Let It Be (album The Beatles)

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Let It Be
Artista The Beatles
Tipo album Studio
Pubblicazione 8 maggio 1970
Durata 35 min : 13 s
Dischi 1
Tracce 12
Genere Pop rock[1]
Album-oriented rock[1]
Rock and roll[1]
Musica d'autore[1]
Etichetta Apple Records
Produttore George Martin e Phil Spector
Registrazione 2 gennaio-31 gennaio 1969
The Beatles - cronologia
Album precedente
(1969)
Album successivo
(2003)
Logo
Logo del disco Let It Be

Let It Be è il titolo dell'ultimo disco – e del relativo brano guida – pubblicato dai Beatles. Registrato pressoché interamente in "presa diretta" (ovvero senza incidere svariate versioni per scegliere la migliore, né prendendo parti delle varie takes o facendo delle sovraincisioni) nel mese di gennaio del 1969, venne distribuito soltanto l'anno successivo, cioè nel 1970, l'anno dello scioglimento ufficiale del gruppo.

La rivista Rolling Stone ha inserito l'album al 392º posto della sua lista dei 500 migliori album[2].

Il disco[modifica | modifica sorgente]

Storia[modifica | modifica sorgente]

Sebbene l'ultima fatica in studio dei quattro di Liverpool fosse stata la registrazione di Abbey Road (avvenuta nell'agosto del 1969 nelle sale di registrazione situate appunto in Abbey Road), nella sequenza cronologica della loro discografia Let It Be compare per ultimo: la ragione di questo scambio è peculiare.

Lo spunto originario che generò quello che, attraverso vari passaggi, avrebbe assunto la forma definitiva di Let It Be va fatto risalire al 45 giri che conteneva Hey Jude sul lato A e Revolution sull'altra facciata, e in particolare al videoclip promozionale del singolo che i Beatles girarono il 4 settembre 1968 per la regia di Michael Lindsay-Hogg negli studi di posa di Twickenham. In quella circostanza il gruppo avrebbe dovuto suonare davanti a un numero limitato di invitati selezionati, ma il passa-parola fece radunare un pubblico molto più numeroso del previsto che si assiepò quasi a contatto con i musicisti mentre questi venivano ripresi durante le esecuzioni di prova di Hey Jude. Questa situazione risvegliò nei Beatles l'entusiasmo per le esibizioni live e il desiderio di esibirsi di nuovo in un grande concerto dal vivo[3].

Il progetto – inizialmente concepito con il titolo Get Back – era stato ideato da Paul McCartney, forse il più attivo e lucido in questa fase della vita del gruppo, come un recupero di quell'impronta rock e dell'approccio live che li aveva caratterizzati all'inizio della loro carriera; come un “ritorno alle origini”, e non solo sotto il profilo musicale[4].

L'idea di fondo era che – al pari del primo disco Please Please Me, registrato in un'unica seduta di 12 ore nel 1962 – i Beatles dovessero abbandonare le strumentazioni elettroniche e le sovraincisioni a vantaggio delle registrazioni in presa diretta.

Le sessioni di registrazione[modifica | modifica sorgente]

I Twickenham Film Studios (2010)

Così, come nelle intenzioni di Paul McCartney, nel corso delle sessioni di registrazione che si produssero tra il 2 e il 31 gennaio 1969 negli studi di Twickenham prima, e di Savile Row dopo, i Beatles si raccolsero nel tentativo di tornare al rock'n'roll live degli esordi.

Nel corso delle prove, quello che doveva essere l'evento live conclusivo – scartate le proposte di un concerto nel deserto africano o di uno show su una nave nel Mediterraneo per l'opposizione di George Harrison (contrario a concerti dal vivo) e di Ringo Starr (che non ne volle sapere di lasciare l'Inghilterra per l'Africa a causa delle sue intolleranze alimentari) – si trasformò in una performance tenutasi il 30 gennaio 1969 sul tetto dell'edificio di Savile Row, sede della Apple, etichetta di proprietà degli stessi Beatles.

Delle Get Back sessions sono state messe in circolazione tra i collezionisti le registrazioni. L'intero mese di prove è stato infatti registrato da due telecamere che avrebbero dovuto filmare ininterrottamente il processo creativo della band. Tali registrazioni sono illuminanti in merito allo stato di malessere interno al gruppo, nonché per sfatare alcune leggende che attribuiscono a Yoko Ono la colpa dello scioglimento della collaborazione tra i quattro.

