Lingua ittita

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Ittita (nešili)
Parlato in Anatolia
Periodo XX-XII secolo a.C. circa
Classifica estinta
Scrittura Cuneiforme
Tipo SOV
Filogenesi Lingue indoeuropee
 Lingue anatoliche
  Ittita
Codici di classificazione
ISO 639-3 hit  (EN)

La lingua ittita era una lingua indoeuropea del gruppo anatolico, parlata in Anatolia nel II millennio a.C. dal popolo degli Ittiti. È detta anche nesiano - con le varianti "nesico", "nesili", "nasili" - da nešili ("nella lingua di Nesas" o "Nesh", oggi Kültepe oppure Nevşehir), espressione che ricorre nei testi ittiti, o "hittita" - "Hittiti", variante di Ittiti, deriva da un'altra espressione ricorrente nelle iscrizioni, ḫatili ("nella lingua di Hati"), inizialmente interpretata come relativa al popolo estensore degli scritti, e solo in seguito identificata come propria del popolo non indoeuropeo degli Hatti, sottomessi proprio agli Ittiti in Anatolia[1][2].

Storia[modifica | modifica sorgente]

L'area di diffusione originaria della lingua ittita (in giallo) nel II millennio a.C., accanto alle altre lingue anatoliche dell'epoca: il palaico (in rosso) e il luvio (in azzurro)[3].

La scoperta e la decifrazione dell'ittita[modifica | modifica sorgente]

La scoperta della lingua ittita risale alla prima metà del XIX secolo, quando Charles Texier individuò, presso la città turca di Bogazköi, le rovine di una grande città (1834). Il sito sarebbe stato in seguito identificato con Ḫattuša, capitale dell'Impero ittita noto da fonti egizie; gli scavi sistematici ebbero inizio però solo nel 1906 con Hugo Winckler, che rinvenne enormi archivi reali redatti su tavolette di argilla in caratteri cuneiformi e risalenti fino al XX secolo a.C. La lingua che contenevano fu chiamata ittita, sulla scorta dell'ipotesi, formulata intorno al 1880 da Archibald Henry Sayce, secondo la quale il popolo misterioso sarebbe stato quello degli "Hittim" citati dalla Bibbia. Il nome finì col prevalere sull'endoetnonimo "Nesiani", appurato in seguito, anche quando fu chiaro che gli Ittiti non erano affatto da identificarsi con gli Hittim, adattamento ebraico di Hatti[1].

La lingua risultò di difficile decifrazione, nonostante la leggibilità dei caratteri cuneiformi. I paradigmi linguistici dell'epoca non ammettevano la presenza di lingue indoeuropee in Anatolia in epoche così antiche, salvo la lingua frigia penetrata nella regione non prima del XII secolo a.C. circa, in seguito a una migrazione dalla Penisola balcanica storicamente attestata. I tentativi di comprensione dell'ittita si concentrarono perciò sulla ricerca di affinità con lingue mesopotamiche non indoeuropee, quali l'accadico o il sumero, e furono condotti da orientalisti con poca dimestichezza con l'indoeuropeistica, disciplina tra l'altro solo di recente e provvisoria definizione. Soltanto nel 1915 un indoeuropeista ceco, Bedřich Hrozný, si accostò, in parte casualmente, all'ittita e, applicando il metodo comparativo dell'indoeuropeistica alla lingua sconosciuta, riuscì a penetrarne il senso, identificando chiari elementi indoeuropei, come per esempio un vadar con il significato di "acqua". I risultati dei suoi studi, pubblicati nel 1917, furono accolti inizialmente con scetticismo, ma finirono presto con l'imporsi, anche se i rapporti dell'ittita con il resto della famiglia linguistica indoeuropea furono ancora a lungo oggetto di dibattiti[1].

