Lingua protoindoeuropea

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Il protoindoeuropeo, indicato anche comunemente come indoeuropeo, è la protolingua che, secondo la linguistica comparativa, costituisce l'origine comune delle lingue indoeuropee. Le fortissime somiglianze fra queste lingue, attestate a partire dal 2000 a.C. circa, impongono agli studiosi di assumere che esse siano la continuazione di una protolingua preistorica, parlata circa settemila anni fa e chiamata per convenzione proto-indoeuropeo. L'indagine sistematica fra le documentazioni più arcaiche delle lingue indoeuropee permette di ricostruire, sia pure in via ipotetica, la grammatica e il lessico della protolingua, grazie al metodo comparativo[1].

In Germania, dove pure gli studi sull'indoeuropeo ebbero la loro prima formulazione coerente, viene preferito il termine Indogermanisch per indoeuropeo e Urindogermanisch per indicare la protolingua[2].

La nascita della linguistica comparativa e la scoperta dell'indoeuropeo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi linguistica comparativa e Indoeuropeistica.
William Jones
Friederich Schlegel

L'idea della comparazione fra le lingue comincia ad affiorare nell'umanesimo europeo con Giuseppe Giusto Scaligero (1540-1609). Una prima generica formulazione delle basi del metodo comparativo viene però solo nel XVIII secolo, sotto l'influsso indiretto degli studi di anatomia comparata, con Johann Christoph Adelung e Christian Jakob Kraus, che fra il 1781 e il 1787 definiscono negli obiettivi e nel metodo l'approccio scientifico al confronto fra le lingue.

Franz Bopp

Ma la nascita della vera e propria linguistica comparativa intesa come scienza è tuttavia un sotto-prodotto casuale del colonialismo inglese, e in particolare della conquista dell'India. I contatti con la cultura indiana e la sua lingua letteraria, il sanscrito, permisero all'alto magistrato del Bengala sir William Jones (1746-1794) di instaurare paragoni fra il sanscrito stesso, il greco, il latino, il gotico e le parlate dei Celti, e di dedurre che tutte queste antiche lingue derivavano da un'arcaica lingua madre ormai estinta. L'inglese si accontentò di affermare l'origine comune, in base a delle evidenze, senza andare oltre, senza gettare le basi per una scienza. Jones espose le sue teorie in una conferenza tenuta alla Asiatic Society a Calcutta il 2 febbraio del 1786. Fu però soltanto nel 1788 che i suoi studi vennero pubblicati.

Nonostante la sua ingegnosità, l'ipotesi di Jones cadde nell'oblio e l'idea fu riproposta da Friedrich Schlegel (1772-1829), nel suo libro Über die Sprache und Weisheit der Indier del 1808. In quest'ultimo testo per la prima volta si parla di grammatica comparativa (vergleichende Grammatik).

Con Franz Bopp (1791-1867) e il suo storico Konjugationssystem ("Sistema delle coniugazioni", 1816), si giunse infine a una più organica formulazione dei principi concreti e sistematici dell'analisi linguistico-comparativa[3]. È con Bopp e col suo contemporaneo danese Rasmus Rask che viene tracciato un quadro sistematico delle relazioni tra le sottofamiglie. I forti indizi diventano scienza.[4]

Famiglia linguistica indoeuropea[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Lingue indoeuropee.

Appartengono con certezza alla famiglia linguistica indoeuropea diverse sottofamiglie linguistiche (come fossero dei rami che partono dal tronco comune, il protoindoeuropeo...) a loro volta differenziate in lingue e dialetti:

  • l'Indo-iranico, comprendente il ramo Indo-ario (lingue indoeuropee parlate in India) e l'iranico (lingue indoeuropee dell'Iran); in età antica è testimoniato dall'avestico e dal sanscrito vedico; i dialetti indo-iranici sono attestati nelle loro sedi nel I millennio a.C.; tuttavia, tracce linguistiche inequivocabili della presenza degli indo-arii sono state rinvenute nei documenti delle civiltà mesopotamiche già fra il 1900 a.C. e il 1300 a.C., in concomitanza con il subentrare di dinastie "barbariche" a Babilonia e fra gli Hurriti[7];
  • le lingue germaniche, di cui è certo che già intorno alla metà del I millennio a.C. fossero diffuse in Europa centro-settentrionale, fra il Baltico e il bassopiano sarmatico; le loro prime attestazioni scritte risalgono al V secolo d.C.[10]
  • il venetico, lingua a sé parlata nell'antico Veneto; ad esso è forse affine l'illirico, una lingua poco nota diffusa a suo tempo nei Balcani occidentali e forse apparentata con l'albanese[13];
  • infine una serie di parlate estinte, isolate e poco note, come il frigio, il tracio, il daco-misio, il messapico, il ligure e i dialetti dei Macedoni e dei Peoni[17]; a queste si devono aggiungere le ipotetiche lingue egee morte di substrato indoeuropeo influenti sul Greco antico, ma estranee al ramo egeo-anatolico, fra cui il pelasgico[18], il greco psi[19] e il pelastico[20]. Si ribadisce che queste ultime lingue non sono dialetti greci: i loro resti testimoniano l'affioramento di lingue indoeuropee totalmente sconosciute per altro verso e caratterizzate da fenomeni propri, diversi in parte da quelli che identificano le altre sottofamiglie dell'indoeuropeo.

Le diverse sottofamiglie dell'indoeuropeo sono poi per tradizione raggruppate in due grandi gruppi, divisi dalla cosiddetta isoglossa centum-satem, e distinti in base al trattamento delle consonanti gutturali. Le cosiddette lingue centum (dal latino centum, "cento") continuano le antiche gutturali palatali come velari, mentre le lingue satem (dall'avestico satəm, "cento") le mutano in consonanti fricative palatali e sibilanti.

Gli studiosi attribuiscono valore differente al fenomeno della satemizzazione, a seconda dei loro orientamenti. I fautori della cosiddetta teoria glottidale ritengono ad esempio più pertinente il trattamento delle ipotetiche consonanti glottidali che essi presumono tipiche del proto-indoeuropeo nella sua fase comune, e preferiscono perciò distinguere fra lingue taihun (dal gotico taihun, "dieci") che perdono la glottidalizzazione mutando le glottidali in consonanti sorde, e lingue decem (dal latino decem, "dieci"), che tramutano le glottidali in sonore.

Esempi di affinità lessicali fra le lingue indoeuropee[modifica | modifica wikitesto]

Molte affinità lessicali fra le lingue indoeuropee saltano all'occhio, nonostante i mutamenti fonetici verificatisi. Altre sono decisamente controintuitive. Basterà qui fornire qualche esempio:

  • pronomi e numerali: ad es.: latino ego, , greco ἐγώ(ν), με, gotico ik, mik, sanscrito aham, , ittita ug, amug, "io, me"[21]; latino duo, greco δύο (δύω), sanscrito dvā, gotico twai, "due";
  • sostantivi indicanti istituzioni politiche o sociali: latino rēx, sanscrito rājā, antico irlandese , suffisso -rīx nei nomi di principi gallici Ambio-rix, Dumno-rix, Orgeto-rix, Vercingeto-rix, "re"; latino potis, greco πόσις, sanscrito pati-, "signore, sposo"; greco γένος, latino genus, sanscrito janas, "famiglia, stirpe";
  • sostantivi indicanti parentela: cfr. ad es.: latino pater, greco πατήρ, anglosassone faðir, sanscrito pitā, "padre"; latino mater, greco μήτηρ, antico alto tedesco muoter, paleoslavo mati, sanscrito mātā "madre"; latino frater, greco φράτηρ ("membro di una fratria, o confraternita"), anglosassone broðir, antico alto tedesco bruoder, sanscrito bhrātā, "fratello";
  • sostantivi indicanti parti del corpo: cfr. ad es.: greco πῆχυς, sanscrito bāhu-, antico alto tedesco buog ("giuntura"), "braccio, giuntura"; greco ὀφρῦς, sanscrito bhrū-, anglosassone brū, "sopracciglio"; latino ūber, sanscrito ūdhar, anglosassone ūder, "mammella, poppa"; latino cor, greco (omerico) κῆρ, antico irlandese cride, gotico hairtō, "cuore"; latino pes, greco ποῦς, sanscrito pad-, gotico fotus, "piede";
  • sostantivi indicanti animali domestici o selvatici comuni: cfr. ad es. latino lupus, greco λύκος, sanscrito vṛkaḥ, gotico wulfs, "lupo"; latino ovis, greco oἳς, sanscrito avis, antico alto tedesco ou, lituano avis, paleoslavo ovĭca, "pecora", "ovino"; latino anser, greco χήν, sanscrito haṃsa-, antico alto tedesco gans, "oca"; latino mūs, greco μῦς, sanscrito mūṣ-, antico alto tedesco mūs, paleoslavo myšĭ, "topo";
  • sostantivi indicanti oggetti quotidiani: ad es. greco κύκλος, sanscrito cakra-, anglosassone hwēol, "ruota"; latino jugum, greco ζυγόν, gotico juk, "giogo"; greco θύρα, latino forēs, gotico daur, sanscrito dvāras, "porta";
  • radici verbali di uso comune nelle antiche lingue indoeuropee: latino fero, greco φέρω, sanscrito bharāmi, gotico baira, "portare"; latino est, greco ἔστι ("è, esiste, c'è davvero, è possibile"), sanscrito asti, gotico ist, "egli è"; latino video, greco εἶδον ("io vidi") e οἶδα ("io so"), vedico veda ("io so"), gotico wait ("io so"), "vedere, venir a conoscere, sapere".

