Le novelle del compianto Ivan Petrovič Belkin

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Le novelle del compianto Ivan Petrovič Belkin
Titolo originale Пóвести покóйного Ивáна Петрóвича Бéлкина
Autore Aleksandr Puškin
1ª ed. originale 1831
Genere raccolta di novelle
Lingua originale russo
Ambientazione Russia
« Signora Prostakova
Se è per questo, signor mio,
è da quando era piccolo
che ha una passione per le storie

Skotinin
Allora Mitrofan mi assomiglia »
(Denis Fonvizin, Il minorenne, epigrafe che introduce l'opera di Puskin)

Le novelle del compianto Ivan Petrovič Belkin (Пóвести покóйного Ивáна Петрóвича Бéлкина, Povesti pokojnogo Ivana Petrovica Belkina) è il titolo di una raccolta di 5 novelle scritte da Aleksandr Puškin a Bòldino nel 1830 e pubblicate nel 1831.

Nell'introduzione all'opera, Puskin finge di essere l'editore delle novelle che Ivan Petrovič Belkin, un negligente possidente terriero, ha udite da varie persone e messe per iscritto. Viene anche allegata da Puskin una lettera scritta da un presunto amico di Belkin in cui sono narrati alcuni aneddoti circa la vita di Ivan Petrovič: il ritratto che ne esce delinea un personalità misteriosa e affascinante, poco dedita agli affari quanto piuttosto amante delle lettere e della cultura.

Ad ogni novella è premessa una citazione tratta da opere di autori esclusivamente russi, secondo un procedimento molto usato da Puskin: ogni citazione si ricollega per affinità tematica alla novella o fa da contrappunto.

Nel manoscritto che Puskin finge di aver ritrovato e del quale cura la pubblicazione sono annotati le iniziali e il titolo di coloro i quali hanno raccontato la storia a Belkin.

Lo sparo[modifica | modifica sorgente]

« Ci siamo sfidati alla pistola »
(Baratynskij, citazione premessa da Puskin)
« Ho giurato di ucciderlo, e secondo le norme

del duello ora il colpo è a mia disposizione »

(Una veglia al bivacco)

Questa storia fu raccontata dal tenente colonnello I. L. P. e si articola in due parti. Nella prima parte il tenente colonnello racconta di essere stato di stanza in un paesino di campagna. La sua vita era monotona e scandita dalle esercitazioni militari. L'unica esperienza diversa che provava, condivisa anche da altri ufficiali, era la frequentazione con un uomo misterioso e particolare, Silvio (in realtà, si tratta di un nome convenzionale in quanto il vero nome di battesimo è taciuto). Silvio ha una sola passione, sparare: tutta la sua casa è costellata da fori di proiettile ed è persino un migliore tiratore rispetto agli ufficiali. Una sera, ad una cena con i soldati, viene insultato da uno dei suoi ospiti, appena giunto nel posto. Contrariamente a quanto tutti si aspettano - in particolare proprio il narratore - Silvio decide di lasciar passare l'accaduto e di non sfidare il giovane avventato a duello, come avrebbe avuto diritto. Silvio riceve poi inaspettatamente una lettera e decide di dover partire. Invita per un'ultima volta gli ufficiali e dopo essersi congedato da tutti trattiene il colonnello. Gli racconta che una voltà sfidò a duello un giovane, davvero fortunato e sfacciato: al momento del duello mangiava ciliegie aspettando il tiro dell'avversario. Silvio decise dunque di rimandare il duello in quanto teneva in così poco conto la vita. Da allora non si erano più rivisti e la lettera ricevuta lo aveva informato che il suo avversario si stava per sposare. Silvio riteneva che ogni rischio che avrebbe potuto correre sarebbe stato da evitare in vista del duello che aveva lasciato in sospeso: per questo non sfidò il giovane.