Storia della lingua[modifica | modifica sorgente]

Non è chiaro quando le lingue anatoliche si differenziarono tra di loro, anche se è quasi certo che tale processo sia avvenuto dopo l'insediamento degli Anatolici nella loro sede storica. Anche la data di tale insediamento è oggetto di dibattito, ed è collocato in un lunghissimo intervallo che va dalla seconda metà del IV millennio a.C., epoca delle prime penetrazioni di elementi indoeuropei in Anatolia secondo Marija Gimbutas, agli ultimi secoli del III millennio a.C. In ogni caso, i più antichi documenti ittiti, risalenti al XX secolo a.C., mostrano tratti linguistici già chiaramente delineati, e inoltre la presenza di notevoli influenze di elementi non indoeuropei di sostrato, soprattutto di origine hatita[1].

Versione in ittita del trattato di Qadeš (Kinza in ittita) tra il re degli Ittiti Hattusili III e il faraone egizio Ramesse II, siglato nel 1274 a.C. e rinvenuto negli archivi reali di Ḫattuša. È il più antico trattato di pace esistente ed è conservato presso il Museo archeologico di Istanbul.

L'evoluzione storica della lingua ittita è strettamente legata alle vicende dell'Impero ittita, che raggiunse l'apogeo intorno al XIV-XIII secolo a.C. L'ittita era la lingua ufficiale dell'impero, e in ittita furono redatti la maggior parte degli scritti conservati presso gli archivi reali di Ḫattuša. Il termine autoctono per identificare la lingua, nešili, lascia tuttavia supporre che ad Ḫattuša la lingua sia stata introdotta a partire dalla regione di Nevşehir, l'antica Nissa. Dopo la caduta dell'impero, gli Ittiti tornarono a frammentarsi in città-Stato e la loro lingua si avviò verso il declino, che fu compiuto intorno al XII secolo a.C. circa. Numerosi elementi ittiti si rintracciano però nelle lingue anatoliche del I millennio a.C.: il lidio, il cario, il pisidico, il sidetico e soprattutto il luvio, già parlato in regioni confinanti e in certi periodi sottoposte al potere ittita[1].

Periodizzazione[modifica | modifica sorgente]

La storia della lingua ittita è articolata dagli studiosi in tre grandi periodi[2] (le sporadiche testimonianze più arcaiche, dal XX al XVII secolo a.C., non rientrano in tale periodizzazione):

Classificazione[modifica | modifica sorgente]

La decifrazione dell'ittita, e più in generale delle lingue anatoliche, impose un vasto ripensamento dei paradigmi indoeuropeistici, e in particolare dell'impostazione neogrammaticale che considerava il greco e il sanscrito le forme più arcaiche di sviluppo delle famiglia indoeuropea, e quindi più vicine alla lingua comune ricostruita. L'ittita irruppe come la lingua indoeuropea di più antica attestazione, e al tempo stesso si discostava sensibilmente dallo schema greco-sanscritista; per questo, inizialmente furono proposte ipotesi di classificazione che tentavano di isolare l'ittita e le altre lingue anatoliche dall'insieme delle lingue indoeuropee. Ci furono tentativi di considerare l'ittita non una lingua propriamente indoeuropea, ma un idioma di altra origine con forti influssi indoeuropei; oppure, in un secondo momento, una lingua sì indoeuropea, ma fortemente deteriorata a causa degli influssi di sostrato. Il progredire della linguistica anatolica, tuttavia, impose l'abbandono di tali formule di compromesso, e con esse del paradigma greco-sanscritista come modello per l'indoeuropeo, e la riformulazione fin dalle basi della lingua comune ricostruita[4].

