Le avventure di Ulisse

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Le avventure di Ulisse
Titolo originale The Adventures of Ulysses
Charles Lamb by William Hazlitt.jpg
ritratto di Charles Lamb
Autore Charles Lamb
1ª ed. originale 1808
Genere romanzo
Sottogenere epico, per ragazzi
Lingua originale inglese
Ambientazione Grecia, varie isole del Mediterraneo
Personaggi Ulisse, Circe, Penelope, Atena, Polifemo, le Sirene, Nausicaa, Alcinoo, Antinoo, Achille, Agamennone, Telemaco, Menelao, Poseidone, i Lotofagi, Eolo, Nestore Tiresia, Euriloco, Scilla & Cariddi, Calipso, Ermes, i Proci

Le avventure di Ulisse (The Adventures of Ulysses) è una composizione in prosa di Charles Lamb, pubblicato nel 1808.

Il testo è in sostanza una trasposizione in prosa dell'Odissea di Omero. Fu usato anche da James Joyce come riferimento per la scrittura del suo Ulisse.

Fu un libro molto importante nella sua epoca: per il suo stile "very easy to read" ("di facile lettura"), definizione usata da molti commentatori, venne usato per far conoscere la storia di Ulisse anche a chi non era in grado di andare oltre un certo livello di conoscenza dell'inglese.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Ulisse incontra all'Inferno l'anima di Tiresia, dipinto di Johann Heinrich Füssli
Ulisse e le Sirene, dipinto di Léon Belly
Il ciclope Polifemo, dipinto di Annibale Carracci