Tipologia del proto-indoeuropeo[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista tipologico, il proto-indoeuropeo nella fase tardo-unitaria era una lingua flessiva o fusiva, con un alto grado di sinteticità (quantità di morfemi per parola). La ricostruzione interna permette tuttavia di intravedere una fase di poco più remota, in cui la protolingua mostrava ancora in gran parte l'aspetto di una lingua agglutinante. Le tendenze che hanno determinato la trasformazione tipologica sembrano ancora in parte attive nella fase più arcaica di molte delle lingue figlie. Fra queste derive strutturali si notano in particolare:

  • la fusione della posposizione con il sostantivo, che porta all'impianto di nuovi casi (come nell'ittita antico e nel tocario, che hanno rispettivamente nove e dieci casi grammaticali, rispetto agli otto di solito riconosciuti comuni a tutta la famiglia linguistica);
  • la fusione di forme verbali "ausiliarie" con le radici verbali a formare nuovi tempi o a reintegrare le forme di tempi verbali perduti (come nell'imperfetto latino e nel perfetto debole del germanico)
  • la tendenza a rendere più riconoscibili le desinenze personali tramite l'agglutinazione del verbo con forme pronominali o avverbi o tramite la generalizzazione nell'uso di certe desinenze di facile riconoscibilità, al fine di rendere trasparente e maneggevole la flessione verbale (così, ad esempio, nel sanscrito la desinenza primaria -mi si generalizza, per la prima persona, sia nei verbi atematici sia nei verbi tematici: as-mi, "io sono", atematico, e tud-ā-mi, "io percuoto", tematico)

Evoluzione storica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cronologia dell'indoeuropeo.

La grammatica ricostruita del protoindoeuropeo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Grammatica del protoindoeuropeo.

Con il confronto tra le lingue di attestazione più antica e, in mancanza di queste, tra le lingue moderne, si giunge a ricostruire l'ipotetica lingua da cui esse sarebbero derivate. Di questa lingua si ricostruisce ovviamente tutta la grammatica, comprendente un sistema fonologico, morfologico, sintattico, lessicale, ecc.

Fonologia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Fonologia del protoindoeuropeo.

Tenendo conto dell'attuale dibattito scientifico fra i linguisti, si ricostruisce oggi per l'indoeuropeo un sistema fonologico così articolato (i punti interrogativi indicano i fonemi la cui esistenza è maggiormente controversa):

  • vocali brevi: *a *e *o (?) *i *u
  • vocali lunghe: (?)(?)(?)(?)(?)
  • dittonghi: *au *eu *ou *ai *ei *oi
  • semivocali: *y *w
  • nasali e liquide: *m *n *l *r (queste ultime possono assumere valore sillabico, assumendo l'articolazione di sonante)
  • consonanti fricative dentali: *s (con l'allofono sonoro *[z])
  • consonanti occlusive bilabiali: *p *b (?) *bh
  • consonanti occlusive alveolari: *t *d *dh
  • consonanti occlusive velari: *k *g *gh
  • consonanti occlusive palatali: *k´ (?) *g´ (?) *g´h (?)
  • consonanti occlusive labio-velari: *kw *gw *gwh.

Il sistema fonologico ricostruito appare però squilibrato per varie ragioni.

Si notano infatti, fra gli altri problemi:

  • la relativa rarità di *a originaria;
  • lo statuto poco chiaro delle vocali lunghe, che alcuni indoeuropeisti riducono universalmente a risultanti di incontri di vocale + laringale o a fenomeni di contrazione e allungamento di compenso;
  • la rarità di *b
  • la difficoltà tipologica di un sistema di occlusive in cui sono presenti triplette di consonanti costituite da sorda ("consonante tenue"), sonora ("media"), sonora aspirata ("media aspirata"), essendo molto scarse le attestazioni pan-indoeuropee delle sorde aspirate ("tenui aspirate")*ph *th *kh *k´h *kwh (la cui presenza è peraltro ancora oggi sostenuta da Oswald Szemerényi). Infatti, nelle lingue naturali conosciute là dove esiste una sola serie di occlusive aspirate, queste sono sorde; aspirate sonore si trovano solo in lingue che possiedono anche aspirate sorde.

La questione della rarità di *a ha indotto il linguista spagnolo Francisco Villar, sulla scorta delle proposte teoriche di Francisco Rodríguez Adrados a postulare per l'indoeuropeo più arcaico un sistema a quattro vocali (*a *e *i *u), con un'articolazione arrotondata della *a e un'articolazione medio-bassa della *e; nonostante l'eleganza formale e tipologica di tale soluzione, resta tuttavia assodato che un sistema a cinque vocali, con *a *e *o distinte, doveva essere già ampiamente affermato nel tardo indoeuropeo comune, visto che l'opposizione fra *e ed *o risulta sistematicamente funzionale in ambito morfologico. Lo stesso dicasi per la questione delle vocali lunghe, che in tutte le lingue indoeuropee sembrano funzionali ad operare distinzioni morfologiche fondamentali. Appare dunque probabile che l'indoeuropeo comune avesse effettivamente, sin da epoche abbastanza remote, un sistema a cinque vocali brevi e cinque vocali lunghe; tuttavia, nel corso della sua evoluzione interna, la distribuzione originaria dei suoni vocalici è stata alterata da fenomeni fonetici dalle dinamiche non sempre chiare.

Più spinosi interrogativi sorgono dall'anomalia tipologica del sistema di occlusive. Una risposta possibile è fornita dalle proposte del linguista americano Paul J. Hopper e dai linguisti sovietici Tamaz Gamkrelidze e Vjacheslav Ivanov, secondo cui le consonanti indoeuropee che tradizionalmente si ricostruiscono come sonore avevano in origine una articolazione glottidale (rara per le consonanti labiali, il che spiegherebbe fra l'altro la rarità di *b), mentre le consonanti sonore aspirate andrebbero concepite come semplici sonore; l'articolazione aspirata delle sorde e delle sonore sarebbe stata allofonica. Questo è il nucleo della teoria glottidale, che sta riscuotendo un certo successo fra gli studiosi, non senza però suscitare forti resistenze.

Agli occhi di una parte cospicua dei linguisti la teoria glottidale, pur nella sua semplicità ed eleganza, sembra infatti causare più problemi di quanti non ne risolva. Una soluzione più economica, altrettanto elegante e plausibile, viene appoggiata fra gli altri, in Italia, dal già ricordato E. Campanile, e prevede che l'indoeuropeo avesse effettivamente triplette di consonanti occlusive quali quelle che emergono dalla ricostruzione tradizionale; una simile situazione, per quanto rara, è comunque attestata: se ne ha un esempio nel kelabit, una lingua austronesiana del Borneo. Tuttavia, come nel kelabit, le consonanti sonore aspirate come bh venivano concretamente realizzate come occlusive sonore con soluzione sorda aspirata (in pratica, come una consonante sonora seguita da fricativa laringale sorda).

Nella presente voce si è deciso di seguire la ricostruzione tradizionale, che al momento sembra rendere conto della maggior parte dei fenomeni.

Prosodia e accento[modifica | modifica wikitesto]

Fra le lingue indoeuropee le tipologie di accento sono molteplici:

  • il greco, il vedico e il lituano posseggono un accento musicale a tre toni, e in particolare, l'accento del vedico è indefinitamente libero, quello del greco è libero nei limiti delle ultime tre sedi (trisillabismo); limitazioni in parte analoghe si hanno in lituano;
  • l'italico ha un accento fisso intensivo sulla prima sillaba; si distingue però il latino, che ben presto abbandona l'accento fisso intensivo originario e ricrea autonomamente un accento musicale a un solo tono, moderatamente libero nei limiti delle ultime tre sedi;
  • situazioni simili al proto-italico, cioè un accento fisso intensivo, mostrano anche il celtico e il germanico[22].

La prosodia del protoindoeuropeo, per la maggior parte degli studiosi, è quella di una lingua con accento musicale (cioè percepito come un'elevazione di tono) in cui esiste una sistematica distinzione fra vocali lunghe e brevi, sebbene l'evoluzione linguistica abbia alterato la loro disposizione e diffusione originaria[23]. Alcuni studiosi, come ad es. Francisco Villar, ipotizzano che la distinzione fra vocali lunghe e brevi fosse propria solo di alcuni dialetti indoeuropei, e in particolare dell'indoeuropeo tardo, e pongono in secondo piano il problema della natura dell'accento[24]. Una teoria particolarmente articolata presenta Oswald Szémerenyi, che sulla base del confronto fra accento greco, vedico e lituano, postula, per il proto-indoeuropeo comune, un accento tritonale, con un tono ascendente (acuto o udātta), un tono discendente (circonflesso) e un tono grave[25]. Un elemento certo dell'accento indoeuropeo è la sua assoluta libertà[26]. L'assenza delle cadute di vocali e dei fenomeni di alterazione collegati all'accento intensivo, fa ipotizzare con relativa sicurezza che la protolingua avesse un accento musicale, probabilmente con un unico tono, quello acuto[27].

Morfologia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Morfologia del protoindoeuropeo.

