Lalla Fadhma n'Soumer

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L'unica fotografia conosciuta di Lalla Fadhma n'Soumer[1].

Lalla Fadhma (o Fatma) N'Soumer (Werja, 1830Béni Slimane, settembre 1863) fu una donna che incarnò il movimento di resistenza alla Francia nei primi anni della conquista coloniale dell'Algeria. Lalla è un epiteto di rispetto, riservato a donne di alto lignaggio o venerate come sante[2]; Fadhma è la pronuncia berbera del nome arabo Fatima[3]

Per il grande impatto emotivo legato alla sua figura e alle sue gesta, c'è chi l'ha chiamata la Giovanna d'Arco del Djurdjura[4].

Biografia[modifica | modifica wikitesto]

Sulla vita di Fadhma N Soumer si dispone di informazioni sufficienti per tratteggiarla nelle sue grandi linee, anche se moltissimi dettagli vengono tramandati in modo differente e difficilmente potranno essere chiariti con precisione[5]. Quello che è certo è che nacque nel villaggio cabilo di Werja[6], da una famiglia marabuttica, intorno al 1830, e che ebbe diversi fratelli e sorelle (4 o 5 secondo le fonti[7], ma forse anche più). Sicuramente aveva almeno 4 fratelli maschi: Si Tahar, Si Mohand, Si Chérif, Si El-Hadi[8]. Il padre, Sidi Ahmed Mohamed, dirigeva la scuola coranica (in berbero timâammert[9]) dell'avo Sidi Ahmed u Mezyan nel villaggio vicino di Summer[10]. Le tradizioni raccolte sono concordi nell'affermare che fin da piccola Fadhma mostrò un carattere deciso e tutt'altro che rinunciatario, e una prova sarebbe il fatto che essa avrebbe insistito per frequentare le lezioni di Corano nella scuola del padre, cosa questa del tutto insolita per le bambine[11].

Il matrimonio e la rinuncia[modifica | modifica wikitesto]

In giovanissima età, Fadhma venne data in sposa dai familiari, com'era consuetudine, ad un cugino materno, Yahia N At Iboukhoulef[12], ma lei, confermando la sua propensione per una vita decisamente controcorrente rispetto agli usi dell'epoca, non volle sottomettersi al matrimonio forzato, e abbandonò ben presto il marito ("a un'età tra i 16 e i 18 anni"[13]), ritornando ai suoi studi religiosi. Per una donna cabila del XIX secolo era impensabile rifiutare il ruolo di moglie e madre ed aspirare invece ad un ruolo tipicamente maschile come quello di dotto religioso[14].

Da allora, considerata una tabudalit (donna posseduta dallo Spirito[15]), si diede ad una vita di ascesi e rinunce, immersa nello studio e nella pratica della religione, sempre presso la timâammert di Summer, a capo della quale, dopo la morte del padre, stava il fratello maggiore Si Tahar, anch'egli dotato di grande carisma. Come il padre e i fratelli, Lalla Fadhma era un'adepta della confraternita mistica della Rahmaniyya[16].

Ben presto si diffuse la fama che Lalla Fadhma avesse delle visioni che la mettevano in comunicazione con i santi, e che fosse in grado di predire il futuro. La sua reputazione si diffuse a tal punto che da tutta la Cabilia accorrevano fedeli per consultarla portandole offerte. Essa riceveva i pellegrini in un locale della casa di Summer che esiste tuttora.

A detta di tutti la giovane eremita non era solo pia e saggia, ma anche di grande bellezza[17], ed aveva grande cura della propria persona e del proprio abbigliamento, ed era solita adornarsi di ricchi gioielli[18]. Tutto ciò destava grande impressione in chiunque la incontrasse.

Una stampa che ritrae Fadhma N'Soumer in combattimento (l'immagine è di fantasia, perché non sembra che Lalla Fadhma facesse di persona uso di armi)

La resistenza all'invasione francese: Bou Baghla[modifica | modifica wikitesto]

Col passare degli anni, la presenza francese in Algeria (iniziata nel 1830 con lo sbarco presso Algeri) stringeva sempre più d'assedio la Cabilia, la sola regione ancora totalmente indipendente. E con l'accrescersi della pressione francese, si fece sempre più forte la volontà di resistere, e di prepararsi a difendere la propria terra anche a costo di una guerra sanguinosa. A detta del maresciallo Randon, la famiglia di Lalla Fadhma, in precedenza indifferente alle contese tra il partito filo-francese e quello antifrancese, sarebbe passata decisamente nel campo dei resistenti "a partire dalla spedizione del maresciallo Bugeaud nell'Oued Sahel nel 1847"[19].

Un evento decisivo per la vita stessa di Lalla Fadma fu l'arrivo in Cabilia, verso il 1849, di un misterioso personaggio, che si faceva chiamare Mohamed ben Abdallah (il nome del Profeta![20]), ma che è noto per l'epiteto di Bou Baghla[21] con cui veniva solitamente chiamato[22]. Si trattava, probabilmente di un ex luogotenente dell'emiro Abdelkader (sconfitto definitivamente dai francesi nel 1847), che non volendosi arrendere, si era ritirato nella sola regione ancora non sottomessa, la Cabilia, da cui cominciò una vera e propria guerra (spesso condotta con azioni di guerriglia) contro i francesi e i loro alleati. Bou Baghla era un combattente valoroso, era molto eloquente in arabo, era profondamente religioso e la leggenda gli attribuisce anche doti di taumaturgo.