Nel 1962 Edgar H. Sturtevant suggerì l'esistenza di un'unità "indo-ittita" antecedente allo stesso indoeuropeo, dalla quale sarebbero derivate parallelamente l'insieme anatolico e quello indeuropeo. Tale proposta, nella sua rigidità, fu rigettata dai linguisti; tuttavia, l'evoluzione dell'indoeuropeistica finì con il rivalutarla, sia pure indirettamente[2][4]. A una prima ricostruzione della diaspora indoeuropea come sorta di "esplosione" contemporanea dei vari dialetti, i quali a loro volta avrebbero poi dato origine alle famiglie linguistiche storiche, si è infatti sostituita una visione dello "smembramento" dell'indoeuropeo come processo scaglionato nel tempo, di durata plurimillenaria. In questo quadro, storicamente più plausibile, l'insieme delle lingue anatoliche rappresenterebbe uno dei più antichi filoni a essersi staccato dal tronco indoeuropeo, probabilmente già a partire dalla migrazione di genti portatrici della cultura kurgan dalle steppe tra Caucaso e Mar Nero, patria originaria degli Indoeuropei, verso l'Asia Minore. Si tratta del processo collocato da Marija Gimbutas nella seconda metà del IV millennio, quindi almeno cinque secoli prima del secondo evento migratorio storicamente attestato, all'inizio del II millennio a.C.[5].

Un'ipotesi radicalmente alternativa di ricostruzione dello sviluppo dell'indoeuropeo, la teoria della continuità sostenuta principalmente in ambito archeologico (tra i suoi principali propugnatori, Colin Renfrew), postula al contrario un'ubicazione della patria originaria indoeuropea in Anatolia, e quindi fa dell'ittita la più antica (ricollocandola nel VII millennio a.C., quindi almeno venti secoli prima del termine individuato dai linguisti) e contemporanemaente la meno alterata delle lingue indoeuropee. Tale ipotesi, che lega il processo di indoeuropeizzazione a quello della diffusione dell'agricoltura neolitica, trova tuttavia l'opposizione della gran parte degli indoeuropeisti, che rimarcano l'incompatibilità di una tale antichità dell'ittita con la vicinanza linguistica alle altre lingue indoeuropee, e al tempo stesso l'eccessivo divario dialettale che lo separa dalla lingua che, in base a tale teoria, dovrebbe essergli più prossima: il greco[6].

Distribuzione geografica[modifica | modifica sorgente]

L'Impero ittita (in rosso) al momento della sua massima espansione, al tempo della Battaglia di Qadeš contro l'Antico Egitto (in verde), 1274 a.C.

A partire dal nucleo originario, collocabile nell'Anatolia centrale (Cappadocia), la lingua ittita si espanse nell'intera penisola, e ancor più ampiamente in tutti i territori soggetti all'Impero ittita, come lingua "ufficiale" dello Stato - quindi anche in Siria e lungo le coste orientali del Mar Mediterraneo. Dopo la caduta dell'impero, dal XII secolo a.C., l'unità politica degli Ittiti si frantumò in varie città-Stato, molte di lingua luvia; l'ittita si evolse in nuove forme, generalmente intrecciandosi allo stesso luvio, verso quelle che sarebbero emerse come le lingue anatoliche del I millennio: cario, licio, lidio, pisidio e sidetico, tutte attestate nell'Anatolia centro-meridionale. La continuità con l'ittita, probabilmente diffuso dalla fuga in regioni più remote dell'impero per mettersi in salvo dall'invasione frigia, è attestata dal ricorrere di forme onomastiche molto simili a quelle ittite[7].

Il corpus dei testi ittiti[modifica | modifica sorgente]

Quasi tutti i testi in ittita, redatti in scrittura cuneiforme su tavolette d'argilla, provengono dall'Anatolia centrale, nucleo originario dell'Impero ittita. Sono concentrati in alcune località[2]:

  • Ḫattuša, capitale e città sacra ittita (oggi Bogazköi, a circa 150 km a nord-est di Ankara): 30.000 testi, integrali o frammentari, che coprono l'intera storia della lingua ittita;
  • Tapikka (oggi Masat, a circa 100 km a est di Ḫattuša): un centinaio di testi (lettere e inventari), prima metà del XIV secolo a.C.;
  • Šapinuwa, residenza reale ittita (oggi Ortaköy, a circa 60 km a nord-est di Ḫattuša): oltre 1800 frammenti dall'archivio del tempio (lettere e testi rituali), inclusi alcuni in urrita;
  • Šarišša (oggi Kusaklı, a circa 50 km a sud di Sivas): 40 frammenti in ittita tardo (oracoli, inventari di culto), provenienti dal tempio del dio della Tempesta, seconda metà del XIII secolo a.C., più due lettere e alcune bolle in medio ittita.