Alcuni fenomeni fonetici di interesse morfologico (morfo-fonologici) accomunano tutte le lingue indoeuropee:

  • Le radici delle lingue indoeuropee sono generalmente monosillabiche;
  • i morfemi sono costituiti in base a una legge di sonorità crescente, per cui la sonorità dei fonemi che li compongono cresce man mano che si avvicina al nucleo sillabico; per un meccanismo di eufonia, i fonemi consonantici occlusivi si radunano intorno al nucleo vocalico della radice a partire dal punto di articolazione più esterno (ad es. la consonante occlusiva labiale precede la dentale e non viceversa: è perciò possibile *pter ma non *tper); per la stessa ragione è raro incontrare radici in cui una occlusiva dentale precede una velare (uno dei pochi esempi è *dhghom-, terra);
  • l'indoeuropeo evita la costituzione di radici che si aprono e si chiudono con consonanti occlusive sonore (è possibile *teg ma non *deg);
  • presenza di non meglio definiti "determinativi radicali": alcune radici mostrano doppia forma, con una *s- iniziale oscillante (la rad. teg- "coprire", è attestata anche come *s-teg-);
  • le radici indoeuropee mutano vocale in base alla loro funzione morfologica (apofonia): così, a seconda del tempo verbale che va a formare, la rad. *-leikw-, "lasciare", presenta un grado pieno *-loikw- e un grado zero *-likw-;
  • diffusi sono i fenomeni di assimilazione consonantica, in base ai quali due consonanti contigue tendono ad assumere un punto di articolazione simile o identico;

Morfonologia[modifica | modifica wikitesto]

Dal punto di vista tipologico, l'indoeuropeo tardo ricostruito è una lingua flessiva o fusiva, con un alto grado di sinteticità (come il vedico, il greco, il latino, il tedesco, il russo). Ciò vuol dire che nella protolingua più funzioni morfologiche si addensano nello stesso morfema. Si è già detto però che gli indizi derivanti dalla ricostruzione interna inducono i linguisti a ipotizzare che in una fase molto remota della sua storia, l'indoeuropeo avesse una struttura di lingua agglutinante (con ogni morfema usato a indicare una e una sola funzione morfologica, come accade oggi in turco o in finlandese).

La comparazione sistematica delle morfologie delle antiche lingue indoeuropee permette ai linguisti di ricostituire in maniera abbastanza attendibile l'identikit della flessione del nome, dell'aggettivo, del pronome e del verbo indoeuropei.

Parti variabili e invariabili del discorso[modifica | modifica wikitesto]

Le parti del discorso ricostruibili per l'indoeuropeo non coincidono in tutto e per tutto con la situazione delle lingue figlie:

  • per quanto attiene alle parti variabili del discorso, si distinguono nella protolingua una morfologia del nome, dell'aggettivo, del pronome, del verbo, ma manca completamente ogni traccia di articolo: frutto di innovazioni più tarde sono infatti gli articoli del greco, di alcune lingue slave antiche, delle lingue germaniche moderne e delle lingue neolatine;
  • quanto alle parti invariabili, l'indoeuropeo non ha una vera e propria preposizione ma piuttosto si affida all'uso dei casi del nome, e all'impiego della posposizione (posposizioni ricostruite sono ad es. *em e bhi, "a, in direzione di", nonché *ed, "da"); le particelle che nelle lingue figlie appaiono usate come preposizioni proprie, in indoeuropeo rivestono il ruolo di avverbi di luogo e di tempo, o di posposizioni improprie (è il caso di *per-i "per, intorno", o *eks, ", fuori da, da"); quanto agli avverbi di modo e alle congiunzioni, la situazione della protolingua non è sempre ricostruibile in modo univoco, dato che l'indoeuropeo sembra essere ricorso diffusamente all'uso avverbiale dei casi accusativo, ablativo, locativo, strumentale di nomi, aggettivi e pronomi.

Morfologia nominale[modifica | modifica wikitesto]

La morfologia del nome e dell'aggettivo, nelle lingue indoeuropee, mostra una flessione sistematica secondo la nozione del caso grammaticale e del numero, e una flessione semi-sistematica secondo il genere. Al di là di questo tratto comune, le antiche lingue indoeuropee mostrano un ampio ventaglio di varianti: dai dieci casi del tocario, ai cinque casi del greco. I dati linguistici sembrano comprovare che lingue con un minor numero di casi ne avevano di più in fasi precedenti della loro evoluzione (ad es. il dialetto miceneo, variante di greco della tarda età del bronzo, di casi ne ha sei). D'altro canto i dieci casi del tocario, e i nove dell'antico ittita sembrano essere il risultato di influssi di vicine lingue non indoeuropee (pressioni di adstrato). Si ritiene per lo più che la situazione originaria si sia conservata nelle lingue indo-arie, e si suppone che come queste ultime, la protolingua avesse otto casi:

  • il nominativo: caso del soggetto grammaticale;
  • il vocativo: caso del complemento di vocazione;
  • l'accusativo: caso dell'oggetto e del moto a luogo (allativo)
  • il genitivo: caso del complemento di specificazione
  • l'ablativo: caso dei complementi di moto da luogo, origine, provenienza, separazione
  • il dativo: caso dei complementi di termine e vantaggio
  • lo strumentale-sociativo: caso dei complementi di mezzo, strumento, causa efficiente, compagnia, unione;
  • il locativo: caso indicante lo stato in luogo.

L'indoeuropeo conosceva tre generi: il maschile e il femminile e il neutro (quest'ultimo indicante la categoria dell'inanimato); si ricostruiscono, anche se oggi più problematicamente che in passato, tre numeri: il singolare, il plurale e il duale (quest'ultimo per indicare le coppie di enti animati e inanimati). Non è implausibile che nell'indoeuropeo i casi fossero ben distinti solo al singolare, o in altre parole, che essi mancassero del tutto di determinazione quanto al numero.

La declinazione nominale e aggettivale conosceva, nelle lingue indoeuropee, due varianti:

  • una flessione tematica, caratterizzata dal fatto che le desinenze dei casi si impiantano su una originaria vocale tematica *-e-, che nella flessione appare come *-o- nei maschili e nei neutri e come -a- nei femminili, per le pressioni del contesto fonetico;
  • una flessione atematica, propria dei temi in consonante, in *-i- (salvo alcuni femminili in *-iH2), in *-u- e in dittongo.

Qui di séguito forniremo in tabella le sole desinenze generali:

Singolare
Nominativo
  • *-s (maschili tematici e atematici; femminili atematici)
  • *-H2 (femminili tematici in *-aH2 e *-iH2);
  • neutri atematici: nessuna desinenza;
  • neutri tematici *-m
Vocativo nessuna desinenza (il vocativo ha il tema o la radice puri)
Accusativo *-m (che si sonantizza dopo consonante)
Genitivo
  • forme atematiche: *-es, *-os, *-s; *
  • forme tematiche *-osyo, *-esyo
Ablativo
  • forme atematiche *-es, *-os, *-s;
  • forme tematiche -*ōd nei temi in *-o-
Dativo *-ei (nei nomi di declinazione tematica si contrae con la vocale tematica)
Strumentale *-e (nei temi di declinazione tematica si contrae con la vocale tematica)
Locativo *-i

Per lo strumentale singolare sono attestati altri allomorfi, verosimilmente varianti diacoriche: in particolare, -*bhi (cfr. greco omerico îphi "con forza", derivante da un miceneo wî-phi), e *-mi (in genere le desinenze di strumentale, dativo e ablativo con elemento *-m- prendono il sopravvento su quelle con elemento *-bh- nelle aree baltica, slava e germanica).

Duale
Nominativo *-e (maschile e femminile), *-i per il neutro
Vocativo *-e (maschile e femminile), *-i per il neutro
Accusativo *-e (maschile e femminile), *-i per il neutro
Genitivo *-ous(?)
Ablativo *-bhyoH3 (variante diacorica: -*moH3)
Dativo *-bhyoH3; (variante diacorica: -*moH3)
Strumentale *-bhyoH3 (variante diacorica: -*moH3)
Locativo *-ou
Plurale
Nominativo
  • *-es (maschile e femminile);
  • *-H2 (nel neutro: nei neutri tematici dà invece luogo ad -eH2> aH2)
Vocativo
  • *-es (maschile e femminile);
  • *-H2 (nel neutro: nei neutri tematici dà invece luogo ad -eH2> aH2)
Accusativo maschile e femminile *-ns (con sonantizzazione dopo consonante finale di radice); *-H2 (nel neutro: nei neutri tematici dà invece luogo ad -eH2> aH2)
Genitivo *-om, *ōm
Ablativo *-bh(y)os (variante diacorica *-mos)
Dativo *-bh(y)os (variante diacorica *-mos)
Strumentale *-bhis (variante diacorica *-mis), *-oHis nei temi in *-o-
Locativo *-su, *-oisu, nei temi in *-o-

Flessione dell'aggettivo[modifica | modifica wikitesto]

La presenza di un aggettivo sistematicamente identificato come parte del discorso vòlta a contrassegnare sul piano sintattico l'attributo e determinate forme del complemento predicativo sembra essere un tratto peculiare della morfo-sintassi della famiglia linguistica indoeuropea. In diverse lingue dell'area mediterranea non indoeuropea (come ad esempio, nelle lingue semitiche), gli aggettivi sono spesso assenti, in quanto sostituiti da formazioni verbali o da costruzioni con sostantivi.

Gli aggettivi indoeuropei si conformavano in tutto e per tutto alla flessione del nome: si declinavano infatti per genere, numero e caso, come del resto accade nelle lingue classiche, in vedico, in tedesco e nelle lingue slave (che però hanno diffusamente innovato). Come per i nomi, così per gli aggettivi si distingueva una flessione tematica e una atematica.