Lalla Fadhma fu ben presto attratta dalla forte personalità di Bou Baghla, che compiva spesso visite a Summer per consultare i capi di quella comunità religiosa[23]. E a sua volta il condottiero indomito rimase ammirato da questa donna tanto decisa e tanto determinata a contribuire, per quanto possibile, alla causa della guerra antifrancese. Con i suoi discorsi infiammati essa convinceva sempre più uomini a partire imsebblen, volontari pronti al supremo sacrificio[24], ed ella stessa, insieme ad altre donne, partecipava ai combattimenti, non tanto combattendo con le armi ma procurando vitto, medicamenti, esortazioni e conforto alle forze combattenti[25].

La tradizione vuole che tra i due nascesse un forte sentimento, premessa ad un possibile matrimonio che questa volta Fadhma avrebbe accettato di buon grado, in quanto unione tra pari, e non imposizione tesa a trasformarla in custode del focolare domestico. In effetti, proprio in quegli anni Bou Baghla divorziò dalla prima moglie (Fatima Bent Sidi Aissa)[26] e rimandò dal suo precedente padrone la schiava che aveva preso come concubina (Halima Bent Messaoud)[27][28]. Ma da parte sua Lalla Fadhma non era libera. Anche se con lo statuto di tamnafeqt ("donna che ha lasciato il marito per tornare alla famiglia di origine", una istituzione tipicamente cabila[29]), esisteva ancora un vincolo matrimoniale che solo la volontà del marito avrebbe potuto recidere. Ed il marito, per quanto sollecitato, si dice, anche con ricche offerte, non volle cedere[30]. L'amore tra i due rimase quindi allo stato platonico, anche se non mancarono pubbliche espressioni di questo sentimento. Si ricorda, ad esempio, l'espressione di pubblica ammirazione ("la tua barba non diventerà mai fieno") da lei usata quando nel corso di una battaglia[31] lui rimase ferito ad un braccio[32].

È comunque certo che Fadhma fu spesso presente di persona a molti dei combattimenti cui prese parte Bou Baghla, in particolare la vittoriosa battaglia di Tachekkirt (18-19 luglio 1854), in cui lo stesso generale Randon avrebbe rischiato di cadere prigioniero riuscendo poi a fuggire per miracolo[33].

Il 26 dicembre 1854 Bou Baghla venne ucciso, si dice per il tradimento di alcuni suoi alleati[34], e la resistenza antifrancese si trovò privata di un leader carismatico in grado di guidarla con efficacia. Per questo, nei primi mesi del 1855, in un santuario arroccato sul picco di Azru Nethor (a 1880 m di altitudine), non lontano dal villaggio natale di Fadhma, si tenne una grande assemblea di combattenti e notabili delle diverse tribù della Cabilia, per decidere il da farsi. La decisione che ne uscì fu quella di affidare il comando delle azioni armate a Lalla Fadhma, assistita dai suoi fratelli[35].

L'ultimo combattimento e la resa[modifica | modifica wikitesto]

Una piantina del Fort Napoléon (da Carrey 1858).

Stanco delle continue azioni armate della resistenza cabila, il generale Randon, da poco nominato Maresciallo di Francia[36], decise di intraprendere, nella tarda primavera del 1857, quella che i francesi chiamavano "la pacificazione della Cabilia". Per prendere d'assalto la regione indomita, radunò un esercito di circa 45000 uomini (35000 soldati francesi più alcune migliaia di truppe indigene), divisi in varie colonne per portare un attacco in massa e contemporaneo da tutti i lati[37]. L'offensiva partì il 17 maggio[38].

La sconfitta contro un esercito così numeroso e con un armamento enormemente più efficiente fu inevitabile per i Cabili, i cui villaggi e le cui tribù caddero una dopo l'altra nel giro di pochi mesi. La prima grande tribù sconfitta fu quella degli At Yiraten, sul cui territorio già il 14 giugno i francesi cominciavano a costruire un forte (Fort Napoléon, in onore di Napoleone III), avamposto da cui controllare tutta la regione[39].

Una forte linea di difesa riuscì a respingere, ma solo provvisoriamente, gli attaccanti a Icherriden infliggendo loro gravi perdite (24 giugno: 44 morti, tra cui 2 ufficiali, e 327 feriti, tra cui 22 ufficiali[40]), grazie ad un improvviso attacco a partire da trincee mimetizzate nel terreno. La tradizione vuole che anche Lalla Fadhma fosse presente alla battaglia, ed avesse ordinato ai combattenti di legarsi tra loro con funi perché nessuno fosse tentato di fuggire[41]. In pochi giorni, però, usando anche l'artiglieria, anche queste difese vennero superate e il 28 giugno vi fu la capitolazione di quasi tutte le maggiori tribù (At Yenni, At Wasif, At Boudrar, At Mangellat, ecc.).