Terminata la guerra di Troia, l'eroe Ulisse: il personaggio mitologico più astuto e ingannatore di tutta la Grecia parte con i compagni per dar rotta in Occidente nella sua piccola isola di Itaca, posta nel Mar Ionio tra la già citata Grecia e l'Italia. Tuttavia Ulisse non si rende conto che durante la guerra si è macchiato numerose volte di gravi peccati, offendendo anche svariate volte il dio Poseidone, il re del mare, il quale non aspetta altro che l'eroe parta attraverso il Mar Mediterraneo per scaraventargli contro tutti i nubifragi possibili e farlo affondare. Tuttavia Ulisse dopo la prima violenta tempesta perde sì il contatto con le altre navi dei compagni Agamennone, Neottolemo ed Aiace Oileo, ma non perisce e soprattutto non corre il rischio di essere ucciso a tradimento come accadrà a molti suoi commilitoni.
Nel frattempo nell'isoletta di Itaca la regina Penelope, moglie di Ulisse, non fa altro che aspettare il ritorno dell'amato, cercando di non rassegnarsi al fatto che potrebbe essere morto in guerra. Intanto nella sua reggia dei rozzi e maleducati pretendenti di giovane età, chiamati i Proci, mangiano a sbafo nei banchetti, invitando gli aedi a cantare le gesta degli eroi del passato e a fare l'amore con le serve di famiglia come se niente fosse. Infatti loro aspettano impazientemente che Penelope si rassegni definitivamente ad attendere Ulisse e a sposare uno di loro, affinché possa arraffarsi con tutti gli amici la ricca dote della casata. Solo alcuni servitori di Penelope le restano fedeli e in particolar modo il giovane figlio Telemaco, che non riesce a sopportare tutti quei soprusi nei confronti della madre. Egli vorrebbe uccidere tutti quegli uomini crudeli, ma è soltanto un ragazzo, così, per evitare di essere ucciso in una congiura dai Proci stessi, il ragazzo parte per Sparta in cerca di Menelao, il grande re della Grecia assieme al fratello Agamennone, morto da poco per mano della moglie Clitennestra che voleva compiere una sua antica vendetta.
Terminata l'ultima tempesta di Poseidone nel Mediterraneo (visto che la prima verrà in seguito raccontata dall'eroe), Ulisse si ritrova solo e senza una nave in una spiaggia sconosciuta. Si tratta della terra dei Feaci, governata dal saggio re Alcinoo che non si attarda ad accoglierlo come un ospite di lusso assieme alla figlia Nausicaa, che segretamente si innamora di lui. Ulisse viene invitato a presentarsi e di conseguenza, dopo aver vinto una lotta con i giovani campioni ginnici dell'isola che volavano sfidarlo, racconta le sue gesta. Partito dalla spiaggia di Troia, Ulisse e i compagni si erano persi nel mare per colpa di Poseidone e di conseguenza erano approdato nella terra dei Lotofagi, che mangiavano un fiore afrodisiaco di nome "loto" che faceva perdere la memoria per dare spazio solo al piacere e all'amore per l'oblio. Alcuni compagni di Ulisse involontariamente avevano mangiato quei fiori ed avevano perso la memoria e perfino l'uso della parola, esprimendosi solo con vagiti, pianti e sorrisi stralunati. L'eroe li riportò nella navi, ma nulla riuscì a far cambiare i connotati a quei disperati e così nel proseguire del viaggio Ulisse, dopo aver perduto tutto per copa di un tremendo nubifragio di Poseidone, si era ritrovato in un'isola, venendo poi accolto dalla ninfa Calipso, che voleva tenerselo per sé con l'amore, promettendogli che lo avrebbe fatto diventare immortale, giovane per sempre e ricco come lei. Ulisse era restato nell'isola ad amare Calipso (controvoglia) per almeno sette anni, finché un giorno il dio Ermes, il messaggero degli dei, chiamò Calipso, ordinandole che Zeus aveva deciso che Ulisse sarebbe dovuto partire al più presto per Itaca. Calipso, riconoscendo la somma potenza di Zeus, non si era opposta, anzi, aveva preparato tutte le vivande per Ulisse e lo aveva anche amato un'ultima volta con passione, prima di vederlo partire con una nave ben costruita e dei compagni di viaggio provenienti dall'isola. Dopo aver esaurito le vivande nel secondo viaggio in mare, Ulisse e i compagni sbarcarono nell'isola dei Ciclopi (la Sicilia), venendo catturati dal mostro Polifemo, gigante rozzo e famelico con un solo occhio in mezzo alla fronte. Polifemo, dopo aver mangiato alcuni compagni dell'eroe, gli dichiara che lo avrebbe mangiato per ultimo, infischiandosene delle regole sacre dell'ospitalità della cultura greca e della vendetta degli dei immortali, visto che lui stesso si auto-celebrava invincibile di fronte all'uomo. Dopo che Ulisse, furbo, ebbe mostrato a Polifemo la prelibatezza della bevanda del vino, il ciclope ne volle bere ancora, finché, ubriaco, non crollò a terra svenuto. Ulisse allora, avendo progettato il piano per fuggire dalla caverna del ciclope, prese coi compagni un tronco di ulivo vicino e ne intagliò l'estremità formando una punta aguzzissima che userà per accecare il ciclope e fargli aprire la porta della caverna per cercare di uccidere i suoi nemici. Ulisse allora, per non farsi prendere dalle mani di Polifemo, si legò assieme agli amici su ciascun ventre delle capre del ciclope che portava a pascolare fuori dalla spelonca ogni