La seconda parte si apre a distanza di qualche anno in una residenza di campagna. Il colonnello un giorno visita i suoi nuovi vicini, una coppia di giovani sposi: in casa loro nota un quadro che reca due fori di proiettile perfettamente combacianti. Racconta loro che aveva conosciuto un uomo in grado di sparare così precisamente: Silvio. Questo nome atterrisce la coppia. Il giovane racconta di esser la persona che Silvio sfidò. Silvio si ripresentò poco prima del suo matrimonio reclamando il suo diritto a colpire. Tuttavia Silvio decise di ripetere il sorteggio. Il primo colpo toccò ancora al giovane che però fallì. Silvio temporeggiò prima di sparare mentre nella stanza della casa si presentò anche la moglie. Impietosito e soddisfatto della vendetta, rinunciò al tiro e uscendo colpi il quadro senza prendere la mira. Da allora nessuno seppe più nulla di lui.

La tormenta[modifica | modifica sorgente]

« I cavalli corrono tra le cune
calpestando la neve alta...
Ecco all'orizzonte appare una chiesetta solitaria
...
A un tratto è tempesta tutt'intorno
fiocchi di neve ovunque
Il nero corvo con ali sibilanti
aleggia sopra la slitta;
annuncia sventure il suo lamento!
I cavalli hanno fretta:
con gli occhi intenti nel buio lontano
drizzano le criniere »
(Žukovskij)

La giovane K. I. T. narrò questa storia a Belkin. La storia è ambientata nel 1811 a Nenarodovo. Qui la giovane Mar'ja Gavrilovna, figlia di un possidente cortese e affabile, educata sui romanzi francesi, e di conseguenza [...] innamorata, vive la sua storia d'amore con un alzabandiera (nel testo originale "Alfiere di linea") dell'esercito, poco abbiente e mal visto dai genitori di Mar'ja, Vladimir Nikolaevič. Vladimir allora le propone un matrimonio segreto nella vicina chiesa di Žadrino e Mar'ja, spinta dalla passione per il giovane, accetta immediatamente. Tuttavia, mano a mano che si avvicina il giorno delle nozze, Mar'ja è sempre più ansiosa e dubitabonda tanto che la sera stessa del fatidico giorno pare voler rinunciare. Convinta dalla cameriera, complice del piano, sale sulla carrozza che la porterà alla chiesa mentre ulula il vento e infuria la tormenta.

Vladimir, lasciata la sede militare, è costretto a viaggiare in condizioni climatiche pessime: la tormenta gli impedisce di vedere. Dopo essersi addentrato in un bosco si trova in un villaggio che scopre suo malgrado non essere Žadrino. Quando riesce a raggiungere Žadrino è ormai già mattino, la chiesa è deserta e apprende dal prete ciò che è successo. Mar'ja, tornata a casa a riposare, si ammala e incomincia a delirare: racconta anche il suo piano con Vladimir. La madre, tuttavia, accanto al suo letto, riesce solo a intendere il nome di Vladimir. I genitori della ragazza, sconvolti dalla malattia di lei, tentano di contattare Vladimir attraverso una lettera ma per tutta risposta egli risponde che non metterà mai piede in casa di Mar'ja e per dimenticare e perdere la speranza partecipa alla battaglia di Borodino in cui perde la vita.

Intanto Mar'ja è sconvolta da un ulteriore perdita: muore Gavril Gavrilovic suo padre e insieme alla madre decide di trasferirsi in un'altra tenuta, ancora innamorata di Vladimir e continuando a conservare gelosamente i suoi libri, le sue poesie e i suoi spartiti, rifiuta tutti i pretendenti. La giovane accetta di continuare a vedere soltanto un ussaro, Burmin. Mar'ja non sembra essere innamorata, ma il narrattore chiosa, citando, in italiano anche nel testo originale, Petrarca:

« Se amor non è, che è dunque?..[1] »

Un giorno Burmin incontra Mar'ja nei pressi di un laghetto nel giardino della casa della ragazza. Qui finalmente le dichiara il proprio amore, ma le rivela di non poterla sposare. L'ussaro le racconta che qualche anno prima, viaggiando durante una tempesta di neve, si perse e arrivato in un villaggio fu portato in una chiesa. Qui sposò una ragazza che non aveva mai visto prima. Mar'ja gli chiede come possa non riconoscerla e Burmin all'improvviso capisce e le si getta ai piedi.

