Decreto del presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309

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Il Decreto del presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309 è una legge della Repubblica Italiana, in particolare un testo unico delle norme in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza.

La normativa è stata modificata dalla legge 21 febbraio 2006 n. 49 (conosciuta anche come legge Fini-Giovanardi poiché fortemente voluta da Gianfranco Fini e Carlo Giovanardi). La legge è in realtà la conversione del decreto legge 30 dicembre 2005, n. 272, emanato in origine solo per il finanziamento delle Olimpiadi Invernali di Torino.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo la sua emanazione è seguito un acceso dibattito pubblico, che ha avuto ad oggetto, in particolare, il trattamento sanzionatorio riservato al semplice consumatore, specialmente in relazione all'uso di cannabis. Tali discussioni sono generate anche in relazione ai risultati del Referendum popolare del 18-19 aprile 1993 in cui si sancì la non punibilità dei consumatori.[2]

Si caratterizza oggi per l'inasprimento delle sanzioni relative alle condotte di produzione, traffico, detenzione illecita ed uso di sostanze stupefacenti, e per la contestuale abolizione di ogni distinzione tra droghe leggere, quali la cannabis, e droghe pesanti, quali eroina o cocaina.

Tuttavia, la legge 21 febbraio 2006 n. 49, è stata dichiarata illegittima dalla Corte Costituzionale il 12 febbraio 2014[3], o come si legge nella nota pubblicata dalla stessa Corte:

« La Corte costituzionale, nella odierna Camera di consiglio, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale – per violazione dell’art. 77, secondo comma, della Costituzione, che regola la procedura di conversione dei decreti-legge – degli artt. 4-bis e 4-vicies ter del d.l. 30 dicembre 2005, n. 272, come convertito con modificazioni dall’art. 1 della legge 21 febbraio 2006, n. 49, così rimuovendo le modifiche apportate con le norme dichiarate illegittime agli articoli 73, 13 e 14 del d.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo unico in materia di stupefacenti). »
(Nota della Corte Costituzionale, 12 febbraio 2014.)
Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Droga leggera#Italia.

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

L'utilizzo ad uso personale[modifica | modifica wikitesto]

A norma dell'art. 75 del predetto T.U., per l'uso personale di sostanze stupefacenti sono previste alcune sanzioni amministrative, da applicarsi singolarmente o cumulativamente, a seconda delle peculiarità del caso concreto. Si tratta, in particolare, della sospensione del passaporto, la sospensione della patente di guida, o il divieto di conseguirla, nonché la sospensione del porto d'armi. L'interessato, inoltre, ricorrendone i presupposti, dovrà seguire un programma terapeutico e socio-riabilitativo. Tali sanzioni devono, oggi, avere durata compresa tra un minimo di un mese ed un massimo di un anno. In passato, le sanzioni amministrative avevano durata compresa tra uno e tre mesi nel caso di droghe leggere e tra due e quattro mesi, nel caso di droghe pesanti;

All'art. 73 del già citato T.U. è stato aggiunto il comma 1-bis, che disciplina le condotte di importazione, esportazione, acquisto, ricezione a qualsiasi titolo e detenzione di sostanza stupefacente. Si tratta di condotte che possono essere compiute tanto dallo spacciatore, quanto dal consumatore.

Il giudice dovrà stabilire quindi, caso per caso, se le condotte in esame costituiscano estrinsecazione di un mero uso personale della sostanza (punito con la sola sanzione amministrativa), oppure se siano preordinate alla successiva vendita (in questo caso la condotta è punita con la sanzione penale).

In particolare, a norma del comma 1-bis lettera a), la condotta ha rilevanza penale quando le sostanze stupefacenti

« per quantità, in particolare se superiore ai limiti massimi indicati con decreto del Ministro della salute emanato di concerto con il Ministro della giustizia sentita la Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento nazionale per le politiche antidroga, ovvero per modalità di presentazione, avuto riguardo al peso lordo complessivo o al confezionamento frazionato, ovvero per altre circostanze dell'azione, appaiono destinate ad un uso non esclusivamente personale »

Il giudizio su tale elemento deve essere condotto sulla base di tutti i criteri richiamati dalla norma, quindi tenuto conto non solo del superamento dei limiti indicati nella tabella ministeriale (relativa, comunque, alle quantità di principio attivo e non al peso in sé), ma anche di ogni altra circostanza dell'azione. Possono, pertanto, darsi casi in cui, pur essendo superate le soglie massime di principio attivo, altre circostanze dell'azione dimostrino la destinazione della sostanza ad uso esclusivamente personale, con applicazione della sola sanzione amministrativa. Parimenti, è possibile che, pur non essendosi superate le citate soglie massime, altre circostanze dell'azione dimostrino la destinazione della sostanza ad un uso non personale, con conseguente applicazione della sanzione penale.

