Storia di Lodi

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I busti di marmo collocati ai lati del palazzo municipale, raffiguranti i due «padri fondatori» della città: a sinistra Gneo Pompeo Strabone, a destra Federico Barbarossa

La storia di Lodi trae le sue origini dalle vicende legate all'antico borgo di Laus Pompeia, così chiamato a partire dall'89 a.C. in onore del console romano Gneo Pompeo Strabone.

Laus fu fondata dai Celti Boi intorno all'anno 1000 a.C.[1] in un territorio abitato fin dal neolitico dai primi agricoltori nomadi[2]; in epoche successive, la città divenne municipium romano (49 a.C.), sede vescovile (IV secolo) e infine – nell'XI secololibero comune[3]. Nel Medioevo, in virtù della sua posizione geografica privilegiata e dell'intraprendenza dei suoi abitanti, Laus insidiò la supremazia commerciale e politica di Milano; la tensione tra le due città sfociò in un conflitto al termine del quale le milizie milanesi distrussero Laus (24 maggio 1111)[4].

La città fu rifondata per volere dell'imperatore Federico Barbarossa il 3 agosto 1158, giorno ricordato quale data di nascita della nuova Lodi[5][6]. Grazie alle signorie e alla protezione degli imperatori, la città rimase indipendente fino al 1335, allorché cadde sotto al dominio dei Visconti. A metà del XV secolo ospitò le importanti trattative tra gli Stati regionali italiani che condussero alla Pace di Lodi (9 aprile 1454); nei decenni successivi – in virtù dei contributi di numerosi artisti – visse una stagione di grande splendore culturale[7].

Tra la fine del Cinquecento e la metà dell'Ottocento, Lodi subì le occupazioni straniere[8]: il periodo spagnolo fu una fase di decadenza, durante la quale la città venne trasformata in una fortezza; sotto la dominazione austriaca, invece, la città conobbe un'epoca di decisa espansione economica e di rinnovamento urbanistico. La battaglia del ponte di Lodi (10 maggio 1796) aprì la parentesi del ventennio napoleonico.

I decenni successivi all'unità d'Italia videro la nascita delle prime fabbriche e una rifioritura della vita culturale[9]. I lodigiani giocarono un ruolo importante anche durante la Resistenza. Dal 6 marzo 1992, la città è capoluogo di una provincia italiana[10].

Laus Pompeia[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Distribuzione geografica approssimativa delle antiche popolazioni celtiche della Gallia cisalpina: benché il territorio corrispondente all'attuale Lombardia fosse verosimilmente abitato dagli Insubri, lo scrittore romano Plinio il Vecchio sostiene che l'insediamento di Laus fu fondato dai Boi[11]

L'antica Laus Pompeia si trovava in corrispondenza dell'odierna Lodi Vecchio, a circa 7 km dal luogo in cui sorge la città attuale; il borgo era situato sulla confluenza delle strade che da Placentia (Piacenza) e da Acerrae (Pizzighettone) conducevano a Mediolanum (Milano), e nel punto di incrocio con la strada che da Ticinum (Pavia) proseguiva fino a Brixia (Brescia).

Plinio il Vecchio afferma che fu fondata dai Celti Boi[11], sebbene storicamente quel territorio fu sempre occupato dagli Insubri. In ogni caso non ci è stato tramandato il toponimo gallico dell'antico borgo. I romani vi giunsero tra il 223 a.C. e il 222 a.C., anni in cui i consoli (Publio Furio Filo e Gaio Flaminio Nepote prima, Marco Claudio Marcello e Gneo Cornelio Scipione poi) attaccarono e sconfissero gli Insubri[12]. Questa prima occupazione durò poco in quanto gli Insubri, approfittando della discesa di Annibale, si ripresero la loro indipendenza e la mantennero per un paio di decenni. Solo nel 195 a.C. la resistenza degli Insubri fu definitivamente estirpata; da allora fino al 49 a.C., Laus fece parte della provincia della Gallia Cisalpina.

Nell'89 a.C. il borgo assunse finalmente il nome di Laus Pompeia in onore del console romano Gneo Pompeo Strabone, che proprio quell'anno aveva concesso il diritto latino agli abitanti delle comunità in Transpadana. Questo provocò una trasformazione radicale non solo sotto il profilo giuridico dei cittadini, ma anche e soprattutto sotto quello culturale (il latino divenne lingua ufficiale) e urbanistico (l'abitato venne riedificato in forma rettangolare).

Nel 49 a.C., Laus divenne municipio di cittadini romani, e iniziò ad essere retta da un quattuorvirato. Da allora smise di far parte della Gallia Cisalpina.

Tra l'agosto del 14 d.C. e il luglio del 23 d.C. fu collocata su una porta di Laus l'epigrafe: «Tiberio Cesare Augusto, figlio di Augusto, e Druso Cesare, figlio di Augusto, fecero costruire questa porta»[13]. Evidentemente quindi doveva esistere una cinta muraria.

La Basilica dei Dodici Apostoli nei pressi dell'antica Laus Pompeia

Il culto più praticato sul territorio era quello di Ercole, che nella tarda romanità assunse il valore di simbolo del potere dello stato e quello della civiltà che sconfigge la barbarie. In realtà, questa grande diffusione fu verosimilmente dovuta all'identificazione con un precedente dio celtico: Ogmios[14]. Il tempio di Ercole sorgeva fuori città, sulla riva destra dell'Adda, dove oggi, a Lodi Nuova, si trova la chiesa della Maddalena. Come in ogni altro luogo dell'impero romano, era vivissimo il culto dei defunti.

Fin dal III secolo si hanno notizie dell'esistenza di una comunità cristiana (il 12 luglio 303 vi furono decapitati San Felice e San Nabore) ma l'organizzazione di essa in diocesi avvenne solo con san Bassiano Vescovo, verso la fine del IV secolo. Un'epistola di sant'Ambrogio afferma che nel novembre 387 Bassiano invitò Felice Vescovo di Como e lo stesso Ambrogio alla cerimonia di consacrazione della Basilica dei Dodici Apostoli, situata nel suburbio di Laus Pompeia. Successivamente (fine del V secolo?) fu costruita la Cattedrale di Santa Maria, posta sul lato sud dell'antico foro.

L'alto Medioevo[modifica | modifica sorgente]

Come già detto, Laus era attraversata da strade di grande importanza, le quali, nel III secolo iniziarono ad essere percorse dai barbari invasori: nel 271 Iutungi e Alamanni scesero in Transpadana, occupando e devastando le campagne fra Milano e Piacenza[15].

Le invasioni barbariche tra 100 d.C. e 500 d.C.

Le invasioni ripresero agli inizi del V secolo: il 18 novembre 401 Alarico oltrepassò le Alpi, puntando su Milano e seminando terrore e devastazione nelle campagne indifese; nel febbraio 402 la strada che conduceva da Milano a Piacenza era impercorribile, tanto che Quinto Aurelio Simmaco, per recarsi a Milano ad incontrare l'imperatore Onorio, una volta arrivato a Piacenza, dovette passare per Pavia[16].

Nel 452 gli Unni di Attila penetrarono in Italia, puntando nuovamente su Milano e colpendo direttamente Laus Pompeia[17].

Le campagne laudensi furono sicuramente interessate anche dagli scontri fra Flavio Oreste ed Odoacre, re degli Eruli, e fra quest'ultimo e Teodorico, re dei Goti. Lo stesso vale per la guerra ventennale che Giustiniano condusse contro i Goti d'Italia.

Nel 568 fu la volta dei Longobardi, che scesero nell'Italia settentrionale. Il 3 agosto 569 entrarono in Milano, ma occuparono Laus solo nel 575, dopo la resa di Pavia. Questo può significare che non ci fu una guerra combattuta, ma un arretramento volontario del fronte, dovuto al fatto che la zona di Laus era forse diventata indifendibile. Poco si sa di ciò che avvenne nei secoli successivi, se non che iniziarono a diffondersi le prime colture sul territorio (viti, prati, cerreti, castagneti, sebbene fossero abbondantissime le paludi) e le prime attività commerciali importanti: in una concessione del re Liutprando nel 715 si legge che il commercio fluviale da e per l'Adriatico era garantito a Laus ed al suo territorio da due porti fluviali, posti alla confluenza dell'Adda e del Lambro nel Po.

Nel 774 ebbe inizio la dominazione dei Franchi e la città costituì un comitatus.

