La passione di Giovanna d'Arco

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La passione di Giovanna d'Arco
Passion of Joan of Arc movie poster.jpg
Locandina del film
Titolo originale La passion de Jeanne d'Arc
Paese di produzione Francia
Anno 1928
Durata 110 min (versione originale restaurata del 1985)

85 min (versione del 1952)

Colore B/N
Audio muto
Rapporto 1,33:1
Genere drammatico, storico
Regia Carl Theodor Dreyer
Soggetto Joseph Delteil
Fotografia Rudolph Maté
Montaggio Marguerite Beaugé, Carl Theodor Dreyer
Musiche Richard Einhorn, Ole Schmidt
Scenografia Hermann Warm, Jean Hugo
Costumi Valentine Hugo
Interpreti e personaggi

La passione di Giovanna d'Arco (La passion de Jeanne d'Arc) è un film muto del 1928 diretto da Carl Theodor Dreyer, tratto dal romanzo Vie de Jeanne d'Arc di Joseph Delteil e dagli atti del processo.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

In una sola giornata, il 30 maggio 1431, a Rouen, la contadina analfabeta viene portata davanti al giudice Cauchon, ma le sue risposte non sono sufficienti a condannarla. L'inquisitore e i giudici tentano, invano, di strapparle una confessione.

Renée Falconetti in una scena del film

Nella camera della tortura, Giovanna non scende a compromessi e sviene. Portata nel cimitero, la contadina, circondata dall'affetto popolare, cambia idea e decide di firmare l'abiura, atto che potrebbe salvarle la vita. Però quando le viene rasato il capo in segno d'infamia, si pente nuovamente e ritratta. Per lei è previsto il rogo. Il popolo insorge invano.[1]

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Questo film, da molti considerato l'ultimo capolavoro del cinema muto, ha subito diverse vicissitudini. Il progetto originario del film prevedeva un'opera di genere storico, con attori in costume e la ricostruzione dell'ambiente dell'epoca tramite scenografie. Durante la produzione del film Dreyer cambiò idea, tagliando e poi eliminando gran parte del girato. Il regista volle infatti creare una "sinfonia" di primi e primissimi piani dell'eroina, dei suoi accusatori e degli altri personaggi, prescindendo quasi completamente dal tempo e dal luogo della rappresentazione. Il risultato fu così un film senza tempo, dove il tema assoluto è il dolore nelle sue diverse forme, uno dei migliori poemi cinematografici sulla sofferenza e sul volto umano.

Il negativo originale andò perso in un incendio dopo pochi anni dall'uscita.

Nel 1952 G.M. Lo Duca montò una versione (da molti ritenuta discutibile) della durata di 85', con aggiunta di commento musicale composto da brani di Albinoni, Vivaldi, Scarlatti e altri. L'aggiunta del sonoro fu criticata da molti perché contraria alle precise indicazioni del regista che voleva un film muto e privo di musica di accompagnamento. Questa versione spesso viene trasmessa per televisione o venduta in VHS o DVD e molti la considerano erroneamente la versione originale.

Nel 1981 a sorpresa venne ritrovato in un istituto psichiatrico norvegese una copia del negativo originale (quello distrutto dall'incendio) e su questa copia si è lavorato per produrre una sorta di "edizione definitiva".

Il compositore americano Richard Einhorn ha composto appositamente la colonna sonora Voices of Light che è stata eseguita per la prima volta in Italia al Meeting di Rimini il 19 agosto 2007.

Anche il compositore francese Touve R. Ratovondrahety ha composto una nuova colonna sonora per il film, eseguita sul negativo del 1981 per la prima volta nel settembre 2012 alle Giornate del Cinema Muto a Pordenone. Una seconda esecuzione è avvenuta nel corso delle Le Settimane Musicali di Stresa nell' agosto 2014.

Critica[modifica | modifica wikitesto]

Il film è il miglior frutto della riflessione sul volto umano e sul primo piano fiorita in quegli anni in Francia e chiamata teoria della fotogenia.

Dreyer compose un poema cinematografico usando soprattutto il primo e primissimo piano di protagonisti e oggetti di scena (come gli strumenti di tortura), ricorrendo a una vicinanza e una durata delle inquadrature insopportabile anche per lo spettatore moderno[2]. Non fornisce invece allo spettatore sufficienti inquadrature di contesto per capire con esattezza la scena, in modo da conferire la massima potenza ai dettagli e un senso di smarrimento che trascina lo spettatore dentro i fatti e la sofferenza della protagonista. L'invisibile diventa altrettanto pauroso del visibile e forse anche di più: i luoghi nell'immaginazione si dilatano e la cinepresa insiste su situazioni immobili e fisse, negando l'essenza stessa del cinema che è il movimento. Ecco che però allora le poche azioni acquistano una forza inaudita, come urla che esplodono nel silenzio.

La figura della Giovanna dreyeriana è influenzata da quella tradizione iconografia cristiana in cui il santo, sia al momento del martirio che no, volge gli occhi in cielo in un'espressione di dolorosa sensualità: Giovanna è dunque santa prima del sacrificio compiuto, ma anche imago Christi: molte sono, infatti, le sequenze che richiamano alla memoria la passione di Cristo così come ci è tramandata dai Vangeli e dall'iconografia tradizionale (l'incoronazione di Giovanna e lo sbeffeggiamento da parte delle guardie carcerarie ricorda l'incoronazione di spine di Gesù Cristo; tutta la scena finale - Giovanna condotta al rogo - si svolge sul modello della salita al Calvario: dall'anziana che porge da bere a una stremata Giovanna, alle donne, novelle pie donne, che piangono ai piedi della pira, al cartello su cui campeggiano le parole di "idolatra spergiura" che viene inchiodato nella sommità del palo della pira e che rimanda alla tabella affissa alla croce di Cristo)

Renée Falconetti, l'attrice protagonista, interpreta magistralmente un ruolo di profonda verità drammaturgica. La donna accettò anche per contratto il taglio dei capelli e un vero salasso, che tuttavia non subì, come testimonia la dichiarazione dello scenografo Hermann Warm:

« [...] invece non è la Falconetti che offre il suo braccio nella scena del salasso. Il braccio e le mani che si vedono sullo schermo sono di una comparsa e di un medico. Benché la Falconetti avesse accettato prove fisiche di ogni specie senza protestare e mai avesse avuto i consueti capricci delle star, non poté risolversi ad offrire il suo braccio per questa operazione chirurgica. E fu la sola e unica volta in cui Dreyer permise che ciò che si vede sullo schermo non corrispondesse alla realtà.[3] »

L'attrice uscì dall'esperienza del film devastata psicologicamente[2], e resterà nell'immaginario collettivo come allucinata maschera di dolore, i cui occhi riescono a parlare, a urlare, a sorridere nonostante la totale assenza sonora.

Il poeta e attore Antonin Artaud recitò nel ruolo del confessore e dal film trasse ispirazione per creare il suo teatro della crudeltà.

Riconoscimenti[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1929 è stato indicato tra i migliori film stranieri dell'anno dal National Board of Review of Motion Pictures.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ "Dizionario del cinema", di Fernaldo Di Giammatteo, Newton&Compton, Roma, 1995, pag.68-69
  2. ^ a b Bernardi, cit., pag. 98.
  3. ^ Hermann Warm, 1969 cit. in Catalogo mostra Dreyer, Verona 1984

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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