Può infatti notarsi come John Lennon fosse fortemente condizionato dall'uso di droghe (eroina) e pervaso da un approccio introspettivo che aveva Yoko come unico riferimento esterno; George Harrison provasse forte disagio nel non vedere seriamente prese in considerazione le canzoni da lui composte e il suo apporto al punto da meditare di formare un gruppo tutto suo con Eric Clapton; Paul McCartney ritenesse di dover comunque andare avanti e scongiurare la rottura definitiva proponendosi quale guida della formazione.

Nel corso delle prove, George Harrison abbandonò momentaneamente il gruppo in seguito a una discussione con Paul McCartney. La ripresa del progetto fu possibile soltanto a una condizione: lo spostamento delle sessioni dagli angusti studi cinematografici di Twickenham a quelli più sereni di Savile Row e l'abbandono di qualsiasi progetto di show dal vivo (George cedette tuttavia al concerto sul tetto). Nel medesimo frangente si aggiunse ai Beatles anche il tastierista jazz Billy Preston, che il gruppo aveva conosciuto nei primi anni sessanta ad Amburgo. Fu lo stesso George Harrison a coinvolgerlo, in parte per scongiurare i litigi che continuavano a prodursi in seno alla band[5] ma anche per ragioni prettamente tecniche: la decisione di evitare sovraincisioni richiedeva spesso di avere un altro strumentista. L'apporto di Preston servì a rasserenare gli animi e a posporre la rottura definitiva del gruppo.

Il produttore Phil Spector

Finite le prove e registrati i nuovi pezzi iniziò l'odissea del disco. I Beatles – insoddisfatti del risultato sia da un punto di vista compositivo che realizzativo – lasciarono il missaggio delle tracce inizialmente all'ingegnere della EMI Glyn Johns che a marzo presentò un acetato al gruppo che però si era ormai disinteressato al progetto e che lasciò cadere la proposta di Johns[6]. Un successivo tentativo andò a vuoto, dato che i Beatles erano impegnati con il produttore George Martin nelle registrazioni del loro nuovo album Abbey Road, completamente diverso in stile dal progetto Get Back. Successivamente le registrazioni furono affidate al produttore americano Phil Spector, famoso per il suo "muro del suono", che decise di applicare i suoi metodi, con una postproduzione accentuata.

Fu proprio l'applicazione del "muro del suono" ai pezzi di Let It Be a scatenare l'ennesimo litigio in seno al gruppo. Paul McCartney vide infatti pubblicato il disco con alcuni suoi brani stravolti: soprattutto The Long and Winding Road fu infatti modificata da Spector con l'aggiunta di violini e cori celestiali, mandando su tutte le furie il suo compositore (bisogna però dire che nei concerti degli anni seguenti McCartney suonò la canzone seguendo l'arrangiamento deciso da Spector). L'album fu comunque pubblicato l'8 maggio 1970, quando i Beatles si erano già sciolti. Il disco era abbinato a un album fotografico costituito da pregevole carta patinata in formato A4, contenente oltre 200 immagini in vario formato scattate da Ethan Russel, che documentavano il lavoro svolto in studio, compresi i momenti di relax.

Nel novembre 2003 venne pubblicato un disco, Let It Be... Naked, che secondo Paul McCartney assomigliava maggiormente al progetto iniziale. Oltre a missaggi diversi dei vari brani, sono state eliminate Dig It e Maggie Mae, e aggiunta al loro posto Don't Let Me Down.

Una nota curiosa: la copertina di Get Back fu scattata nello stesso luogo (il palazzo della EMI) dove era stata presa quella del loro primo album, Please Please Me, proprio per sottolineare il "ritorno alle origini". La foto, assieme a una foto alternativa del 1962, apparve poi nella copertina delle due raccolte L'album blu e L'album rosso.

