Layap

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Layap
Layap
Donna di etnia layap
Luogo d'origine Bhutan (Gasa, Punakha, distretti di Thimpu)
Popolazione 1.100
Lingua Layakha, Dzongkha
Religione Buddismo, Bön (Sciamanesimo)
Gruppi correlati Ngalop, Lhops, Tibetani

I Layap (Dzongkha: ལ་ཡཔ་) è un popolo indigeno abitante le alte vette del Bhutan nord-occidentale, nel villaggio di Laya, nel Distretto di Gasa, ad un'altitudine di 3.850 metri, poco al di sotto del picco Tsendagang. Alcuni Layaps vivono anche nel Distretto di Thimphu (Gewog di Lingzhi) e nel Distretto di Punakha. I Layaps vengono a volte chiamati Bjop (in Dzongkha: འབྱོགཔ་; "nomade") dai Bhutanesi, un termine che alcuni considerano condiscendente. La popolazione si aggira intorno alle 1.100 unità (2003). Sono etnicamente relazionati ai Tibetani e parlano il Layakha, una lingua tibeto-Birmana.[1][2] I Layaps chiamano la loro terra Be-yul, ovvero "la terra nascosta".[3]

Costumi[modifica | modifica sorgente]

Il vestiario dei Layap è simile al classico costume Tibetano, se non per alcune piccole differenze. Gli uomini vestono come i Bhutanesi, ovvero While men wear the Bhutanese costume, ovvero un abito di seta o di lino tipicamente color zafferano e rosso (detto gho). Le donne, invece, vestono dei maglioni di lana nera, che arrivano fino alle caviglie. In fondo alle loro lunghe maniche si trova di norma una banda blu. Diffuso è l'uso di gioielli in argento e perline.

La caratteristica più distintiva del vestito delle donne Layap è il loro cappello conico. Fatto di strisce di bambù scuro, il cappello conico si chiude con una punta verso il cielo, una croce simile alla croce cristiana rovesciata.

Religione[modifica | modifica sorgente]

A causa influenza tibetana, le pratiche religiose Layap sono un misto di Bön e Buddhismo tibetano. Secondo la leggenda, il villaggio di Laya è il punto dove Shabdrung Ngawang Namgyal, il fondatore del Bhutan, entrò per la prima volta nel paese.[3]

Particularmente unico tra i Layap è la tradizione delle "contaminazioni di vita" (Dzongkha: soen drep), dove una persona ritualmente impura viene messo al bando dalle attività sociali. Molti Layap evitano le "contaminazioni di vita" per non adirare le divinità, e per evitare malattie fisiche e piaghe del bestiame. Tra gli atti ritualmente impuri ci sono la nascita, il divorzio, e la morte, tra cui anche la morte di un cavallo.[4]

Stile di vita[modifica | modifica sorgente]

Vivendo vicino al confien tibetano, i layap sono tradizionalmente impegnati negli scambi commerciali. Oggi sono inclusi il contrabbando di coperte cinesi e prodotti in plastica, che sono stati messi sotto embargo da parte del governo bhutanese, ma la domanda dei villaggi bhutanesi è molto alta.[2][3]

Traditionalmente, i Layap vivono come seminomadi, allevando yak e dzo, sebbene in tempi più recenti siano stati trovati nella zona anche numerosi pony. A causa del freddo e dell'altitudine, pochissimi colture pososno essere piantate, ad eccezione di alcune erbe.[3] I Layap raccolgono anche il cordyceps, preziosi funghi tradizionalmente medicinali e magici originari della regione.[5] Con l'aumento della protezione ambientale da parte del governo Bhutanese, i Layap e i contadini rurali devono proteggere il loro bestiame dai predatori naturali, in particolare dai leopardi[6][7] Il popolo Layap partecipa attivamente nel pesante lavoro di drenaggio del Thorthormi, un lago glaciale soggetto al fenomeno del Jökulhlaup.[8] Le inondazioni sono una minaccia particolarmente grave per i Layap, fortemente dipendenti dal bestiame e dalle scarse risorse idriche.[9][10]

