La stanza del figlio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La stanza del figlio
La stanza del figlio.JPG
La famiglia a tavola
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 2001
Durata 99 min
Colore colore
Audio sonoro Dolby
Genere drammatico
Regia Nanni Moretti
Soggetto Nanni Moretti
Sceneggiatura Linda Ferri, Heidrun Schleef, Nanni Moretti
Produttore Nanni Moretti, Angelo Barbagallo
Casa di produzione Bac Films, Canal+, Rai Cinemafiction, Sacher Film, Telepiù
Distribuzione (Italia) Sacher Distribuzione
Fotografia Giuseppe Lanci
Montaggio Esmeralda Calabria
Musiche Nicola Piovani
Scenografia Giancarlo Basili
Interpreti e personaggi

La stanza del figlio è un film del 2001 diretto da Nanni Moretti, vincitore della Palma d'oro al 54º Festival di Cannes, 23 anni dopo l'ultimo film italiano vincitore a Cannes, L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Giovanni è uno psicanalista che esercita la sua professione ad Ancona[1] e la moglie Paola gestisce una piccola casa editrice. Hanno due figli adolescenti, Irene e Andrea, e la vita della famiglia trascorre nell'ordinaria tranquillità del lavoro e degli studi, resa piacevole dai pranzi consumati insieme, dai passatempi e dallo sport. Vi è qualche incomprensione tra Andrea e il padre che lo vorrebbe con un carattere più forte e determinato.

Una domenica, Giovanni propone ad Andrea di trascorrere parte del pomeriggio facendo jogging insieme, ma l'improvvisa richiesta di un paziente di essere visitato a domicilio annulla il progetto. Andrea decide allora di impegnare la giornata in un'immersione subacquea con gli amici, nella quale perde la vita per un banale incidente. L'armonia familiare si spezza e ciascuno si trova solo nel proprio dolore.

Giovanni è preda dei sensi di colpa nei confronti del figlio, vorrebbe cancellare la dolorosa realtà con un impossibile «ritorno indietro», prova un profondo rancore verso il paziente che ha provocato il cambiamento di programma di quel giorno fatale ed è incapace di continuare il proprio lavoro, che viene radicalmente rimesso in discussione.[2] Si rende conto, attraverso minuti particolari – una tazzina sbeccata, una teiera incollata, un mobile rigato – che l'ordine in cui viveva era solo apparente, che era minato da crepe all'apparenza superficiali, ma in realtà profonde.

Alcuni giorni dopo giunge una lettera indirizzata ad Andrea da una sua amica, Arianna, un amore estivo sconosciuto ai genitori, la quale aveva scritto ignorando l'accaduto. Paola desidera incontrarla e per telefono la informa della triste realtà. In un primo tempo la ragazza si oppone all'incontro, poi decide di rendere visita alla famiglia. A loro Arianna mostra la foto della stanza che Andrea aveva scattato e le aveva donato, entra e si raccoglie in «quella stanza che, dopo la morte di un figlio, non si ha più il coraggio di aprire, dove è difficile rientrare».[3] Forse Arianna possiede il filo che condurrà i personaggi fuori dal labirinto del lutto e della divisione.

La famiglia vorrebbe ospitarla, ma la ragazza è attesa da un amico, Stefano, con il quale deve ripartire in autostop per una vacanza in Francia. Giovanni, Paola e Irene si offrono di accompagnarli con l'auto per un breve tratto che, chilometro dopo chilometro, diviene il viaggio di un'intera notte fino alla frontiera. All'alba giungono a Mentone e qui danno addio ai due giovani. Nel nuovo giorno, il viaggio del ritorno a casa e una nuova vita senza Andrea attende la famiglia. La scena finale del film «non dice l'ultima parola della storia, perché il lutto, quando viene preso, produce un nuovo inizio».[4]

Analisi e giudizi critici[modifica | modifica sorgente]

La stanza del figlio è la storia di una famiglia e dei rapporti tra i suoi componenti, al cui centro si pone il tema della morte e del profondo dolore che solo la perdita di un figlio può provocare, narrata con sobria densità e con accenti anche estremamente crudi nell'apice della tragedia: «non c'è immagine più irreale del volto bianco di un figlio adolescente morto e adagiato in una bara, non c'è strazio più gelido che sentire alle spalle i necrofori che di quella bara portano il coperchio, non c'è fragore più lancinante di una saldatrice che la chiude, di un martello che l'inchioda».[5]

Il regista evita peraltro ogni caduta nel melodramma raggiungendo «una nuova maturità nella definizione di uno stile sempre più essenziale e raffinato»,[6] anteponendo alla rappresentazione della disperazione «la desolazione e lo sconforto, che rappresentano assai meglio il senso della perdita».[7] Su un tale soggetto era «difficile essere più minimalisti e più densi, più spogli e più commoventi, più sensibili e meno ammiccanti. Si possono mantenere gli occhi asciutti, ma si resta posseduti da quei genitori con i quali continuamente ci si identifica».[8]

Moretti conduce il racconto «con incedere classico ma ispirandosi ai due geni del controtempo e del controsguardo, del vedere l'impalpabile, Kieslowski e Don Siegel»,[9] mentre riferimenti letterari si possono trovare nel racconto Il bagno di Raymond Carver, che narra di un bambino morto in un banale incidente, e «lo sgretolamento dei rapporti tra i genitori dopo la perdita di un figlio fa venire in mente Bambini nel tempo di Ian McEwan».[10] Questo sentimento di perdita denso e costante può essere paragonato ad una forma di saudade che, nelle parole del famoso cantante brasiliano Chico Buarque, «è mettere in ordine la camera del figlio appena morto»[11].

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Nella stanza del dolore, di Roberto Escobar, Il Sole 24 ORE, Domenica 18 Marzo 2001, pag. XVIII;
  • Moretti esemplare «nuovo padre», di Gustavo Pietropolli Charmet, Il Sole 24 ORE, Domenica 18 Marzo 2001, pag. XVIII;

Le canzoni del film[modifica | modifica sorgente]

Oltre all'«avvolgente» colonna sonora di Nicola Piovani,[12] nel film si ascoltano alcune canzoni:

Riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Città che «già ispirò il Visconti di Ossessione»: cfr. C. Carabba, Sette, 15 marzo 2001.
  2. ^ Andrea Bajani, Scrivere sul fronte occidentale Feltrinelli, 2002, pp.121-122
  3. ^ N. Moretti, in La Repubblica, 7 marzo 2001.
  4. ^ J.-F. Bouthors, La Croix, 18 maggio 2001.
  5. ^ N. Aspesi, La Repubblica, 8 marzo 2001.
  6. ^ T. Kezich, Il Corriere della Sera, 8 marzo 2001.
  7. ^ R. Nepoti, La Repubblica, 10 marzo 2001.
  8. ^ A. Coppermann, Les Echos, 17 maggio 2001.
  9. ^ S. Silvestri, il Manifesto, 8 marzo 2001.
  10. ^ R. Nepoti, cit.
  11. ^ Chico Buarque, Pedaço de mim, 1977
  12. ^ C. Carabba, cit.
  13. ^ a b c Cf. soundtrack su IMDb.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

cinema Portale Cinema: accedi alle voci di Wikipedia che trattano di cinema