I brani[modifica | modifica sorgente]

Two of Us[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Two of Us.
Linda Eastman e Paul McCartney, 1976

Dalle atmosfere che echeggiano nel brano sembrerebbe che John e Paul, entrambi alla chitarra acustica e in duetto vocale, avessero riguadagnato una nuova armonia, pronti a salpare per i momenti adolescenziali della Liverpool di quindici anni prima[7]. Mark Hertsgaard sostiene plausibilmente che alcuni passaggi del testo richiamerebbero le esperienze vissute assieme dai due musicisti[8]. I “due” delle liriche sono invece Paul e Linda Eastman. È proprio lei a confermarlo, aggiungendo che la composizione fu scritta da Paul in macchina, in un pomeriggio di relax in cui si erano lasciati alle spalle i ritmi londinesi per tuffarsi nella natura[9].

L’esecuzione, titolata On Our Way Home durante il lavoro di incisione in studio, venne eseguita nello stile degli Everly Brothers[10] e registrata nelle giornate del 24, 25 e 31 gennaio. Introdotto dalla voce di John che annuncia: “‘I Dig a Pygmy’, by Charles Hawtrey and the Deaf Aids… Phase One, in which Doris gets her oats!”, il nastro finale è, rispetto ai primi tentativi, più incisivo e convinto nelle voci e nelle percussioni di Ringo[11] e non risulta avere sovraincisioni, rispettando con ciò l’accordo iniziale proposto congiuntamente da Paul e John secondo cui, a differenza del passato, il nuovo album avrebbe dovuto essere “onesto” e senza “trucchi sonori”, un ritorno alle loro origini di gruppo di rock’n’roll[12].

Col titolo originario On Our Way Home, il brano, destinato a essere lanciato come singolo su etichetta Apple, fu prodotto da Paul McCartney e ad eseguirlo fu il trio Mortimer che Peter Asher aveva scoperto a New York. Per motivi sconosciuti il progetto non venne mai realizzato[13].

Dig a Pony[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dig a Pony.

Il testo di Dig a Pony è di John, che lo modificò continuamente man mano che le registrazioni procedevano (anche il titolo originariamente era All I Want Is You), e la cui versione finale fu quella registrata nella performance sulla terrazza del fabbricato di Savile Row che ospitava gli studi della Apple. Come in altre circostanze precedenti, l'autore manifestò l'insoddisfazione per il proprio brano definendolo «altra spazzatura»[14].

Across the Universe[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Across the Universe (brano musicale).

Il brano era stato composto da Lennon e registrato nel febbraio del 1968. L’autore sperava di poterlo pubblicare come singolo[15], ma gli fu preferita Lady Madonna di Paul, e il nastro di Across the Universe venne archiviato e più tardi offerto per un disco di beneficenza del WWF[16].

Il pezzo sgorga come altri nella casa di John a Kenwood, in un momento fra veglia e sonno e dopo l’ennesimo episodio di tensione con la moglie Cynthia[17]. È Lennon a ricordare che in quegli istanti si era lasciato trasportare da un flusso di parole formato da un metro straordinario e irripetibile che lo costrinse ad alzarsi e a scendere al piano inferiore così da fissarlo per iscritto[18] . Al testo aggiunse l’espressione ”Jai Guru Dev” (“lunga vita al guru Dev”), frase che nell’incontrarsi i discepoli del Maharishi usavano come saluto in ossequio a Dev, lo swami del guru[19].

La tormentata storia del brano si prolungò per più di due anni. Il 4 febbraio 1968 venne incisa la base e gli strumenti furono soggetti a trattamenti sonori, poi il nastro elaborato da tagli e cuciti fu pronto per essere sovrainciso da parti vocali e venne fuori un pezzo «di grande bellezza»[20][21]. Si scoprì però che erano necessarie voci femminili e per questo si reclutarono due giovani fan, Gayleen Pease e la brasiliana Lizzie Bravo, per coprire le parti nella strofa “Nothing’s gonna change my world”[22]. L’8 dello stesso mese John volle riempire alcuni passaggi con un mellotron, ma insoddisfatto del risultato passò l’incarico a George Martin col suo piano. Tuttavia entrambe le versioni strumentali risultarono deludenti e si ricorse a una chitarra suonata da John, e l’autore, non ancora del tutto convinto, decise di riporre Across the Universe in attesa di tempi diversi, lasciando il campo a Lady Madonna e The Inner Light quali lato A e B del singolo in uscita. Dopo diversi mesi di decantazione, il nastro fu ripreso per essere inserito nell'album in via di assemblaggio. Il 2 ottobre 1969, sotto la supervisione di George Martin, negli studi di Abbey Road il pezzo fu condito da effetti sonori di uccelli che cinguettano e di insetti ronzanti, e il nastro venne accelerato. Tre mesi dopo, il tecnico Glyn Johns rimaneggiò il brano e volendolo fare apparire in tono con l’atmosfera delle altre incisioni di Get Back ne eliminò le parti corali femminili e quelle dei Beatles stessi, e rimosse anche gli effetti sonori. La versione finale che trova posto nel disco Let It Be è opera di Phil Spector, che il 1º aprile – assieme ai cori – sovraincise archi, ottoni e batteria, suonati da un totale di cinquanta strumentisti[23].