Altri testi isolati provengono da località minori dell'Impero, sempre nei pressi di Ḫattuša, e in località comprese tra l'Anatolia e la Siria sotto controllo ittita in età imperiale; inoltre due testi (lettere inviate a faraoni) sono stati rinvenuti in Egitto, ad Akhetaton (oggi Amarna).

Fonologia[modifica | modifica sorgente]

Le caratteristiche strutturali della scrittura cuneiforme adottata dagli Ittiti rendono difficoltosa una ricostruzione esatta della fonetica, poiché si trattava di una scrittura sillabica[4]. Nel vocalismo, sfugge in particolare la situazione delle vocali lunghe e dell'alternanza vocalica[4], e inoltre spesso /e/ e /i/ non sono differenziate[8]; nel consonantismo, non vengono distinte le occlusive sorde dalle sonore ed è imprecisa la resa dei gruppi consonantici, in ogni posizione[8]. Come nelle altre lingue anatoliche, non c'è la "r-" iniziale, fenomeno collegabile con quanto avviene in greco e armeno, che prima della "r-" iniziale tendono allo sviluppo di una protesi vocalica[9]. La traslitterazione dal cuneiforme all'alfabeto latino è pertanto più convenzionale che realmente aderente alla fonetica dell'ittita[8].

Vocali[modifica | modifica sorgente]

Nonostante i limiti della grafia adottata, è comunque chiaro che l'ittita era una lingua con a/o indifferenziate ("lingue /a/")[10]. Altri dati significativi, connessi alla sopravvivenza in ittita delle laringali, sono alcune alterazioni del timbro vocalico accanto a tali suoni; per esempio, l'ittita ḫanti ("davanti") mostra un'alterazione del timbro originale indoeuropeo di *H2enti, con un'articolazione aperta della *e (/e/), forse come allofono condizionato dalla vicina laringale. Non sembra, per contro, che l'ittita - né alcuna altra lingua anatolica - abbia mai sviluppato una /o/[8][11].

Le vocali dell'ittita sono[12]:

Va tuttavia osservato che la distinzione fonologica tra vocali brevi e vocali lunghe è raro; di norma le lunghe sono allofoni delle rispettive brevi, condizionate dalla posizione dell'accento[12]. L'ittita presenta fenomeni di alternanza vocalica, anche se non sempre adeguatamente rispecchiati dalla grafia[4]; per esempio, al nominativo-accusativo watar ("acqua") corrisponde il genitivo wetanaš[8].

Consonanti[modifica | modifica sorgente]

Occlusive

Le occlusive sono organizzate in un sistema che fa dell'ittitia una lingua centum[13], ma - sempre a causa dei limiti intrenseci della scrittura cuneiforme - non è chiaro se esistessero vari tipi di occlusive o se al contrario fossero tutte confuse in una sola serie sorda, come in tocario[4]. Gli scribi ittiti adottavano un espediente grafico, detto legge di Sturtevant, per distinguere sorde e sonore all'interno delle parole: la serie -VC-CV- rendeva un'occlusiva sorda (esempio: a-ap-pa = /apa/, "dopo, dietro"; cfr. greco απο, licio epñ), mentre -V-CV- rendeva una sonora (esempio: a-pa-a- = /aba-/, "quello, egli"; cfr. licio ebe, "qui")[8]. A inizio e a fine parola tale espediente non era applicabile; secondo Melchert, a inizio parola c'erano solo sorde, e a fine solo sonore[12].

Le occlusive dell'ittita sono[12]:

Affricate

L'ittita possedeva una sola affricata, alveolare sorda, resa dal grafema z[12]:

Scarso credito ha ottenuto il tentativo di Émile Benveniste di considerare tale fonema una fricativa /ts/ propria già dell'indoeuropeo e conservata solo in ittita[14].