Fino agli anni ottanta, i Layap vissero in quasi completo isolamento dal mondo esterno, eccetto le rare visite a Thimphu o a Punakha, che distavano circa cinque giorni di cammino. Dall'inizio del nuovo millennio, Laya viene visitata ogni anno da molti turisti provenienti da tutto il mondo. Si possono vedere case splendidamente dipinte dotate di pannelli solari, e la costruzione di nuove scuole per i bambini poveri. Molti abitanti possono oggigiorno abbandonare il villaggio in inverno per farvi ritorno in primavera.[3] Molti Layap oggi vivono in insediamenti permanenti completi di tutte le modernità, dai gabinetti ai telefoni cellulari e alle televisioni, grazie alle entrate derivanti dai commerci.[5][11][12] Increasingly, Layap children are attending Bhutanese schools.[13]

Sebbene si siano modernizzato, i Layap e altri popoli tribali del Bhutan rimangono ancora una curiosità per la maggior parte della popolazione autoctona, molti dei quali vivono una vita molto più modernizzata. Il governo incoraggia l'orgoglio tribale dei gruppi indigeni del Bhutan, e li cita come esempio di successo di esseri umani che vivono in armonia con la natura.[14]

Nella cultura tradizionale Layap, il sesso occasionale è un luogo comune ed è accettato tra maschi e femmine, non sposate e sposati. Come conseguenza, le comunità Layap sono enormemente esposte alla sifilide, alla gonorrea, e all'epatite B. Sebbene i preservatibi siano ovunque disponibili, pochissimi Layap ne fanno uso, un trend che il governo spera di cambiare.[15]

Famiglia[modifica | modifica sorgente]

I Layap sono conosciuti per la tradizione della Poliandria, praticata per unire le famiglie e le proprietà, sebbene l'uso di questo costume sia in declino.[2][3] I Layap hanno anche la tradizione dei matrimoni tra bambini, con spose di appena 10 anni. Le donne Layapn affermando parlando con i media che l'aumento della scolarizzazione tra le loro figlie si tradurrà in un calo dei matrimoni tra bambini. Molte donne Layap trovano difficile l'accesso al sistema sanitario durante la gravidanza a causa dell'isolamento degli insediamenti e dello stile di vita nomade. Una tra le preoccupazioni più importanti per le donne Layap, è la cura prenatale.[16]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Lewis, M. Paul (a cura di), Layakha in Ethnologue: Languages of the World, 16 (online), Dallas, Texas, SIL International, 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  2. ^ a b c Tribe – Layap, BBC online, 1º maggio 2006. URL consultato il 26 settembre 2011.
  3. ^ a b c d e f Kencho Wangdi, Laya: Not Quite a Hidden Land, Kuensel online, 4 novembre 2003. URL consultato il 26 settembre 2011 (archiviato dall'url originale il 7 dicembre 2003).
  4. ^ Tashi Dema, Laya's "Living Defilements", Kuensel online, 25 luglio 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  5. ^ a b Tashi Dema, A Life-Changer for the Highlanders, Kuensel online, 7 luglio 2011. URL consultato il 26 settembre 2011.
  6. ^ Human-Wildlife Conflict Losers, Kuensel online, 29 settembre 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  7. ^ Gyem Thinley, Layaps Livid with Leopards, Kuensel online, 28 settembre 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  8. ^ Tenzin Namgyel, A Slice of the Adaptation Pie, Kuensel online, 10 dicembre 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  9. ^ Tenzing Lamsang, Laya – The Hardest Hit Dzongkhag, Kuensel online, 8 giugno 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  10. ^ Tashi Dema, High and Dry in Laya, Kuensel online, 11 agosto 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  11. ^ Gyem Thinley, Cleaning up Laya Valley, Kuensel online, 10 dicembre 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  12. ^ Laya Link Up, Kuensel online, 17 agosto 2010. URL consultato il 26 settembre 2011.
  13. ^ Eshori Gurung, The First Emerging Ray of Hope, Bhutan Observer online, 8 marzo 2008. URL consultato il 26 settembre 2011.
  14. ^ Beyond the Highlander Festival, Kuensel online, 28 dicembre 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  15. ^ Gyem Thinley, Layaps at High Risk, 25 settembre 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.
  16. ^ Tashi Dema, The Child-Brides of Laya, Kuensel online, 24 luglio 2009. URL consultato il 26 settembre 2011.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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