L'aggettivo indoeuropeo formava i gradi di comparazione tramite inserzione di suffissi appositi nella radice:

  • il comparativo di maggioranza veniva formato con il suffisso *-ison- o *-iyon- (alla base del comparativo latino -ior, della forma greca atematica -ίων, nonché dei comparativi germanici);
  • il superlativo assoluto e relativo si formava con i suffissi elativi *-to-, *-is-to-, -mo-, t-mo;
  • esisteva inoltre un suffisso *-tero-, che indicava la distinzione fra due gruppi (ad esempio *dhelu-tero-: "femminile, non maschile).

Qui di séguito alcuni esempi di aggettivi:

aggettivi tematici:

  • *kaikos, *kaikaH2, *kaikom "cieco, oscuro" (cfr. latino caecus, e il greco καικία "vento del nord dalle nuvole nere")
  • *akros *akraH2 *akrom "acre"
  • *newos *newaH2 *newom "nuovo, giovane" (cfr. il greco νέος)
  • *rudhros *rudhraH2 *rudhrom "rosso, rubizzo" (latino ruber)
  • *koilos *koilaH2 *koilom "cavo, vuoto" (cfr. il greco κοιλὸς, e il latino coelum, coelus "cielo" - il grande vuoto)
  • *elngwhros, *elngwhraH, *elngwhrom "leggero" (cfr. il greco ἐλαφρὸς)

aggettivi atematici:

  • *swaH2dus (>*sweH2dy-) *swaH2dwiH2 *swaH2du "soave, dolce" (latino suavis)
  • *brgwhus *brgwhwiH2 *brgwhu "breve"
  • *lgwhus *lgwhwH2 *lgwhu "lieve"
  • *tnus tnwiH2 tnu "tenue, lungo"
  • *mldus *mldwiH2 *mldu "molle, morbido"
  • *oH3kus (*>eH3ku-) oH3kwiH2 *oH3ku "veloce" (latino ocior ocius, greco ὠκὺς)

Sono aggettivi atematici con tema in -nt i participi attivi, di cui si registra il paradigma sotto la flessione verbale.

Aggettivi numerali[modifica | modifica wikitesto]

Una struttura a sé mostrano gli aggettivi numerali, che costituiscono uno degli aspetti più solidi della grammatica ricostruita dell'indoeuropeo.

Qui di séguito una ricostruzione dei numerali cardinali da uno a cento in indoeuropeo, in base alle ricostruzioni presenti nell'Introduzione alla linguistica comparativa di O. Szémerenyii, modificate parzialmente in base a un approccio laringalistico:

*sems, *smiH2, *sem 1; *ojos *ojaH2 *ojom, *oinos *oinaH2 *oinom, *oikos *oikaH2 *oikom (varianti per "unico, solo");

*d(u)wō 2; *(am)bhoH3 "entrambi";

*trej-es; *trisres *trih2 3;

*kwettwor-es *kwettusres *kwettwor 4;

*pénkwe 5;

*(s)weks 6;

*septm 7;

*H3oktoH3 8;

*(H1)newn 9;

*dékm(t) 10;

*(d)wihkomt 20;

*trihkomt 30;

*kwettwrkomt 40;

*penkwekomt 50;

*(s)wekskomt 60;

*septmkomt 70;

*H3okteH3komt 80;

*H2newnkomt 90;

*kmtòm 100.

Per le centinaia è possibile che l'indoeuropeo, come il vedico, ricorresse a tre dinamiche di formazione:

1. la creazione di un sostantivo neutro a partire da *kmtòm (dinamica presente anche in gotico): esempio *triH2 *kmtaH2 *gwowòm "tre centinaia di vacche" seguito, come si può vedere, da un genitivo partitivo;

2. la creazione di un aggettivo composto: esempio *trkmtōs *trkmtaH2s *trkmtaH2 (come in vedico, greco e latino e nella maggior parte delle lingue indoeuropee);

3. la creazione di un composto usato come collettivo e seguito dal genitivo partitivo, esempio *trkmtom gwowòm (come in vedico e in latino arcaico).

Non esiste una formazione univocamente ricostruibile per il numerale 1000. Tuttavia la maggior parte degli studiosi ritiene plausibile che:

1. il sanscrito sahasram, l'avestico hazahra-, il greco antico χείλιοι, il latino mille da *mi-hi-li (dove mi < *smi-H2, femminile di *sem-), risalgano a locuzioni come *sem (*sm-) *gheslo-m o *smiH2 *ghesliH2;

2. il germanico, il baltico e lo slavo abbiano innovato, creando una nuova forma a partire dal participiale *tūsntiH2 "abbondante".

Gli aggettivi numerali ordinali venivano formati per lo più con l'inserzione dei suffissi *-o-, *-to-, *-mo-

Morfologia pronominale[modifica | modifica wikitesto]

Il pronome indoeuropeo seguiva anch'esso una flessione per genere numero e caso. Per l'indoeuropeo i linguisti ricostruiscono con certezza i pronomi di prima e seconda persona singolare (*H1egH-om, *em-, *m-,"io" e *tou "tu"), nonché il pronome riflessivo *sw-, riconducibile a una radice dal significato originario di "famiglia, genere".

Accanto a questi due pronomi, sono oggetto di ricostruzione abbastanza univoca i temi pronominali dimostrativi *so- *to- (con significato cataforico) e *i- (*ei-) (con significato anaforico). Questi temi pronominali costituiscono rispettivamente la declinazione dei dimostrativi so saH2 tod e is iH2 id. Da questi temi pronominali si sono ricavati, nelle lingue figlie, pronomi indefiniti e relativi.

Sufficiente attendibilità fornisce anche la ricostruzione del pronome interrogativo-indefinito *kwis kwid ("qualcuno, qualcosa, chi?, che cosa?").

Erano attestati largamente nella protolingua anche i pronomi e aggettivi indefiniti *alyos ("altro", fra molti) e *e-tero-, al-tero- ("altro", fra due).

Non esisteva in indoeuropeo un vero e proprio pronome relativo, a cui probabilmente sopperiva un uso correlativo dell'anaforico *is e dell'indefinito kwis, situazione che è alla base dei differenti sviluppi del ramo celtico-italico (che privilegiò *kwis) da un lato, e del ramo greco-indo-iranico (che privilegiò il tema pronominale *i-) dall'altro.

Morfologia verbale[modifica | modifica wikitesto]

Il verbo indoeuropeo si coniugava in base alle categorie di persona e numero, ed era ovviamente articolato in modi e tempi; a differenza del verbo delle lingue semitiche, non era sessuato (cioè determinato per generi), se non nelle forme aggettivali (participio, aggettivo verbale). Aveva inoltre una coniugazione sintetica (con desinenze proprie) per la diatesi del medio-passivo. Queste caratteristiche strutturali distintive sono ampiamente attestate nelle antiche lingue indoeuropee sin dal loro stadio più arcaico, e devono pertanto ritenersi proprie della stessa protolingua ricostruita.

In concreto, la morfologia verbale dell'indoeuropeo, quale viene ricostruita dai linguisti, presenta le seguenti caratteristiche generali:

  • la presenza di due coniugazioni: una atematica (più primitiva) e una tematica;
  • la presenza di tre numeri (singolare, duale e plurale);
  • la presenza di due forme, l'attivo e il medio (quest'ultimo con funzioni che ricoprono, approssimativamente, quelle del verbo di forma passiva e riflessiva delle lingue moderne);
  • quattro modi verbali, l'indicativo, il congiuntivo, l'ottativo, l'imperativo, più un'ampia schiera di formazioni nominali de-erbali fra cui spiccano il participio e un infinito di ricostruzione dubbia; i modi sono caratterizzati da suffissi specifici: nella coniugazione atematica, l'indicativo e l'imperativo non hanno alcuna caratteristica morfologica, l'ottativo ha il tipico suffisso -*(i)yeH1-, *-iH2-, il congiuntivo assume come suffisso una vocale tematica breve con alternanza fra -*e- ed *-o- (quest'ultima davanti a desinenze che iniziano per consonanti nasali o labiali); nella coniugazione tematica, l'indicativo e l'imperativo hanno come caratteristica una vocale tematica breve, con alternanza fra -*e- ed *-o- (quest'ultima davanti a desinenze che iniziano per consonanti nasali o labiali), l'ottativo assume il tipico suffisso *-o-y- * -o-i-, il congiuntivo ha una vocale tematica lunga;
  • una distinzione sistematica fra temi temporali, ricavati spesso dalla radice verbale tramite l'apofonia; i temi temporali identificano la qualità dell'azione, l'aspetto, ancor prima che la sua collocazione nel tempo; per l'indoeuropeo si ricostruiscono quattro tempi: il presente, l'imperfetto, l'aoristo (forma di preterito affine al passato remoto delle lingue neolatine), il perfetto (indicante uno stato compiuto nel presente, conseguenza di un'azione passata); dubbia, o comunque non chiaramente ricostruibile, è l'esistenza di un piuccheperfetto (indicante uno stato compiuto nel passato, come conseguenza di un'azione passata precedente); è assente una forma univoca di futuro, essendo spesso usati come futuri il presente indicativo, il presente congiuntivo e l'aoristo congiuntivo, o forme di presente con significato desiderativo;
  • collegate alla formazione dei tempi sono cinque caratteristiche peculiari del verbo indoeuropeo:
  1. la distinzione, sia nell'attivo, sia nel medio, fra desinenze primarie (tipiche del presente indicativo e spesso contrassegnate da una caratteristica *-i) e desinenze secondarie (tipiche degli altri tempi e dei modi diversi dall'indicativo); una situazione a sé è propria degli imperativi, che hanno desinenze specifiche con affissi in -*u e -*ōd;
  2. la presenza di un ampio ventaglio di suffissi per le formazioni di presente atematico e tematico;
  3. l'attestazione di desinenze distinte per il perfetto;
  4. l'attestazione oscillante dell'aumento, un prefisso *e- tipico dell'indicativo dei tempi passati (imperfetto, aoristo);
  5. la presenza, nel perfetto (e in certe forme di aoristo), del raddoppiamento (consistente nella riduplicazione della consonante iniziale del verbo seguita da una *-e-). La presenza o l'assenza dell'aumento nei tempi passati è probabilmente regolata dalla legge del Koniugationsreduktionssystem (sistema di riduzione della coniugazione), identificata per il vedico dal linguista polacco Jerzy Kuriłowicz: tale legge prescrive che alcuni affissi verbali (come l'aumento o la caratteristica *-i delle desinenze primarie) siano omessi, nel periodo, a partire dalla seconda proposizione di una catena di frasi coordinate.