Fricative

Le laringali, scomparse in tutte le altre lingue indoeuropee, sopravvivono nelle lingue anatoliche; in ittita, sono trascritte come . La teoria delle laringali, ipotizzata da Ferdinand de Saussure fin dal 1879 per spiegare alcune anomalie delle lingue indoeuropee allora note, trovò così nell'ittita una decisiva conferma[15]. A parte le laringali, in ittita le fricative si riducono, come d'altra parte nello stesso indoeuropeo, alla sola /s/ (fricativa alveolare sorda), al più con un allofono sonoro /z/[14].

Le fricative dell'ittita sono[12]:

Il grafema utilizzato per indicare /s/ è, convenzionalmente, š[8]. /H/ e /h/, traslitterate rispettivamente hh (o ḫḫ) e h (o ) erano distinte: /H/ è la faringale fricativa sorda - l'indoeuropea *H1; /h/ è una faringale sonora - le indoeuropee *H2 e *H3, in ittita rispettivamente con "colorazione vocalica" /a/ e /o/ (in realtà, in ittita, /a:/)[12].

Sonanti
  • Le sonanti indoeuropee vocalizzano in u- o in -a: *r̥ > ur, *l̥ > ul, *m̥ > un/an, *n̥ > un/an[16]. Ad esse vanno aggiunte le approssimanti /w/ e /y/[12]:
  • m, n
  • r, l
  • w, y

Grammatica[modifica | modifica sorgente]

Il nome[modifica | modifica sorgente]

Nell'analisi della lingua ittita bisogna considerare almeno due periodi: quello antico e quello medio e recente. I sostantivi, che potevano essere di due generi, comune (maschile e femminile) e neutro, erano declinati usando 8 casi (nominativo, genitivo, dativo, ablativo, direttivo, accusativo, vocativo, e strumentale), quantunque per il vocativo venisse spesso usata in realtà la radice indeclinata. Alcuni studiosi ritengono però che in realtà l'ittita presentasse soltanto 5 casi, accorpando genitivo, dativo, direttivo ed ablativo in un unico caso obliquo, modificabile di volta in volta tramite l'utilizzo di un suffisso[17].

Nella fase antica, i sostantivi del genere neutro e i sostantivi del genere comune non animati, mostrano 7 casi (gli 8 già menzionati meno il vocativo che raramente si diversifica dal nominativo); i sostantivi comuni animati, invece, solo nominativo, genitivo, dativo, accusativo. Nella fase recente il sistema dei casi si riduce via via perdendo l'uso del direttivo e dello strumentale[17].

Il pronome[modifica | modifica sorgente]

Il pronome relativo è "kuis" (neutro "kuid"), v. lat. "quis", "quid"[18].

Il verbo[modifica | modifica sorgente]

I verbi possono essere invece classificati in due forme, quella attiva e quella mediopassiva[19].

Vocabolario[modifica | modifica sorgente]

Il vocabolario dell'ittita, pur essendo perlopiù composto da parole di radice indoeuropea, presentava un notevole sostrato derivante dalle lingue parlate dalle popolazioni (gli Hatti) precedentemente stabilite nei territori facenti parte l'organizzazione statale ittita, anche se meno numerose che nelle lingue anatoliche contemporanee all'ittita (il luvio e il palaico); a differenza di queste, presenta invece abbondanti influenze dell'urrita[1]. I più recenti studi linguistici sull'ittita mostrano tuttavia che i prestiti furono in realtà assai meno numerosi di quanto ipotizzato inizialmente, e che il lessico di diretta matrice indoeuropea è la componente ampiamente dominante nel vocabolario della lingua[4].