Il Colle di Tirourda sotto la neve (1901)

Lalla Fadhma rimase tra gli ultimi a resistere, arroccandosi in un villaggio nascosto tra le cime più impervie del Djurdjura, a Takhlijt n At Aadsou, nei pressi del colle di Tirourda.

L'11 luglio quest'ultima ridotta della resistenza cabila venne presa d'assalto e conquistata. Le cronache sullo svolgersi degli eventi sono confuse. Si parla di corruzione e di tradimenti, il che è altamente probabile (muoversi senza guide in quelle regioni impervie sarebbe stato estremamente problematico). I resoconti di parte francese accusano lo stesso fratello di Lalla Fadhma, Sidi Tayeb[42] di avere venduto la sua tribù patteggiando in cambio il rispetto del villaggio dove era asserragliata la sorella con le truppe più fedeli[43]. Nelle sue memorie il maresciallo Randon accenna al fatto in modo vago, dicendo che il giorno prima dell'attacco il fratello "era venuto a inscenare una sottomissione"[44]

Più probabilmente egli non fece che negoziare una resa, dopo la sconfitta militare[45]. Comunque sia, se anche accordi vi furono, i francesi non li rispettarono, ed invasero il villaggio, scacciarono con la forza gli uomini e costrinsero Lalla Fadhma ad uscire dalla casa in cui si era rinchiusa insieme alle donne e ai bambini della tribù[46].

Così le cronache del tempo descrissero l'evento:

« La casa che contiene la folla dei cabili è sempre chiusa. Dalle alte finestre a feritoia escono gemiti confusi di donne e bambini.
L'ufficiale piazza davanti alla casa quattro zuavi con l'ordine di far fuoco in caso di resistenza, e incarica due uomini di cercare un ariete improvvisato per sfondare la porta.
In tre colpi i due battenti cadono all'interno.
Subito una donna cabila, piccola, piuttosto massiccia[47], ma ancora bella, appare sulla soglia della casa. Il suo sguardo dardeggia. Il suo viso è tatuato alla maniera berbera. È vestita di fini burnus e ricoperta di gioielli.
Con un gesto imperioso, scosta le baionette degli zuavi, si fa avanti altera, quasi minacciosa: poi, d'un tratto, scorgendo Sidi-Taïeb, fa un passo verso di lui e si getta tra le sue braccia.
È Lalla-Fathma. »
(Carrey 1858, p. 279-280)
Una foto in cui compare Si Tahar ben Mahieddin
(il primo da sinistra).

Lalla Fadhma n'Soumer venne così fatta prigioniera insieme a circa duecento donne e bambini[48], che vennero poi inviati con lei in un campo di detenzione presso la Zaouia di Beni Slimane a Tablat, sotto il controllo di Si Tahar ben Mahieddin[49], un bachagha (autorità locale) fedele ai francesi[50]. Oltre a ciò, i francesi pretesero pesanti tributi in argento, in bestiame e in oggetti di valore, tra cui un gran numero di manoscritti della zawiya di Summer[51].

Secondo le indicazioni di Robin (1901: 361), oltre a Fadhma, vennero inviati a Beni Slimane anche i suoi quattro fratelli "e gli altri membri della sua famiglia, che formavano in tutto una trentina di persone". E anche laggiù essa continuò ad essere oggetto di incessanti e nutriti pellegrinaggi da parte di Cabili a lei devoti: "si contarono fino a 300 pellegrini in una sola giornata" (ivi).

Una poesia composta pochi anni dopo recita:

Una pagina di A. Hanoteau (1867), con un brano sulla cattura di Lalla Fadhma n'Soumer
(BER)
« Amalah, ya Faṭma n Summer
    lal emm amzur d elḥenni
ism-is inuda leârac
    yewwi-tt tɣab wer telli
aha-tt di Beni Sliman
    sil a izri d elḥamali »
(IT)
« Ahimè, o Fadhma n'Soumer!
    La Signora dalla chioma tinta d'henné
Il suo nome si spande per tutte le tribù
    L'hanno portata via, è scomparsa, non c'è più
Eccola a Beni Sliman
    Colate, o lacrime, a torrenti »
(Da A. Hanoteau, Poésies populaires de la Kabylie du Jurjura, Parigi 1867, p. 132 [trad. di Vermondo Brugnatelli])

Lalla Fadhma n'Soumer morì nel settembre 1863, all'età di soli 33 anni, a causa di una "infiammazione al basso ventre che ha determinato gonfiore e paralisi delle gambe": una malattia contratta nel campo di internamento, in cui le condizioni di vita dovevano essere molto rigide. Non si conosce, infatti, nessuno che ne sia tornato vivo. Il fratello maggiore, Si Tahar, era morto già nel 1861[52].

Il Maresciallo Jacques Louis Randon (1795-1871)

Lalla Fadhma e il maresciallo Randon[modifica | modifica wikitesto]

Una versione orale piuttosto diffusa al giorno d'oggi vuole che anche l'altro protagonista di queste campagne belliche, il maresciallo Randon, fosse soggiogato dalla bellezza e dal coraggio di Lalla Fadhma, e le avesse proposto di sposarlo[53]. Nessuna delle fonti coeve accenna al fatto, che deve quindi ritenersi quasi certamente infondato, anche se probabilmente rispecchia la considerazione di cui il maresciallo doveva godere preso i Cabili[54].