In merito il Tribunale di Verona con sentenza del 24 luglio 2006 n.1339/06 ha sancito che:

« anche nel sistema introdotto dalle recenti norme riformatrici il parametro quantitativo abbia comunque una valenza meramente indiziaria dell’uso non solo personale della sostanza stupefacente »

La produzione ad uso personale[modifica | modifica wikitesto]

Sotto altro aspetto, la legge non ha dato soluzione all'annoso problema della rilevanza penale della modesta produzione ad uso esclusivamente personale.

Infatti, non è chiaro se la coltivazione di modeste quantità di stupefacente, destinata ad uso esclusivamente personale, rientri nel concetto di "produzione", ai sensi del citato art. 73 del T.U. (con conseguente applicazione della sanzione penale), oppure se sia penalmente irrilevante (con conseguente applicazione della sola sanzione amministrativa per l'uso personale). È opportuno comunque rilevare, a questo proposito, che anche una sola pianta di canapa (a titolo di esempio) può comunemente arrivare a contenere una quantità di principio attivo decine di volte superiore al limite tabellare ricordato.

La Corte di Cassazione in merito non aveva, in passato, maturato un orientamento uniforme.

Secondo un'interpretazione, la coltivazione costituirebbe reato, a prescindere dall'uso che il coltivatore intenda fare della sostanza. Ciò perché coltivazione e detenzione sono due condotte del tutto distinte[4].

Secondo altra interpretazione, al contrario, dovrebbe distinguersi tra "coltivazione in senso tecnico-agrario", ovvero imprenditoriale, costituita da una serie di elementi (disponibilità del terreno, preparazione dello stesso, semina, governo dello sviluppo delle piante, ubicazione dei locali destinati alla custodia dei prodotti) e "coltivazione domestica", costituita dalla messa a dimora in vaso di poche piante nella propria abitazione. Solo il primo tipo di coltivazione sarebbe penalmente rilevante, rientrando il secondo tipo nel concetto di uso personale[5].

Nel 2003 la Corte di Cassazione, ricostruendo la fattispecie in esame come reato di pericolo concreto, ha affermato che non può considerarsi reato la coltivazione di modeste quantità di stupefacente ad uso strettamente personale, in quanto non è ravvisabile in tale condotta il "minimo grado di offensività".

Nel 2004 la Suprema Corte è nuovamente intervenuta, questa volta rinvenendo nella fattispecie in esame un reato di pericolo astratto e, conseguentemente affermando che:

« La coltivazione di piantine di canapa indiana integra un reato di pericolo astratto per la cui configurabilità non rilevano la quantità e qualità delle piante, la loro effettiva tossicità o la quantità di sostanze drogante da esse estraibile, trattandosi di fattispecie volta a vietare la produzione di specie vegetali idonee a produrre l'agente psicotropo, indipendentemente dal principio attivo estraibile[6] »

ritenendo quindi l'azione reato a prescindere dalla quantità. Pertanto, chi coltivi modeste quantità di stupefacente, ad uso strettamente personale, potrebbe essere colpito da sanzione penale, punita ora con la reclusione da sei a venti anni e con la multa da euro 26.000 a euro 260.000.

Nel 2007 la Corte di Cassazione, Sezione VI Penale, con sentenza 18 gennaio 2007, sancisce che non è reato coltivare nel giardino di casa qualche piantina di marijuana perché ciò equivale alla detenzione per uso personale[7][8]. Di parere opposto la sentenza datata 10 gennaio 2008, in cui la Corte di Cassazione sancisce invece che la coltivazione, sul balcone di casa, anche di una sola piantina di marijuana, indipendentemente dalle sue caratteristiche droganti è penalmente perseguibile.