Su Across the Universe il giudizio della critica si divide. Lewisohn lo ritiene «un brano bello, meditabondo e filosofico», una «superba prova canora»[20]. Viceversa, Ian MacDonald parla dell’autore con «le sue amorfe pretese e l’indolente melodia [che] sono fin troppo evidentemente il frutto di una grandiosità indotta dall’acido e ammorbidita solo dallo sfinimento.» E così conclude caustico: «Finché era stato un Beatle, Lennon raramente aveva peccato di tediosità. Con questo brano, fece un’indesiderata eccezione»[24]. Va precisato che Lewisohn si riferisce alla versione originaria del febbraio 1968, mentre il parere di «scipita apatia della canzone» formulato da MacDonald è relativo al prodotto finito che costituisce la terza traccia dell’album pubblicato.

I Me Mine[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi I Me Mine.

Melodia a tempo di valzer ispirata da una fanfara austriaca trasmessa per televisione[15], ha un titolo apparentemente nonsense ma che invece racchiude uno dei capisaldi della filosofia indiana con la quale George Harrison acquisiva sempre maggiore familiarità. L’individualismo – ciò che “io” ho, che appartiene a “me”, che è “mio” – impedisce di raggiungere la coscienza cosmica in cui non c’è “ego”[25].

Fu in ordine cronologico l’ultimo brano dei Beatles sul quale i tecnici lavorarono al montaggio in studio. Il 3 gennaio 1970 (Let It Be perciò include materiale inciso nell’arco temporale di due anni) la registrazione del nastro 16 fu decretata la migliore e su di essa si sovraincisero piano e chitarra (entrambi elettrici), voci, un organo e un’altra chitarra. Il 2 aprile – dopo l’aggiunta di archi e cori del giorno precedente – Spector smontò, copiò e rimontò la canzone, dilatandola di circa cinquanta secondi[26].

Dig It[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Dig It (The Beatles).

Costituisce il frammento di una lunga jam session basata sui tre accordi di un giro armonico classico e in cui Lennon improvvisa il testo accostando insieme libere associazioni di idee[27].

Registrata in due date, l’incisione del 24 gennaio 1969, pesantemente elettrificata, venne messa da parte e di essa giunge a noi solo la vocina infantile di John che annuncia “That was 'Can You Dig It', by Georgie Wood. And now we’d like to do 'Hark the Angels Come'”[28] (“Questo era 'Can You Dig It', di Georgie Wood. Adesso vorremmo suonare 'Hark the Angels Come'”), frase montata in coda per collegare il pezzo alla successiva Let It Be.

Fra i vocalizzi di sottofondo registrati due giorni dopo e a cui collabora anche Heather, la figlia di sei anni di Linda Eastman, sull’onda di un omaggio di Lennon nei confronti di Bob Dylan (Like a Rolling Stone) si colgono in primo piano alcuni acronimi e nomi snocciolati senza alcun legame logico: FBI, CIA, BBC, B.B. King, Doris Day e Matt Busby, storico allenatore del Manchester United dal 1945.

Let It Be[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Let It Be (singolo The Beatles).

Ritenuto all’uscita un inno alla religione per via del titolo, dell’invocazione a ”Mother Mary” (identificata con la Vergine Maria), della struttura gospel e degli accordi dell’organo di Billy Preston[29], è nella realtà la rievocazione da parte di Paul – così come aveva fatto Lennon in Julia del White Album – della propria madre morta quando l’autore aveva quattordici anni. Paul stesso ricorda che, in quel periodo molto difficile sotto il profilo emotivo e professionale, una notte fece un sogno rasserenante in cui si incontrava con la madre Mary Mohin[30].

