Lamerica

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Lamerica
Lamerica.png
Paese di produzione Italia, Francia, Svizzera
Anno 1994
Durata 125 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Gianni Amelio
Soggetto Gianni Amelio, Andrea Porporati, Alessandro Sermoneta
Sceneggiatura Gianni Amelio, Andrea Porporati, Alessandro Sermoneta
Produttore Mario Cecchi Gori, Vittorio Cecchi Gori
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Simona Paggi
Musiche Franco Piersanti
Interpreti e personaggi
Premi

Lamerica è un film italiano del 1994 diretto da Gianni Amelio.

I protagonisti della storia sono Carmelo Di Mazzarelli nel ruolo di Spiro ed Enrico Lo Verso nel ruolo di Gino. Tutto avviene nell'Albania degli anni novanta, dopo la fine del regime di Enver Hoxha e il crollo finanziario dovuto al successore Ramiz Alia. Un paese in condizioni molto vicine a quelle del cosiddetto terzo mondo.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

Le prime immagini sono quelle di un vecchio documentario propagandistico del ventennio fascista, che mostra come gli italiani abbiano "civilizzato" l'Albania. Poi ecco le immagini moderne, ambientate nel 1991. L'Albania è un paese in rovina, con un caos ovunque indescrivibile, che sogna l'Italia vista alla televisione. La gente cerca di scappare per arrivare in Italia, ma non tutti i viaggiatori sono diretti all'estero. Infatti, ve ne sono anche alcuni, pochi, che sono diretti in Albania.

L'affarista "Fiore" e il giovane assistente Luigi arrivano con il loro moderno fuoristrada pick-up. Fiore è ideatore di una sostanziale truffa, ovvero simulare un'iniziativa economica (comprare una fatiscente fabbrica di scarpe) sfruttando le leggi italiane sull'imprenditoria all'estero, allo scopo di intascare ingenti contributi statali. Fiore è il capo della delegazione, e nel vedere la catastrofe umanitaria in cui versa il paese critica aspramente la politica che lo ha ridotto così, mentre il funzionario albanese che li accompagna cerca di giustificare lo stato miserevole in cui la sua terra versa. Lungo le strade si vedono anche alcuni dei bunker comprati dalla Cina dall'ex-dittatore Enver Hoxha.

Alla fine del viaggio d'andata, i due sono presentati ad una donna che dovrebbe fare da prestanome per la proprietà della fabbrica. Ma Fiore scopre che questa donna, che specificatamente era stata richiesta come "priva di parenti", è in realtà vicina al funzionario (che si giustifica, dicendo che è solo una "cugina di terzo grado"). Allora Fiore perde la pazienza e chiede di avere un albanese senza parenti che possano in qualche modo beneficiare della sua nomina. E non fidandosi chiede di visitare un ospizio. Qui, in condizioni di disagio terribile, vivono molti anziani e disabili, fra i quali Fiore e Luigi ne trovano uno adatto al ruolo di prestanome della società. Così lo tirano fuori dall'ospizio e lo portano con loro.

Le vicende si complicano quando l'anziano "presidente" fugge dalla struttura delle Suore di Madre Teresa dove era stato portato, costringendo Luigi ad inseguirlo. Il vecchio, giunto in una cittadina col treno, viene aggredito dai ragazzini di strada, che gli rubano anche le scarpe e quasi lo soffocano. Alla fine Luigi lo ritrova in un ospedale, dove è ricoverato, e, nonostante sia a malapena in grado di camminare, lo porta via. Ma è sorto un terribile dubbio: la dottoressa ha detto che il vecchio non è albanese, ma italiano, perché parlava in italiano e aveva detto di chiamarsi Talarico Michele. Luigi ribadisce che lui ha un passaporto albanese, ma la dottoressa racconta all'ignaro Luigi che dopo la seconda guerra mondiale gli italiani rimasti in Albania vennero perseguitati e fucilati, così molti cambiarono identità. Anche il vecchio taciturno è dunque uno degli italiani dispersi nel dopoguerra? Luigi lo affronta chiaramente: ma tu chi cazzo sei? gli urla spazientito.

Viene fuori un poco per volta quello che l'uomo ha nascosto per decenni: si chiama Michele, ed è un siciliano, che fu mandato decenni prima a combattere in Albania, partendo lo stesso giorno in cui nacque suo figlio. Michele è convinto che il suo bambino adesso abbia 4 anni, che esista ancora una famiglia che lo aspetta a casa, e che lui stesso abbia ancora vent'anni. Pensa addirittura di essere in Abruzzo. Luigi lo tratta malamente, seccato dai suoi vaneggiamenti.

Il recupero è appena riuscito, quando le vicende si complicano ulteriormente: mentre l'azienda calzaturiera viene scoperta dalle autorità antifrode albanesi (ad insaputa di Luigi, che come accadeva all'epoca non aveva supporti di telefonia mobile), Luigi si ferma per cercare cibo e un bagno, dice ad un poliziotto di tenere lontano i ragazzini che sciamano ovunque, ma quando torna trova il suo veicolo senza più le ruote. A quel punto l'italiano è bloccato, e comincia ad inveire verso la folla, muta, che sta ora a distanza... albanesi del cazzo! urla fuori di sé.

Il vecchio, nel frattempo, sale su di un malandato e sovraffollato autobus, Luigi lo vede e cerca di raggiungerlo, salendo anch'egli sul mezzo. Cerca di farsi largo tra gli albanesi in piedi, ma i suoi modi arrabbiati quasi lo fanno pestare dai presenti, così scende di tono e si posiziona vicino al vecchio. L'autobus viene fermato su di un ponte da un posto di blocco della polizia. Luigi si fa largo con il vecchio, facendosi riconoscere come italiano. Poi salgono su di un camion diretto a Tirana. Lì Luigi viene bersagliato dalle domande dei ragazzi che si stanno dirigendo a loro volta nella capitale per imbarcarsi e scappare in Italia. Uno di loro si sente progressivamente male e muore nell'indifferenza degli altri, troppo eccitati al pensiero di andare in Italia a crearsi una nuova vita.