Tra la fine del IX secolo e l'inizio del X secolo, in pieno periodo di anarchia feudale, vi furono due invasioni degli Ungari alle quali seguì un periodo di stasi, grazie agli accordi stretti con loro dal re Berengario. Tuttavia, queste incursioni diffusero un sentimento di paura collettiva che spinse alla costruzioni di castelli nel basso lodigiano.

Il 24 novembre 975, con un diploma dell'imperatore Ottone II, il Vescovo di Lodi Andrea ottenne per la prima volta il riconoscimento del potere temporale sui territori laudensi; l'imperatore concedeva i possessi terrieri, le famiglie di servi della gleba, i mercati, le gabelle e le dogane. Queste concessioni furono ulteriormente ampliate nel luglio 981 con un nuovo diploma con il quale il Vescovo poté presiedere i processi. La figura del vescovo Andrea fu quindi fondamentale per la storia di Laus, in quanto egli pose le basi per la futura autonomia cittadina in forma di vassallaggio diretto al sovrano.

Le lotte con Milano[modifica | modifica sorgente]

All'inizio dell'XI secolo il territorio laudense costituiva la chiave del commercio milanese per via fluviale, specialmente mediante il corso del Lambro che la metteva in contatto con il Po e l'Adriatico; Laus richiedeva dei pedaggi alle navi che risalivano il fiume, e quindi impadronirsi della città avrebbe significato espandere notevolmente la propria potenza politica e commerciale.

Quando nel 1027 morì il Vescovo Notker, l'Arcivescovo di Milano Ariberto da Intimiano ne approfittò, sfruttando un diritto concessogli dall'imperatore a Costanza, occupò il lodigiano, assediando la città. Capendo di non avere possibilità di resistere, i cittadini firmarono un accordo di pace, accentando il Vescovo Ambrogio II, imposto da Ariberto. Nei decenni successivi in tutte le città assoggettate all'Arcivescovo di Milano scoppiarono rivolte e tumulti, sempre seguite da razzie e devastazioni. Questo continuo stato di tensione sfociò nello scoppio di una guerra quadriennale nel 1107 che portò alla distruzione della città il 24 maggio 1111.

Le ostilità iniziarono quando Laus alleata con Pavia e Cremona, partecipò all'assedio di Tortona, alleata di Milano. In questo periodo le difese cittadine erano rappresentate sostanzialmente dalle cerchia di mura romane, risalenti al I secolo d.C.; non si trattava quindi di un ostacolo invalicabile. Inoltre la città si era allargata notevolmente oltre la cerchia con una serie di borghi, attorno ai quali era stato scavato un fossato[18].

La presa di Laus fu ritardata solo dall'imperatore Enrico V che, tra la fine del 1110 e l'inizio del 1111, scese in Italia per farsi incoronare imperatore dal papa Pasquale II. I milanesi non aspettarono neanche che l'imperatore valicasse il Brennero: il 22 maggio il sovrano si trovava a Verona ed il 24 maggio Laus Pompeia fu rasa al suolo. Per prima cosa furono distrutte le mura, con una veemenza tale che oggi, nonostante le ricerche, non è stato possibile trovarne traccia; quindi i milanesi passarono al saccheggio delle case e alla distruzione e all'incendio di tutto ciò che stava all'interno dell'antica cerchia muraria.

Gli accordi di pace imposti ai lodigiani prevedevano il divieto di ricostruire gli edifici distrutti, e il giuramento di "fedeltà perpetua" alla città di Milano. Un'altra clausola prevedeva il trasferimento del mercato settimanale che si teneva ogni martedì, a cui partecipavano i mercanti di tutta la Lombardia, costituendo un'enorme fonte di guadagno per i cittadini. In questi anni i laudensi dovettero sottostare a Milano senza alcuna ombra di autonomia; lo testimonia anche il fatto che furono costretti ad inviare un contributo di 200 fanti durante l'assedio di Como nel 1126.

Nonostante questo, Laus riuscì in parte a riprendersi: lo storico lodigiano Ottone Morena, testimone oculare, racconta che i cittadini, dopo aver abbandonato gli edifici distrutti, «cominciarono ad abitare in sei borghi nuovi»[19]. Inoltre i luoghi di culto, risparmiati dalla distruzione, continuarono a funzionare, in particolare la Cattedrale. Vi fu un generale, seppur lentissimo rifiorire dell'economia.

Nel 1152, appena eletto, Federico I detto il "Barbarossa" convocò una dieta a Costanza, per occuparsi, fra l'altro, dei problemi italiani. Nel marzo 1153, due commercianti laudensi (Albernando Alamanno ed Omobono Maestro) che si trovavano lì per caso, chiesero udienza al re, per parlare del torto subito (l'abolizione del mercato) ad opera dei milanesi. I due, dopo aver riferito i fatti del 1111, chiesero ufficialmente al sovrano di scrivere una lettera a Milano, imponendole di restituire ai laudensi il loro mercato.


In effetti il Barbarossa agì in questo modo, ma non appena i due commercianti rientrarono in patria, furono duramente rimproverati dai concittadini che temevano la potenza militare milanese e vedevano il re troppo lontano per poter costituire una difesa. Pregarono il messo regio di non compiere la sua missione, ma non ascoltandoli, Sicherio si recò dai consoli di Milano che lo coprirono di minacce, costringendolo a fuggire. Nell'anno seguente, il "Barbarossa" discese in Italia per farsi incoronare imperatore del Sacro Romano Impero Germanico e convocò una dieta a Roncaglia, dove arrivò il 30 novembre 1154. Qui ascoltò le lamentele rivolte a Milano dai consoli di Lodi, Pavia e Como, oltre che l'autodifesa dei consoli milanesi che proposero al re un'enorme somma di denaro pur di ottenere mano libera su Como e Laus. Il 15 dicembre i milanesi vennero dal sovrano per consegnare il loro denaro, ma Federico lo rifiutò, chiedendo loro di «sottomettersi tutti a lui, senza condizione alcuna». In ogni caso pare che i cittadini di Laus ottennero la riapertura del mercato cittadino, che permise in parte all'economia laudense di rifiorire.

I milanesi dovettero quindi aspettare che l'imperatore tornasse in patria per colpire i loro principali nemici singolarmente: prima Cremona (estate 1157), poi Pavia (inverno 1157-1158), e quindi Laus. I consoli milanesi stabilirono una serie di ritorsioni che di fatto impedivano ai laudensi di vendere le proprie terre per sottrarsi alle imposizioni di Milano, inasprirono le tasse, ed imposero che tutti i maschi giurassero sottomissione al Comune di Milano, e di obbedire a tutto ciò che gli venisse ordinato (cosa che non avrebbero mai fatto, per non tradire la fedeltà giurata all'imperatore solo tre anni prima). Il 15 aprile 1158 i milanesi passarono ai fatti e concedettero un lasso di tempo di dieci giorni affinché i laudensi prestassero il giuramento; non aspettando neanche il termine dell'ultimatum, il 23 aprile giunsero a Laus, vi entrarono e la saccheggiarono, sotto gli occhi dei cittadini che non opposero alcuna resistenza. Nei due giorni successivi la città e il territorio circostante fu completamente bruciato e distrutto; i profughi si diressero soprattutto verso Pizzighettone.

La fondazione di Lodi Nuova[modifica | modifica sorgente]

L'8 giugno dello stesso anno, Federico Barbarossa tornò in Italia. Accampatosi a sud di Milano, ricevette una processione di esuli laudensi che chiedevano giustizia. Il 3 agosto 1158, Lodi venne rifondata dall'imperatore. Si racconta[20] che quello stesso giorno la pioggia, come segno propiziatore, ruppe il sereno di quella domenica d'estate. Il sito prescelto non fu quello delle rovine di Laus, ma sul Monte Guzzone, lungo le rive dell'Adda, nei pressi dell'antico tempio di Ercole, dove già sorgeva un porto fluviale ed un ponte detto del Fanzago. Questa nuova posizione fu scelta per consentire una posizione di maggior controllo sul territorio ed una più facile difesa; adesso infatti la città poteva essere attaccata su un solo lato. Si suppone anche questa posizione fu scelta anche per un altro motivo: spostandosi dal Lambro all'Adda, fiume su cui Milano non aveva pretese, si evitava una delle più gravi ragioni di attrito che la divideva con la rivale.

