La fuga (film 1947)

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La fuga
Dark passage trailer bogart bacall.JPG
Una scena del film
Titolo originale Dark Passage
Paese di produzione Stati Uniti
Anno 1947
Durata 106 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere nero, thriller
Regia Delmer Daves
Soggetto David Goodis (omonimo romanzo)
Sceneggiatura Delmer Daves
Produttore Jerry Wald
Casa di produzione Warner Brothers
Fotografia Sidney Hickox
Montaggio David Weisbart
Effetti speciali Hans F. Koenekamp
Musiche Max Steiner, Franz Waxman, Richard A. Whiting
Scenografia William L. Kuehl
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

La fuga è un film del 1947, diretto da Delmer Daves e tratto dal romanzo Giungla umana del 1946 di David Goodis.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Un uomo condannato ingiustamente per uxoricidio evade dal carcere e, aiutato da una donna che ha seguito il suo processo e che crede nella sua innocenza, si sottopone a una plastica facciale per evitare di essere riconosciuto. Con il suo nuovo volto sarà braccato comunque da polizia e piccoli truffatori, trova il colpevole (un'amica della moglie che prova piacere dalle disgrazie altrui e, scoperta, si getta da una finestra), poi espatria con la donna per rifarsi una vita.

Critica[modifica | modifica sorgente]

Noir con alcune invenzioni registiche, tra le quali la lunga sequenza iniziale girata "in soggettiva". La fuga è il terzo dei quattro film che la coppia Bogart-Bacall gira insieme.

Inizialmente Jack Warner si era opposto all'uso prolungato della soggettiva, ritenendo che mortificasse il ruolo di Humphrey Bogart e che l'espediente stilistico, per quanto funzionale ad una fedele resa del romanzo di David Goodis (il volto del protagonista sarebbe apparso solo dopo l'operazione di plastica facciale), avrebbe presentato delle difficoltà di comprensione per il pubblico. Delmer Daves parlò di queste sue difficoltà con Robert Montgomery, che decise di utilizzare la tecnica, in modo ancor più radicale, nel suo Una donna nel lago, dello stesso anno, tratto da un racconto di Raymond Chandler e prodotto dalla concorrente Metro Goldwyn Mayer. Ciò ammorbidì le intransigenze della Warner Bros..

La parte in soggettiva (anche se, a dire il vero, non totale) e quella successiva in cui, dopo l'operazione, il volto del protagonista è appena intravisto dietro i pesanti bendaggi, occupano circa un'ora del film.

Ciò contribuisce a creare un effetto di spaesamento e incertezza in un pubblico normalmente portato, in questo genere di film, ad identificarsi in un protagonista da cui ricavare certezze oggettive, elementi razionali sicuri, nell'individuare e distinguere il bene dal male, il giusto dall'ingiusto, secondo procedimenti deduttivi di natura matematica.[1] In questo effetto di detournement si può cogliere il tributo di Delmer Daves alla letteratura poliziesca di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. Il finale fiabesco, con il protagonista che si riunisce alla donna che lo ha protetto, interpretata da Lauren Bacall, in un'esotica località peruviana, sulle rive del mare, rinforza, per contrasto questo pessimismo della ragione.[2]

Per quanto riguarda l'interpretazione di Humphrey Bogart: "...noi possiamo guardarlo (non esagero) anche sotto la maschera, lo riconosceremmo persino fuori campo " (Gianni Amelio, Film Tv).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ al proposito:Renato Venturelli, "L'età del noir. Ombre, incubi e delitti nel cinema americano, 1940-60. Giulio Einaudi editore, Torino, 2007. pagg. 64-65, 67
  2. ^ Renato Venturelli, op.cit. pagg 180-182.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Renato Venturelli, " L'età del noir ", Torino, 2007
  • Fernaldo Di Giammatteo (a cura di), " Dizionario del cinema americano ", Roma, 1996
  • Gabriele Lucci (a cura di), " Noir ", Milano, 2006

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