La più bella serata della mia vita

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La più bella serata della mia vita
La più bella serata della mia vita.jpg
Alfredo Rossi (Alberto Sordi) tra i "giudici"
Titolo originale La più bella serata della mia vita
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 1972
Durata 108 min
Colore colore
Audio sonoro
Genere commedia, drammatico
Regia Ettore Scola
Soggetto Friedrich Dürrenmatt, Sergio Amidei, Ettore Scola
Sceneggiatura Ettore Scola, Sergio Amidei
Produttore Dino De Laurentiis
Fotografia Claudio Cirillo
Montaggio Raimondo Crociani
Musiche Armando Trovajoli
Scenografia Luciano Ricceri
Costumi Luciano Ricceri
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

La più bella serata della mia vita è un film del 1972 diretto da Ettore Scola.

Il film, il cui interprete principale è Alberto Sordi (nella parte di Alfredo Rossi), è ispirato al racconto La panne. Una storia ancora possibile di Friedrich Dürrenmatt e da un suo adattamento teatrale. È stato girato all'interno del Castello di Tures (in Italia, in provincia di Bolzano).

Trama[modifica | modifica sorgente]

Alfredo Rossi si reca dall'Italia in Svizzera a bordo della sua costosa auto per esportare clandestinamente una grossa somma di denaro in una banca locale che però, al suo arrivo, è già chiusa da qualche minuto. È quindi costretto a ripartire, ma si accorge che la sua auto è bloccata da una moto posteggiata in maniera maldestra. Comincia a protestare, ma in quel momento arriva la proprietaria del veicolo, un'affascinante e misteriosa motociclista in tuta di pelle nera. Attratto dalla sua bellezza, Alfredo cerca di attaccare discorso e corteggiarla, ma la donna non gli risponde neppure e si allontana con la sua moto. Alfredo non si da per vinto e, salito in macchina, inizia ad inseguirla. Giunti in una zona isolata in montagna, la motociclista imbocca una strada secondaria fra i boschi sempre inseguita da Alfredo che però deve desistere quando la sua Maserati si ferma all'improvviso per uno strano e inspiegabile guasto al motore.

Alfredo è costretto a chiedere aiuto presso un castello poco distante, affinché telefonino a dei meccanici. Qui viene a sapere che il proprietario della magione è un conte e che egli e tre suoi amici, come lui ex magistrati in pensione, sono soliti fare per gioco i processi a persone famose del passato, ma ancor più preferiscono, quando se ne presenta l'occasione, processare gli ospiti del castello. Alfredo viene quindi invitato a rimanere.

Nel frattempo i due meccanici intervenuti lo avvertono che la sua auto non ha alcun guasto e che quindi l'automobile è pronta. Alfredo, prima di ripartire, rientra nel castello per ringraziare e salutare il conte e i suoi amici. Si aggira fra le stanze per cercarli quando, aprendo una porta, scorge la giovane cameriera del castello, Simonetta, nuda mentre si sta asciugando i capelli. Ammaliato da tanta grazia, cambia subito idea accettando di restare a cena, pernottare e farsi processare per gioco dal gruppo degli ex magistrati (giudice, pubblico ministero, avvocato e cancelliere).

Durante l'opulento e raffinato banchetto accompagnato da numerosi e preziosissimi vini, inizia il processo-farsa e, poco alla volta, sotto le domande incalzanti dei quattro, emerge lo squallore morale di Alfredo. Se all'inizio si tratta di cose di poco conto, come il presentarsi con il titolo di "dottore" quando invece ha solo un'istruzione assai modesta o come il correre dietro alle donne, si passa poi alla richiesta di una spiegazione circa l'origine della sua evidente agiatezza e della sua vita così sfacciatamente dispendiosa. Interviene prontamente l'avvocato difensore per avvisare Alfredo che non è obbligato a rispondere e, ancor meno, a fornire particolareggiati dettagli. Alfredo invece, quasi con orgoglio, candidamente ammette d'essere riuscito, quando ancora era solo un semplice piazzista della ditta, ad ingraziarsi i capi della casa madre americana, facendo trovare loro, allorché venivano in visita in Italia, delle ragazze-squillo in albergo. In questo modo era arrivato a prendere il posto del suo capo in Italia quando quest'ultimo era prematuramente scomparso per un infarto. Confessa senza ritegno, fra la irritata disapprovazione del suo avvocato difensore, che stava aspettando con impazienza la morte del suo direttore. Infatti egli era riuscito a sedurne la moglie e questa, fra le tante confidenze, gli aveva pure rivelato che il marito era gravemente ammalato di cuore. E una volta diventato il nuovo capo, Alfredo non si era fatto scrupolo di abbandonarla al suo destino. A questo punto il pubblico ministero esulta e non esita ad accusare Alfredo di aver ucciso premeditatamente il suo capo per prenderne il posto. Durante l'arringa, lo descrive come un uomo scaltro e determinato, capace di farsi strada con ogni mezzo pur di elevarsi dalle sue umili origini. In tutti questi comportamenti ravvisa delle vere e proprie colpe, aggravate dalle sue supposte cattive intenzioni e chiede quindi per lui il massimo della pena, la condanna a morte.