Tutto quello che si sa da fonti dell'epoca riguardo ai rapporti tra i due consiste nel dialogo che si ebbe quando, poco dopo la sua cattura, Lalla Fadhma venne portata al cospetto del comandante francese. Il colloquio (mediato da interpreti) sembra sia stato franco e tutto sommato improntato al rispetto reciproco. Alla domanda di Randon sul perché i suoi uomini, avessero sparato contro i francesi nonostante gli accordi presi col fratello, essa avrebbe risposto:

« Allah lo ha voluto: non è né colpa tua né colpa mia. I tuoi soldati sono usciti dai ranghi per penetrare nel mio villaggio. I miei si sono difesi. Sono tua prigioniera. Io non ti rimprovero nulla e tu non hai nulla da rimproverarmi. Era scritto. »
(Da Carrey (1858): 283.)

E le poche frasi successive scambiate tra i due sarebbero state ispirate alla massima formalità, con la donna che avrebbe risposto "senza imbarazzo" ad ogni domanda.

Nelle sue memorie (scritte in terza persona) Randon non accenna nemmeno all'incontro: "Catturata l'11 luglio, giunse nella notte al campo di Tamesguida con un numero piuttosto grande di servitori di ambo i sessi. L'indomani il maresciallo la fece partire per i Beni Iliman, affidandola alle cure di Si Tahar ben Mahieddin, la cui zawiya le venne assegnata come residenza."[55]

Lalla Fadhma al giorno d'oggi[modifica | modifica wikitesto]

A un secolo e mezzo di distanza dalle sue imprese, la fama di Lalla Fadhma è tuttora molto viva e diffusa in tutta l'Algeria, e in particolare nella sua regione natale, la Cabilia. A dimostrazione di ciò, diversi artisti e gruppi musicali hanno composto canzoni a lei dedicate (particolarmente riuscito il brano a lei dedicato dal gruppo Tagrawla). A ricordo di questa donna che si batteva alla pari degli uomini, un'associazione femminista algerina si è data il nome Le figlie di Lalla Fatma N Soummer.[56]

Lalla Fadhma, con la sua immagine di donna che non si arrende, non lascia indifferenti ancor oggi. Lo si deduce dal fatto che quando, nel 1995, venne deciso di trasferire le sue spoglie al cimitero degli eroi di El Alia (Algeri)[57], la data della cerimonia venne taciuta e l'evento annunciato solo a cose fatte. La cosa è stata letta come una dimostrazione dell'imbarazzo delle autorità algerine, responsabili dell'introduzione di un Codice della Famiglia estremamente misogino, le quali avrebbero preferito evitare così di affrontare "spiacevoli" manifestazioni da parte di quelle associazioni femminili che in nome dell'eroina di Summer si battono per i diritti delle donne[58].