Qui di séguito, in tabella, lo schema delle desinenze generali del verbo indoeuropeo tematico e atematico:

  • coniugazione atematica attiva:
Desinenze primarie Desinenze secondarie Imperativo
I pers. sing. *-mi *-m (manca)
II pers. sing. *-si *-s *-dhi, *-tōd
III pers. sing. *-ti *-t *-tu, *-tōd
I pers. du. *-wes *-we (manca)
II pers. du. *-tH1es *-tom *-tom
III pers. du. *-tes *-taH2m *-taH2m
I pers. plur. *-mes *-me (manca)
II pers. plur. *-te *-te *-te, *-tōd
III pers. plur. *-nti *-nt *-ntu, *-ntōd

Sintassi[modifica | modifica wikitesto]

L'indoeuropeo, come le più antiche lingue flessive che ne derivano, sembra essere stato una lingua con ordine sintattivo OV (tendenza dell'oggetto a precedere il verbo transitivo nella frase non marcata).

La metrica indoeuropea[modifica | modifica wikitesto]

Alcune coincidenze significative fra le diverse forme di poesia epica e lirica delle antiche culture di lingua indoeuropea permettono di ricostruire, in modo approssimativo, il panorama del patrimonio poetico (metrica e stilistica) comune alle tribù indoeuropee nella loro tarda fase unitaria[28].

L'attribuzione al proto-indoeuropeo di un accento musicale e di un'opposizione fonemica fra sillabe lunghe e brevi ha una conseguenza precisa sulla metrica della protolingua, che dovette essere di natura quantitativa, cioè basata sulla durata, o quantità della sillaba, secondo quanto stabilito già da Antoine Meillet[29], il quale afferma con chiarezza che l'unità di base del ritmo del verso proto-indoeuropeo, esattamente come in greco e in vedico, era la sillaba, essendo ogni parola indoeuropea costituita di sillabe lunghe e brevi[30].

Il greco e il vedico rivestono particolare importanza nella ricostruzione della metrica indoeuropea per una serie di ragioni:

  • in primo luogo, il greco antico e il vedico presentano meglio conservata la situazione della prosodia proto-indoeuropea comune;
  • per converso, le lingue celtiche, italiche, germaniche hanno attuato fortissime innovazioni della situazione originaria; presenta innovazioni, sia pur in misura minore, anche il persiano antico (avestico e gatico);
  • lo statuto particolare del ramo anatolico, particolarmente arcaico ma anche, per varii aspetti, marginale, ne ridimensiona in gran parte il peso sulla ricostruzione[31].

Oltretutto, come osservato a suo tempo da Marcello Durante, il greco e le lingue indo-arie sembrano oggettivamente possedere un patrimonio culturale comune, che ha influito a largo raggio in tutta l'area occupata dalle tribù indoeuropee nella fase tardo-unitaria (fenomeno della solidarietà greco-indoiranica)[32].

Il panorama delle metriche delle antiche lingue indoeuropee risulta in apparenza assai vario. Ad esempio:

  • in greco, si assiste alla compresenza di due sistemi in apparenza eterogenei: 1) la metrica eolica, basata su versi di numero di sillabe fisso (isosillabismo), con una parte libera di una o due sillabe (base hermanniana) e una parte dal ritmo quantitativo stabilito; 2) la metrica ionica, basata sulla possibilità di sostituire una lunga con due sillabe brevi[33]; l'uso di figure di suono (allitterazione o rima), è collegato a contesti particolari[34];
  • in vedico si ha minor varietà di forme: i versi hanno numero di sillabe fisse (isosillabismo), con una parte libera iniziale e la chiusa con ritmo quantitativo stabilito[35]; anche in vedico, l'uso delle figure di suono è legato a contesti particolari[36];
  • in latino, prima dell'importazione della metrica greca, l'unico verso quantitativo strutturato è il saturnio, assai irregolare e caratterizzato da un largo impiego dell'allitterazione e dell'omeoteleuto[37]; allitterazioni e omeoteleuti caratterizzano anche la prosa ritmica delle formule magiche e giuridiche (carmen)[38];
  • in germanico i versi, divisi per lo più in due membri da una cesura e basati sull'allitterazione, hanno un ritmo basato su un numero fisso di sillabe accentate e un numero variabile di sillabe non accentate[39];
  • nelle lingue celtiche si sviluppa una metrica raffinata, basata sull'isosillabismo e sulla rima, all'interno di strofe e componimenti poetici complessi[40].

Da questa variegata gamma di situazioni emergono due fenomeni salienti:

  • in tutte le forme metriche attestate nelle varie tipologie di poesia indoeuropea, è evidenziabile la presenza di figure di suono, con la differenza che in alcuni casi (greco, vedico) queste figure di suono sono usate a fini espressivi, mentre in altri casi (latino arcaico, germanico, celtico) sono parte del sistema;
  • in greco (metri eolici) e in vedico ci sono forme metriche caratterizzate da: 1) isosillabismo; 2) presenza di una base libera; 3) presenza di una clausola o chiusa del verso rigorosamente regolata; 4) impiego dei versi in strutture strofiche (distici come minimo). Nelle lingue celtiche, germaniche e italiche, che non si conformano a questo sistema, si rileva comunque una tendenza molto spiccata alla simmetria e all'isosillabismo[41].

La conseguenza di queste semplici osservazioni porta a dedurre che il verso indoeuropeo aveva alcuni caratteri definiti:

  • era contrassegnato da isosillabismo (versi dello stesso numero di sillabe, da otto in su: ne sono esempi il gliconeo greco o uno dei quattro versicoli componenti la śloka sanscrita);
  • nella prima parte era libero, ma aveva struttura rigorosa sul piano quantitativo nella clausola, che in linea di massima poteva avere ritmo giambico o trocaico (quest'ultimo aspetto è contestato da chi nega la distinzione fra lunghe e brevi nel proto-indoeuropeo comune);
  • era aggregato in strofe, in cui spesso l'ultimo verso poteva essere caratterizzato da catalessi, cioè da caduta dell'ultima sillaba (i canti indoeuropei, fossero di carattere narrativo o fossero inni agli dèi come i componimenti del Rgveda, avevano forse più spesso la struttura dell'ode che del poema);

La lingua poetica indoeuropea[modifica | modifica wikitesto]

Da quanto abbiamo detto sulle formule più ricorrenti della poesia indoeuropea, "gloria immortale" e "sacra potenza", si può dedurre una constatazione abbastanza semplice: la società tardo-indoeuropea kurganica esprimeva una poesia di carattere epico, che già riconosceva, come suo valore primario, la ricerca della gloria in quanto unica possibile forma di eternità concessa all'uomo. Ne consegue che il poeta, fra gli indoeuropei, aveva probabilmente un ruolo particolare. Ne rendono testimonianza il ruolo che agli aedi attribuisce la poesia omerica, così come l'articolata complessità di figure di poeti conosciute dal mondo indo-ario.

Sul piano delle tematiche dell'ipotetica poesia indoeuropea, è verosimile l'idea che in essa fossero già presenti alcuni nuclei narrativi ricorrenti delle epiche indoeuropee storicamente note, e alcuni miti cosmogonici che gli indoeuropei, come del resto i semiti e altre popolazioni dell'Eurasia, avevano ereditato dalle più antiche culture del neolitico sin dall'epoca dell'invenzione e dell'assimilazione delle tecnologie legate alla pratica dell'agricoltura. Temi come il ritirarsi dell'eroe offeso, che reca disgrazia alla comunità, o il ritorno dell'eroe, che ristabilisce una situazione di equilibrio, o archetipi narrativi come il compianto dell'amico dell'eroe (che si ritrovano per altro anche in epiche non indoeuropee) devono risalire a una fase molto remota.

Proto-lessico e proto-cultura[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Indoeuropei.