giorno. Così Ulisse riuscirà a fuggire e nemmeno i massi scatenati alla cieca da Polifemo in mare per colpirlo riusciranno a fermare l'eroe. Proseguendo il viaggio e finendo su un'isola per assenza totale di vento, Ulisse aveva incontrato il dio Eolo, padrone dei venti di tutto il mondo. Costui, volendo aiutare l'eroe dopo essersi fatto raccontare tutte le vicende da Ulisse, volle donargli un sacco contenente tutti i maggiori spifferi del mondo, dicendogli che lo avrebbero portato dritto a casa senza che l'eroe avesse avuto l'obbligo di aprire il contenuto. Infatti se lo avesse fatto, di sicuro Ulisse e i suoi compagni sarebbero morti per i peggiori maremoti mai incontrati. Ulisse obbedisce e durante la partenza ordina ai compagni di non combinare guai, ma questi credendo che l'ero mentisse sul fatto del contenuto del sacco (infatti loro credevano che dentro ci fosse oro), lo aprirono e furono spazzati via nel cielo, mentre Ulisse perse ancora una volta la sua nave, le vettovaglie e la flotta, finendo nell'isola di Circe. Solo alcuni compagni gli restavano adesso, esattamente quello che serve all'eroe affinché questi potessero fargli una ricognizione del territorio dove egli è appena naufragato. I compagni che però Ulisse aveva mandato non erano tornati indietro a riferire, perché erano stati catturati dalla maga Circe, padrona dell'isola, che aveva trasformato tutti in maiali. Ulisse, avvertito in tempo dal dio Ermes, si precipitò nella dimora della maga che, dopo aver cercato di tramutarlo in qualsiasi animale possibile, si era prostrata ai suoi piedi per evitare di essere uccisa. Ulisse, pensando che amando la maga avrebbe potuto salvare i propri amici, restò con lei per molte settimane, finché lei non gli mostrò i compagni ridotti in porci ed ora ritramutati in esseri umani. Dato che Circe come Calipso non voleva che l'eroe lasciasse il suo capezzale, ci volle un nuovo intervento degli dei dell'Olimpo affinché Ulisse potesse staccarsi e farsi dare questa volta dei consigli sulle sventure e le imprese che lo avrebbero visto protagonista. Circe spiegò ad Ulisse che questa volta lui se la sarebbe dovuta vedere con mille mostri, ma che prima di tutto egli doveva recarsi all'Inferno, la dimora dell'oscuro Ade, per incontrare l'anima del saggio indovino Tiresia per farsi spiegare tutto per filo e per segno. Ulisse così, senza l'aiuto dei compagni, scende da solo all'Inferno tramite un'entrata magica nel terreno e dopo aver offerto il cadavere di un vitello all'indovino, scopre che dovrà affrontare le Sirene, i gorghi dei mostri Scila e Cariddi e infine che dovrà combattere anche con i suoi nemici ad Itaca. Ulisse dopo aver parlato con Tiresia scopre che sono morti molti suoi amici reduci dalla guerra di Troia. Aiace Telamonio infatti si è ucciso per colpa sua dopo una lite sul possesso delle magiche armi di Achille dopo il suo assassinio, il re Agamennone è morto per colpa della moglie che voleva vendetta per colpa del lontano sacrificio della giovane figlia Ifigenia; poi vi è il valoroso Achille stesso, che dichiara ad Ulisse che lui, essendo ora il re dei morti (mentre prima era il re degli invincibili tra i soldati), vorrebbe essere il più umile servo di un padrone crudele. Anche Agamennone gli aveva confidato che si sentiva misero nell'Oltretomba, che per lui era meglio se non si fosse mai sposato con una donna, l'essere più mite e allo stesso meschino che sia mai esistito tra le creature viventi.
Dopo un commovente colloquio con la madre Anticlea, morta anche lei di vecchiaia e di crepacuore per aver aspettato invano il ritorno del figlio, Ulisse tornò dall'Inferno e si era rimesso subito in viaggio coi compagni, avvicinandosi subito all'isola delle Sirene. Visto che lui è un soggetto molto curioso, si era fatto legare all'albero maestro della nave, mentre i compagni si sarebbero turati le orecchie con la cera ed avrebbero continuato a remare tranquillamente. Le Sirene, creature mezzo donne e mezzo uccello alato, incominciano a corteggiare con il canto Ulisse, implorandolo di sciogliersi e di andare nell'isola per diventare il loro re; poi, visto che Ulisse, resiste, i mostri rincarano la dose, imitando le voci della moglie Penelope e del figlio Telemaco per indurre Ulisse a liberarsi e a suicidarsi sugli scogli una volta per tutte. Per fortuna i compagni dell'eroe lo tengono ben stretto con i legacci all'albero maestro e la flotta passa sana e salva l'isola delle Sirene.
Arrivati all'odierno stretto di Messina, il gorgo di Scilla e Cariddi, Ulisse e i compagni si prepararono a subire una vera e propria carneficina. Infatti quei mostri erano invincibili: Scilla era una donna che aveva centinaia di braccia allungabili simili a tentacoli e una testa mostruosa con la faccia da cane, mentre Cariddi era un vortice (simile ad un maelstrom) che risucchiava detriti e quintali di acqua per poi rigettarli fuori con estrema violenza.
Passando tra questi due mostri: l'uno a destra della nave e l'altro alla sua sinistra, Ulisse perde quasi tutta la ciurma, uscendone però sano e salvo, sebbene per la terza volta senza una nave e delle vettovaglie.