La Corte di Cassazione a sezioni unite con sentenza 24 aprile - 10 luglio 2008, n. 286 ha stabilito che è vietata qualunque forma di coltivazione delle piante stupefacenti indicate nella tabella I - non necessariamente connotata (poiché la legge non lo prevede) da aspetti di imprenditorialità ovvero dalle caratteristiche proprie della coltivazione "tecnico-agraria"); si pone comunque il problema della offensività della condotta (cfr. ad es. l'assoluzione post Sezioni Unite del Tribunale di Milano).

In questa dicotomia fra penale ed amministrativo inerente alla coltivazione di un esiguo numero di piante di Cannabis destinate a ricavarne marijuana ad uso personale, la situazione restava quindi giuridicamente ambigua: basti pensare che se un soggetto che avesse messo a dimora delle piante di Cannabis avesse notato o fosse stato preavvertito dell'arrivo delle forze dell'ordine, utilizzando una cesoia per recidere il tronco dalle radici, si sarebbe trovato non più in possesso di piante propriamente dette, bensì di materiale vegetale umido tipo marijuana, da seccare e pesare per valutarne l'effettiva quantità, modificando quindi con la sua azione di taglio la propria posizione legale da penale (per la legge basta una singola pianta interrata per incorrere nel reato di produzione e/o coltivazione, a prescindere da quale fine) a sanzione riconducibile in illecito amministrativo.

Il 28 giugno 2011 la corte di Cassazione, con sentenza 25674/11[9], ha stabilito che coltivare una piantina di marijuana in casa può essere lecito, trattandosi di "un reato che non procura danni alla salute pubblica". Secondo la suprema corte la coltivazione di una pianta di canapa indiana infatti "non è idonea a porre in pericolo il bene della salute pubblica o della sicurezza pubblica". A seguito di ciò è stato bocciato il ricorso della Procura di Catanzaro che chiedeva la condanna di un giovane per avere coltivato sul balcone di casa una piantina di cannabis.

La decisione mira far luce sul procedimento penale ma mutato in amministrativo a carico di qualcuno che, pur perpetrando un comportamento penalmente perseguibile quale la coltivazione, seppure di una sola pianta, sia stato giudicato da una corte che abbia visto in tale comportamento penalmente rilevante la mera volontà di auto approvvigionamento della sostanza e la volontà di evitare il contatto con la criminalità o lo spaccio da strada per venirne in possesso. Decisione di importanza storica che sembra sancire il favore verso una ben determinata (seppur controversa) modalità utilizzo personale della droga, soprattutto a dispetto di chi giudicato con verdetto di condanna, venga trovato in possesso di appena 5 o 6 grammi di marijuana (magari sulla base del fatto che fosse divisa in più porzioni), oltre che su quella dell'eccedenza rispetto alla dose personale quotidiana massima indicata dalle tabelle governative). Il fatto che una pianta di cannabis possa produrre tranquillamente 100 - 200 grammi di prodotto secco fa capire quanto la situazione soggiaccia in una sorta di "area grigia" di difficile comprensione ed alta interpretabilità, tanto per i legiferatori quanto per la cittadinanza. Per fare un esempio con un altro paese della UE si pensi ai Paesi Bassi, dove la produzione in proprio di Cannabis è tollerata se non eccede le 3-5 piante coltivate senza l'ausilio di luce artificiale.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Legge 21 febbraio 2006 n. 49, rubricata "Conversione in legge, con modificazioni del decreto-legge 30 dicembre 2005, n. 272, recante misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali, nonché la funzionalita' dell'Amministrazione dell'interno. Disposizioni per favorire il recupero di tossicodipendenti recidivi" in Gazzetta Ufficiale n. 48 del 27/02/2006 (S.O. 45/2006): permalink normattiva.
  2. ^ «Risultati del referendum popolare»
  3. ^ La Consulta boccia legge Fini-Giovanardi.
  4. ^ Per tutte, si veda Cass. 5/4/2000 n. 4209 Sez. IV penale
  5. ^ Si veda Cass. 12/7/1994 n. 3353 Sez. VI penale
  6. ^ Cass. 1/12/2004 n. 46529 Sez. IV penale
  7. ^ Testo completo della sentenza
  8. ^ Storica sentenza della Cassazione: coltivare qualche piantina di marijuana non è reato
  9. ^ Testo completo della sentenza 25674/11

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]