Le registrazioni del pezzo vennero effettuate il 25 e il 31 gennaio 1969, e risultò essere il migliore il nastro 25, su cui si effettuarono alcune sovraincisioni. Il pezzo fu poi ripreso il 30 aprile negli studi di Abbey Road, e in quella seduta George vi sovraincise l’assolo di chitarra. Dopo otto mesi, il 4 gennaio 1970 Let It Be venne riregistrata e furono sovraincisi fiati e archi (mixati bassi e perciò non facilmente percepibili nella versione del singolo[31]) mentre, per la variante dell’album, l’assolo di chitarra del 30 aprile (che sarebbe rimasto per il singolo) sarebbe stato sostituito dalla linea di George incisa a gennaio. Quella seduta fu l’ultima esperienza musicale dei Beatles come gruppo in uno studio di registrazione.

Maggie Mae[modifica | modifica sorgente]

Banchina del porto di Liverpool

Maggie Mae (altrove la versione ortografica è Maggie May[32]) era un motivo tradizionale che apparteneva alla storia marinaresca del porto di Liverpool fino dall’epoca dei vascelli a vela, quando Lime Street era piena di pub e brulicava di prostitute e una di queste, Maggie May, era divenuta leggendaria e non solo nella zona portuale[33]. La melodia discendeva da Darling Nellie Gray, una minstrel song scritta a metà del XIX secolo dal compositore americano Benjamin Russel Hanby, e che nel 1957 il gruppo skiffle The Vipers aveva ripreso e interpretato nella versione meglio conosciuta da Lennon e McCartney[34]. I Beatles avevano recuperato questo frammento di memoria collettiva della città all’inizio della loro carriera musicale[35], eseguendolo nella fase del riscaldamento delle loro prime performance dal vivo[27].

Nell’album appare una sezione di circa quaranta secondi del brano, inciso d’un fiato il 24 gennaio 1969. La composizione risulta accreditata a tutti e quattro i Beatles e, fra coretti e una breve linea di chitarra, il pezzo chiude il lato A del disco.

I’ve Got a Feeling[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi I've Got a Feeling.

L’intelaiatura di questo brano basato principalmente su due accordi è speculare a quella di A Day in the Life. Così come il capolavoro di Sgt Pepper è formato dalle parti iniziale e finale di John che racchiudono la sezione mediana di Paul, in I’ve Got a Feeling la struttura portante è di McCartney, di Paul sono la prima e l’ultima parte, e nel segmento centrale si incastra Everybody Got a Hard Year, che Lennon aveva così titolato in relazione alle sue ultime spiacevoli vicende personali: nell’arco di una quarantina di giorni dei mesi di ottobre e novembre 1968 Lennon era stato arrestato e imprigionato per possesso di droga, aveva divorziato ufficialmente da Cynthia Powell, e Yoko Ono, incinta di John, in avanzato stato di gravidanza aveva sofferto un aborto spontaneo[36].

Come per altri brani destinati all’album Get Back (progetto poi accantonato), l’inizio delle registrazioni va fatto risalire al 22 gennaio 1969. Ripreso in studio il 24, 27 e 28, il brano fu prodotto live in due versioni il 30 gennaio – giorno del Rooftop Concert – e il mixaggio per la versione definitiva venne effettuato il successivo 5 febbraio[37].

The One After 909[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi One After 909.

Rock ruvido e folgorante[38], si avvale di una prestazione del duo vocale Lennon/McCartney ritornato alla grinta degli anni amburghesi[39]. The One After 909 (talvolta indicato come One After 909) era stato scritto nel 1957 da Lennon e McCartney (anche se era opera principalmente di John) sotto l’influsso del rock’n'roll di Chuck Berry ed era entrato a far parte del repertorio live dei Quarry Men prima e successivamente dei Beatles fino al 1962[40]. Registrato il 5 marzo 1963[41], questo pezzo che si ispirava alle railroad songs importate da oltreoceano e filtrate da artisti britannici – fra le quali Rock Island Line di Lonnie Donegan o Freight Train del Chas McDevitt Skiffle Group – pareva destinato a diventare il terzo singolo del gruppo[42], ma le registrazioni non furono giudicate soddisfacenti e il brano non adatto alla pubblicazione, e per questo motivo venne accantonato[43]. Dopo altri sei anni di abbandono,The One After 909 fu ripescato e registrato dapprima in sala d’incisione il 28 e 29 gennaio 1969 e il giorno successivo nel Rooftop Concert, con una coda di John che beffardamente chiude il pezzo accennando le note iniziali di Danny Boy, una canzone eseguita fra gli altri da Conway Twitty nel 1959[44].

