

Liolà allora offre alla ragazza le sue risorse di amante prolifico per dare allo zio Simone l'erede tanto voluto; lei dapprima rifiuta ma la sera, gli apre la porta di casa.

Atto III[modifica | modifica sorgente]

Nel terzo atto, che si svolge un mese dopo gli avvenimenti precedenti, nel periodo della vendemmia, zio Simone annuncia pubblicamente che la moglie gli ha dato finalmente un figlio legittimo che si va ad aggiungere a quello illegittimo di Tuzza: in realtà nessuno dei due gli appartiene veramente come padre.

A questo punto il vecchio vorrebbe che Liolà prendesse in moglie Tuzza, ma lui rifiuta, perché sposandola avrebbe perso tutta la sua spensieratezza ed affidando quindi anche questo ennesimo figlio alla madre.

Tuzza, furibonda, si scaglia addosso a Liolà con un coltello, riuscendo però solo a ferirlo leggermente.

L'opera nella critica[modifica | modifica sorgente]

Antonio Gramsci fece notare nell'Avanti! che l'opera non ebbe molto successo perché il pubblico, nel finale, voleva "il sangue o il matrimonio". Aggiunse anche, però, che quest'opera

« è il prodotto migliore dell'energia letteraria di Luigi Pirandello, è una farsa che si riattacca ai drammi satireschi della Grecia antica, Mattia Pascal, il melanconico essere moderno, vi diventa Liolà, l'uomo della vita pagana, pieno di robustezza morale e fisica »
(Antonio Gramsci[1])

Temi trattati e significato dell'opera[modifica | modifica sorgente]

La società contadina descritta da Pirandello nella commedia, richiama, per certi versi le tematiche verghiane, quelle caratterizzate dalla brama di possesso per le ricchezze materiali, per la terra, per la roba.

In questo mondo rurale, piccolo nel suo egoismo e ipocrisia, grandeggia e agisce da elemento sovvertitore la figura panica di Liolà, un semplice bracciante che, senza alcun interesse per il benessere materiale, vive senza remore la sua sessualità, sconvolgendo allegramente e senza neppure accorgersene, le regole grette e meschine della morigerata società in cui vive.

Come in altre opere di Pirandello, proprio colui che appare il colpevole trasgressore delle norme sociali è invece il giusto e generoso riparatore dei torti subiti da chi è stato ingannato: aiutando Mita ad essere riammessa in casa del marito, mettendola incinta quasi per burla, Liolà, seguendo spensieratamente la sua natura, ristabilisce la giustizia.[2]

Versioni successive[modifica | modifica sorgente]

Nel 1935 venne portata in scena una riduzione di Liolà in dialetto napoletano, adattata da Peppino De Filippo con la partecipazione di Luigi Pirandello, che assistette anche alle prove. La prima avvenne al Teatro Odeon di Milano il 21 maggio, con Peppino nel ruolo di Liolà, Eduardo in quello di Don Emilio (trasposizione dello Zio Simone) mentre Titina De Filippo nel corrispettivo di Tuzza. La scena venne spostata dalla campagna agrigentina a quella amalfitana.

Trasposizioni cinematografiche[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Liolà, commento di Luigi De Bellis
  2. ^ Maschere nude, op. cit. vol. II pag. 908

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]