La locandiera

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La locandiera
Commedia in tre atti
Eleonora Duse veste i panni di Mirandolina in una replica del 1891
Eleonora Duse veste i panni di Mirandolina in una replica del 1891
Autore Carlo Goldoni
Lingua originale Italiano
Prima assoluta 1753
Personaggi
  • Il Cavaliere di Ripafratta
  • Il Marchese di Forlipopoli
  • Il Conte d'Albafiorita
  • Mirandolina, locandiera
  • Ortensia, comica(finta dama)
  • Dejanira, comica(finta dama)
  • Fabrizio, cameriere di locanda
Trasposizioni operistiche La locandiera di Antonio Salieri, Mirandolina di Bohuslav Martinů
 

La locandiera è una commedia in tre atti scritta da Carlo Goldoni nel 1751. Venne rappresentata per la prima volta al Teatro Sant'Angelo di Venezia.

La storia si incentra sulle vicende di Mirandolina, un'attraente e astuta giovane donna che possiede a Firenze una locanda ereditata dal padre e la amministra con l'aiuto del cameriere Fabrizio.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Primo atto[modifica | modifica sorgente]

Mirandolina gestisce la locanda dove viene costantemente corteggiata da ogni cliente, in modo particolare dal Marchese di Forlipopoli (un aristocratico decaduto che ha venduto il prestigioso titolo nobiliare) e dal Conte di Albafiorita (un mercante che, arricchitosi, è entrato a far parte della nuova nobiltà comprando il titolo).

I due personaggi rappresentano gli estremi dell'alta società veneziana del tempo. Il Marchese, avvalendosi esclusivamente del suo onore, è convinto che basti la sua protezione per conquistare il cuore della donna. Al contrario, il Conte crede di poter procurarsi l'amore di Mirandolina così come ha acquisito il titolo (le fa infatti molti e costosi regali). Questo ribadisce le differenze tra la nobiltà di spada e la nobiltà di toga, cioè quella dei discendenti dei nobili medievali e quella di coloro che hanno comprato il titolo nobiliare.

L'astuta locandiera, da buona mercante, non si concede a nessuno dei due uomini, lasciando ad entrambi intatta l'illusione di una possibile conquista.

L'arrivo del Cavaliere di Ripafratta, un aristocratico altezzoso e misogino incallito, sconvolge il fragile equilibrio instauratosi nella locanda. Il Cavaliere, ancorato alle sue nobili origini e lamentandosi del servizio scadente, detta ordini a Mirandolina. Egli cerca inoltre di mettere in ridicolo il conte ed il marchese accusandoli di essersi abbassati a corteggiare una popolana.

Mirandolina, ferita nel suo orgoglio femminile e non essendo abituata ad essere trattata come una serva, si promette di far innamorare il Cavaliere. Sarebbe questo il suo modo di impartirgli una lezione.

« Tutto il mio piacere consiste in vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza, e questa è la debolezza di quasi tutte le donne. »
(Carlo Goldoni, La locandiera, 1752)

Secondo atto[modifica | modifica sorgente]

Per fare innamorare il Cavaliere, Mirandolina si mostra sempre più gentile e piena di riguardi nei suoi confronti, finché questo dà segni di cedimento. In seguito, dichiara di disprezzare le donne che mirano esclusivamente al matrimonio, destando immediatamente una certa ammirazione da parte della sua vittima.

Più tardi, mostra ostentatamente di non voler fare complimenti falsi al Marchese (in una famosa scena, il Marchese vuole pavoneggiarsi con la bontà di un vino di Cipro che in realtà ha un sapore disgustoso; mentre il Cavaliere non riesce a dire in faccia al suo avversario la verità, Mirandolina non esita ad affermare che il vino è davvero imbevibile).

La protagonista riesce nel suo intento procedendo per gradi ed usando uno dopo l'altro diversi accorgimenti: la strategia di seduzione è ben pianificata e viene rappresentata con una generosa serie di scene comiche; il cavaliere finisce per cedere, e tutto il sentimento d'odio che provava si tramuta in un amore appassionato che lo tormenta.