The Long and Winding Road[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi The Long and Winding Road.
Tratto della B842

Ballata intensa, delicata e dolente in stile McCartney, offerta in una prima versione limpida (ancorché non priva di errori) del 26 gennaio 1969 nella quale le pesanti e zuccherose sovraincisioni successive erano qui rese dal lavoro pianistico di Preston[45], si ispira alla B842, strada tortuosa che serpeggia per venticinque chilometri lungo la costa orientale della penisola di Kintyre e che l’autore percorreva per raggiungere la sua fattoria[46].

La canzone ebbe una storia tempestosa e costituì l’elemento scatenante che portò allo scioglimento del gruppo. Negli ultimissimi giorni di mixaggi e montaggi, il produttore Phil Spector decise, senza consultarsi con McCartney, di condire pesantemente l’originaria traccia con cori e abbondanza di archi. Il lavoro di Spector in studio risultò dubbio persino a un carattere docile e bonario come quello di Ringo Starr, l’unico Beatle presente in sala, che prese da parte uno Spector nevrastenico e lo calmò dicendogli: «[I tecnici] stanno facendo meglio che possono. Sta buono e calmati»[47]. Anche Brian Gibson, ingegnere tecnico quel giorno, affermò perplesso in seguito: «In The Long and Winding Road, [Spector] voleva sovraincidere orchestra e coro ma non c’erano abbastanza piste libere sul nastro, così eliminò una delle parti di voce di Paul per poterci infilare l’orchestra»[48].

Venuto a sapere del rimaneggiamento, un furibondo Paul McCartney prima cercò senza riuscirci di bloccare tutto e poi, in quell’atmosfera pesante di incomprensioni, litigi, rancori e piccole vendette venutasi lentamente a maturare, dichiarò di considerare sciolto il sodalizio con gli altri tre Beatles[49].

For You Blue[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi For You Blue.

Canzone blues di struttura classica ma scorrevole e distesa, è dedicata da George a Pattie Boyd e in essa Harrison, alla chitarra acustica, approfitta per rendere omaggio a Elmore James, chitarrista blues americano, citandolo durante l’assolo di Lennon alla slide guitar[50].

George’s Blues, titolo originale di For You Blues che alla fine diventò For You Blue, venne registrata in una sola giornata, il 25 gennaio 1969. La leggerezza del pezzo è confermata dall’autore che avrebbe dichiarato: «È una semplice canzone in dodici battute che segue tutti i normali canoni delle canzoni in dodici battute, tranne il fatto che è spensierata!»[51].

Get Back[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Get Back (The Beatles).

Fu Paul McCartney a comporre questo pezzo rock che nasceva originariamente nelle intenzioni dell'autore come una satira nei confronti del razzismo verso gli africani e gli asiatici che popolavano il Regno Unito. Considerata la delicata situazione che si era venuta a creare con l’ingresso di migliaia di asiatici e la conseguente predicazione del partito neonazista del Fronte Nazionale, le parole non opportunamente calibrate da Paul rischiavano di essere benzina sul fuoco risultando facilmente fonte di fraintendimento, tanto da far ipotizzare a qualche commentatore un “periodo razzista” che avrebbe venato il gruppo[52]. Paul smentì questa interpretazione, anche se versi come ”Don’t dig no Pakistanis taking all the people’s job, get back to where you once belonged” (“Non mi vanno giù i pachistani che vengono a rubare il lavoro alla gente, tornatevene a casa vostra”) potevano comprensibilmente indurre in errore, col pericolo di essere esplosive in quel contesto sociale. Perciò il testo venne radicalmente stravolto, divenendo l’innocuo accenno a Jojo, un americano dell’Arizona, e alla dolce Loretta Martin, scopertasi improvvisamente un uomo.