La marina mercantile algerina ha intitolato a Lalla Fadhma n'Soumer una metaniera adibita al trasporto di gas naturale liquefatto dalla capacità di 145 000 m3, battezzata il 5 ottobre 2004 nel porto di Osaka. Alla cerimonia di inaugurazione, avvenuta nel porto di Arzew il 27 novembre dello stesso anno, alcune lavoratrici della compagnia proprietaria (Hyproc), indossavano abiti tradizionali, in memoria dell'eroina della Cabilia[59].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Foto riprodotta in varie pubblicazioni e siti, tra cui Bitam 2000: 128. Sotto l'immagine si intravvede una didascalia coeva "La belle Fathma qui vient de mourir". A p. 40 Bitam afferma che la fotografia proviene dagli archivi dell'Esercito francese e che sarebbe stata scattata nel campo di Beni Slimane un anno prima della morte dell'eroina.
  2. ^ Dallet (1982): 441-442, s.v. lalla.
  3. ^ Dallet (1982): 1028 ("Liste de prénoms kabyles masculins et féminins").
  4. ^ Questo epiteto è oggi molto diffuso (Si veda ad esempio l'articolo di Mohand Ferratus "La Jeanne d’Arc du Djurdjura !", Tasafut 48 (agosto 2006): 10) anche se non è chiaro chi sia stato il primo ad usarlo. Molti l'attribuiscono all'orientalista francese Louis Massignon che, pur non usando letteralmente quest'espressione, in una sua celebre preghiera a Santa Giovanna d'Arco, risalente al 17 agosto 1956, in piena guerra d'Algeria, così si esprimeva: "La tua sorella cabila, Lalla Faţma di Soumeur, aveva presentito questa prova cento anni or sono, quando, rivestita del suo rosso mantello, aveva indotto le [sic] centocinquantasette musabbilūn di Tichkirt a incatenarsi, volontarie della morte, all'ingresso dei loro villaggi che erano stati invasi" (Massignon 1995, p. 153). Sembra improbabile la versione, peraltro alquanto diffusa, secondo la quale sarebbe stato il maresciallo Randon stesso ad esclamare, dopo averla catturata: «voilà donc la Jeanne d'Arc du Djurdjura» (Ferratus 2006, cit.), dal momento che le narrazioni dell'incontro in fonti contemporanee tacciono su questo episodio (ad esempio Carrey 1858: 282-283). All'epoca era molto diffusa, presso i francesi, la denominazione "druidesse" o "prophetesse" (Carrey 1858: 268 e passim). Bertherand (1862): 287 la chiama "la Velléda kabyle" (Velleda fu una druidessa che guidò la rivolta dei Batavi contro Vespasiano).
  5. ^ Sui problemi della ricostruzione della biografia di Lalla Fadhma, si veda tra gli altri il "preambolo" di Bitam (2000): 9-18
  6. ^ Spesso trascritto, alla francese, Ourdja, nella regione di Michelet, oggi Ain El-Hammam. Cf., tra gli altri, Bitam (2000): 9 e Benbrahim (1999).
  7. ^ Quattro secondo Feredj (1979), cinque secondo Bitam (2000), che fa rilevare la discrepanza in una nota a p. 28.
  8. ^ Elencati in quest'ordine da Robin (1901: 361). Molte fonti sono concordi nell'indicare Tahar come il primogenito, per cui è possibile che questo sia anche l'ordine rispettivo di anzianità. In diverse fonti sembra esserci una certa confusione di nomi tra Si Tahar e Si Tayeb: Robin (1901) parla in più occasioni di Si Tahar ou Taïeb, p. es. p. 350 e 361, ma in qualche caso anche di Si Mohand Taïeb, p. es. ivi, p. 360: sembra di capire che Tayeb fosse propriamente un nome del padre o di un antenato). Sembra inoltre che vi fossero anche delle sorelle, ma senza fonti sicure di riferimento (Oussedik 1983 ne cita due, ma si tratta di una versione "romanzata" della storia, in cui non è ben chiaro quanto provenga da fonti storiche e quanto dalla fantasia dell'autore).
  9. ^ Dallet (1982): 991, s.v. timεemmeṛt
  10. ^ Feredj 1979 conferma le notizie relative allo cheikh, sulla base anche della Rihla di al-Warthilani (XVIII secolo).
  11. ^ Sul senso di rottura di questa scelta controcorrente, cf. in particolare Bitam (2000): 29-32.
  12. ^ Le prime notizie su questo matrimonio vengono dal colonnello N. Robin, "Histoire du chérif Bou Bar'la", Revue africaine, XXVIII (1884), pp. 177 ss., notizie riprese poi da tutti i biografi successivi (Feredj 1979, Oussedik 1983, Bitam 2000, ecc. Il nome dello sposo è riportato da Robin come Yahia Bou Ikoulaf, mentre Oussedik (p. 10) e Bitam (p. 32) lo chiamano Yahia n'Ath Ikhoulaf, del villaggio di Asker. Il nome della famiglia, esistente tuttora, è Iboukhoulef).
  13. ^ Robin, op. cit, p. 177.
  14. ^ Cf. tra l'altro Bitam (2000): 32-36.
  15. ^ Dallet (1982): 10 s.v. abudaliw traduce "idiota, debole di spirito, malato mentale". Propriamente il termine si usa infatti per coloro che sono "cavalcati dal vento" (irkeb-it waḍu), il che "si riferisce sia alla demenza sia alla santità" (Aït Ferroukh 2001: 81). Il termine è sinonimo di aderwic, nella sua duplice connotazione di "demente" e di "persona scelta per divenire santa" (Dallet 1969: 19-20).
  16. ^ Sull'appartenenza alla Rahmaniyya dei marabutti di Summer, e in particolare di Lalla Fadhma, sono concordi tutte le fonti.