Alfredo è affascinato da tale narrazione. Ai suoi occhi, l'illustrazione della sua vita così come è stata esposta dall'accusa, lo esalta, perché in tale racconto, egli si sente quasi come un eroe, mentre è totalmente deluso dall'arringa del suo avvocato che cerca di difenderlo sostenendo la sua assoluta pochezza come uomo, completamente inetto ed incapace di avere successo se non per un colpo di fortuna, tanto inabile da rendere assai poco credibile l'aver progettato e compiuto un omicidio. Al termine della sua lunga arringa, a cui peraltro il giudice dedica ben poca attenzione essendosi nel frattempo appisolato, la difesa chiede per lui il proscioglimento con formula piena.

Nell'attesa della sentenza, si passa ad un piacevole intrattenimento con musiche antiche suonate dai due avvocati. Alfredo invita a ballare Simonetta e, prendendo scherzosamente lo spunto dal fatto che potrebbe essere condannato a morte e che, in tal caso, avrebbe diritto a vedere esaudito un ultimo desiderio, le fa chiaramente capire che cosa vorrebbe da lei. La giovane sembra gradire e i due arrivano a scambiarsi un bacio che viene però interrotto dall'arrivo della corte giudicante. Viene annunciato il giudizio finale e si da solenne lettura alla sentenza: Alfredo è condannato a morte.

In un primo momento, tanto è verosimile la messinscena, Alfredo si spaventa davvero, ma poi si ricorda, rinfrancandosi, che si tratta soltanto di un gioco. Arriva l'ora di andare a dormire. Alfredo, completamente stordito dai vini e dall'abbondante banchetto, viene accompagnato in camera dalla bella Simonetta che gli promette una visita da lì a poco. Tuttavia Alfredo, appena toccato il letto, offuscato da tutti quegli eccessi, cade in un sonno profondo. Sogna di essere portato dalla motociclista incontrata all'inizio del film per le stanze del castello e di giungere ad un patibolo su cui viene fatto salire affinché gli venga tagliata la testa. A questo punto si sveglia di soprassalto in preda al terrore, ma subito dopo si accorge che è mattino e che si trattava soltanto di un sogno.

Si alza e quando cerca il conte per congedarsi e lasciare il castello, scopre che questo è, in realtà, un albergo. Gli viene presentato un salatissimo e dettagliatissimo conto per l'ospitalità ricevuta, compreso il gioco del processo. Alfredo prima protesta, sia perché deluso d'aver creduto di essere stato ospite del conte, sia per l'esosità dei prezzi, ma poi si rende conto che quella è stata, come recita una scritta sul conto stesso, "la più bella serata della sua vita" e paga soddisfatto.

Salutato con uno spettacolo folkloristico, riceve come souvenir la sua "sentenza" scritta in bella scrittura su una pergamena infilata dentro un rotolo di rigido cartone.

Dopo la partenza dal castello, ben presto incontra nuovamente la misteriosa motociclista in tuta nera e ricomincia a inseguirla finché, giunti in prossimità di un ponte in costruzione, nel corso di una stretta curva in discesa, il rotolo della sentenza scivola dal sedile incastrandosi proprio fra il pedale del freno e quello dell'acceleratore, per cui frenando, il veicolo invece di rallentare, accelera ancora di più.

Dopo essersi tolto il casco, la bella motociclista si rivela essere Simonetta

Sono così del tutto inutili i tentativi di frenata di Alfredo che non può impedire all'auto di uscire di strada e di precipitare nella profonda gola sottostante, rendendo così esecutiva la sentenza tramite, materialmente, la sentenza stessa. Subito prima di piombare giù nel vuoto, Alfredo ha modo di vedere la bella motociclista che, dopo essersi fermata, si toglie il casco rivelando così di essere Simonetta. Simonetta e la motociclista sono in realtà la stessa persona e cioè, la Morte. Alfredo allora scoppia in una grandissima risata e continua a ridere per tutto il tempo della caduta fino alla sua spaventosa fine.

Curiosità[modifica | modifica sorgente]

Ad Alfredo Rossi (Alberto Sordi) vengono offerti:

  • Un Porto del 1942
  • Un Pouilly-Fumé del 1961
  • Brunello di Montalcino Biondi Santi riserva del 1936
  • Château Haut-Brion del 1952
  • Champagne

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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