Una volta sconfitti i milanesi, il Barbarossa convocò una seconda dieta a Roncaglia per regolare una volta per tutte la questione dei diritti feudali nell'Italia settentrionale. L'imperatore accordò a Lodi straordinari privilegi, fra cui quello di costruire ponti su tutti i corsi d'acqua del territorio e di navigare per tutta la Lombardia con piena esenzione delle tasse.

Durante il Sinodo di Lodi, tenutosi nel 1161, il Barbarossa nominò Vittore IV antipapa, in opposizione a papa Alessandro III. Nello stesso concilio, su iniziativa dell'antipapa[21], Federico Barbarossa nominò arcivescovo di Magonza Corrado di Wittelsbach, allo scopo di porre fine allo scisma tra Rodolfo di Zähringen e Cristiano di Buch[22]. Questo provocò la scomunica dell'imperatore da parte di Alessandro III; le città ribelli si sentirono quindi sciolte dall'obbedienza e passarono al contrattacco: il 12 marzo 1160 anche il Vescovo di Lodi Alberico da Merlino fu colpito da scomunica (in quanto sostenitore dell'antipapa Vittore IV) e già il 22 marzo i milanesi cinsero d'assedio Lodi. Questo attacco e quello successivo di luglio furono respinti, ma già dal 3 agosto dello stesso anno si iniziò la costruzione delle mura di Lodi, volute e finanziate da Federico I. Le operazioni militari si conclusero nella primavera del 1162, quando i milanesi, stremati da un blocco durato un inverno, chiesero di trattare; il Barbarossa impose la resa a discrezione: la distruzione di Milano iniziò il 27 marzo 1162 e vi parteciparono anche i fanti lodigiani.

Durante la sua terza discesa in Italia, l'imperatore si fermò di nuovo a Lodi (il 2 novembre 1163) e per l'occasione furono trasferite le reliquie di san Bassiano nella nuova Cattedrale, la costruzione della quale fu in parte finanziata dalla coppia imperiale (furono offerte in totale 35 libbre d'oro[23]). Una volta tornato in Germania però, iniziò una serie di abusi da parte dei messi imperiali, che fecero crescere il malcontento generale per una situazione che sembrava ormai anacronistica. Anche durante la quarta discesa in Italia del Barbarossa (novembre 1166), le lamentele dei Comuni lombardi non furono ascoltate e anche per questo il 7 aprile del 1167, questi giurarono nel monastero cluniacense di Pontida, di far fronte comune e di ricostruire Milano. Nonostante i ripetuti tentativi diplomatici per convincere i lodigiani a far parte della Lega Lombarda, questi continuarono a rifiutarsi e così, il 12 maggio 1167 la città fu cinta d'assedio, capitolando il 22 maggio. Fra le condizioni di resa, figurava l'impegno della Lega a costruire una cerchia di mura spesse due braccia e alte dodici (circa un metro per sei).

L'assenza di Federico I dall'Italia durò sette anni, durante i quali la Lega Lombarda si consolidò ulteriormente. Quando l'imperatore tornò in Lombardia per la quinta volta, cinquanta milites lodigiani parteciparono alla battaglia di Legnano, dove fu definitivamente sconfitto il 29 maggio 1176.

Alla morte del Barbarossa sembrò riaprirsi il contrasto con Milano, a causa del fatto che il nuovo sovrano Enrico VI aveva confermato ai lodigiani il libero uso delle acque del Lambro. Vi furono nuovi scontri tra i due Comuni nel 1193, e si giunse alla pace solo nel 1198: Lodi cedeva ai milanesi i diritti sulle acque del Lambro e in cambio otteneva garanzie commerciali e doganali, oltre il riconoscimento dell'autorità sul proprio territorio e l'esclusiva del porto sull'Adda.

Le signorie[modifica | modifica sorgente]

Presunta estensione media del lago Gerundo

Nel XIII secolo Lodi continuò a crescere. Nel 1220 fu intrapresa la costruzione del canale Muzza, alla quale contribuirono sia proprietari lodigiani, sia capitali milanesi. Questa opera idraulica per secoli contribuì alla floridezza dell'agricoltura del territorio. In epoca medievale, infatti, la città era lambita dal lago Gerundo[24]: il territorio era in gran parte paludoso e insalubre, ma grazie alle opere di ingegneria idraulica e al lavoro dei monaci cistercensi e benedettini[25] fu bonificato e trasformato in una delle regioni più fertili d'Europa[26]

In città iniziarono a formarsi una serie di fazioni interne, soprattutto a causa dell'affermarsi della borghesia artigiana. In questo periodo la fazione dei nobili è capeggiata dalla famiglia degli Overgnaghi, mentre quella del ceto emergente dai Sommariva.

Intanto, la tregua fra i comuni della Lega Lombarda e il nuovo imperatore Federico II diventava sempre più precaria; il 27 novembre 1237 si arrivò allo scontro presso Cortenuova, con esito disastroso per la Lega. Lodi si arrese e il sovrano vi fece solenne ingresso il 12 dicembre. Federico fece rafforzare le fortificazioni e costruì un castello a fianco di Porta Cremonese, sopra la palude di Selvagreca. Lodi tornò ad essere un punto strategico nelle operazioni contro ai milanesi. In questi anni, oltre alle divisioni politiche, si aggiunsero le divisioni religiose. Si arrivò ad un punto tale che il papa Gregorio IX, sdegnato per la messa al rogo di un frate francescano, colpì la città con l'interdetto, privandola della dignità vescovile[27]. Nel 1250 con la morte di Federico II, il nuovo papa Innocenzo IV entrò trionfalmente in Milano, incitando a distruggere la fortezza ghibellina di Lodi. Si giunse alla pace nell'anno seguente, e il governo fu affidato per dieci anni a Sozzo Vistarini, uno dei più ricchi capi nobili che però aveva abbandonato la fazione degli Overgnaghi mettendosi a capo del "popolo". Nel 1252 il papa restituì a Lodi la dignità vescovile.

Il potere straordinario concesso a Sozzo Vistarini è il chiaro segno di un mutamento del regime cittadino, con l'inizio dell'età signorile: formalmente contuarono ad eleggersi i consoli, ma nella pratica il governo era tenuto da una famiglia, impersonata dal proprio capo. Ai Vistarini successero i Torriani di Milano con Martino (dal 1259 al 1263), Filippo (fino al 1265) e quindi Napo. Nei decenni successivi ci furono una serie di tumulti tra gli Overgnaghi e i Vistarini da un lato e i Sommariva dall'altro, finché nel 1292 ebbe la meglio il partito guelfo, capeggiato da Antonio Fissiraga.

In questi anni intanto la città vide una forte espansione, con il rifacimento e l'ampliamento della cerchia muraria e l'inizio della costruzione delle chiese di San Francesco e di San Domenico. Attorno al 1300 si diffuse la leggenda[28] del drago Tarantasio che avrebbe infestato le paludi dell'Adda e che sarebbe morto per intercessione di San Cristoforo; per questo fu ampliata la chiesa in suo onore, all'interno della quale pare fosse appesa una mascella fossile di un cetaceo, scomparsa dopo la profanazione del tempio. Quando nel 1945 Enrico Mattei scoprì dei pozzi di gas metano nella vicina Caviaga, alcuni iniziarono a pensare che l'animale, scomparso sotto terra dopo la bonifica delle paludi, fosse riapparso in forma di gas; il cane a sei zampe, logo dell'azienda, sarebbe quindi lo stesso Tarantasio[29].

L'abbazia cistercense del Cerreto, situata nei pressi di Lodi: i monaci contribuirono alle opere di bonifica delle paludi

Nel 1301 ripresero le ostilità coi Visconti di Milano. Il Fissiraga strinse alleanze con i signori di Pavia e di Piacenza, radunando le forze antiviscontee nella primavera del 1302. L'esercito si diresse verso Milano, affrontando Matteo Visconti, ma a causa di una rivolta scoppiata nella città, Matteo è costretto a trattare ancor prima di combattere. In questi trattati stipulati il 14 giugno 1302, i Torriani rientrarono a Milano, affidando il ruolo di podestà proprio ad Antonio Fissiraga.

La situazione mutò nel 1311 con la discesa in Italia dell'imperatore Enrico VII che occupò Lodi, permettendo il ritorno dei Vistarini e degli altri ghibellini esiliati, ed esigendo che i rappresentanti del comune giurassero sulle reliquie di San Bassiano che gli sarebbero rimasti fedeli, osservando le clausole di pacificazione. La guida del partito ghibellino a Lodi era Bassiano Vistarini che, con l'aiuto di Matteo Visconti, nel 1321 si fece proclamare signore di Lodi; a lui succedettero i figli Giacomo e Sozzo i quali tennero il potere fino al 1328.

