Linea di successione al trono d'Italia

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Lo stemma della monarchia italiana.

La linea di successione al trono d'Italia è la gerarchia corrente presso Casa Savoia per la trasmissione del titolo di Re d'Italia. Essa segue il criterio della primogenitura maschile secondo la legge salica, ossia esclude le donne dall'ascesa al trono, ed è regolamentata da alcuni atti che ne precisano i criteri di applicazione attraverso una normativa riguardante i matrimoni principeschi.

Nel giugno 1946 lo stato italiano si diede un ordinamento repubblicano, di cui Umberto II non riconobbe la legittimità. I diritti dinastici sono contesi fra Vittorio Emanuele di Savoia e Amedeo di Savoia-Aosta, benché Vittorio Emanuele abbia dichiarato nel 2002: «Mio figlio e io con la presente diamo formale assicurazione circa la nostra fedeltà alla Costituzione repubblicana e al nostro presidente della Repubblica», rinunciando quindi esplicitamente a ogni diritto di successione dinastica.[1]

Le norme dinastiche[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio Amedeo III, il sovrano che stabilì le leggi di successione in Casa Savoia.

La successione dinastica in Casa Savoia è regolamentata da una serie di norme contenute in una pluralità di atti:

I matrimoni dei principi di Casa Savoia avvengono rigorosamente tra pari: questo uso, vera e propria legge consuetudinaria osservata sin dagli albori della dinastia, è sancito dalle leggi suddette.[2] Conformemente a molte famiglie reali europee (come, ad esempio, quella belga, quella danese, quella olandese o quella spagnola), anche in Casa Savoia il principe che sta per sposarsi deve obbligatoriamente ricevere l'assenso al matrimonio dal capo della casa, pena la perdita di tutti i diritti di successione.[3]

Nel caso di nozze fra principi che non siano state autorizzate, il capo della casa potrà decidere le sanzioni caso per caso. Invece, nel caso di mancato assenso a un matrimonio diseguale (ad esempio, un principe con una borghese, o con un membro della piccola nobiltà), è prevista la decadenza automatica del principe contraente matrimonio e l'esclusione da qualsiasi titolo e diritto di successione per sé e per la sua discendenza. Tuttavia, in casi eccezionali, il capo della casa può autorizzare un matrimonio diseguale con il proprio assenso, considerandolo matrimonio dinastico. Un matrimonio, inoltre, può essere dichiarato morganatico: in tal caso il principe contraente matrimonio diseguale mantiene i propri diritti, ma non li trasmette né alla consorte, né alla discendenza.

Lo Statuto Albertino del 1848, che si occupa dei rapporti fra i poteri e fra gli organi dello Stato, non si sofferma sulle leggi di successione, rinviando alle precedenti disposizioni.[4] L'art. 2 dello Statuto Albertino, infatti, recita: «Lo Stato è retto da un Governo Monarchico Rappresentativo. Il Trono è ereditario secondo la legge salica».[5] A differenza di altre costituzioni coeve, nessuna ulteriore specificazione viene data in merito alla successione: con legge salica ci si riferisce a quel complesso di norme consuetudinarie che escludono la successione femminile. Le regie lettere patenti non sono perciò contrarie allo statuto, dal momento che anch'esse prevedono la legge salica, precisandone i criteri di applicazione attraverso la normativa sui matrimoni.

Di nuovo, a conferma della loro validità, gli articoli del Codice Civile del 1865 e del 1942, in vigore. Quest'ultimo, all'art. 92, stabilisce: «Per la validità dei matrimoni dei Principi e delle Principesse Reali è richiesto l'assenso del Re Imperatore».[6] A causa del mutamento istituzionale del 1946 l'articolo non è abrogato, bensì è divenuto "inoperante".[7]

In sintesi, la successione in Casa Savoia segue:

  • La legge salica, che comporta l'esclusione delle donne dalla successione.
  • L'ordine di primogenitura.
  • Il principio di parità delle nozze, eccezionalmente derogabile.
  • Il principio inderogabile del regio assenso alle nozze da parte del capo della casa.