Nel 1964 ne è stato tratto un omonimo film di Vladimir Basov, La tormenta

Il fabbricante di bare[modifica | modifica sorgente]

« Non vediamo forse ogni giorno delle bare
ciocche grigie dell'universo in sfacelo? »
(Deržavin)

Belkin ascoltò questa novella dall'amministratore B. V., che non è fra i protagonisti del racconto stesso. Adrian Prochorov è un fabbricante di bare che si sta trasferendo. Prochorov, a differenza di altri esempi letterari, da Shakespeare a Scott, non è un uomo allegro e scherzoso, bensì dai costumi che corrispondevano in tutto e per tutto alla sua lugubre occupazione: cupo, sempre pensieroso, scontroso e dispotico con le figlie e la governante. Viene accolto, dopo essersi stabilito nella sua nuova residenza, dal vicino, un calzolaio di nome Gottlieb Schulz, di evidenti origini tedesche. Adrian viene invitato a pranzo da Schulz il giorno successivo in occasione delle sue nozze d'argento. Alla festa i convitati bevono molto e i brindisi si susseguono copiosamente. A un tratto uno degli ospiti propone che ciascuno dei presenti s'inchini a coloro per i quali lavora: la proposta viene accolta con grande entusiasmo. Ad Adrian viene urlato da uno dei convitati:«Perché non bevi anche tu alla salute dei tuoi morti?». Tra le fragorose risate generali, Adrian si offende profondamente. Nessuno se ne avvede e alla fine della festa, tornato a casa, ancora arrabbiato e ubriaco, invita solennemente a casa suoi i morti. Addormentatosi Adrian sogna la festa a casa, tutta popolata da scheletri, che in seguito a una screzio lo insultano e lo minacciano. Risvegliatosi e realizzato con suo grande sollievo che si è trattato solo di un sogno, ordina immediatamente un e che si presentino le figlie. Puskin lascia al lettore il piacere di decidere se Prochorov sia cambiato o no.

Il mastro di posta[modifica | modifica sorgente]

« Un registratore di collegio
è il dittatore della stazione di posta »
(Principe Vjazemskij)

La storia, narrata dal consigliere titolare A. G. N., coinvolto nella storia stessa, si apre con un'ironica riflessione sul mestiere del mastro di posta, autentico martire del quattordicesimo rango. Bistrattato dagli avventori della stazione di posta, è costretto a farsi in quattro per accondiscendere le richieste di tutti e in cambio riceve insulti, se non addirittura percosse. Il consigliere titolare confessa di avere degli amici nella categoria e uno la cui memoria gli è particolarmente cara e di cui si propone di raccontare la storia.

Nel maggio 1816 A. G. N. si ferma, durante un viaggio, ad una stazione di posta per il cambio dei cavalli. Nell'attesa del cambio accetta dal mastro locale una tazza di . Questo gli viene servito da Dunja, figlia del mastro di posta, una giovane adolescente la cui bellezza stupisce il viaggiatore. I tre discorrono amichevolmente per molto tempo; quando A. G. N. sta per andarsene, rimasto solo sulla porta con la ragazza, le chiede di poterla baciare. Dunja acconsente.

Anni dopo, A. G. N. non ha ancora dimenticato Dunja e il padre e decide di tornare a trovarli. Con suo grande stupore e dispiacere trova la stazione in decadimento e trascuratezza. Il mastro di posta è sempre Symson Vyrin - il padre di Dunja - che però è molto invecchiato e alle domande di A. G. N. risponde seccamente di non saper nulla della figlia. Dopo qualche bicchiere di punch la lingua del vecchio mastro si scioglie e racconta ad A. G. N. la storia della figlia.