  17. ^ Sulla bellezza di Lalla Fadhma sono concordi quasi tutte le fonti. Quelle di parte francese dell'epoca amavano ironizzare su ciò, alludendo in maniera più o meno velata ad una sua libertà di costumi giustificata con il pretesto di un comportamento al di fuori dagli schemi tipico dei mistici. Si veda ad esempio Hanoteau (1867): "La sua pulizia quasi ricercata e il lusso delle sue toilettes, in contrasto con la sporcizia sordida delle donne cabile, si imponevano agli uomini, che erano definitivamente sedotti dal suo bel viso e dal suo modo di fare brioso e familiare. Essa riceveva in una stanza separata ed oscura, e ammetteva solo una persona alla volta. A detta dei Cabili, i giovanotti dotati di un fisico piacente ottenevano da lei udienze molto più prolungate dei visitatori meno favoriti dalla natura".
  18. ^ Così la descrive lo stesso Carrey (1858): 279-280 al momento della cattura: "una donna cabila, piccola, un po' massiccia ma ancora bella, (...) Il suo sguardo è dardeggiante. Il volto è tatuato alla maniera berbera. È vestita di fini burnus e coperta di gioielli".
  19. ^ Randon (1875), vol. I, p. 352.
  20. ^ Come rileva Perret (vol. II, pp.29 ss.), il nome di Mohamed ben Abdallah fu assunto da diversi capi della resistenza antifrancese di quel tempo "per mettersi in accordo con le profezie arabe" (che prevedono il ritorno vitorioso del Profeta alla fine dei tempi). Tra essi Bou-Aoud "l'uomo a cavallo" tra il 1845 e il 1847, un altro Mohamed ben Abdallah dagli effimeri successi qualche anno dopo, e infine Bou Baghla.
  21. ^ Letteralmente "l'uomo sulla mula". Sull'origine dell'epiteto le opinioni sono discordi, ma sicuramente vi è l'intenzione di riecheggiare il nome del predecessore Bou Aoud "l'uomo a cavallo".
  22. ^ Su Bou Baghla esiste una ricca bibliografia. Si può ricordare in particolare Robin (1884) e Hanoteau (1867): 445-450 ("Note sur Bou Ber'la").
  23. ^ Bitam (2000): 73, citando Perret e Robin, afferma che egli "vi compiva frequenti visite".
  24. ^ Sulla figura dell'imsebbel ("volontario. Combattente che fa in anticipo il sacrificio della vita": Dallet 1982: 755 s.v.), cha appare nei momenti cruciali quando la società cabila si scontra con potenze esterne (mai nelle lotte "interne" tra tribù), non necessariamente di altra religione (gli imsebblen sono segnalati già intorno al 1745 nelle lotte contro il bey turco Mohammed el-Debbah: Hanoteau-Letourneux (2003) II: 56), si veda Robin (1907) e, più di recente, la trattazione che ne fa Adli (2004): 133-134.
  25. ^ Si veda in proposito Bitam (2000): 75-76. Al di là del suo statuto di donna, si deve anche tenere presente che la dignità dei marabutti impedisce loro, di solito, di portare ed usare le armi. Tant'è che essi erano dispensati dal combattere in tempo di guerra (Hanoteau-Letourneux 2003, vol. II: 53).
  26. ^ Probabilmente figlia o nipote del marabutto omonimo, secondo Bitam (2000): 82.
  27. ^ Una mulatta che era appartenuta a Si Cherif Ou Méziane (Robin 1884: 175, cit. da Bitam 2000: 82).
  28. ^ Perret (1886-87) vol. II, p. 35, parla anche di una seconda moglie legittima di Bou Baghla, Yamina bent Hammou degli Ait Abbès.
  29. ^ Su questa figura giuridica esistono numerose trattazioni, si veda in particolare: Hanoteau-Letourneux (2003) vol. II, pp. 131-133 "De la femme insurgée (Thamenafek't)"; Yacine (1988): 58-59 ("Deux types de contestation : tamnafeqt et imenfi")
  30. ^ "E benché assai povero, rifiutò tutte le offerte di denaro che gli vennero fatte e Lalla Fadhma non poté mai risposarsi" (Robin, Revue Africainen° 165, p. 177, cit. da Bitam (2000): 91).
  31. ^ Benché le fonti non dicano espressamente di quale battaglia si tratti, secondo Bitam (2000): 77 è probabile che si tratti di quella di Tachekkirt.
  32. ^ L'aneddoto è stato narrato per la prima volta da Perret(1886-1887): vol. II, p. 132-133: Chérif, ta barbe ne deviendra jamais du foin e la frase è riferita anche in altre fonti. Bitam (2000): 78, la riproduce in francese in modo leggermente diverso (Chérif, ta barbe n'est pas du foin "la tua barba non è fieno!"), proponendo un possibile corrispettivo in cabilo: tamart-ik mačči d ahicuṛ!. Comunque, la parola per barba (tamart) in berbero significa anche "onore" (soprattutto virile): cf. Dallet (1982): 512 s.v. tamart; si veda anche Miloud Taïfi, "Sémantique et symbolique de la barbe dans la culture populaire marocaine", Awal 29 (2004): 43-50. "Dire di un uomo che la sua barba si è mutata in fieno significa anche che egli ha perduto il suo amor proprio" (Perret, loc. cit.).
  33. ^ Bitam (2000): 95.
  34. ^ La versione ufficiale parla di uno scontro con una pattuglia del caid turco Lakhdar, nel territorio degli Ait Abbès, ma come ricorda Hanoteau (1867): 450 "L'opinione accreditata presso i Cabili è che Bou Baghla fu venduto al caid Lakhdar dagli stessi Aït Mlikech. Dopo averlo strangolato, avrebbero portato il suo cadavere nella pianura, e la scaramuccia del 26 dicembre sarebbe stata simulata per nascondere la loro infamia. Non abbiamo potuto verificare quanto fondamento possa avere questa opinione". Di tradimento parlano anche molte fonti seriori, tra cui Bitam (2000): 102.