Linea di successione al giugno 1946[modifica | modifica wikitesto]

  1. S.A.R. Vittorio Emanuele di Savoia, principe di Napoli.
  2. S.A.R. Aimone di Savoia-Aosta, quarto duca d'Aosta.
  3. S.A.R. Amedeo di Savoia-Aosta, duca delle Puglie.
  4. S.A.R. Vittorio Emanuele di Savoia-Aosta, conte di Torino.
  5. S.A.R. Ferdinando di Savoia-Genova, terzo duca di Genova.
  6. S.A.R. Filiberto di Savoia-Genova, duca di Pistoia.
  7. S.A.R. Adalberto di Savoia-Genova, duca di Bergamo.
  8. S.A.R. Eugenio di Savoia-Genova, duca di Ancona.

Il titolo conteso[modifica | modifica wikitesto]

Ancora vivo l'ultimo re d'Italia, Umberto II, si ebbero delle contestazioni verso suo figlio, il principe di Napoli Vittorio Emanuele di Savoia, in virtù del suo matrimonio non autorizzato, con la borghese Marina Ricolfi Doria, che secondo alcuni lo ponevano al di fuori della possibilità di succedere al padre a causa del mancato regio assenso[8] da parte dell'allora capo di Casa Savoia, Umberto II. Il posto di pretendente al trono sarebbe così passato al parente di sesso maschile di grado più prossimo, ossia al duca d'Aosta Amedeo.

Dopo la morte di Umberto II, nel 1983, Vittorio Emanuele agì da capo della casa, benché la questione dinastica dividesse in due i monarchici italiani.[9] Con il possibile ritorno in patria dall'esilio di Vittorio Emanuele e del figlio Emanuele Filiberto, accompagnato questo da un giuramento di fedeltà alla repubblica italiana, tali vicende sono state al centro di aspri dibattiti circa l'attribuzione della linea di successione al defunto trono d'Italia, e ciò ha chiamato in causa la Consulta dei Senatori del Regno (a sua volta divenuta contesa fra due diverse associazioni), con esiti e valutazioni che hanno diviso fra loro Vittorio Emanuele di Savoia e Amedeo di Savoia-Aosta, ciascuno con i propri sostenitori.

La tesi favorevole ad Amedeo di Savoia-Aosta[modifica | modifica wikitesto]

« Tale precisazione si richiama alla legge della nostra Casa, vigente da ben 29 generazioni e rispettata dai 43 Capi Famiglia, miei predecessori, succedutisi secondo la legge Salica attraverso matrimoni contratti con famiglie di Sovrani. Tale legge, io 44mo Capo Famiglia, non intendo e non ho diritto di mutare, nonostante l'affetto per te. »
(Lettera di Umberto II a suo figlio Vittorio Emanuele di Savoia circa le leggi riguardanti i matrimoni principeschi, Corrispondenza da Cascais, 25 gennaio 1960)

Come si è visto, requisito fondamentale per la successione in Casa Savoia è quello relativo al regio assenso per i matrimoni: nel caso di mancato assenso a un matrimonio diseguale (un principe con una borghese, come nel caso di Vittorio Emanuele di Savoia e Marina Ricolfi Doria), il contraente perde immediatamente, cioè senza necessità di alcun provvedimento o atto del capo della casa, qualsiasi diritto dinastico.

Vittorio Emanuele di Savoia, essendosi sposato con Marina Doria senza l'assenso di suo padre Umberto II, il quale era contrario al matrimonio al punto da comunicare agli italiani di non inviare auguri o regali agli sposi,[10] ha infranto le leggi di successione della sua Casa e si è così portato automaticamente al di fuori dalla successione per sé stesso e per i suoi discendenti. Ripetutamente Vittorio Emanuele era stato avvisato dal padre della perdurante validità delle leggi di successione in Casa Savoia.