Un giorno giunse alla stazione un ussaro che, dapprima infuriato per la "classica" attesa alla stazione, alla vista di Dunja si calma e rimane profondamente colpito. Come accadde per A. G. N., i tre entrano rapidamente in rapporti amichevoli e l'ussaro accetta di restare per cena. Al momento della partenza l'ussaro si ammala. Rimane per giorni alla stazione e Dunja si occupa di lui. Guarito, prima di lasciare la stazione, offre a Dunja un giro sulla carrozza. La ragazza, inizialmente esitante, spinta dal padre, accetta. L'ussaro la rapisce e il padre non la rivedrà mai più. Symson provò a cercarla addirittura a San Pietroburgo, in casa dell'ussaro, ma ogni tentativo è vano.

Anni dopo questo incontro, A. G. N. torna ancora alla stazione di posta. Symson Vyrin è ormai morto. Il figlio della famiglia che ora abita l'antica stazione si offre di accompagnarla al cimitero dove riposa il mastro di posta. Gli racconta che non molto tempo prima del suo arrivo è giunta una signora, con i figli, ben vestita, che si è recata alla tomba di Symson e lì inginocchiatasi ha pianto per molto tempo. A. G. N., saputo l'accaduto, è contento e sollevato

La contadina padrona[modifica | modifica sorgente]

« In ogni veste, Dušen'ka, sei bella »
(Bogdanovič)

Fu la giovane K. I. T., che già raccontò a Belkin La tormenta, a narrare questa storia. La novella riguarda la storia d'amore di due giovani, Lizaveta Muromskij e Aleksej Berestov. Sono entrambi figli di possidenti terrieri e i loro appezzamenti sono confinanti. Tuttavia tra i due genitori non corre buon sangue: il padre di Lizaveta, Grigorij Ivanovič, è accusato da Ivan Petrovič, padre di Aleksej, di essere un anglofilo; a sua volta Muromskij non tollerava il conservatorismo di Berestov, troppo attaccato, a parer suo, alle tradizioni russe.

La storia si apre con l'arrivo di Aleksej a casa del padre. Liza è l'unica signorina del posto che però non riesce a vederlo a causa dei rapporti fra i due genitori. Liza, curiosa di conoscere il giovane di cui ha tanto sentito parlare decide di recarsi nella tenuta dei Berestov vestita da contadina. Aiutata dalla cameriera Nastja riesce nel suo intento e una mattina, fingendo di raccogliere funghi nel bosco di casa Berestov, incontra Aleksej: Lizaveta dichiara di essere Akulina, la figlia del fabbro del paese. Tra i due nasce presto amore e gli incontri si replicano; Aleksj le insegna a scrivere e si instaura subito una fitta corrispondenza.

Un giorno Grigorij Muromskij si fa male durante una battuta di caccia e viene soccorso da Berestov: tra i due si appianano le differenza e nasce presto amicizia; Muromskij per sdebitarsi lo invita con il figlio a casa propria. Liza è terrorizzata dall'idea che Aleksej conosca la sua vera identità e si trucca in modo da non farsi riconoscere. La giovane è fortunata e non viene riconosciuta e, anzi, non lascia una grande impressione in Aleksej. Muromskij e Berestov, dopo qualche tempo, si accordano per un matrimonio tra i loro figli pur consapevoli che tra i due non ci fosse grande affinità. Berestov ne parla immediatamente al figlio che, innamorato di Akulina, rifiuta e decide di parlare direttamente con Muromskij. Giunto a casa dell'anglomane scopre che Muromskij è assente e così cerca direttamente Lizaveta. Entra in camera della ragazza e subito la riconosce. E vissero sempre felici e contenti

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Si tratta di una citazione imprecisa del sonetto CXXXII del Canzoniere.Vai al testo

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

letteratura Portale Letteratura: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di letteratura