Proprio il suo disprezzo verso il sesso femminile lo ha reso vulnerabile alle malizie della locandiera. Pur conoscendo le armi nemiche (temibile ed intrigante mescolanza tra verità e bugie, lacrime, falsi svenimenti) egli non ha potuto difendersi come avrebbe voluto: l'abile tecnica di Mirandolina, che fin dall'inizio del secondo atto ha usato a proprio favore la misoginia del Cavaliere mostrando con falsa sincerità di disprezzare anch'ella le donne e di pensare proprio come un uomo, ha fatto sì che questi abbassasse le difese, esponendosi inevitabilmente ai suoi attacchi.

Terzo atto[modifica | modifica sorgente]

Il cameriere Fabrizio è molto geloso di Mirandolina, la quale riceve addirittura in dono dal cavaliere una boccetta d’oro che però getta con disprezzo in un cesto. Il cavaliere, dilaniato da sentimenti contrastanti, non vuole far sapere di essere oggetto dei raggiri di una donna, ma allo stesso tempo spera di poterla avere per sé. Quando conte e marchese lo accusano di essersi innamorato della donna, l'orgoglio ferito del cavaliere esplode in una disputa che rischia di culminare in tragedia. Ma l'ancora una volta abile e teatrato intervento della stessa locandiera impedisce che si venga alle spade: prima di partire, il cavaliere riconosce così che per vincere l'infausto potere seduttivo femminile, non basta disprezzarlo, ma è necessario fuggirlo. Il marchese, accortosi della boccetta nel cesto e credendola di scarso valore, se ne appropria e la regala poi a Dejanira, una commediante arrivata alla locanda.

Dato che l'innamoramento del cavaliere è diventato cosa pubblica, la vendetta di Mirandolina è finalmente compiuta.

La donna riconosce di avere provocato troppo il cavaliere e quindi, quando quest'ultimo va in escandescenze, decide di risolvere la questione sposando Fabrizio, come le aveva consigliato il padre in punto di morte. La donna non lo ama veramente, ma decide di approfittare del suo aiuto sapendo che il matrimonio non sarà veramente un ostacolo per la sua libertà.

Il cavaliere lascia la scena disperato e Mirandolina promette a Fabrizio che se la sposerà, lei rinuncerà al suo vizio di far innamorare altri uomini per vanità. Il conte ed il marchese, in occasione del lieto evento, accettano di buona grazia la decisione di Mirandolina, la quale chiede loro di cercar rifugio presso un'altra locanda e di non importunarla più. La scena si conclude quando ella, rientrata in possesso della boccetta donatale dal cavaliere, si rivolge al pubblico e lo esorta a non lasciarsi mai ingannare dalle lusinghe di una donna.

L'interpretazione proposta nell'introduzione e nel monologo finale[modifica | modifica sorgente]

La morale dichiarata del pezzo si ricollega all'ars amandi, dunque ad un'arte al tempo riservata agli uomini: l'uomo deve essere messo in guardia da malizie e tranelli escogitati dalle donne, furbe e dotate di armi pericolose. Almeno il brevissimo monologo finale di Mirandolina si inquadra in questa lettura (Terzo atto, scena ultima):

« ...e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera. »

Si tratta comunque di una morale pro forma, dato che Goldoni stesso nutre per lo più simpatia per il personaggio di Mirandolina. È infatti uno dei pochissimi che non deve la sua comicità a ridicoli difetti: piuttosto il pubblico riderà della sua maliziosa furbizia. L'introduzione del pezzo (L'autore a chi legge) propone una lettura più semplice e convincente, parlando dei difetti del cavaliere e della sua tendenza a incappare in situazioni di sofferenza ed avvilimento. Se ci si concentra sui caratteri dei personaggi, si noterà come la furbizia e la malizia di Mirandolina vincono sulla presunzione e sull'ostinazione del cavaliere.