Dopo una parentesi guelfa guidata dall'ex mugnaio Temacoldo, durante la quale furono consegnate al papa Giovanni XXII le chiavi della città, il 31 agosto 1335, dopo un lungo assedio, Lodi cadde sotto i colpi di Azzone Visconti. Da questo momento la storia di Lodi fu strettamente legata a quella di Milano. In questo periodo fu ristabilita la pace fra le famiglie lodigiane in lotta e furono iniziati i lavori per la costruzione del maestoso castello di Porta Regale (concluso nel 1370).

Il Castello Visconteo con i resti delle mura

Con la morte di Gian Galeazzo Visconti, avvenuta il 3 settembre 1402, Lodi fu assegnata a Giovanni Maria, erede al titolo ducale. La debolezza di quest'ultimo causò la disgregazione dello stato: a Lodi, Luigi Vistarini si proclamò rettore della città, ma i Fissiraga reagirono provocando tumulti. Fu acclamato signore Antonio II Fissiraga; la sua politica a favore dei Visconti però generò il malcontento e presto fu costretto ad asserragliarsi dentro il suo palazzo. A questo punto Giovanni Vignati, discendente da nobile famiglia guelfa del contado, con un piccolo esercito prese il castello entro il quale si era rifugiato Antonio Fissiraga e dove probabilmente fu ucciso. Nominato signore il 23 novembre 1403, Giovanni Vignati condusse una politica di stacco netto dai Visconti. Radunò tutte le forze ostili ai Visconti ed organizzò un'azione contro Milano nel 1404, che però, dopo una serie di attacchi e contrattacchi, si risolse in un nulla di fatto.

Il 7 novembre 1406, Giovanni Vignati ricevette l'ambito titolo di patrizio veneto; la Repubblica di Venezia, infatti, vedeva di buon occhio le piccole signorie nate dalla debolezza dei Visconti. Altri scontri nel 1409 e 1410 permisero al Vignati di conquistare Melegnano e Piacenza. Il 16 settembre 1412 il nuovo duca Filippo Maria firmò un accordo nel quale riconosceva Giovanni come signore di Lodi e di Piacenza, ma lo obbligava all'assistenza politica e militare. Questo patto si rivelò l'inizio del declino di Giovanni Vignati.

L'interno del Duomo di Lodi

Il 9 dicembre 1413[30], dal Duomo di Lodi, l'imperatore Sigismondo del Lussemburgo e l'antipapa Giovanni XXIII convocarono il Concilio di Costanza, che avrebbe poi risolto lo Scisma d'Occidente. La città fu sede di ambascerie da ogni parte d'Italia e Giovanni Vignati fu insignito del titolo ereditario di conte di Lodi.

Nell'agosto 1415 il duca di Milano catturò Giacomo, uno dei figli del Vignati. Questi venne a patti, e dovette dichiararsi vassallo del duca, prestando giuramento di fedeltà. Recatosi a Milano per ottenere la liberazione del figlio prevista dai patti, fu arrestato a sorpresa con l'accusa di tradimento. Intanto Francesco Bussone, detto il Carmagnola, occupava Lodi (20 agosto) e uccideva Ludovico, l'altro figlio del Vignati. Dopo aver ucciso anche Giovanni, i due cadaveri furono trascinati per le strade di Milano ed esposti per tre mesi nel rione Vigentino. D'ora in poi la storia di Lodi si identificherà completamente con quella del Ducato di Milano.

L'età rinascimentale[modifica | modifica sorgente]

Nel 1419 divenne vescovo di Lodi Gerardo Landriani, grande cultore degli studi letterari e in rapporto con i più noti umanisti del tempo. Nello stesso periodo operò Maffeo Vegio, considerato uno dei migliori poeti in latino del XV secolo.

La Pace di Lodi
Lodi pal Broletto facciata.jpg

La pace di Lodi, firmata il 9 aprile 1454 a palazzo Broletto, fu uno degli eventi più significativi della storia italiana del Quattrocento. Essa pose fine al lungo conflitto tra il Ducato di Milano e la Repubblica di Venezia che durava dai primi anni del secolo, sancendo l'inizio di un'alleanza tra Francesco Sforza e la Serenissima.

L'importanza storica del trattato, che fu ratificato dai principali Stati regionali, consiste nell'aver garantito all'Italia un assetto territoriale stabile e quarant'anni di pace, favorendo di conseguenza la rifioritura artistica e letteraria del Rinascimento.

Dopo la morte di Filippo Maria Visconti, il Ducato di Milano cadde nel caos: venne istituita la Repubblica Ambrosiana e a Lodi i cittadini proclamarono la loro appartenenza alla Repubblica di Venezia, che ratificò l'adesione il 12 ottobre 1447. Tuttavia la situazione cambiò rapidamente quando Francesco Sforza assunse il comando delle truppe della Repubblica Ambrosiana: dopo la sconfitta di Caravaggio, Venezia cedette Lodi a Milano, evitandole almeno il saccheggio; la città fu comunque assediata e devastata dai soldati del Piccinino. Seguirono una serie di rivolte, conflitti e devastazioni, dopo le quali l'11 settembre 1449 si giunse alla proclamazione di Francesco Sforza a signore di Lodi e duca di Milano. A causa della sua posizione di confine, il territorio lodigiano fu più volte percorso dagli eserciti milanesi e veneti, in guerra fra loro, ma già l'anno seguente iniziarono le trattative di pace che prevedevano che il confine veneto fosse stabilito poco oltre l'Adda. Il 9 aprile 1454, gli Stati regionali italiani firmarono la Pace di Lodi, che assicurò quarant'anni di stabilità politica.

Questo periodo, segnato dal lungo vescovato di Carlo Pallavicino (1456-1497), è ricordato come uno dei più felici della storia lodigiana dal punto di vista artistico e culturale; in questi decenni opererarono il già citato Maffeo Vegio oltre che Franchino Gaffurio e Giovanni Battagio, e videro la luce opere come l'Ospedale Maggiore, il Tempio Civico dell'Incoronata, palazzo Mozzanica e il Tesoro di San Bassiano. Inoltre il duca Francesco Sforza fece ricostruire il ponte sull'Adda con due fortificazioni ai capi, ed inoltre consolidò il sistema difensivo con la sistemazione del Rivellino ottagonale e la fortificazione della Rocchetta. Negli anni settanta inizia la ristrutturazione del Duomo con la costruzione della sagrestia e delle vetrate; nel 1487 si verificarono i prodigi che daranno il via alla fabbrica dell'Incoronata, commissionata a Giovanni Battagio nell'anno seguente.

L'interno del Tempio dell'Incoronata, capolavoro dell'arte rinascimentale

Questo periodo di pace cessò nel 1494, anno in cui il re Carlo VIII di Francia scese in Italia. Da questo momento, per almeno un ventennio si susseguirono una serie di passaggi di eserciti, con il loro seguito di scorrerie e di saccheggi che devastarono il territorio lodigiano. All'interno della guerra fra Francia e Spagna è da collocare l'episodio della Disfida di Barletta (13 febbraio 1503), alla quale partecipò Fanfulla da Lodi, capitano di ventura al servizio degli spagnoli. Nel 1508, nel nord infuriava la guerra della Lega di Cambrai; la città fu occupata più volte: inizialmente dai francesi (giugno 1509), poi dagli svizzeri (settembre 1512) e quindi dai veneti (settembre 1515) che però la abbandonarono quasi immediatamente. La pace di Noyon del 1516 assegnò il ducato di Milano ai francesi.

Dopo pochi anni però, il nuovo imperatore Carlo V, entrato in conflitto con Francesco I, inviò un corpo di mercenari svizzeri ad occupare il ducato; questi entrarono in Lodi, saccheggiandola nel maggio 1522. Da allora la città divenne il quartier generale del comandante supremo spagnolo Ferrante d'Avalos; proprio a Lodi si riunirono le truppe imperiali che il 24 febbraio 1525 catturarono Francesco I in battaglia. Nonostante un tentato colpo di mano ad opera di Lodovico Vistarini avvenuto il 24 giugno 1526, Lodi rimase in mano all'imperatore.