La Consulta dei Senatori del Regno presieduta da Aldo Alessandro Mola[modifica | modifica wikitesto]

La Consulta dei Senatori del Regno, favorevole ad Amedeo, si propone tuttora come la più alta autorità monarchica esistente in Italia, sotto forma di associazione privata riconosciuta ai fini fiscali. Essa ha riconosciuto il duca d'Aosta come legittimo continuatore della tradizione sabauda, affermando, in una seduta del febbraio 2001, che:

« Il legittimo erede al trono d'Italia è Sua Altezza Reale il Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta »

Il 7 luglio 2006, a Roma, si è svolta una seduta straordinaria della Consulta. Poiché, per regola dello statuto costitutivo, la Consulta dei Senatori del Regno non può essere né sciolta né sospesa, il primo atto della Consulta stessa è stato di respingere il decreto con il quale, l'anno prima, Vittorio Emanuele di Savoia l'aveva sciolta, decidendo perciò di continuare la propria "missione", che è quella di garantire appoggio alla diffusione di un'idea di monarchia costituzionale democratica. In secondo luogo ha rinnovato i propri vertici e cooptato nuovi membri, eleggendo presidente lo storico Aldo Alessandro Mola e vicepresidente vicario l'avvocato Enrico Venanzi. Importante è infine il documento approvato dai senatori,[11] che, rendendo omaggio ad Amedeo, «riconoscono nella sua augusta persona il caposaldo dell'idea monarchica e il continuatore della tradizione sabauda» e pertanto ribadiscono con riferimento alla sua persona che:

« Il Capo della Casa di Savoia è il Principe Amedeo di Savoia, Duca d'Aosta, con i relativi titoli e le prerogative ad esso spettanti »

Egli è così nominato erede di Umberto II.

Amedeo di Savoia-Aosta.

La Consulta, attraverso il segretario coordinatore Enrico Venanzi, fece appello ad Amedeo di Savoia-Aosta per ricostituire l'istituzione cancellata d'imperio da Vittorio Emanuele. Amedeo, rispose con una lettera in cui, esprimendo apprezzamento per «la devozione» manifestata nei suoi confronti, incoraggiava la Consulta a «continuare nell'alta missione indicata da Re Umberto nel messaggio indirizzato il 3 febbraio 1955 ai senatori del regno radunati con l'intento di non lasciar disperdere quella comunanza di memorie di princìpi e di sentimenti che li unì nel tempo in cui essi servirono i più alti incarichi della nazione». «La Consulta dei senatori del regno» - aggiungeva Amedeo nella lettera - «può e potrà continuare sul mio sostegno convinto e attivo. Abbiamo il dovere di difendere quanto il Re Umberto II ci ha lasciato e di garantire la difesa dei princìpi fondamentali dell'istituto monarchico costituzionale, tutelandolo da ogni degrado e pericolo. La Consulta dei senatori del regno è per me e per mio figlio punto di riferimento da proporre a quanti intendono, nel rispetto dei principi democratici, tenere vivi quei valori civili e patriottici che consentirono a Casa Savoia di guidare la grande impresa che realizzò la nascita dell'Italia moderna».

Seguì una risposta della segreteria di Emanuele Filiberto, secondo cui l'organismo della Consulta «aveva una funzione a causa dell'esilio ed è stato sospeso nel settembre del 2002. Era composto da 61 membri. Aldo Alessandro Mola ha fondato un'organizzazione privata e personale a cui ha preteso di dare lo stesso nome e a cui hanno aderito nove persone e di cui si è autoproclamato presidente. È evidente che questa organizzazione non è la Consulta e in termini di rappresentatività è inesistente».