Lo studio dell'Indoeuropeo come protolingua ha permesso agli studiosi di collocare nel tempo e nello spazio l'ipotetica protocultura comune alle varie tribù che parlavano dialetti indoeuropei. Allo stadio attuale degli studi la maggior parte degli indoeuropeisti, sulla scorta delle indagini archeologiche di Marija Gimbutas, tende a porre l'Urheimat, o sede originaria, degli Indoeuropei, nella zona compresa fra i Monti Urali e il Mar Nero, e a indicare nella prima età del bronzo (5000 a.C.) il momento della preistoria dell'Eurasia in cui si definisce l'identità originaria degli Indoeuropei, la cui civiltà è per lo più identificata con la cultura kurgan, le grandi sepolture a tumulo diffuse fra il basso Danubio e le pendici del Caucaso. Secondo questa teoria, tendenzialmente maggioritaria, gli Indoeuropei si sarebbero poi diffusi in varie ondate, con migrazioni semi-violente o vere e proprie invasioni, sovrapponendosi alle più antiche società neolitiche grazie a tre innovazioni tecnologiche: le armi di bronzo, la ruota a raggi e la domesticazione del cavallo.

Teorie alternative rintracciano il punto di irradiazione degli indoeuropei in altre zone:

  • L'archeologo britannico Colin Renfrew individua l'Urheimat in Anatolia, e fa coincidere l'espansione indoeuropea con la diffusione dell'agricoltura nel Neolitico, a partire dall'8000 a.C.; nonostante l'ingegnosità dell'approccio, agli occhi della comunità scientifica il punto di vista di Renfrew non riesce però a spiegare coerentemente la presenza degli Indoeuropei in India;
  • Il linguista italiano Mario Alinei ipotizza che gli Indoeuropei fossero presenti nelle loro sedi già alla fine del Paleolitico Superiore (teoria della continuità), associandone la diffusione all'arrivo dell'Homo sapiens in Europa circa 30.000 anni fa; Alinei si spinge a ricondurre al Paleolitico fin troppi aspetti dell'attuale situazione geolinguistica europea: agli occhi degli studiosi tale approccio, nonostante alcuni affascinanti spunti teorici, non appare perciò fondato su prove certe e complica inutilmente il quadro linguistico dell'Europa occidentale, che si spiega molto meglio in virtù di eventi storici assai più recenti e ben documentati;

Oltre al tentativo di identificare la Urheimat, gli archeologi e i linguisti (fra cui spiccano, in Italia, Enrico Campanile, Paolo Ramat e Anna Giacalone Ramat) hanno cercato di ricostruire, per quanto possibile, i tratti comuni alla civiltà indoeuropea. Il lessico della protolingua e le somiglianze antropologiche delle varie tribù, permettono di individuare con sufficiente sicurezza alcuni aspetti originari comuni:

  • la protolingua riflette una cultura della prima Età del Bronzo (tardo-eneolitica e proto-calcolitica), dato che le uniche sostanze metalliche note ai primi Indoeuropei sembrano essere state il rame e la sua lega con lo stagno, entrambe indicate dalla radice alla base della parola latina aes, "bronzo", appunto;
  • dal punto di vista dell'organizzazione della famiglia, gli Indoeuropei sembrano essere caratterizzati da un forte patriarcato virilocale; marcate convergenze etnologiche e mitografiche fra popolazioni indoeuropee di età storica e l'usanza di seppellire nei Kurgan, con il principe morto, le sue mogli e concubine, induce gli antropologi a pensare che fra gli Indoeuropei si praticasse il sacrificio della vedova; un altro segno della condizione di inferiorità sociale subita dalla donna è fornito dal fatto che nella società schiavistica delle tribù indoeuropee la schiavitù sembra essere stata in origine prettamente femminile;
  • la struttura sociale indoeuropea sembra essere trifunzionale, articolata cioè in sacerdoti, guerrieri e produttori; tale tripartizione di funzioni venne ipotizzata, per gli Indoeuropei, da George Dumézil; essa appare tipica di ogni società che mostri qualche primitiva forma di specializzazione;
  • alla testa della tribù indoeuropea è in genere un *regs, un re con funzioni sacrali, che può essere affiancato da un capo militare o può coincidere con esso; figure di capi-clan sottoposti al *regs sono il *wikpotis (signore del *woikos o clan tribale) e il *demspotis (signore della casa, o paterfamilias);
  • un ruolo a parte, nella società indoeuropea, aveva il poeta, cantore orale che come artefice della parola appare dotato altresì di poteri magici ed evocativi, sciamanici;
  • la religione degli Indoeuropei rifletteva la loro società: era infatti dominata da figure di divinità maschili associate ai fenomeni celesti, per quanto non manchino del tutto le dee; una figura divina comune ricostruita con abbastanza sicurezza è *Dyeus, il sacerdotale dio Cielo; a *Dyeus si affiancava probabilmente, come moglie, una Madre Terra (*Dhghōm maH2tēr), un guerriero dio delle tempeste *Perkwunos, e infine un pacifico dio organizzatore delle attività produttive del popolo, *H2aryomen; altre figure divine, accanto a queste, sono: il dio delle acque *Neptonos, la dea puledra *"H1ekwonaH2" la dea delle acque profonde *Danu-, i due gemelli celesti "Figli di *Dyeus", la loro sorella e sposa, la "Figlia del Sole", la dea *H2ausos (l'Aurora), il dio della luna *Menot e infine la dea infera *Kelu-;
  • si è tentato di ricostruire alcune pratiche di culto ancestrali, con qualche risultato attendibile: sicuramente il cavallo, animale centrale nell'economia e nella guerra indoeuropea, era al centro di pratiche religiose e sacrifici. Usanze e miti persistenti, comuni a regioni dell'Indoeuropa molto lontane nel tempo e nello spazio, come l'Irlanda medievale e l'Arcadia, fanno pensare che l'elezione del re sacro culminasse con l'accoppiamento del prescelto con una cavalla rappresentante una dea locale; ruoli importanti, come totem, avevano anche il gallo, l'aquila, il toro;
  • la convergenza fra la poesia epica dei Greci, dei Celti e degli Indo-arii permette di individuare alcuni temi e valori comuni, e in particolare: 1) il motivo della "nobile gloria" e della "gloria immortale", come molla per il compimento di imprese eroiche; 2) la presenza di miti originari come il duello fra il dio delle tempeste *Perkwunos e un mostruoso drago, o il rapimento della bella Figlia del Sole, che viene liberata e riscattata dai suoi due fratelli e sposi, i "Figli di *Dyeus".

Studi completi e approfonditi della religiosità e dei miti degli Indoeuropei, nonché della loro struttura narrativa sono stati recentemente messi a punto da Calvert Watkins e Martin Litchfield West.

Diverse ipotesi sull'origine e sulla relazione con altre lingue[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene la teoria esposta sia generalmente accettata nella comunità scientifica, da più parti ed in più momenti sono state avanzate critiche o riformulazioni in contesti più vasti della teoria dell'Indoeuropeo.

L'ipotesi della lega linguistica indoeuropea[modifica | modifica wikitesto]

Possiamo ricordare il suggerimento di Vittore Pisani, secondo il quale l'ultima fase della comunità indoeuropea deve essere interpretata come lega linguistica, in cui si distingue chiaramente la componente fondamentale del "protosanscrito".

Sebbene un simile punto di vista abbia aspetti di plausibilità, si comprende bene che questa proposta non fa che spostare la questione dall'Indoeuropeo al "protosanscrito" (secondo Pisani). In tale prospettiva alcune somiglianze tra le lingue indoeuropee si potrebbero in parte spiegare anche come contatti secondari, ossia condivisioni di tratti linguistici tra lingue geograficamente vicine. È chiaro che in tal caso alcuni dei tratti che normalmente si fanno risalire ad un proto-indoeuropeo potrebbero invece risultare miraggi di ricostruzione, essendosi diffusi in alcune lingue della lega linguistica in un'epoca in cui queste erano differenziate e separate. Naturalmente questa interpretazione può spiegare alcuni aspetti, ma risulta essenzialmente limitata dalla semplice constatazione che normalmente solo il lessico viene scambiato con una certa facilità, mentre più difficilmente lo stesso accade con gli elementi morfologici.

Oggi l'ipotesi della lega linguistica è abbandonata dalla più parte degli studiosi, i quali sono convinti che l'indoeuropeo, specie nelle fasi più tarde, si presentasse come un diasistema, cioè un insieme di dialetti caratterizzati da intelligibilità reciproca, ma ricco di varianti locali (un po' come i dialetti delle varie aree linguistiche neolatine).

Le lingue del Vecchio Mondo nell'ottica delle superfamiglie[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Nostratico e Teoria della continuità.

Si deve ricordare uno studio apprezzabile da un punto di vista archeologico e cronologico che si basa sulle parentele tra le famiglie linguistiche del Vecchio Mondo, portato avanti dalle teorie rivali della superfamiglia Nostratica e della superfamiglia Eurasiatica.

Nella prospettiva di tali teorie, l'Indoeuropeo (forse insieme all'Ugrofinnico) si sarebbe staccato dal corpo principale della superfamiglia (Nostratica o Euroasiatica, a seconda della teoria) in un momento che alcune teorie fanno risalire alla fine del Neolitico (Colin Renfrew), altre invece al Paleolitico superiore, probabilmente prima della glaciazione Wurm (Mario Alinei, Franco Cavazza e assertori delle teorie della continuità paleolitica).

Alla remota fase del distacco dal nostratico (o dall'eurasiatico), qualunque datazione si proponga per essa, si dovrebbero far risalire le più antiche e genuine somiglianze tra Indoeuropeo, nella sua interezza, e le famiglie sorelle, non escludendo naturalmente fenomeni successivi di convergenza linguistica (quali i prestiti).