Su tutta questa vicenda resta la testimonianza di John Lennon secondo il quale, ogni volta che Paul cantava il verso-guida ”Get back to where you once belonged”, rivolgeva lo sguardo alla onnipresente Yoko Ono[53]. Non è ben chiaro a cosa volesse alludere John, né se il fatto fosse vero o se si trattasse dell’immaginazione rancorosa di Lennon nei confronti dell’amico-rivale. Paul, a propria difesa, sostenne: «Se c’era un gruppo che non era razzista erano i Beatles: tutti i nostri musicisti preferiti erano di colore»[52].

Le versioni del singolo e dell’album evidenziano qualche diversità. Il singolo ha un mixaggio più rifinito e ha interessanti effetti eco dei quali la versione per l’album è priva[53]; e mentre il singolo si chiude con un deciso Ringo che dà l’attacco per il finale, la versione per l’album si apre con l’irriverente scherzo (assente nel singolo) di John che canticchia ”Sweet Loretta Fart she thought she was a cleaner but she was a frying pan” (“La dolce Loretta Scoreggia credeva di essere una pulitrice, invece era una padella”) e si conclude insolitamente con la nota sottodominante che dà al pezzo il senso dell’incompletezza.

Tracce[modifica | modifica sorgente]

Lato A

  1. Two of Us (Lennon-McCartney) - 3:37
  2. Dig a Pony (Lennon-McCartney) - 3:55
  3. Across the Universe (Lennon, McCartney) - 3:48
  4. I Me Mine (Harrison) - 2:26
  5. Dig It (Lennon-McCartney-Harrison-Starkey) - 0:50
  6. Let It Be (Lennon-McCartney) - 4:03
  7. Maggie Mae (Trad. arr. Lennon-McCartney-Harrison-Starkey) - 0:40

Lato B

  1. I've Got a Feeling (Lennon-McCartney) - 3:38
  2. One After 909 (Lennon-McCartney) - 2:54
  3. The Long and Winding Road (Lennon-McCartney) - 3:38
  4. For You Blue (Harrison) - 2:32
  5. Get Back (Lennon-McCartney) - 3:09

Formazione[modifica | modifica sorgente]