Emanuele Filiberto aggiunse che «la vera Consulta presieduta da Emmanuele Emanuele Barone di Culcasi, il cui vice presidente è Sergio Pellecchi, è stata ora convocata per la prossima settimana. Risponderà e prenderà provvedimenti nei confronti di Aldo Alessandro Mola che ha utilizzato in modo arbitrario il nome e lo stemma in una iniziativa del tutto personale».

Alessandro Aldo Mola, rispondendo a tale contestazione sulla legittimazione della Consulta da lui presieduta a proclamare il duca Amedeo d'Aosta come capo di Casa Savoia, ha dichiarato:

« La Consulta dei senatori del Regno non è mai stata sciolta. L'associazione fu creata il 20 gennaio del 1955 da circa 160 senatori, il cui atto di volontà fu riconosciuto direttamente da Re Umberto II, in una lettera del 3 febbraio dello stesso anno, in cui il sovrano non abdicatario ed esule conferì a questa istituzione il compito della conservazione e della continuazione dei valori e della memoria politica e culturale del senato del regno. »

Il 20 giugno 2008 la Consulta presieduta da Mola ha emesso una nuova diffida contro la Consulta fondata da Vittorio Emanuele.[12]

Linea di successione aostana[modifica | modifica wikitesto]

  1. S.A.R. Aimone di Savoia, duca d'Aosta e delle Puglie.
  2. S.A.R. Umberto di Savoia, principe di Piemonte.
  3. S.A.R. Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi.

La tesi favorevole a Vittorio Emanuele di Savoia[modifica | modifica wikitesto]

Dichiarazioni sulle norme dinastiche[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio Emanuele e i suoi sostenitori ritengono che le leggi che regolano Casa Savoia (ma solo quelle relative ai matrimoni) siano decadute con la proclamazione della forma repubblicana dello Stato nel 1946 o che comunque siano state modificate dall'entrata in vigore dello Statuto Albertino nel 1848.

In particolare, sostengono i seguenti punti:

  • Lo Statuto Albertino ha abrogato le precedenti disposizioni
    Si ritiene che lo Statuto Albertino abbia completamente abrogato le precedenti disposizioni, vale a dire le lettere patenti e il regio editto di Vittorio Amedeo III, cosicché in materia dinastica varrebbe esclusivamente l'art. 2 dello Statuto stesso: «Lo Stato è retto da un Governo Monarchico Rappresentativo. Il Trono è ereditario secondo la legge salica». Il pretesto giuridico per l'invalidità delle regie lettere patenti del 1780 riposerebbe nell'articolo 81 dello Statuto, che stabilisce: «Ogni legge contraria al presente Statuto è abrogata».[13]
    Secondo l'interpretazione di Vittorio Emanuele, che si discosta dalla dottrina prevalente nel periodo monarchico,[2] le leggi dinastiche precedenti allo Statuto sono a esso contrarie, e quindi abrogate.[14] Secondo le tesi favorevoli ad Amedeo di Savoia-Aosta la fondatezza della contrarietà allo Statuto non è chiara, dal momento che le regie lettere patenti prevedono la legge salica, precisandone i criteri di applicazione attraverso la normativa sui matrimoni. Inoltre, la legge salica, nella sua accezione più generale, non escluderebbe, bensì contempla, diversi effetti sul piano dinastico a seconda che il matrimonio sia contratto o meno fra pari.[15]
  • Il regime repubblicano ha abrogato le leggi di successione sui matrimoni (ma non le altre)
    Vittorio Emanuele sostiene che le norme sui matrimoni reali, che richiedono il necessario regio assenso, presenti nel Codice civile italiano del 1942, siano decadute con l'entrata in vigore della costituzione repubblicana e non producano più effetti nei riguardi della Casa Reale. Secondo le tesi favorevoli ad Amedeo di Savoia-Aosta la dottrina giuridica prevalente preferisce parlare di articolo non abrogato, bensì divenuto inoperante nei riguardi dell'ordinamento repubblicano. Vittorio Emanuele non spiegherebbe perché sarebbero decadute soltanto le norme sui matrimoni e non la normativa dinastica nel suo insieme (in particolare, il principio di primogenitura, di cui non si trova traccia esplicita neppure nello Statuto albertino,[16] e la legge salica, contenuta nella costituzione del Regno e abrogata o divenuta inoperante, al pari dell'art. 92 del Codice civile, a seguito del mutamento istituzionale del 1946). Vittorio Emanuele non chiarirebbe, inoltre, il motivo per cui egli stesso si appoggi ad altre norme di fatto abrogate o divenute inoperanti per via del regime repubblicano, come il regio decreto del 1890. In una nota, l'ufficio storico araldico della Casa di Vittorio Emanuele sostiene infatti che: «È necessario precisare che in Italia i titoli della Real Casa d’Italia sono stabiliti dalla legge, infatti con R.D. 1º gennaio 1890 S.M. Umberto I stabilì i Titoli e gli Stemmi della Famiglia Reale».[17]
  • Ogni matrimonio canonico è dinastico
    Secondo Sandro Gherro, professore ordinario di diritto ecclesiastico, il mancato consenso del capo della casa non può produrre alcun effetto perché "gli impedimenti a questo [matrimonio canonico, NdR] possono essere stabiliti solo dal Sommo Pontefice".[18]
    Secondo questa tesi, le ripetute ammonizioni[19] di Umberto II circa la decadenza automatica a seguito di un matrimonio diseguale non autorizzato, non hanno valore.[14] Secondo le tesi favorevoli ad Amedeo di Savoia-Aosta queste argomentazioni non coglierebbero le differenze tra gli effetti canonici, quelli civili e quelli dinastici del matrimonio: l'autorità ecclesiastica è competente esclusivamente per gli effetti canonici.
  • Le contraddizioni di Amedeo di Savoia Aosta
    Vittorio Emanuele sostiene che le dichiarazioni a volte contraddittorie di Amedeo di Savoia Aosta abbiano favorito il consolidamento del suo status di capo della Casa. Amedeo infatti, in alcuni contesti, ha in passato sostenuto con alcune dichiarazioni le tesi di Vittorio Emanuele, anche ponendosi in contrasto con la Consulta dei Senatori del Regno presieduta da Aldo Alessandro Mola. In un'intervista al Corriere della Sera, nel 2002, egli dichiarava, alla domanda di Giuliano Gallo di proporsi come candidato all'ipotetico trono d'Italia: «Se il popolo italiano dovesse chiedermelo e mio cugino rinunciasse ai suoi diritti sarei pronto ad assumere anche le mie responsabilità dinastiche.»[20]
    Sempre nel 2002, nel suo libro-intervista curato da Fabio Torriero, Amedeo dichiarava: «il capo della Casa è mio cugino Vittorio Emanuele e dopo di lui, l'erede è suo figlio Emanuele Filiberto.»[21]
  • La testimonianza della Regina Maria José, vedova di Re Umberto II
    In un'intervista successiva alla morte di Umberto II al settimanale Point de Vue, recentemente riproposta, la regina Maria José smentì le pretese di Amedeo di Savoia-Aosta: «Re Umberto non si espresse mai su questa questione di Amedeo, era cosa inesistente. Anzi, nelle ultime settimane di vita era molto vicino al piccolo Emanuele Filiberto che vedeva come continuatore della Dinastia e come possibile Re d'Italia...».[22]
  • L'esilio subìto legittima la successione di Vittorio Emanuele
    Vittorio Emanuele sostiene che la prova per eccellenza del fatto che sia lui il capo della casa è data dall'esilio inflitto a lui e a suo figlio fino al 2002 dall'ordinamento repubblicano.[23] La XIII disposizione transitoria e finale della Costituzione repubblicana sanciva, al secondo comma, che: "Agli ex re di Casa Savoia, alle loro consorti e ai loro discendenti maschi sono vietati l'ingresso e il soggiorno nel territorio nazionale".[24] Per ex re di Casa Savoia si intesero, nell'interpretazione dell'articolo successiva all'entrata in vigore della Carta costituzionale, i soli re Umberto II e Vittorio Emanuele III, non includendo, di conseguenza, gli altri re che li precedettero o che regnarono su altri troni (Spagna e Croazia, da cui discendono i Savoia del ramo Aosta). I sostenitori di Amedeo di Savoia hanno fatto notare che la Costituzione parla di discendenti maschi, e non di successori. Questi, infatti, possono non discendere, come nel caso del ramo Aosta, dagli ultimi sovrani italiani, ma ciò non significa che non abbiano diritti in merito di successione dinastica. Al contrario, i discendenti possono non essere chiamati alla successione, come nel caso dei figli di Vittorio Emanuele II e della bella Rosina.
  • Validità della deposizione di Umberto II da parte di Vittorio Emanuele
    Altri sostengono la legittimità dell'atto con il quale Vittorio Emanuele, su consiglio del gran maestro del Grande Oriente d'Italia, depose il padre poco prima di sposare Marina Doria. In tal modo egli elevò la fidanzata borghese alla condizione di duchessa e la sposò senza necessitare dell'assenso paterno.
  • Le normativa matrimoniale di Casa Savoia è arcaica e quindi non ha valore
    Un'argomentazione ricorrente di Emanuele Filiberto è quella relativa al fatto che la normativa matrimoniale di Casa Savoia sia molto antica, e, quindi, automaticamente priva di valore. Secondo le tesi favorevoli ad Amedeo di Savoia-Aosta si ribatte che anche la dinastia sabauda sia molto antica, così come il principio di primogenitura, la legge salica, e, in generale, il principio monarchico; inoltre, la disposizione sul regio assenso è contenuta in un Codice relativamente recente (1942), tuttora vigente in Italia, e posteriore allo Statuto Albertino del 1848 o al regio decreto sui titoli e gli stemmi della Casa reale del 1890, cui i sostenitori di Vittorio Emanuele fanno ricorso.
  • Altre dichiarazioni
    Spesso Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto hanno sostenuto in pubblico che Casa Savoia non ha mai avuto leggi di successione relative al matrimonio e al regio assenso.