  35. ^ Bitam (2000): 100. Le fonti citate sono solo orali, ma l'accordo di tutte al riguardo sembra confermare l'avvenimento, anche se non si conoscono i dettagli operativi e i ruoli precisi di ciascuno.
  36. ^ La nomina avvenne il 16 marzo 1856. Cf., tra gli altri, Bitam (2000): 102.
  37. ^ Dati forniti, tra gli altri, da Carrey (1858): 9 ss. e passim. Per valutare le dimensioni delle forze in campo si consideri che l'intera popolazione cabila dell'epoca veniva valutata intorno alle 250.000 persone (ivi: 8).
  38. ^ Il 17 maggio Randon si trasferì da Algeri al forte di Tizi-Ouzou. L'attacco vero e proprio fu sferrato all'alba del 24 maggio, che coincideva con il 1° di shawwal islamico (1273 h.), giorno della festa della rottura del digiuno, il che contribuì a confermare nei cabili il carattere di empietà dei loro avversari. Cf. in proposito Hanoteau (1867): 123.
  39. ^ Sulla costruzione di Fort-Napoléon e della strada per collegarlo a Tizi-Ouzou, molti dettagli si trovano in Carrey (1858): 95-109 (il volume contiene anche, allegata, una pianta del forte). Sul sito del forte esisteva fino ad allora il piccolo abitato di Icheraiouen, dove era nato il poeta Si Mohand ou-Mhand, all'epoca fanciullo, che dovette trasferirsi con la famiglia in un villaggio vicino. Secondo Hanoteau (1867): 139, le famiglie dei residenti sarebbero state indennizzate con 250.000 franchi.
  40. ^ I dati sulle perdite francesi provengono da Carrey (1858): 128 e coincidono con quelli di Hanoteau (1867): 140. Sulle perdite dei cabili non si hanno notizie precise. Secondo Carrey (loc. cit.) "Il pio fanatismo con cui i Cabili portano via i loro feriti e i loro caduti rende impossibile una valutazione esatta delle loro perdite. Ma 67 cadaveri dei loro, ritrovati sia dietro le loro barricate, sia nei dirupi della montagna il giorno stesso del combattimento e nei giorni successivi, testimoniano le perdite da essi subite". Bitam (2000): 108-109 conferma, sulla base di fonti orali attendibili, che i caduti vennero trasferiti per essere sepolti nelle rispettive tribù. Quelli della confederazione di Lalla Fadhma furono sepolti nella località di Aqchur, dove sarebbero ancora visibili delle tombe. Nel 2006 sarebbero state scoperte numerose sepolture di caduti a Icherriden (addirittura 650 secondo l'articolo di Abdenour Bouhireb "Revoltes de Fadhma n'Soumer et el Mokrani - Des centaines de sépultures découvertes au village d’Icharidhen", Le Soir d'Algérie, dimanche 26 novembre 2006, p.4).
  41. ^ Il ruolo di pungolo dei combattenti da parte di Lalla Fadhma è ancora ricordato da un detto proverbiale, ar deffir d Faḍma ar zdat d tirṣaṣin ("Alle spalle c'è [Lalla] Fadhma, di fronte i proiettili nemici"), riportato da Benbrahim 1999.
  42. ^ Nel resoconto sulla resa degli ultimi combattenti (Journal des débats politiques et littéraires 21/7/1857), Randon parla del fratello "Si-Mohammed-Tayeb". Sui nomi dei fratelli, v. sopra.
  43. ^ Così, ad esempio, Carrey (1858): 270-271, che riporta quelle che sarebbero state le parole del fratello al generale Jusuf presso cui si era arreso: "... per provare la propria sincerità, si offre di condurli per facili sentieri fino alle cime che dominano il territorio della sua tribù, alla sola condizione che vengano risparmiati i villaggi del suo caidato".
  44. ^ “... la célèbre maraboute Lalla Fatma dont le frère etait venu la veille faire un semblant de soumission“: Randon (1875) I vol., p. 352.
  45. ^ In una corrispondenza datata 6 luglio (e pubblicata, tra gli altri, dal Journal des débats politiques et littéraires del 17 luglio 1857), Randon scriveva: "... e di tante tribù irriducibili (insoumises), [...] ne restano solo tre, i beni Touragh, gli Illilten e i Beni Hidjer, scossi, esitanti e già in trattative (en pourparlers)".
  46. ^ La cattura viene descritta da diverse fonti, tra cui Carrey (1858): 279-280. Se le versioni più ufficiali descrivono in termini di rispetto il momento della cattura, una relazione anonima di un combattente, pubblicata sul Journal des débats politiques et littéraires del 27/7/1857, segnala che "tutti i soldati gridavano: Largo alla regina di Parma! e facevano sul suo conto mille motteggi buoni e cattivi."
  47. ^ Diverse descrizioni dell'eroina accennano ad una sua certa pinguedine (embonpoint), compensata però dalla bellezza del viso. La descrizione apparsa sul Journal des débats politiques et littéraires del 27/7/1857, p. 2 amplifica questo tratto: "la Fatma è una specie di idolo cinese, dal capo abbastanza bello ma tatuata su tutto il corpo e di una pinguedine così prodigiosa che quattro uomini faticavano ad aiutarla a camminare". Probabilmente è sulla base di descrizioni come questa che Mulleneux Walmsley (1858): 366 la definisce "statuaria come una regina (ma vecchia e brutta)" (stately as a queen (though an old and an ugly one)), giudicandola anche anziana nonostante avesse all'epoca meno di trent'anni.