Dal teatro della commedia dell'arte al teatro d'autore[modifica | modifica sorgente]

La locandiera è lo stendardo del nuovo teatro di Goldoni che soppianta gli schemi arrugginiti dell'obsoleta commedia dell'arte. Le maschere che gli attori usavano in precedenza per interpretare personaggi fissi vengono soppiantate dal volto stesso dei commedianti, che impersonano il ruolo di personaggi quotidiani e reali. Lo svolgimento della vicenda, prima affidato attraverso un sommario canovaccio all'inventiva degli attori, viene sostituito dall'ordinata sequenza di eventi mirabilmente pianificata da Goldoni, che diventa così il poeta di teatro. I personaggi di Dejanira e Ortensia, vicini al mondo della commedia dell'arte, vengono descritti come figure capaci di fingere solo sul palco, ma non fuori dalla scena; sono infatti facilmente smascherate dal cavaliere nella loro commedia. Mirandolina, invece, incarna il tipico esempio della nuova commedia di carattere goldoniana, i cui personaggi sono in grado di recitare sul gran teatro del mondo da cui sono tratti: in questo senso incarna mirabilmente l'intento dell'intera riforma teatrale di Goldoni. Questo personaggio, tra l'altro, non è altro che uno sviluppo della maschera di Colombina che ritroviamo nella commedia dell'arte; a differenza di lei, però, si tratta di un personaggio differenziato ed imprevedibile. Questa tendenza al realismo conferisce alla commedia un volto umano, ed è universalmente valido in ogni tempo rappresentando sulla scena il mondo con le sue contraddizioni.

La locandiera nel suo contesto storico[modifica | modifica sorgente]

Chiaramente, si tratta di un'opera accessibile a tutti, ha lo scopo di divertire il pubblico proveniente da qualsiasi ceto sociale. In questo senso non si può certo dire che sia un testo particolarmente rappresentativo dell'Illuminismo. Malgrado ciò, l'opera rispecchia il dibattito sulle classi sociali così vivo nel Settecento e può benissimo essere considerata proprio in questo contesto storico. Notiamo infatti come Mirandolina si preoccupi dei suoi interessi incarnando in un certo senso i nuovi ideali della borghesia emergente in questo secolo. I nobili, poi, sono rappresentati nella varia articolazione che caratterizzava l'aristocrazia del XVIII secolo: nobili di antica stirpe (nobiltà di spada) ma decaduti e privi di mezzi, nobili ricchi di appoggi e relazioni ma non di denari, borghesi da poco nobilitati (nobiltà di toga) e guardati con disprezzo malcelato dagli altri ceti elevati. Nell'insieme, gli aristocratici rappresentano i parassiti della società che non contribuiscono minimamente al suo sviluppo pretendendo privilegi e servigi, rendendosi ridicoli agli occhi degli spettatori (a differenza di Mirandolina, il Conte ed il Marchese non lavorano). Se dal punto di vista sociale, la visione di Goldoni fu profondamente critica, lo stesso vale per l'atteggiamento negativo dei nobili nei confronti del drammaturgo. È questa una delle ragioni per cui più tardi Goldoni avrebbe abbandonato Venezia alla volta di Parigi, anche se questa esperienza non avrà gli effetti sperati. Emerge inoltre nella pièce il concetto illuminista di autodeterminazione dell'individuo, particolarmente significativo perché portato avanti da un personaggio femminile.

Adattamenti[modifica | modifica sorgente]

Nel 1773 Antonio Salieri e il librettista Domenico Poggi adattarono la commedia in un dramma giocoso in tre atti. Nel 1800 Simon Mayr compose una sua versione in due atti su libretto di Gaetano Rossi.

La commedia ha servito anche da base per numerosi film, tra i quali La locandiera di Paolo Cavara e Miranda di Tinto Brass.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • S. Torresani, Invito alla lettura di Goldoni, Mursia, 1990
  • Maricla Boggio, Lezioni di drammaturgia, Aracne Editore, 2014

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]