La Consulta dei Senatori del Regno presieduta da Emmanuele Emanuele di Culcasi[modifica | modifica wikitesto]

Di seguito si riassume invece la versione sostenuta dalle persone favorevoli a Vittorio Emanuele, ripresa anche da un suo comunicato.[25]

Il 4 gennaio 1993, presidente della consulta Alfredo Covelli, Vittorio Emanuele di Savoia, dopo un periodo di riorganizzazione affidato a Carlo d'Amelio, decise di riempire di nuovi contenuti l'attività della consulta, rivedendo le procedure di ammissione e di cooptazione, in particolare affermando la necessità della sua approvazione per la cooptazione dei nuovi membri e avocando alla sua persona la nomina dei presidenti e dei vicepresidenti. Dopo la nomina alla presidenza di Giovanni de Giovanni Greuther di Santaseverina, in sostituzione di Covelli, nel 1999 Vittorio Emanuele istituì un "gruppo di lavoro" con il compito di analizzare l'operato e proporre idee per il futuro. Il gruppo consegnò al principe il suo rapporto nel novembre 1999, proponendo tra l'altro la ripresa della pubblicazione del bollettino mensile (esistente fino al 1981, sotto la presidenza di Ettore Paratore), l'istituzione di "commissioni" per agevolare il lavoro informativo e per assegnare alla testa delle diverse stesse commissioni persone competenti, di prestigio e di alta caratura.