In base alle clausole della pace di Cambrai (1529), il Ducato di Milano rimase nelle mani di Francesco II Sforza; alla morte di quest'ultimo, avvenuta nel novembre 1535, Carlo V e Francesco I entrarono di nuovo in guerra per il possesso del ducato. Ebbero la meglio gli spagnoli e nel 1540 fu nominato duca di Milano l'infante Filippo II. Il 20 agosto 1541, l'imperatore Carlo V visitò Lodi per la seconda volta, dove ricevette un'accoglienza grandiosa e fu ospitato in casa Vistarini.

Le dominazioni straniere[modifica | modifica sorgente]

Il periodo spagnolo[modifica | modifica sorgente]

Lodi non fu toccata dalle successive guerre fra Spagna e Francia, e questo periodo di stabilità permise la costruzione del campanile del Duomo, iniziato nel 1539 su progetto di Callisto Piazza e terminato nel 1555. In questi anni fu particolarmente attiva l'Inquisizione, con una serie di punizioni esemplari in piazza della Vittoria. La pace di Cateau-Cambrésis (1559), sancì una volta per tutte l'inizio della dominazione spagnola sul territorio.

Il campanile del Duomo, che domina la piazza centrale della città, fu costruito tra il 1539 e il 1555; il progetto si deve a Callisto Piazza

Nella seconda metà del secolo, Lodi si arricchì di edifici insigni, come la chiesa di San Cristoforo, opera di Pellegrino Tibaldi e il chiostro di San Vincenzo. Nella Cattedrale furono inoltre realizzati degli affreschi, andati perduti, da Antonio Campi. Furono infine attuate una serie di riforme religiose, in attuazione delle disposizioni del concilio tridentino, soprattutto sotto l'egida dell'arcivescovo Carlo Borromeo; nel 1571 fu istituito il Seminario.

Nelle corso del XVII secolo Lodi non fu toccata dalle guerre, ma nonostante questo le autorità spagnole si preoccuparono di potenziare le fortificazioni, trasformando la città in una vera e propria fortezza; i lavori per il rifacimento della vetusta cinta muraria iniziarono nel 1635. Questo clima di tensione, oltre che la continua richiesta di tasse produssero una depressione economica, accentuata dalla famosa peste del 1630, portata in città dal passaggio dei Lanzichenecchi. Il Lazzaretto fu allestito fuori Porta Cremonese. Alla fine dell'epidemia, il bilancio non è chiaro: le vittime variano da 127 a 500, su una popolazione totale di circa 10.200 persone; a Lodi dunque, la peste avrebbe avuto conseguenze meno disastrose che da altre parti.

L'economia in questa epoca è tipicamente agricola e i prodotti principali sono costituiti dal latte, i formaggi e le carni; si produceva inoltre il lino e la ceramica. Dal punto di vista artistico fu rifinito il campanile del Duomo e costruito il portico di piazza Mercato; la facciata del municipio fu sistemata, con l'aggiunta delle iscrizioni dedicate a Pompeo Strabone e al Barbarossa. Nel 1679 vide la luce il primo teatro, con due ordini di palchi e il loggione, anche se rimase riservato ai nobili. La vita culturale si svolge nelle accademie, che hanno visto operare un poeta come Francesco De Lemene e il padre della storiografia lodigiana, Defendente Lodi. Nel 1622 la Congregazione dell'Oratorio, detta dei Filippini, pose le basi per la raccolta che formerà la futura biblioteca civica.

Questo secolo fu segnato da una serie di festeggiamenti molto sontuosi, che paiono fare a pugni con il periodo di ristrettezza economica; in particolare si ricordano i festeggiamenti per il passaggio dell'arciduchessa Margherita d'Austria nel 1598 che andava a sposarsi con Filippo III; quelli per la nascita di un principe (il 4 maggio 1605 fu inscenata la presa di un castello di legno, costruito apposta in piazza maggiore); la festa per l'elezione di Ferdinando III a Re dei Romani; le feste per i passaggi dell'arciduchessa Maria Anna d'Austria (1649) e della duchessa di Savoia (1651), ed infine per le nozze del re si organizzò una grande festa in maschera, cui partecipò anche il governatore spagnolo.

Il periodo austriaco[modifica | modifica sorgente]

Lo scudo dello stemma di Lodi – sormontato dall'aquila bicipite, simbolo dell'Impero austriaco – dipinto all'ingresso dell'ex convento di San Paolo

La guerra di successione spagnola determinò il passaggio alla dominazione austriaca, sancita in particolare dai trattati di Utrecht (1713) e di Rastatt (1714). Nel 1721 fu smantellato il corpo di guardia di legno usato dagli spagnoli in piazza Maggiore, e nel 1724, a capo del ponte, fu collocata una statua di San Giovanni Nepomuceno, un santo "guardaponti", molto caro ai soldati tedeschi.

Nella prima metà del XVIII secolo, il regime austriaco non fu molto apprezzato dalla popolazione[31], ma soprattutto con il governo di Maria Teresa d'Austria (1740-1780), arrivarono le riforme che segnarono l'avvio della ripresa economica, specie grazie alla moltiplicazione e alla riorganizzazione razionale dei terreni coltivabili nel circondario; fu inoltre introdotta la coltivazione del riso. Altre riforme riguardarono la polizia cimiteriale (furono vietate le sepolture nelle chiese e sui sagrati) l'organizzazione delle amministrazioni locali, con l'abolizione dei feudi da parte di Giuseppe II che istituì otto province (16 novembre 1786) governate da funzionari statali, tra cui quella di Lodi, che andava a sostituire l'antico Contado, comprendendo anche la Gera d'Adda.

Pianta della città di Lodi nel 1753

Nel corso del secolo ci fu un forte sviluppo edilizio che trasformò il volto della città nel segno dell'architettura tardo-barocca: sorsero le nuove chiese di Santa Maria del Sole (1715), Santa Maria Maddalena (1743), San Filippo Neri (1750) e la cappella di Santa Chiara Nuova; furono inoltre ristrutturati l'interno del Duomo e i conventi di Santa Chiara Vecchia e delle benedettine. Per quanto riguarda l'edilizia privata, sorsero il palazzo Barni, palazzo Modignani e il palazzo vescovile. Nel 1778 fu rifatta la loggia del palazzo comunale, fu ampliato l'Ospedale Maggiore e fu costruito un nuovo teatro, dopo l'incendio del precedente. Dal 1784 iniziò lo smantellamento della cerchia bastionata, con la costruzione di nuove porte monumentali in stile neoclassico.

Il Secolo dei Lumi si fece sentire anche a Lodi: i Barnabiti seguivano lo sviluppo del sapere nelle scuole superiori di San Giovanni alle Vigne, e nel 1776 si aprirono i primi corsi elementari pubblici. Nel 1784 saliva in cielo la prima mongolfiera e l'8 novembre 1792 fu aperta al pubblico la ricca biblioteca dei Filippini. Intanto si stava formando la prima raccolta di lapidi romane che avrebbe formato la sezione archeologica del Museo Civico.

Il ventennio napoleonico[modifica | modifica sorgente]

Nel 1792 l'impero austriaco entrò di nuovo in guerra con la Francia. Nel 1796 il Direttorio decide di portare la guerra in Italia, per alleggerire lo sforzo sul fronte tedesco. Nel marzo, il giovane Napoleone Bonaparte assume il comando dell'armata d'Italia; dopo aver sconfitto in sole tre settimane il re di Sardegna, prosegue la sua marcia a sud del Po, attraversandolo presso Piacenza il 7 maggio.

La battaglia del ponte di Lodi
General Bonaparte giving orders at the Battle of Lodi.jpg

La battaglia del ponte di Lodi del 10 maggio 1796 fu il primo scontro decisivo della campagna d'Italia.

Quando l'armata napoleonica – proveniente da Casalpusterlengo – raggiunse Lodi, il grosso dell'esercito austriaco (comandato dal generale Beaulieu) era già arroccato nelle fortificazioni situate sulla riva sinistra dell'Adda, protetto da 10.000 uomini a guardia del ponte. Dopo un duello di artiglierie, Napoleone inviò un contingente alla ricerca di un guado; la manovra di aggiramento riuscì e fu determinante per la vittoria dei francesi.

La battaglia rappresentò il primo grande successo di Napoleone: l'importanza di tale evento giustifica la presenza in molte città, francesi e non solo, di strade e piazze dedicate al ponte di Lodi (per esempio nel VI arrondissement di Parigi, si trova la "Rue du Pont de Lodi"[5]).