The Beatles

Altri musicisti

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c d (EN) Let It Be in Allmusic, All Media Network.
  2. ^ (EN) 500 Greatest Albums of All Time, Rolling Stone. URL consultato il 15 novembre 2012.
  3. ^ MacDonald, op. cit., pp. 24-6.
  4. ^ Bramwell, op. cit., p. 304.
  5. ^ Avrebbe affermato George Harrison: «È interessante notare come tutti si comportino correttamente quando c'è un ospite, perché non vogliono mostrarsi velenosi come sono. [...] All'improvviso tutti hanno cominciato a comportarsi benissimo.» In Anthology, op. cit., p. 318.
  6. ^ Everett, op. cit., pp. 219-20.
  7. ^ «Paul e John [...] dividono lo stesso microfono e si comportano come se i versi riguardassero solo loro due.» Miles, op. cit., p. 417.
  8. ^ Il critico cita i versi “burning matches, lifting latches” (“bruciando fiammiferi, sollevando chiavistelli”, situazioni adolescenziali), “chasing paper, getting nowhere” (“correndo dietro alle carte senza andare da nessuna parte”, con riferimento agli aspetti burocratici della vicenda Apple) e soprattutto “You and I have memories/Longer than the road that stretches out ahead” (“Tu e io abbiamo ricordi/più lunghi della strada che sta dinanzi a noi”). Hertsgaard, op. cit., pp. 323-4.
  9. ^ «Parcheggiammo in un bosco non so dove, io me ne andai a passeggiare e Paul rimase in auto e iniziò a scrivere», in Turner, op. cit., p. 191.
  10. ^ MacDonald, op. cit., p. 322.
  11. ^ Cfr. The Beatles Anthology 3, 2º CD, traccia 4 - Apple Records 1996.
  12. ^ «Dissero che volevano tornare agli elementi fondamentali» ricorda [George] Martin. «Non avrebbero usato le sovrapposizioni sonore.» In Norman, op. cit., p. 505.
  13. ^ Everett, op. cit., pp. 227-8.
  14. ^ Harry, op. cit., p. 246.
  15. ^ a b Turner, op. cit., p. 192.
  16. ^ Lewisohn, op. cit., p. 279.
  17. ^ Turner, op. cit., p. 191.
  18. ^ Everett, op. cit., pp. 156-7.
  19. ^ Spitz, op. cit., p. 487.
  20. ^ a b Lewisohn, op. cit., p. 275.
  21. ^ The Beatles Anthology 2, 2º CD, traccia 20 - Apple Records 1996.
  22. ^ Lewisohn, op. cit., p. 276.
  23. ^ Lewisohn, op. cit., pp. 279, 429, 438 e 447.
  24. ^ MacDonald, op. cit., p. 267.
  25. ^ Così spiega Harrison: «Ci sono due “io”: quello con la i minuscola, che la gente usa per dire “io sono così o cosà”, e quello con la i maiuscola, ovvero l’OM, la completa, l’intera, universale consapevolezza che è priva di dualismi e di ego. Non c’è niente che non sia parte dell’intera universalità. Quando la i minuscola si fonde con la i maiuscola, allora stai davvero sorridendo!» E continua più sotto, riferendosi all’esperienza con l’LSD: «Improvvisamente mi guardai intorno e tutto ciò che vedevo era relativo al mio ego: capite, cose come “questo è il mio pezzo di carta”, “questa è la mia maglia”, o “dallo a me” o “io sono”. Mi mandò giù di testa: odiavo qualsiasi cosa che avesse a che fare col mio ego – era un’immagine di tutto ciò che era falso e transitorio, e che non mi piaceva.» Harrison, op. cit., p. 158.
  26. ^ Lewisohn, op. cit., p. 448.
  27. ^ a b MacDonald, op. cit., p. 323.
  28. ^ “Wee” Georgie Wood era un comico noto al pubblico radiofonico e televisivo per aver partecipato a spettacoli di varietà. In Harry, op. cit., p. 247.
  29. ^ Ingham, op. cit., p. 288.
  30. ^ «Era così bello per me e lei era molto rassicurante. Nel sogno diceva: “Andrà tutto bene”. Non sono sicuro che abbia usato le parole “lascia stare” [“let it be”], ma il succo era questo […] La canzone si basava sul sogno», in Miles, op. cit., p. 420.
  31. ^ MacDonald, op. cit., p. 325.
  32. ^ Fra gli altri Harry, op. cit., p. 474.
  33. ^ Harry, op. cit., p. 474.
  34. ^ MacDonald, op. cit., p. 70.
  35. ^ Il biografo Hunter Davies sostiene che Maggie May apparteneva al repertorio dei Quarry Men sin dal 1956. In Davies, op. cit., p. 72.
  36. ^ Everett, op. cit., p. 210.
  37. ^ Lewisohn, op. cit., pp. 362-79.
  38. ^ MacDonald, op. cit., p. 328.
  39. ^ Steve Hamelman, On their way home: the Beatles in 1969 and 1970, in Womack, op. cit., p. 139.
  40. ^ Harry, op. cit., p. 556.
  41. ^ The Beatles Anthology 1, 1º CD, tracce 25-26 - Apple Records 1995.
  42. ^ Unterberger, op. cit., p. 52.
  43. ^ Turner, op. cit., p. 195.
  44. ^ Lewisohn, op. cit., p. 377.
  45. ^ The Beatles Anthology 3, 2º CD, traccia 8 - Apple Records 1996.
  46. ^ Turner, op. cit., pp. 194-5.
  47. ^ Lewisohn, op. cit., p. 446.
  48. ^ Il clima di quella seduta è ben descritto in Lewisohn, op. cit., pp. 446-7.
  49. ^ MacDonald, op. cit., p. 327.
  50. ^ MacDonald, op. cit., p. 324.
  51. ^ Harrison, op. cit., p. 156.
  52. ^ a b Turner, op. cit., p. 196.
  53. ^ a b MacDonald, op. cit., p. 321.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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  • (EN) Walter Everett, The Beatles as Musicians - Revolver through the Anthology, Oxford/New York, Oxford University Press, 1999, ISBN 978-0-19-512941-0.
  • George Harrison, I Me Mine, Milano, Rizzoli, 2002, ISBN 88-7423-014-1. (I Me Mine, Chronicle Books, San Francisco, 2002)
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  • (EN) Richie Unterberger, The Unreleased Beatles - Music & Film, San Francisco, John Backbeat Books, 2006, ISBN 0-87930-892-3.
  • (EN) Kenneth Womack (a cura di), The Cambridge Companion to The Beatles, Cambridge, Cambridge University Press, 2009, ISBN 978-0-521-68976-2.

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