Alla fine i due arrivano nella capitale e lì, in un locale telefonico, Luigi scopre che la truffa è stata scoperta: il vecchio non è più presidente e lui stesso non ha più un lavoro. Luigi, progressivamente più colpito dall'altruismo e dall'ingenuità di Michele, inizia ad assecondarlo. Cerca di sistemarlo in un ristorante, dando soldi all'esercente, poi torna in albergo, ma trova la polizia ad aspettarlo: senza saperne il motivo, viene rinchiuso in una buia e sudicia cella con altri uomini.

Interrogato, gli viene spiegato che l'arresto è avvenuto a seguito della scoperta della truffa, ma anche che la polizia è in realtà interessata a mandare in prigione il funzionario corrotto. Gli viene suggerito di lasciare l'Albania, ma non gli è restituito il passaporto, perché ufficialmente Luigi dovrebbe restare nel Paese fino al processo.

Così Luigi arriva ad una soluzione estrema: prende una nave strapiena all'inverosimile assieme agli emigranti, e lì trova anche Michele, che è convinto di far rotta verso l'America. Luigi rinuncia ad ogni ragionamento: restà lì, disperato e forse speranzoso al tempo stesso, tra centinaia di albanesi che viaggiano alla volta della terra promessa, l'Italia. Sui volti della gente - i bambini, i giovani, le donne - e con uno sguardo all'orizzonte si chiude il film.

Commento[modifica | modifica wikitesto]

Questo film è un lavoro di estremo impegno nel narrare realtà assolutamente scomode e poco indagate, seppure note nel loro effetto finale (l'arrivo di migranti), con un set realizzato essenzialmente in esterno, dando in visione l'intera Albania. Le ambizioni paiono chiaramente una rivisitazione del cinema neorealista, con la partecipazione di migliaia di persone non professioniste, anche tra alcuni dei protagonisti. I volti sono molto studiati e messi in evidenza.

La figura centrale è quella di Luigi, che subisce una mutazione profonda a mano a mano che la sua esperienza albanese si approfondisce. Dapprima è una persona superficiale, protesa solo a fare "l'affare" e tornare a casa, ma poi si ritrova in una crisi assolutamente profonda e totalizzante. Man mano che la storia procede egli si ritrova spogliato di tutto, pezzo per pezzo. Il suo fuoristrada viene saccheggiato, lui perde il lavoro, e poi viene anche imprigionato e privato del passaporto. Alla fine egli percorre a ritroso la strada dell'evoluzione sociale, quella che gli italiani hanno avuto rispetto agli albanesi. Non a caso, il film si chiama Lamerica, riferito a come gli albanesi vedono l'Italia, nella loro povertà e ingenuità (Gli albanesi sono come bambini: tu gli dici che il mare è fatto di vino, e loro se lo bevono dice Fiore, il vero cinico della situazione).

Quando Luigi parte per l'Albania è solo un affarista di pochi scrupoli e meno attenzione. Torna dopo avere perso tutto, assieme agli albanesi che disprezzava, su di una nave della speranza. Forse per ricominciare anche lui da zero, nella terra promessa dei poveracci.

Su tutto domina anche una importantissima componente: la televisione commerciale, che gli albanesi vedono praticamente ovunque, ora che la dittatura è caduta e così la proibizione di guardare programmi italiani. Ma la tv è davvero lo specchio deformato della realtà italiana: i quiz di OK il prezzo è giusto fanno sognare con le loro offerte di benessere, le ragazzine di Non è la Rai fanno sperare con la loro fama. Gli albanesi sembrano vettorati in massa verso l'Italia soprattutto per via dell'effetto del piccolo schermo, che promette ai loro occhi una terra di Bengodi.

Lo stesso Fiore, che nonostante la professione di truffatore (un po' come Sergio Castellitto in L'uomo delle stelle) critica gli albanesi con concetti concreti: Con queste terre che avete perché non ci fate niente? oppure Ma che vi credete, che in Italia e Germania vi aspettano a braccia aperte? Anche Luigi dice ai ragazzi del camion con cui viaggia, che sono illusi, se vanno in Italia possono giusto fare i lavapiatti, ma gli viene risposto: Meglio il lavapiatti in Italia che la fame in Albania.

La scena finale è un qualcosa di unico: Luigi e il suo "presidente" sono entrambi sulla nave, assieme a centinaia di altre persone. Tutti sono speranzosi nel loro viaggio della speranza, anche se per molti è o sarà un'illusione. Michele crede addirittura di avere ancora un bambino di 3 anni che lo aspetta a casa, crede di essere ancora giovane, e pensa che si stiano tutti dirigendo in America piuttosto che in Italia. La sua mente ha rimosso 50 anni di vita tormentata in Albania.

Curiosità[modifica | modifica wikitesto]

  • Questo film segna l'esordio cinematografico di Carmelo Di Mazzarelli; venne infatti scoperto da Gianni Amelio per le vie di Marina di Ragusa, e immediatamente gli propose di interpretare il ruolo di Spiro nel film.
  • La maggior parte delle comparse è rappresentata da immigrati albanesi; il regista, nel far recitare nel ruolo di attori non-protagonisti questi uomini, intende mostrare le aspettative degli stranieri in cerca di "El Dorado": "L'Albania è la vera protagonista di questo lungometraggio".

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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