Colti alla sprovvista, gli austriaci, guidati dal generale Beaulieu, ripiegarono su Lodi, attestandosi al di là dell'Adda. Il 10 maggio 1796, le avanguardie francesi entrarono in città scontrandosi coi nemici nella famosa battaglia del ponte di Lodi. La chiese di San Rocco, San Cristoforo e San Domenico furono trasformate in ospedali e tutta la città subì danni notevoli. Il 12 maggio, Cristoforo Saliceti, commissario del Direttorio, sequestrò il Tesoro di San Bassiano.

Questa vittoria fu comunque importantissima per la carriera di Napoleone che il 15 maggio entrò trionfante in Milano.

Già dal 1789 era presente a Lodi un club giacobino segreto, che si riuniva presso l'Osteria del Gallo per iniziativa di Andrea Terzi. Con l'arrivo dei francesi, ci furono grandi festeggiamenti, ovunque si piantarono alberi della libertà (persino nel Seminario) e spuntarono coccarde bianche, rosse e blu.

Il 9 luglio 1797 viene proclamata la Repubblica Cisalpina, ed inizia la distruzione degli stemmi gentilizi e la soppressione degli enti religiosi di Sant'Agnese, San Cristoforo, San Domenico e Sant'Antonio. Dopo una brevissima parentesi in cui gli austro-russi occuparono Lodi (28 aprile 1799), il 9 novembre, divenuto console con un colpo di stato, Napoleone rioccupa la Lombardia, rientrando a Lodi nel giugno 1800. Il Dipartimento dell'Adda viene inglobato con quello dell'Alto Po, con capoluogo a Cremona; Lodi rimane capoluogo di un distretto, suddiviso a sua volta in sei cantoni. Il 13 maggio 1809 fu collocato nella piazza Maggiore un monumento a ricordo della battaglia del ponte.

L'emblema del ducato di Lodi

Dopo l'incoronazione di Napoleone ad imperatore dei francesi, l'Italia divenne un regno (19 marzo 1805), con a capo Napoleone stesso. Il conte Francesco Melzi d'Eril venne nominato duca di Lodi, mentre il vescovo Gianantonio Della Beretta ricevette il titolo di barone del regno il 28 marzo 1811.

Dal 1806 al 1816 furono aggregati alla città di Lodi i tre chiosi (Porta Cremonese, Porta d'Adda, Porta Regale), e i comuni limitrofi di Arcagna, Boffalora, Bottedo, Campolungo, Cornegliano, Montanaso, Torre de' Dardanoni e Vigadore.

Il Lombardo-Veneto[modifica | modifica sorgente]

Il dominio francese terminò con la disfatta di Lipsia del 1813: il 26 aprile 1814 gli austriaci tornarono a Milano e tre mesi dopo la folla fa a pezzi il monumento napoleonico in piazza Maggiore; il 7 aprile 1815, in base alle decisioni del Congresso di Vienna, si costituisce ufficialmente il Regno Lombardo-Veneto. Dopo due settimane, Lodi ottiene il titolo di Città Regia[32][33].

Il territorio della provincia di Lodi e Crema nell'ambito del Regno Lombardo-Veneto (1816-1859)

Il 24 gennaio 1816 vengono istituite le province del Regno; Lodi diviene capoluogo, insieme con Crema[34], della provincia di Lodi e Crema.

Durante questi anni di restaurazione Lodi si sviluppa soprattutto sotto due fronti: dal punto di vista culturale nascono tre testate giornalistiche, si apre il liceo comunale (ottobre 1821), che annovera tra i concorrenti a cattedre Giacomo Leopardi e numerose istituzioni culturali come il collegio Cosway (1830) e quello dei barnabiti (1832), il cui ritorno fu permesso dal vescovo Alessandro Maria Pagani; dal punto di vista urbanistico, nel 1819 viene introdotta l'illuminazione ad olio, nel 1835 la piazza Maggiore viene pavimentata con ciottoli ed in occasione della visita dell'imperatore Ferdinando I (17 settembre 1838) vengono smantellate le fortificazioni di porta Regale e porta Cremonese; al loro posto fu aperto un passeggio alberato, con un obelisco recante epigrafi latine.

I moti insurrezionali del 1821 e del 1831 passarono inavvertiti, negli anni 40 però la situazione cambiò; l'ambiente politicamente più attivo era il Liceo comunale dove, soprattutto tra il corpo docente, c'è un gruppo fortemente anti-austriaco, guidato dall'abate Luigi Anelli, docente di filosofia che nutre sentimenti repubblicani, esprimendoli in una introduzione a Demostene; anche Paolo Gorini esprime le sue idee nazionali durante le lezioni di fisica[35] e nel 1847 si iscrive il bresciano Tito Speri. Si trattava comunque di piccole minoranze, tant'è che durante le cinque giornate di Milano, solo pochissimi accorsero per partecipare ai combattimenti.

Il 23 marzo 1848 tuttavia, alla notizia della vittoria milanese, scoppia un tumulto, subito sedato. Il giorno seguente le truppe di Radetzky in ritirata, passano per la città. I liberali possono così uscire allo scoperto, costituendo un governo provvisorio. Il 30 marzo arrivano i piemontesi; da Lodi partono volontari 31 giovani (tra cui un diciottenne Tiziano Zalli) guidati da Eusebio Oehl, per arruolarsi nel "Battaglione Studenti". Ne moriranno 9 in battaglia.

Manifesto del comitato lodigiano-cremasco che contribuì a promuovere la «Sottoscrizione nazionale "per un milione di fucili"», finalizzata a sostenere l'attività di Giuseppe Garibaldi

Nell'estate le sorti della guerra volsero a favore degli austriaci del maresciallo Radetzky, che rioccupò Lodi il 3 agosto: l'abate Luigi Anelli e Cesare Vignati (che nel marzo aveva emesso un proclama a favore della libertà) furono licenziati dal liceo; il medico Francesco Rossetti, reo di cospirazione mazziniana, fu arrestato il 16 ottobre 1852. Furono anni di rappresaglie in cui si viveva un clima di "caccia all'uomo"; tuttavia, il 1º luglio 1859 il vescovo Gaetano Benaglia, disponibile alle novità e sensibile alle esigenze del nuovo ceto operaio, prese posizione a favore del regime sabaudo. All'inizio dello stesso anno, 34 volontari partirono per arruolarsi con Garibaldi, anche se furono poi dirottati nell'esercito regolare; 15 di loro moriranno in battaglia.

Dopo le sconfitte di Magenta (4 giugno 1859) e di Melegnano (8 giugno), gli austriaci lasciarono Lodi, dopo aver bruciato il ponte il 10 giugno. Il 20 settembre il re Vittorio Emanuele II visita la città, ma solo un mese dopo viene promulgato il Decreto Rattazzi, che abolisce la provincia di Lodi e Crema, smembrata fra quelle di Milano e Cremona. Lodi viene assegnata alla provincia di Milano ed è ridotta a capoluogo dell'omonimo circondario.

La pace di Zurigo (10 novembre 1859) sancì ufficialmente il passaggio della Lombardia al regno di Sardegna, tramite la Francia.

Il 5 maggio 1860 due lodigiani (Luigi Martignoni e Luigi Bay) partirono da Quarto con la spedizione dei Mille; contando quelli che si aggiunsero in seguito, in vari scaglioni, in totale furono 234 i giovani che vi parteciparono, distinguendosi soprattutto nell'attacco a Milazzo e negli scontri di Pizzo Calabro.

Rientrato a metà dicembre l'ultimo scaglione di volontari, la vita in città tornò alla normalità. Il 17 marzo 1861 il parlamento proclamò il regno d'Italia con la partecipazione del deputato del collegio di Lodi. Un anno dopo Giuseppe Garibaldi inaugurò la sezione lodigiana del tiro a segno nazionale.

Il Regno d'Italia[modifica | modifica sorgente]

Il ponte sull'Adda percorso da un convoglio tranviario a vapore

Alla fine del XIX secolo, Lodi era ancora racchiusa entro le antiche mura medievali. Negli anni successivi alla nascita del Regno d'Italia, la città si trasformò rapidamente, diventando un centro all'avanguardia in diversi settori[36]. Si insediarono le prime industrie[37] (tra cui il Lanificio Varesi-Lombardo nel 1868 e la Polenghi Lombardo nel 1870); inoltre, allo scopo di sostenere le attività agricole e artigianali, nel 1864 fu fondata la Banca Mutua Popolare Agricola (la prima banca popolare italiana[38]) ad opera di Tiziano Zalli[39], attivista e convinto sostenitore di Giuseppe Garibaldi. La città fu anche toccata dallo sviluppo infrastrutturale dei primi decenni postunitari: nel 1861 fu inaugurata la linea ferroviaria Milano-Piacenza, divenuta in seguito parte del grande itinerario dorsale italiano; nel 1864 fu costruito il nuovo ponte sull'Adda, in muratura.