Nell'ottica di alcune di queste ipotesi, quindi, viene in parte ridiscussa l'ipotesi dell'Urheimat così come delineata finora.

Antiche proposte di famiglie comprendenti l'Indoeuropeo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Doppio strato dell'indoeuropeo.

Può essere utile, al fine di cercare di comprendere la complessità del problema delle somiglianze tra Indoeuropeo e altre famiglie linguistiche, avere una panoramica delle ipotesi, più o meno ragionevoli, proposte in letteratura.

Teorie quasi-nostratiche[modifica | modifica wikitesto]

Sempre nella prospettiva della superfamiglia preistorica, non si può non osservare che l'Ugro-Finnico è, tra le altre famiglie linguistiche, quella che sembra presentare il maggior numero di somiglianze sistematiche con l'Indoeuropeo: di qui l'ipotesi dell'Indo-uralico di Collinder e Pedersen, antesignana del Nostratico.

Si vuole ricordare anche il tentativo di Pedersen, Meriggi e Heilmann con l'ipotesi dell'Indo-Semita, dove la macro-famiglia verrebbe formata dall'Indoeuropeo e dal solo ramo semitico dell'Afro-asiatico. Tentativi simili furono proposti precedentemente da Hermann Möller (appoggiandosi anche all'ipotetica presenza delle laringali), Albert Cuny, e indipendentemente da Ascoli.

L'Indoeuropeo lingua creola?[modifica | modifica wikitesto]

In qualche modo affine alla proposta dell'Indo-Uralico (e non del tutto incompatibile con essa), è la proposta del doppio strato per l'antico Indoeuropeo, con la quale si proponeva l'Indoeuropeo come frutto di una antica creolizzazione tra una lingua ugrofinnica e una lingua di tipo Caucasico Settentrionale, il che spiegherebbe, tra l'altro, l'apparente ergatività dell'antico Indoeuropeo (ipotesi di Uhlenbeck, 1935). Un'ipotesi affine è stata recentemente riproposta da F. Kortlandt.

Analoghe proposte furono avanzate anche da Trubeckoj e Tovar, che considerarono la possibilità di includervi anche contributi semitici.

Proposte alternative ed eterodosse[modifica | modifica wikitesto]

Infine diversi sono stati i tentativi, più o meno apprezzabili, di collegare l'Indoeuropeo con:

Conclusioni[modifica | modifica wikitesto]

Come si può notare, le teorie sull'origine dell'indoeuropeo e sulla sua ricostruzione ed evoluzione costituiscono un capitolo assai complesso della storia degli studi linguistici. L'inventario fonetico e i paradigmi qui presentati, conformi come sono a una ricostruzione tradizionale e "neogrammatica" in parte riveduta e ampliata, non riscuotono essi stessi un consenso unanime presso tutti i linguisti.