Nel 2001 lo stesso Vittorio Emanuele ritenne opportuno, in seguito al suggerimento di un suo consigliere personale, un ulteriore affinamento delle attività istituzionali, e decise un periodo di "sospensione" della consulta allo scopo di aggiornarne i compiti e rinnovarne le cariche. Immediatamente il gruppo di consultori che sostenevano il ramo Aosta si riunì e costituì un'associazione nominata Consulta dei Senatori del Regno in cui entrarono 9 dei 60 membri esistenti nella primitiva consulta: tale nuova organizzazione nominò presidente Aldo Alessandro Mola.

Il 12 agosto 2002 moriva Giovanni de Giovanni Greuther di Santaseverina, che, su richiesta di Vittorio Emanuele, aveva depositato i documenti della Consulta all'Archivio Centrale dello Stato. Vittorio Emanuele nominò un nuovo presidente nella persona di Emmanuele Emanuele. Il 27 giugno 2003, tre mesi dopo il ritorno dei Savoia in Italia, si riunì un'assemblea dei consultori nell'ufficio di Emanuele; presenti personalmente, o per delega, la maggioranza dei 51 membri (compresi i nove che avevano dato vita all'Associazione Consulta). Questa riunione fu il frutto del lavoro congiunto del presidente Emanuele, dello sforzo organizzativo del segretario nazionale Domenico Jannetta e del vice presidente Sergio Pellecchi e valse ad affermare che la consulta autentica non era morta poiché mai nessun atto di cessazione delle attività e scioglimento era stato firmato dai 51 membri.

Linea di successione vittoriana[modifica | modifica wikitesto]

  1. S.A.R. Emanuele Filiberto di Savoia, principe di Piemonte e di Venezia.
  2. S.A.R. Amedeo di Savoia-Aosta, quinto duca d'Aosta.
  3. S.A.R. Aimone di Savoia-Aosta, duca delle Puglie.
  4. S.A.S. Umberto di Savoia-Aosta, principe del sangue.[26]
  5. S.A.S. Amedeo di Savoia-Aosta, principe del sangue.

Tentata deposizione di Umberto II[modifica | modifica wikitesto]

Poiché le leggi dinastiche di Casa Savoia riguardano i matrimoni principeschi, ma non i matrimoni reali, il 15 dicembre 1969 Vittorio Emanuele di Savoia, essendo consapevole delle vigenti leggi e del rifiuto del padre di acconsentire al suo matrimonio con Marina Doria, su consiglio del gran maestro della massoneria Giordano Gamberini aggirò l'ostacolo ed emanò un "decreto reale" nel quale si elevava a re, autoproclamandosi Vittorio Emanuele IV re d'Italia,[27][28][29] in quanto, secondo lui, succeduto ipso jure al padre nel 1946 come conseguenza della sua partenza per l'esilio, considerata da Vittorio Emanuele come un'abdicazione. «Per effetto della avvenuta successione, Ci competono anche i diritti di Capo legittimo della dinastia Sabauda e tali diritti eserciteremo d’ora innanzi, solo temperati dalla discrezione che lo stato fisico e morale di S.M. l'ex Re Umberto II detta alla Nostra coscienza di figlio».[30]

Il giorno successivo, 16 dicembre 1969, al fine di sanare la condizione borghese della fidanzata, Vittorio Emanuele, in qualità di "Re d'Italia", emanò un secondo (e ultimo) "decreto reale", col quale conferiva a Marina Doria il titolo di duchessa di Sant'Anna di Valdieri.[31]