Suddivisione del suburbio di Lodi prima del 1840, con i tre chiosi e i tre comuni esterni

Tuttavia dal punto di vista sociale furono anni di stasi demografica, causata dalla perdita del rango di capoluogo, ma anche dal declino dell'economia agricola. Nel 1877 vennero annessi al territorio municipale di Lodi i comuni suburbani di Chiosi Uniti con Bottedo e Chiosi d'Adda Vigadore[40]. Il termine «chiosi», di origine dialettale, indicava le terre agricole circostanti la città di Lodi[41], analogamente ai più noti Corpi Santi intorno a Milano.

Una della principali conseguenze dello sviluppo industriale della città fu la presa di coscienza da parte della classe lavoratrice: negli ultimi decenni del secolo ebbero luogo numerosi scioperi e nacquero le prime "leghe rosse" organizzate[42] che lottavano per difendere i diritti elementari dei lavoratori[43]. Nel 1868 Enrico Bignami fondò La Plebe, il primo giornale socialista italiano[43], l'unico a pubblicare gli scritti di Marx ed Engels[42]; nel 1873 la sezione socialista di Lodi era l'unica attiva in Italia ed inviò i propri delegati al VI congresso dell'Internazionale di Ginevra[44]. Due anni più tardi, La Plebe inaugurò la propria redazione milanese, che vide il debutto giornalistico di Filippo Turati[42].

Il teatro "Franchino Gaffurio" in viale IV Novembre

Parallelamente al movimento socialista si affermò anche il movimento sociale cattolico[45] che aveva come organo di stampa Il Lemene, poi diventato Il Cittadino. In questo periodo Lodi era particolarmente attiva dal punto di vista culturale: oltre a quelli già citati, erano presenti numerosi altri giornali, tra cui Il Corriere dell'Adda, Il Proletario, Il Fanfulla, La Zanzara, Rococò, Sorgete! e Il Rinnovamento[46]; inoltre i teatri cittadini passarono da uno a quattro e nel 1869 venne inaugurato il Museo civico[43].

Durante le operazioni belliche coloniali si distinse particolarmente il 15º Reggimento Cavalleria, ribattezzato "Cavalleggeri di Lodi" poiché era di stanza in città[43]. Le imprese del Reggimento "Lodi" vennero esaltate anche da Gabriele D'Annunzio nel quarto libro delle "Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi"[47].

Tuttavia fu vissuta molto più tragicamente la prima guerra mondiale[48], a causa della quale morirono 331 lodigiani e moltissimi altri rimasero mutilati o feriti. Durante la "grande guerra" aumentò anche la coscienza del proprio ruolo da parte delle donne, che iniziarono a sostituire i loro mariti nelle fabbriche. La poetessa lodigiana Ada Negri, figlia di un'operaia del lanificio, fu una delle maggiori sostenitrici della causa femminista con le sue liriche di protesta.

Il primo dopoguerra[modifica | modifica sorgente]

L'istituto tecnico commerciale "Agostino Bassi", costruito nel 1938, è un tipico esempio del Razionalismo italiano

Dopo il conflitto i principali partiti della scena politica lodigiana diventarono i cattolici (Riccardo Oliva fu eletto nel 1914 primo sindaco cattolico di Lodi) e i socialisti (lo scultore Ettore Archinti divenne sindaco nel 1920). Tuttavia l'incapacità di collaborare fra questi partiti, finì per favorire il ritorno dei borghesi, che nel frattempo si erano coalizzati con il nascente partito fascista. In seguito alla marcia su Roma, l'amministrazione socialista venne sciolta e l'unica alternativa al regime fu rappresentata dall'Azione cattolica.

Durante il periodo fascista, Lodi perse importanza a livello istituzionale: il sindaco venne sostituito dal podestà, e nel 1927 fu abolito il circondario (analogamente a tutti i circondari italiani). Attorno agli anni trenta si diffuse l'architettura razionalista e vennero costruiti diversi edifici e strutture pubbliche, come il palazzo delle poste, il padiglione pediatrico dell'ospedale, l'acquedotto, il sottopassaggio alla ferrovia, l'istituto fanciullezza, l'istituto tecnico e altre scuole; di contro però furono distrutti l'antico palazzo municipale, il mercato coperto, il teatro Verdi e gran parte della cerchia muraria.

Mussolini visitò la città due volte (4 ottobre 1924 e 5 ottobre 1934) ed in generale il fascismo venne subito con rassegnazione dai lodigiani.

La seconda guerra mondiale e la Resistenza[modifica | modifica sorgente]

Il partigiano Edgardo Alboni, fondatore e comandante della 174ª Brigata Garibaldi, fu uno dei principali protagonisti della Resistenza lodigiana[49][50]

Il secondo conflitto mondiale coinvolse a fondo la popolazione, colpita questa volta anche dai bombardamenti che causarono numerose vittime civili. Dopo l'armistizio nacquero i primi movimenti di resistenza: il Comitato di Liberazione Nazionale si costituì nell'ottobre 1943 con una maggioranza democristiana ed un ben organizzato gruppo comunista. Erano presenti anche i socialisti e i rappresentanti di tutti i partiti laici.

Le prime agitazioni scoppiarono nel gennaio 1944 presso le Officine Adda, seguite il 9 luglio da un attentato mortale al gerarca fascista Paolo Baciocchi, commissario prefettizio di Sant'Angelo. La rappresaglia si fece sentire: il 22 agosto 1944 presso il poligono di tiro a segno vennero fucilati cinque partigiani lodigiani[51]; nello stesso luogo il 31 dicembre fu la volta di altri cinque[51]. Queste, in seguito ricordate come "martiri del poligono", non furono le uniche vittime della Resistenza lodigiana. Lo stesso ex sindaco Ettore Archinti morì il 17 novembre 1944 nel Campo di concentramento di Flossenbürg, in Germania[52].

Nel 1945 il CLN locale, guidato dal democristiano Giuseppe Arcaini[53], passa al contrattacco occupando una serie di edifici pubblici, caserme e punti strategici. Il 27 aprile i tedeschi lasciarono la città[53] e quando gli alleati giunsero da Crema e da Piacenza la trovarono totalmente libera. Nel maggio dello stesso anno si instaura un'amministrazione provvisoria con rappresentanti di tutte le forze politiche del CLN: il sindaco era il socialista Mario Agnelli, vicesindaci il comunista Edgardo Alboni e il democristiano Alfredo Brusoni.

Il bilancio finale dei lodigiani caduti per la libertà è di 55 uomini morti in battaglia e 12 martiri dei lager nazisti.

Lodi tra XX e XXI secolo[modifica | modifica sorgente]

A partire dal 1955, la città conobbe un impetuoso sviluppo urbanistico che coinvolse entrambe le sponde dell'Adda[54]: vennero creati nuovi quartieri, tra cui quello delle "case Fanfani" (ad ovest del centro storico) ed il "villaggio Oliva" (a sud-ovest), entrambi realizzati nell'ambito del piano INA-Casa[55]. Tra gli anni settanta e i duemila, oltre al completamento di un sistema di strade tangenziali, ebbe luogo la dismissione di gran parte del patrimonio edilizio industriale, riconvertito in nuove aree residenziali[56].

Il 6 marzo 1992 fu istituita la provincia di Lodi, a seguito dello scorporo di 61 comuni dalla provincia di Milano[57][58].

Evoluzione della popolazione straniera[59]
Anno Popolazione
straniera
Percentuale
del totale
[60]
2001 1.230[61] 3,0%[61]
2002 1.588[62] 3,8%[63]
2003 2.315[64] 5,5%[65]
2004 2.697[66] 6,3%[67]
2005 3.007[68] 7,0%[69]
2006 3.302[70] 7,7%[71]
2007 3.984[72] 9,2%[73]
2008 4.578[74] 10,5%[75]
2009 5.131[76] 11,7%[77]
2010 5.589[78] 12,6%[79]

Agli inizi del XXI secolo, prima della crisi del 2008-2014, la città beneficiò di una considerevole crescita economica grazie al rifiorire delle attività commerciali e allo sviluppo di tecnologie per l'ambiente (in virtù della discreta frazione di rifiuti riciclati prodotti dai lodigiani[80] e della tecnologia del teleriscaldamento[81]).