Sistema di scrittura[modifica | modifica sorgente]

L'ittita era scritto su pietra o, più comunemente, su tavolette d'argilla in una scrittura cuneiforme derivata da quella già presente in Anatolia prima dell'arrivo dei popoli anatolici indoeuropei: quella dell'accadico[1]. Prima dell'uso delle tavolette d'argilla l'ittita era scritto su tavole di legno, come attesta la formula A.NA GIŠ. ḪUR(TE)- kan ḫandan ("secondo l'iscrizione su legno") che ricorre in numerosi documenti[4]. Accanto al sistema cuneiforme esisteva anche una scrittura geroglifica, anch'essa generalmente trascritta su argilla in cuneiforme in epoche più recenti (a partire dal XVIII secolo a.C. e utilizzata più ampiamente per il luvio[4].

Esempi[modifica | modifica sorgente]

Esempi di lessico ittita[20]:

  • laḫḫa-, "spedizione militare"; cfr. greco λαϝός ("schiera di uomini in armi")
  • ḫašaš, "forno"; cfr. sanscrito āsa- ("cenere"), latino āra ("altare"), osco aasai ("nell'altare")
  • mald-, "pregare"; cfr. armeno malt'em ("chiedere"), lituano meldžiù ("recitare orazioni"), ceco modla ("tempio"), polacco modła ("orazione"), tedesco melden ("annunciare") < indoeuropeo *meldh ("preghiera")
  • šaklaiš, "rito, usanza"; cfr. latino sacer < indoeuropeo *sak- ("sacro")
  • attaš, "papà"; cfr. greco ἄττα ("id."), latino atta ("id."), gotico atta ("id.") < indoeuropeo *atta ("papà")
  • ḫannaš, "nonna", cfr. latino anus ("anziana"), tedesco antico ana ("nonna"), prussiano antico ane ("id.") < indoeuropeo *anos ("nonna")
  • ḫulana-, "lana"; cfr. sanscrito ūrṇā ("id."), greco dorico λᾶνος ("id."), gotico wulla ("id."), tedesco Wolle ("id."), inglese wool ("id."), lituano vìlna ("id."), slavo antico vlŭna ("id."), latino lana ("id.") < indoeuropeo *wl̥əna ("lana")
  • milit, "miele"; cfr. greco μέλι ("id."), gotico miliþ ("id."), inglese antico milisc ("id."), gallese mel ("id."), irlandese antico milis ("id."), albanese mjal ("id."), latino mel ("id.") < indoeuropeo *melit ("miele")
  • wijana-, "vino"; cfr. luvio geroglifico waiana- ("id."), arabo ed etiopico wain ("id."), assiro īnu ("id."), ebraico jajin ("id.") < proto-semitico *wainu ("vino"), prestito all'indoeuropeo attestato in numerose famiglie
  • parkuiš, "betulla" (nell'espressione parkuituppi-, "tavoletta per la scrittura"); cfr. sanscrito bhūrjás ("betulla"), lituano béržas ("id."), tedesco Birke ("id."), inglese birch ("id.")

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d e f g Francisco Villar, Gli Indoeuropei e le origini dell'Europa, pp. 343-349.
  2. ^ a b c d Paola Cotticelli Kurras, Grammatica ittita, pp. 1-4.
  3. ^ Villar, p. 350.
  4. ^ a b c d e f g h i Villar, pp. 357-361.
  5. ^ Villar, pp. 631-637.
  6. ^ Villar, pp. 70-75.
  7. ^ Villar, p. 351.
  8. ^ a b c d e f g Cotticelli Kurras, pp. 4-8
  9. ^ Tristano Bolelli, Introduzione alla glottologia, Pisa 1970, pag. 166
  10. ^ Villar, p. 227.
  11. ^ Villar, p. 234.
  12. ^ a b c d e f g h H. Craig Melchert, Anatolian Historical Phonology, pp. 92-100.
  13. ^ Villar, p. 252.
  14. ^ a b Villar, pp. 262-263.
  15. ^ Villar, pp. 241-247.
  16. ^ Villar, p. 238.
  17. ^ a b Cotticelli Kurras, pp. 10-13.
  18. ^ Carlo Tagliavini, "Introduzione alla glottologia", Bologna 1969, casa editr.Pàtron, vol I, p.438
  19. ^ Cotticelli Kurras, pp. 19-27.
  20. ^ Villar, passim.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]