  48. ^ Un resoconto ufficiale parla di "duecento donne prigioniere e bambini in numero proporzionale" (Journal des débats politiques et littéraires 22/7/1857). Secondo questo stesso resoconto "queste donne furono rilasciate l'indomani e rimandate alle loro case con delle buone parole".
  49. ^ Hanoteau (1867): 127.
  50. ^ Per i suoi servigi alla Francia (a partire dal 1841), "Si Tahar-ben-Mahy-Eddine, bach-agha des Beni-Slimane" venne nominato nella Legion d'onore, come cavaliere dal 1848, e come ufficiale dal 1859 (nomina per decreto imperiale in data 23 aprile 1859: cf. Bulletin Officiel de l'Algérie et des colonies contenant les actes officiels relatifs à l'Algérie et aux colonies publiés pendant l'année 1859. Tome deuxième N 14-55, p. 134).
  51. ^ Le richieste francesi, secondo Robin (1901): 361 furono: 100.000 franchi in argento e gioielli, 82 buoi, 10 muli, 270 ovini, 50 fucili e "160 libri arabi di grande valore".
  52. ^ Tutte queste informazioni sulla fine di Lalla Fadhma e del fratello provengono da Robin (1901): 361.
  53. ^ La versione viene riportata, tra l'altro, da Bitam (2000): 97, che cita Si El Khawas, imam della moschea di Larbaa n At Yiraten nel 1989, fonte per molti versi affidabile riguardo a altri episodi di Lalla Fadhma. Cercando di ridimensionare l'aspetto "romantico" che è certamente all'origine della diceria, Bitam ipotizza che questa proposta costituisse in realtà un tentativo di "impadronirsi" della Cabilia per via pacifica: "Randon avrebbe quindi potuto annettere, in qualche modo legittimamente, la Cabilia in virtù dell'esercizio del diritto di 'protezione' e di 'difesa' di una contrada che sarebbe nell'ambito d'obbedienza della moglie".
  54. ^ Hanoteau (1867): 126 riferisce: "Il ricordo del maresciallo Randon è rimasto assai popolare tra i Cabili. Essi riconoscono molto francamente che egli ha fatto un uso estremamente moderato della vittoria, e che ha cercato di alleviare loro, per quanto possibile, i mali della guerra, ma ciò di cui gli sono riconoscenti sopra ogni cosa è il fatto di aver preservato i loro usi e il loro diritto consuetudinario; quando parlano di lui è sempre con espressioni di rispetto e di gratitudine, che è raro sentirli usare riguardo ad un cristiano". Questa osservazione è posta in nota ad una strofa di una poesia popolare in cui Randon è definito "maestro di sapienza, [che] soppesa nella mente i suoi progetti" (bab ukumbaṣ deg yixf-is ay iferru ccwer).
  55. ^ "Prise le 11 juillet, elle arriva dans la nuit au camp de Tamesguida avec un assez grand nombre de serviteurs des deux sexes. Le lendemain, le maréchal la fit partir pour les Beni-Iliman, en la confiant aux soins de Si Tahar ben Mahieddin, dont la zaouia lui fut assignée pour résidence": Randon (1875), vol. I, p. 352.
  56. ^ L'associazione Tharwa N’Fadhma N’Soumer, fondata l'8 maggio 1997, molto attiva nel rivendicare i diritti delle donne in Algeria. Presidente e fondatrice ne è la femminista Ourida Chouaki. Si veda: Sholeh Tabrizi, Mirfattah Hadj, L' emancipazione della donna nel mondo islamico, Roma Edizioni Universitarie Romane, 2009 - ISBN 978-88-7233-113-2, p. 49.
  57. ^ Come rileva Benbrahim (1999), "Trasferendo ciò che resta delle sue spoglie nel campo dei martiri della rivoluzione (carré des martyrs de la révolution), le autorità riconoscono, nel 1995 a Fadhma n'Soumeur lo statuto di resistente per la causa nazionale".
  58. ^ Si veda Bitam (2000): 126 e l'articolo di H.B. "Lalla n'Soummer. Une réinhumation 'clandestine'", El Watan 1424 (4 luglio 1995), ivi riprodotto."
  59. ^ "Hyproc News" Février 2005, n° 4. (Testo pdf online).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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  • Jacques-Louis-César Randon, Mémoires du maréchal Randon, Paris, Impr. de Lahure, 1875-1877 (2 vol.). (testo online: I vol., II vol.)
  • Commandant Nil-Joseph Robin, Histoire du chérif Bou Bar'la. Alger, A. Jourdan, 1884 (pubblicato in precedenza a puntate sulla Revue africaine tra il 1881 e il 1884).
  • Colonel Nil-Joseph Robin, "Notes et documents concernant l'insurrection de 1856-1857 de la Grande Kabylie", Revue africaine, XLII (1898), p. 310 ss.; XLIII (1899), p. 41 ss., 204 ss., 321 ss.; XLIV (1900), p. 79 ss., 135 ss., 193 ss.; XLV (1901), p. 14 ss., 155 ss., 322 ss.
  • Colonel Nil-Joseph Robin, Les imessebelen. Nîmes, Impr. générale (F. Bois), 1907 (estratto dalla Revue du Midi, di una conferenza all'Académie de Nîmes).
  • Tassadit Yacine, L'Izli ou l'amour chanté en kabyle. Paris, Maison des Sciences de l'Homme, 1988. - ISBN 2-7351-0253-X

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