Lodi confermò inoltre il proprio status di importante nodo stradale e centro industriale nei settori della cosmesi, dell'artigianato e della produzione lattiero-casearia[82]. Rappresentando il punto di riferimento di un territorio prevalentemente votato all'agricoltura e all'allevamento, Lodi fu prescelta come sede del Parco Tecnologico Padano; la struttura – inaugurata nel 2005 dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi[83] – si affermò tra i centri di ricerca più qualificati a livello europeo nel campo delle biotecnologie agroalimentari[84].

Si svilupparono anche le attività legate al settore terziario; negli anni duemila, in particolare, si registrò una forte espansione dell'attività bancaria e del turismo[85]. Oltre al turismo culturale, particolarmente importante sono quello enogastronomico[86][87] e quello naturalistico, in virtù anche dell'efficiente rete di piste ciclabili che dal capoluogo si diparte in tutto il territorio[88].

Come molti altri centri dell'Italia settentrionale, Lodi è diventata una città multietnica con una presenza significativa di cittadini provenienti dall'estero[78].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 15-16.
  2. ^ Bassi, Storia di Lodi, op. cit., p. 15.
  3. ^ Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 17-26.
  4. ^ Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 17-18.
  5. ^ a b Cenni storici, Comune di Lodi. URL consultato il 19-09-2009.
  6. ^ Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 30-31.
  7. ^ Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 55-59.
  8. ^ Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 59-86.
  9. ^ Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 100-106.
  10. ^ Decreto legislativo 6 marzo 1992, n. 251, Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana. URL consultato il 17 ottobre 2010.
  11. ^ a b Plinio, op. cit., III, 124.
  12. ^ Polyb., II, 32-34
  13. ^ Al Museo civico di Lodi esistono sia l'epigrafe originale su marmo nero, sia una copia moderna.
  14. ^ Lucian., Hercul. (55).1.
  15. ^ Hist. Aug., Aurelian. 18, 2-3; 21, 1-4.
  16. ^ Epistul. 7, 13 e 14.
  17. ^ C. Sigonii, Opera, Mediolani 1732, 1, 2, p. 500, cfr. Synodus diocesana lauden. tertia..., Laudae (1619), p 96 ss.
  18. ^ Codice Diplomatico Laudense, per C. Vignati, parte I, vol. 1, n. 170, p. 203.
  19. ^ Morenae, pp. 4, 45 e Flammae, Man. Flor. 163.
  20. ^ Ottone Morena, et continuatorum Libellus de rebus a Frederico imperatore gestis, in: Fontes italici de rebus a Frederico I imperatore in Italia gestis, Ed. F. J. Schmale, Darmstadt 1986, pp. 84-84.
  21. ^ Vittore IV, Istituto Treccani. URL consultato il 09-10-2009.
  22. ^ Corrado di Wittelsbach, Istituto Treccani. URL consultato il 09-10-2009.
  23. ^ Ottone Morena, Libellus cit., pp. 192-194.
  24. ^ Bassi, Storia di Lodi, op. cit., p. 48.
  25. ^ Storia, Diocesi di Lodi. URL consultato il 16 ottobre 2009.
  26. ^ Cenni storici, Provincia di Lodi. URL consultato il 16 ottobre 2009.
  27. ^ Codice Diplomatico Laudense, per C. Vignati, parte II, vol. 1, n. 335, p. 335; parte II, vol. 2, nn. 342-343, pp. 345-346.
  28. ^ I draghi del lago Gerundo
  29. ^ Dal drago Tarantasio al «cane» di Mattei in Corriere della Sera, 30 giugno 2002.
  30. ^ Acta concilii constantiensis, Ed. H. Finke, I, Münster 1896, p. 176.
  31. ^ Bassi et al., op. cit., p. 265
  32. ^ Il titolo di "Città del Regno Lombardo-Veneto" venne riconosciuto a Lodi con la Imperial Regia Patente del 24 aprile 1815.
  33. ^ Marco Meriggi, Il Regno Lombardo-Veneto, in Storia d'Italia, Vol. 18, tomo II, UTET 1987. ISBN 88-02-04043-5.
  34. ^ Di fatto, l'unico capoluogo della provincia è Lodi, dove sono dislocati tutti gli uffici.
  35. ^ P. Monferini, Il Prof. Paolo Gorini, profilo, in Crepuscolo IV, 7, Genova 20 febbraio 1881, p. di copertina.
  36. ^ Agenore Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 101-107.
  37. ^ Agenore Bassi, Storia di Lodi, op. cit., p. 101.
  38. ^ Profilo e cenni storici, Banca Popolare di Lodi. URL consultato il 14-04-2009.
  39. ^ Agenore Bassi, Storia di Lodi, op. cit., p. 100.
  40. ^ Regio Decreto 18 gennaio 1877, n. 3644
  41. ^ Contado di Lodi, Regione LombardiaUniversità di Pavia, 3 gennaio 2006. URL consultato il 4 dicembre 2010.
  42. ^ a b c Agenore Bassi, Storia di Lodi, op. cit., p. 103.
  43. ^ a b c d Agenore Bassi, Storia di Lodi, op. cit., p. 102.
  44. ^ Agenore Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 102-103.
  45. ^ Agenore Bassi, Storia di Lodi, op. cit., p. 103-104.
  46. ^ Agenore Bassi, Storia di Lodi, op. cit., pp. 104-106.
  47. ^ Gabriele D'Annunzio, Laudi del cielo, del mare, della terra e degli eroi. Libro quarto: Merope, 1912.
    «Maremma, canto i tuoi cavalli prodi./ Tra sangue e fuoco ecco un galoppo come/ un nembo. È la Cavalleria di Lodi,/ la schiera della morte. So il tuo nome,/ o buon cavalleggero Mario Sola./ Giovanni Radaelli, so il tuo nome;/ Agide Ghezzi, è il tuo. "Lodi" s'immola./ E veggo i vostri visi di ventenni/ ardere tra l'elmetto ed il sottogola,/ o dentro i crini se il caval s'impenni/ contra il mucchio. Gandolfo, Landolina,/ alla riscossa! Tuona verso Henni./ Tuona da Gargaresch alla salina/ di Mellah, su le dune e le trincere,/ sulle cubbe, su fondachi, a ruina,/ sui pozzi, su le vie carovaniere./ La casa di Giamil ha una cintura/ di fiamma. Appiè, appiè, cavalleggere!».
  48. ^ Agenore Bassi, Storia di Lodi, op. cit., p. 107.
  49. ^ Festa pubblica per il comandante Nemo: Edgardo Alboni ha compiuto novant'anni in Il Cittadino, 11 settembre 2009, p. 9.
  50. ^ Celebrato il 65º anniversario dell'eccidio al Poligono di Lodi: la testimonianza di Edgardo Alboni, ANPI Lombardia. URL consultato il 13 gennaio 2013.
  51. ^ a b Commemorazione dei "Martiri del Poligono", Comune di Lodi, 22 agosto 2010. URL consultato il 13 ottobre 2010.
  52. ^ Ercole Ongaro, Ettore Archinti. Lettere 1905-1944, Lodi, Cooperativa Ettore Archinti, 1987.
  53. ^ a b Guido Bandera, "Quel tragico pomeriggio" del 27 aprile in Il Giorno, 07 novembre 2009.
  54. ^ Bottini et al., op. cit., p. 25.
  55. ^ Maurizio Meriggi, op. cit., p. 135.
  56. ^ Maurizio Meriggi, op. cit., p. 109.
  57. ^ Decreto legislativo 6 marzo 1992, n. 251, ItalgiureWeb - Centro elaborazione dati della Corte di Cassazione. URL consultato il 27 gennaio 2009.
  58. ^ Cenni storici della Provincia di Lodi, Provincia di Lodi. URL consultato il 27 gennaio 2009.
  59. ^ I dati ISTAT si riferiscono al 31 dicembre di ogni anno.
  60. ^ I valori sono calcolati sulla base dei dati contenuti nei bilanci demografici della popolazione residente.
  61. ^ a b Valore ricavato dai bilanci demografici del 2002; si vedano le note successive.
  62. ^ Bilancio demografico e popolazione residente straniera al 31 dicembre 2002, Istituto nazionale di statistica, 2003. URL consultato il 23 novembre 2009.
  63. ^ Bilancio demografico al 31 dicembre 2002, Istituto nazionale di statistica, 2003. URL consultato il 23 novembre 2009.
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Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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