Elena e Paride amanti, dipinto di Jacques-Louis David

Arrivato all'Isola del Sole, terra sacra al dio Elio, il sovrano Febo che col carro alato stabiliva le ore del giorno e della notte, Ulisse cercò invano di costruire una zattera per terminare il viaggio verso Itaca. Infatti, essendo nel Mar Ionio bastava poco per arrivare a destinazione. Tuttavia i compagni di Ulisse avevano fame e intendevano uccidere delle vacche che pascolavano in mezzo alla spiaggia dove cresceva dell'erba. Ulisse, sapendo che quella era l'isola di Elio e che quelle bestie potevano esserle care, aveva redarguito gli amici dal far ciò, ma loro, per non morire di fame e non credendogli ormai più a causa di tutte le sventure passate, uccisero alcune bestie e le mangiarono. Non appena la flotta di Ulisse si era rimessa in mare, Ilio e Poseidone distrussero tutta l'imbarcazione, facendo naufragare Ulisse nell'isola di Alcinoo, a cui ha appena terminato di raccontare le sue disavventure epiche.
Il re dei Feaci, ben sapendo che la figlia Nausicaa non avrebbe potuto sposare Ulisse visto il suo amore estremo per la moglie Penelope, decide di dargli una nave abbastanza forte e grande con dei robusti compagni che avrebbero saputo combattere le intemperie e le sventure degli dei. Ulisse così parte allegro, ma Poseidone lo fa naufragare nuovamente, per farlo giungere ad Itaca non vittorioso e in pompa magna, bensì come un mendicante con i vestiti laceri e pieno di ferite, per di più solo e senza ricchezze. Telemaco intanto era tornato senza speranze dal viaggio a Sparta, visto che Menelao non sapeva dirgli nulla a proposito di Ulisse. La regina Elena inoltre (quella per cui si combatté la guerra di Troia), sposa di Menelao, non aveva fatto altro che raccontare la sua versione la ragazzo, quella di quando Ulisse voleva ucciderla a Troia quando la scoprì in una delle stanze reali del palazzo del sovrano Priamo. Lei, dichiarandogli che era colpa del Fato e del suo rapitore e amante Paride, asserì all'eroe che non poteva far nulla e, visto che Ulisse non gli credeva, lo maledisse predicendogli i suoi dieci lunghi anni di peregrinazione e sventure per il mare.
Ora che Telemaco è tornato in patria, viene a scoprire che la madre Penelope ha appena accettato la proposta di sposarsi con uno dei Proci, visto che l'inganno che lei usava per prendere tempo (inutilmente) era stato scoperto da uno dei pretendenti. Giunto sulla spiaggia della sua isola, Ulisse incontra la dea Atena che gli ricorda di non farsi subito riconoscere nella sua reggia per non morire trafitto dai nemici. Infatti dei pretendenti giovani, rozzi e malvagi di nome Proci da almeno due anni erano giunti a corte da tutte le isole della Grecia per corteggiare la regina Penelope e rubarle la dote. Tuttavia la sposa era rimasta sempre fedele alla memoria di Ulisse, anche se più di una volta aveva temuto assieme al giovane figlio Telemaco che il re fosse morto nella spedizione di Troia. Ulisse ora, visto che i Proci che gozzovigliano nella sua reggia sono tanti, non può combatterli da solo, così da Atena si fa trasformare in un vecchio mendicante e si fa portare nella capanna di Eumeo, il suo guardiano fidato di maiali. Il vecchio pastore subito lo riconosce e lo abbraccia, per poi ascoltare il piano di Ulisse riguardo il da farsi a corte. Qualche giorno dopo Ulisse si fa portare nella capanna del guardiano il figlio Telemaco, che non crede alla storia che suo padre sia tornato sano e salvo a d Itaca. Quando Telemaco riconosce il padre scoppia in pianto e vorrebbe andarlo subito a comunicare alla madre Penelope, ma Ulisse glielo impedisce, visto che così lui sarebbe potuto diventare facile preda dei Proci, che subito lo avrebbero ammazzato se se lo si fossero trovato davanti.
Telamaco obbedisce ed Ulisse, sempre vestito da mendicante, giunge a corte dove ovviamente non viene riconosciuto né da Penelope, tanto meno dai Proci, che lo sbeffeggiano e lo maltrattano anche con la violenza. Ulisse sopporta i soprusi e adocchia tra i pretendenti bellimbusti i più feroci: Antinoo, Anfinomo ed Eurimaco. Dopo aver sfidato a pugni uno dei tre, che lo aveva provocato più di tutti, Ulisse si confida con la vecchia serva Euriclea, che lo riconosce anche lei immediatamente. Penelope, stravolta dalle richieste dei Proci di sposarsi, decide finalmente di acconsentire, ma avrebbe sposato soltanto chi tra i pretendenti avrebbe vinto una gara con l'arco di Ulisse, regalatogli anni prima proprio dagli Dei. I Proci provano a tendere l'arco, ma ciò per loro è impossibile. Solo Ulisse può farlo e così, sempre travestito grazie ai poteri di Atena, ottiene il permesso di provare la gara tra le risate dei volgari Proci. Ulisse vince subito la gara e così la battaglia viene subito incentivata dall'intervento immediato di Telemaco e Atena che si mettono a trafiggere con le frecce tutti i Proci e anche le serve del palazzo che hanno tradito la famiglia di Ulisse e Penelope. Terminata la strage, Ulisse e Penelope si riabbracciano, solo dopo che il padrone di casa si farà riconoscere dalla sposa confidandole il segreto della costruzione del loro talamo nuziale.

Varie[modifica | modifica sorgente]

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