Pochi giorni dopo, l'11 gennaio 1970, sposò civilmente a Las Vegas Marina Doria.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ http://www.repubblica.it/online/politica/savoia/fedeli/fedeli.html Vittorio Emanuele di Savoia: "Fedeltà alla Costituzione" accesso 17 giugno 2012
  2. ^ a b E. Crosa (1922), La Monarchia nel diritto pubblico italiano, p. 20.
  3. ^ Enciclopedia Italiana Treccani (1939), voce Re: in particolare si constati la necessità di "Nozze dichiarate principesche".
  4. ^ V. Miceli (1913), Principi di diritto costituzionale, p. 486.
  5. ^ Il testo dello Statuto Albertino
  6. ^ Codice Civile-Capo III
  7. ^ Lettere al direttore: successione dinastica
  8. ^
    « Con Corrado Agusta, ed il suo segretario Franco Chiesa, in un negozio abbiamo comprato due fedi, in un altro un bouquet preconfezionato, poi siamo andati davanti ad un giudice di pace, il quale ci ha sposato. Era l'11 gennaio del 1970, a Las Vegas, Nevada, Usa. Matrimonio civile di cui non informai nessuno, neanche i miei genitori »
    (Vittorio Emanuele di Savoia, Lampi di vita, storia di un principe in esilio, Rizzoli, pagina 187)
  9. ^ La Repubblica (1987), Busto per Umberto. Nell'articolo si fa ampio riferimento alla spaccatura in seno ai monarchici italiani.
  10. ^
    « Sua Maestà il Re Umberto II invitò noi Savoia-Aosta ed i Savoia-Genova a non intervenire né al matrimonio a Teheran, né al successivo ricevimento a Ginevra. Sua Maestà ne soffrì moltissimo e l'Unione Monarchica Italiana venne consigliata da Cascais di non inviare auguri e regali agli sposi »
    (Intervista di Gigi Speroni ad Amedeo di Savoia-Aosta nel libro In nome del Re, Rusconi editore, 1986, pagg. 9, 10 ed 11.)
  11. ^ http://www.realcasadisavoia.org/files/comunicati/20060707_consulta_it.pdf
  12. ^ La Consulta dei Senatori del Regno diffida dalle contraffazioni
  13. ^ Lo Statuto Albertino, quirinale.it. URL consultato il 27-09-2010.
  14. ^ a b Comunicato del portavoce di Emanuele Filiberto
  15. ^ Enciclopedia Italiana Treccani (1939), voce Matrimonio morganatico.
  16. ^ Lo Statuto, infatti, cita la legge salica, la quale di per sé non implica il principio di primogenitura (i merovingi, che introdussero tale legge, procedevano alla spartizione del regno fra tutti i figli maschi del re), a meno che non si interpreti l'articolo, come si fece in epoca monarchica, alla luce delle secolari leggi dinastiche
  17. ^ Nota araldica.
  18. ^ Libero, Intervista al prof. Gherro, 6 agosto 2006
  19. ^ Le lettere di Umberto II sui matrimoni in Casa Savoia
  20. ^ Amedeo di Savoia: pronto alla politica, il mio modello è Simeone di Bulgaria, Corriere della Sera del 9 ottobre 2002
  21. ^ Amedeo di Savoia, Proposta per l'Italia, a cura di Fabio Torriero, Edizioni Il Minotauro, 2002, p. 88
  22. ^ Point de Vue n. 3026, luglio 2006
  23. ^ la nota del portavoce di Emanuele Filiberto parla di "inequivocabili specificazioni interpretative che la stessa Costituzione Repubblicana ha reso nell’individuare siffatta successione: laddove ha comminato l’esilio ad Umberto II, a suo figlio e al non ancora nato figlio di suo figlio".
  24. ^ Costituzione della Repubblica, XIII disposizione transitoria e finale
  25. ^ http://savoia.blastness.com/images/NOTA_STAMPA_DUCA_CON_LINK.pdf
  26. ^ Nota dell'Ufficio Araldico della Casa di Vittorio Emanuele
  27. ^ [1]
  28. ^ http://www.realcasadisavoia.it/files/ufficiostudi/19691215_VEIV_decreto1_it.pdf
  29. ^ http://www.realcasadisavoia.it/files/ufficiostudi/20050330_adami_it.pdf
  30. ^ Decreto Reale n. 1
  31. ^ Decreto Reale n. 2

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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