Di fronte a questo mare magnum di ipotesi e constatazioni di somiglianze più o meno fondate, si capisce facilmente come, in linguistica, ci sia stata la volontà di perfezionare l'armamentario analitico, cercando anche di utilizzare strumenti il più possibile quantitativi e non sempre qualitativamente validi allo scopo di poter costruire, e discutere, finalmente teorie veramente sensate.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Calvert Watkins, Il proto-indoeuropeo, in Le lingue indoeuropee, a cura di Anna Giacalone Ramat & Paolo Ramat, Bologna, Il Mulino, 1997, pp. 45 s.
  2. ^ André Martinet, Des steppes aux océans - L'indo-européen et les "Indo-européens", Paris, Payot, 1986, ed. ital. L'indoeuropeo. Lingue, popoli e culture, Laterza, Bari, 1987, p. 4
  3. ^ La complessa storia dei pionieri della linguistica è trattata da H. Arens, Sprachwissenschaft -Der Gang ihrer Entwicklung von der Antike bis zur Gegenwart, Freiburg i. Br., 1969 (seconda ed.), pp. 143-160. Una trattazione sintetica offrono Calvert Watkins, op. cit., p. 46, Oswald Szémerenyi, Einfuhrung in die vergleichende Sprachwissenschaft, Darmstadt, Wissenschaftliche Buchgesellschaft, 1970, ed. ital. Introduzione alla linguistica comparativa, Milano, Unicopli, 1990 (seconda ed.), pp. 21-28; Paolo Milizia, Le lingue indoeuropee, Carocci, Roma 2004, p.7
  4. ^ E. Campanile, B. Comrie, C. Watkins, Introduzione alla lingua e alla cultura degli indoeuropei, il Mulino, Bologna 2005, p. 40
  5. ^ Per una visione riassuntiva della situazione del substrato anatolico pregreco cfr. Francisco Villar, Los indoeuropeos i los origines de Europa, Madrid, Gredos, 1996, seconda ed., ed. ital. Gli indoeuropei e l'origine dell'Europa, Bologna, il Mulino, 1997, pp. 549 ss. Una descrizione compiuta delle attestazioni dell'egeo-anatolico è in Vladimir Georgiev, Vorgriechische Sprachwissenschaft, voll. I e II, Sofia, 1941-1945. La correlazione fra il ramo egeo-anatolico o pelasgico dell'indoeuropeo e la decifrazione della scrittura minoica lineare A è analizzata dallo stesso Vladimir Georgiev in Lexique des inscriptions créto-myceniennes, Sofia, 1955, nonché in Les deux langues des inscriptions en linéaire A, Sofia, 1963. Per l'evoluzione delle teorie di Kretschmer sulle lingue egee pre-greche, cfr. Paul Kretschmer, "Die protindogermanische Schicht", Glotta, 14 (1925), pp. 300-319, nonché, "Die vorgriechische Sprach- und Volksschichten", in Glotta, 28 (1940) 231-278 e Glotta, 30 (1943), pp. 84-218. Una compendiosa trattazione degli adstrati e dei substrati indoeuropei pregreci nell'Egeo è in Otto Hoffmann, Albert Debrunner, Anton Scherer, Geschichte der griechische Sprache, Berlin, De Gruyter, 1917, quarta ed., ed. ital, Storia della lingua greca, Napoli, Macchiaroli, 1969, vol. I, pp. 16-26. A una forma molto arcaica del ramo anatolico dell'indoeuropeo ha voluto ricondurre anche l'etrusco F. R Adrados, "Etruscan as an IE Anatolian Language", Journal of Indo-europaean Studies, 17 (1989) pp. 363-383, e "More on Etruscan as an IE-Anatolian Language", Kuhns Zeitschrift für vergleichende Sprachforschung 107 (1994), pp. 54-76; la parentela fra la lingua etrusca e l'indoeuropeo resta controversa.
  6. ^ per una trattazione organica dei dialetti greci, miceneo compreso, cfr. Hoffmann, Debrunner, Scherer, op. cit. vol I, pp. 31-55. -ma vedi anche Henry, M. Hoenigswald, "Greco", in Le lingue indoeuropee a cura di Giacalone-Ramat, Ramat, cit. pp. 255-288.
  7. ^ sul ramo indo-ario dell'indoeuropeo e la sua storia, cfr. Villar, Gli indoeuropei cit., pp. 567-587. Si tenga presente che le élite militari indo-iraniche di Mesopotamia parlavano dialetti affini al proto-vedico, non un suo antenato diretto. Le attestazioni dell'indo-iranico fuori dell'India e della Persia rimandano sistematicamente all'indiano antico, non al persiano, come attesta Romano Lazzeroni, "Sanscrito", in Le lingue indoeuropee a cura di Giacalone-Ramat, Ramat cit., p. 123 ss. Per una trattazione organica dell'iranico cfr. invece, Nicholas Sims-Williams, "Le lingue iraniche" in Le lingue indoeuropee cit. pp. 151-162.
  8. ^ Villar, Gli indoeuropei cit., pp. 443-460; Patrick Sims-Williams "Le lingue celtiche", in Le lingue indoeuropee, a cura di Giacalone-Ramat, Ramat, cit., pp. 374-408
  9. ^ Il contesto linguistico italico è assai complesso, per la presenza di componenti linguistiche diversissime sin dagli albori dell'età antica: cfr. Villar, Gli indoeuropei cit., pp. 473-498; Domenico Silvestri "Le lingue italiche", in Le lingue indoeuropee a cura di Giacalone-Ramat, Ramat, cit., pp. 349-366; per il latino, cfr Edoardo Vineis "Latino", ibidem, pp. 289-348; v. inoltre F. Stoltz, A. Debrunner, W. P. Schmid, Geschichte der lateinischen Sprache, Berlin, De Gruyter, 1966, quarta ed. ital. Storia della lingua latina, Bologna, Pàtron, 1993, a cura di E. Vineis e A. Traina.
  10. ^ Villar, Gli indoeuropei cit., pp. 425-442; Paolo Ramat, "Le lingue germaniche", in Le lingue indoeuropee, a cura di Giacalone-Ramat & Ramat cit., pp. 409-440.
  11. ^ Villar, Gli indoeuropei cit, pp. 539-546; Roberto Ajello, "Armeno", in Le lingue indoeuropee cit., pp. 225-254.
  12. ^ Werner Winter, "Tocario", in Le lingue indoeuropee cit. pp. 181-196; Villar,Gli indoeuropei, pp. 589-594.
  13. ^ Szémerenyi, op. cit. p. 31; Vittore Pisani, Le lingue dell'Italia antica oltre il latino, Torino, Rosenberg & Sellier, 1964.
  14. ^ Henning Andersen, "Le lingue slave", in Le lingue indoeuropee cit. pp. 441-480; Villar, pp. 413-425.
  15. ^ Villar, Gli indoeuropei cit. pp. 401-412; William R. Schmalstieg "Le lingue baltiche" in Le lingue indoeuropee a cura di Giacalone-Ramat & Ramat, pp. 481-506.
  16. ^ Shaham Demiraj, "Albanese" pp. 507-531.
  17. ^ Szémerenyi, op. cit., pp. 32 s.; Villar, Gli indoeuropei cit. pp. 531 ss., 379 ss., pp. 389 ss, pp. 465 ss., 395 ss.
  18. ^ Vladimir Georgiev "Das Pelasgische", Proceedings of the Eight International Congress of linguists, Oslo, 1958, pp. 406-413. Al cosiddetto pelasgico si ricondurrebbero alcune parole del greco antico non spiegabili con l'evoluzione fonetica dei dialetti protogreci: ad es. πύργος "torre" < proto-indoeur. *bhergh "luogo elevato" (cfr. il germanico burge il celtico briga) o il verbo ἀτεμβω "danneggiare" (cfr. sanscrito dabhati) o la parola τύμβος "tomba" (proto-indoeur. *dhṃbh) che è praticamente un doppione del più genuinamente greco τάφος, che ha la stessa etimologia, o ancora ταμίας, che in origine significa "dispensiere, domestico", dalla radice *dom- "casa" (cfr. latino domus, gr. δῶμα). Le caratteristiche del pelasgico sono: la legge di Grassmann sulle aspirate come in sanscrito e in greco; un'evoluzione delle consonanti simile a quella dell'armeno; la satemizzazione delle gutturali; la comparsa di u davanti alle nasali e liquide di valore sillabico; la confusione delle vocali /a/ e /o/.
  19. ^ W. Merlingen, Das "Vorgriechische" und die sprachwissenschaflich-voristorischen Grundlagen, Wien, 1955, e "Eine ältere Lehnwortschicht im Griechische", in Griechische I: Lautgeschichte, Wien,1963. Caratteristiche del greco psi sono: una strana rotazione consonantica per cui le occlusive sorde /p, t, k/ diventano /ps, s, ks/, le sonore si aspirano, per cui ad es. si ha /b/>/pʰ/, le sonore aspirate compaiono come semplici sonore. Al greco psi risalgono per esempio parole come ξάνθος "biondo" (cfr. il latino candidus e il greco Κάστωρ "Castore", cioè "Lo splendente", dal proto-indoeur. *kad "rifulgere").
  20. ^ M. Budimir "Zur protoindogermanischen Schicht, in Actes du deuxième congrès international des linguistes, Genève, 1933, pp. 182-184. Il pelastico ha caratteristiche affini a quelle delle lingue slave. Esso spiegherebbe parole come σαργός "cervo", da *kerwos, *kṛwos (cfr. lat. cervus), attraverso due mutamenti fonetici caratteristici: 1) la satemizzazione; 2) la trasformazione della labiovelare /w/ in velare sonora /g/.
  21. ^ Szémerenyi, Introduzione cit., p.249; Watkins, in Le lingue indoeuropee Giacalone-Ramat, Ramat cit., p. 84; Milizia, Le lingue indoeuropee cit. p. 34 s.; Villar Gli indoeuropei cit. p. 319
  22. ^ Szémerenyi, pp. 101 ss.
  23. ^ Sulla presenza di vocali lunghe e vocali brevi nel protoindoeuropeo, v. Watkins, in Le lingue indoeuropee a cura di Giacalone-Ramat, Ramat, cit. p. 65
  24. ^ Villar, Gli indoeuropei cit., pp. 225 ss.; 264 ss.
  25. ^ Szémerenyi, op. cit. pp. 97-109.
  26. ^ Villar, Gli indoeuropei cit. p. 266.
  27. ^ Voyles, Glotta 52 (1974), p. 81: "The question is not whether indo-europaean had tone, but whether it was polytonous or monotonous; Indo-europaean may have been monotonous and Greek, Lithuanian polytony may be innovated".
  28. ^ Le basi metodologiche della comparazione fra forme poetiche sul piano stilistico e metrico sono rinvenibili in Calvert Watkins, How to Kill a Dragon –Aspects of Indo-European Poetics, New York, Oxford Univ. Press, 1995, p. 1-6.
  29. ^ Antoine Mellet, Les origines indo-européennes des mètres grecs, Paris, 1923, pp. 7-11.
  30. ^ Meillet, Les origines, cit. p. 10: "Le rythme des vers indo-européens résultait donc seulement de la succession de syllabes longues et breves: l'unité metrique, en grec ancien et en vedic, est la syllabe".
  31. ^ Meillet, Les origines... cit., p. 15 ss.; Villar, Gli indoeuropei cit. p. 177.
  32. ^ Marcello Durante, Sulla tradizione della preistoria poetica greca, Parte seconda: risultanze della comparazione indoeuropea, Roma, ed. dell'Ateneo, 1976, pp. 40-45.
  33. ^ Meillet, Les origines cit. pp. 25 ss.
  34. ^ L'uso dell'allitterazione è ad esempio collegato, in Omero, alla necessità di staccare il discorso diretto dalla narrazione, come stabilisce Mario Cantilena, "Sul discorso diretto in Omero", in Omero tremila anni dopo, a cura di Franco Montanari & Paola Ascheri, Roma, Ed. di storia e letteratura, 2002 pp. 21-39.
  35. ^ Sulla minor varietà di forme della metrica vedica in opposizione a quella greca, cfr. Meillet, Les origines cit., p. 16.
  36. ^ Meillet, Les origines cit. p. 15, nota la correlazione fra allitterazione e occasionale paronomasia o figura etimologica.
  37. ^ Sul saturnio cfr. Giorgio Pasquali, Preistoria della poesia romana, Firenze, sansoni, 1936. Per il Pasquali il saturnio nasce dall'aggregazione di un dimetro giambico catalettico e di un verso itifallico, cioè da versi greci importati e rielaborati in modo originale. L'apporto proprio del latino sono le figure di suono.
  38. ^ Sul carmen, canto-incantesimo latino arcaico, prima sacrale poi esteso alla formula giuridica, v. Bruno Luiselli, Il problema della più antica prosa latina, Cagliari, Fossataro, 1969, pp. 123-171.
  39. ^ Per la metrica germanica resta ancora fondamentale Eduard Sievers, Zur Rhythmik des germanischen Alliterationsverses, Beitrage zur Geschichte der Deutschen Sprache u. Litteratur, Halle, vol. X (1885).
  40. ^ Fornisce ampio materiale sulla metrica antico-irlandese, Calvert Watkins, Indo-European Metrics and Archaic Irish Verse, Celtica, 6 (1963), p. 194-249.
  41. ^ Sui risultati della comparazione fra le varie forme poetiche e strofiche delle antiche forme poetiche indoeuropee cfr. l'ampio materiale raccolto da Watkins, How to Kill a Dragon cit. pp. 97-134; 197-276.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Enrico Campanile, Comrie Bernard, Watkins Calvert, Introduzione alla lingua e alla cultura degli Indoeuropei, Il Mulino, 2005, ISBN 88-15-10763-0.
  • Vittore Pisani, Le lingue indoeuropee, 3ª ed., Paideia, 1979, ISBN 88-394-0027-3.
  • Colin Renfrew, Archeologia e linguaggio, 2ª ed., Laterza, 1999, ISBN 88-420-3487-8.
  • Oswald Szemerényi, Introduzione alla linguistica indoeuropea, Milano, Unicopli, ISBN 88-400-0008-9.
  • Michael Meier-Brügger, Indo-European Linguistics, Berlin/New York, de Gruyter, 2003, ISBN 3-11-017433-2.
  • Francisco Villar, Gli indoeuropei e le origini dell'Europa, Bologna, Il Mulino, 1997, ISBN 88-15-05708-0.
  • Paolo Milizia, Le lingue indoeuropee, Carrocci, 2002, ISBN 88-430-2330-6.
  • Moreno Morani, Lineamenti di linguistica indeuropea, Aracne, 2007, Roma, ISBN 978-88-548-1275-8.
  • Marija Gimbutas Il linguaggio della Dea: mito e culto della Dea madre nell'Europa neolitica, (1989); introduzione di Joseph Campbell; traduzione di Nicola Crocetti di The Language of the Goddess.

Bibliografia internazionale.

  • André Martinet, Des steppes aux océans - L'indo-européen et les "Indo-européens", Paris, Payot, 1986, ed. ital. L'indoeuropeo. Lingue, popoli e culture, Laterza, Bari, 1987, p. 4.
  • James Clackson, Indo-European Linguistics: An Introduction (Cambridge Textbooks in Linguistics), Cambridge, Cambridge University Press, 2007, ISBN 0-521-65313-4.
  • Benjamin W. Fortson: Indo-European Language and Culture. An Introduction. Blackwell Publishing, Malden 2004, ISBN 1-4051-0316-7.
  • Ernst Kausen: Die indogermanischen Sprachen. Von der Vorgeschichte bis zur Gegenwart. Helmut Buske Verlag, Hamburg 2012, ISBN 978-3-87548-612-4.
  • Winfred P. Lehmann: Theoretical Bases of Indo-European Linguistics. Routledge, London 1996, ISBN 0-415-13850-7. )

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]