La Bestia

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La Bestia
Bete01.jpg
I titoli di testa del film
Titolo originale La Bête
Lingua originale Francese, inglese, italiano
Paese di produzione Francia
Anno 1975
Durata 104 minuti
Colore Colore (Eastmancolor)
Audio Sonoro (mono)
Rapporto 1,66 : 1
Genere erotico, drammatico
Regia Walerian Borowczyk
Soggetto Walerian Borowczyk
Sceneggiatura Walerian Borowczyk
Produttore Anatole Dauman
Casa di produzione Argos Films
Fotografia Bernard Daillencourt, Marcel Grignon
Montaggio Walerian Borowczyk, Henri Colpi
Musiche Domenico Scarlatti
Scenografia Jacques D’Ovidio
Costumi Piet Bolscher
Trucco Odette Berroyer
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
(FR)
« Je l’ai rencontré et combattu. »
(IT)
« L’ho incontrata e combattuta. »
(Romilda de l'Espérance, riferendosi alla Bestia)

La Bestia è un film del 1975 diretto da Walerian Borowczyk, ispirato ad alcune leggende popolari francesi, come quella della Bestia del Gévaudan, che narrano di mostruose creature antropofaghe. Inizialmente pensato dall’autore per essere inserito nel precedente film a episodi, Racconti immorali, La Bestia è stato successivamente ampliato perché costituisse un lungometraggio a sé stante.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Nel castello che domina la tenuta di loro proprietà il marchese Pierre de L’Espérance e il duca Rammondelo de Balo discutono del futuro prossimo del non più giovanissimo Mathurin. Il marchese, padre di quest’ultimo e sull’orlo del tracollo economico, vuole che il figlio sposi la ricca ereditiera inglese Lucy Broadhurst, attesa a momenti presso il castello in compagnia della zia Virginia e giunta in Francia per fare il suo primo incontro con Mathurin, essendo tra i due sbocciato un amore nato per via epistolare grazie a contributi poetici del marchese, più che a meriti di Mathurin. Il duca, zio di quest'ultimo, si oppone a che le nozze siano celebrate, poiché sulla famiglia incomberebbe una maledizione in conseguenza della quale il rampollo, peraltro non battezzato, morirebbe nell’atto di prendere moglie. Per convincere il congiunto, il marchese è costretto a ricorrere alle minacce: solo quando egli dimostra di essere a conoscenza dell’uxoricidio di cui il duca si è reso colpevole quest’ultimo si decide a telefonare a Roma al fratello, il cardinale Giuseppe de Balo, per invitarlo a celebrare le nozze, secondo quanto disposto dal padre di Lucy nel suo testamento.

Mentre il duca cerca vanamente di mettersi in contatto con l’Italia e mentre Mathurin viene sbrigativamente battezzato, sbarbato e reso più presentabile per l’incombente appuntamento, Lucy e la zia fanno il loro arrivo alla tenuta, appena in tempo per assistere alla monta di alcune giumente, che sta avvenendo nel cortile del castello, e della quale Lucy scatta incuriosita alcune fotografie. Ad accogliere le due nobili inglesi all’interno del castello, dopo avere rinunciato a rintracciare il fratello, si presenta il duca de Balo, che intrattiene le ospiti mostrando loro il famoso erbario di Romilda de L’Espérance, nel quale quest’ultima, a margine di un’incisione, ha lasciato un misterioso disegno raffigurante una belva palesemente infoiata, che l’antenata narra di avere incontrato e combattuto. Il racconto del duca è però bruscamente interrotto dall’arrivo del marchese, il quale, dopo i convenevoli di rito, fa condurre le due donne nelle loro stanze, perché si preparino per la cena.

Riunitisi a tavola, i convitati discutono con una certa tensione delle volontà del padre di Lucy. Mathurin è però improvvisamente colto da un irrefrenabile raptus e inizia a sragionare: anche la cena s'interrompe così bruscamente e ognuno si ritira solitario per coricarsi. Nella sua stanza Lucy, in abiti succinti, si sdraia sul proprio letto e inizia a sognare di Romilda: questa, intenta a suonare il suo clavicembalo in un padiglione collocato nel giardino del castello, è improvvisamente interrotta nell’esecuzione da alcuni poderosi ruggiti, a causa dei quali un agnellino che pascola nei pressi della costruzione fugge spaventato, inoltrandosi nel fitto del bosco. Nel momento in cui la giovane nobildonna rinviene la carcassa dell’animale, la sequenza del sogno s'interrompe: mentre tutti dormono, il duca de Balo telefona di nuovo al fratello cardinale, riuscendo finalmente a parlargli, per convincerlo a non presentarsi per le nozze del nipote. Il marchese de L’ Espérance, svegliato dallo squillare del telefono, sente la conversazione e, convinto nel proposito di ammogliare il figlio, decide di sbarazzarsi del duca sgozzandolo con un rasoio. La sequenza del sogno di Lucy a questo punto può riprendere: Romilda, inquietata dalla vista dell’animale squartato, inizia a fuggire di fronte a un incontro ancor più terrificante, quello con la Bestia infuriata. Dopo un lungo inseguimento, la giovane riesce apparentemente a far perdere le proprie tracce alla Bestia, la quale, anche a causa della nudità sempre più esibita da parte della nobildonna (le cui vesti vengono lacerate a causa della corsa tra le piante) da infuriata diviene via via sempre più eccitata. A questo punto la sequenza s'interrompe di nuovo: Lucy, svegliatasi e a sua volta eccitatasi per il sogno, inizia a masturbarsi con una rosa regalatale da Mathurin. Quando, soddisfatta, la promessa sposa si volge di nuovo alle sue fantasie oniriche, Romilda si trova intrappolata tra le zampe della Bestia: dopo alcuni vani sforzi per divincolarsi, la nobildonna, non senza un evidente compiacimento, lascia che la creatura sfoghi tutta la sua carica sessuale: il mostro è portato così allo stremo delle forze e quindi alla morte. Lucy, di nuovo sveglia, si introduce quindi nella stanza di Mathurin, e scopre che questi è morto. Sentendo le sue urla, il marchese e altri accorrono: il corpo dell’uomo viene trasportato nel salone. Qui Virginia Broadhurst inizia ad accanirsi su di esso, strappandone gli abiti e rivelando infine il segreto della casa de L’Espérance: Romilda dopo l’incontro con la Bestia ha procreato, Mathurin è discendente della Bestia e ne porta con tutta evidenza i segni.

La pellicola si chiude così con l’arrivo del cardinale de Balo, che di fronte al cadavere del nipote disserta sul peccato della bestialità, con il suicidio del marchese, il cui segreto è scoperto, e con la fuga di Lucy, che in automobile, tra le braccia della zia, può terminare il sogno e assistere al ritorno di Romilda al castello.

Accoglienza del film[modifica | modifica sorgente]

La Bestia fu proiettato per la prima volta in Francia il 20 agosto 1975, con un divieto di visione ai minori di 18 anni, e solamente nella tarda primavera del 1976 uscì in Italia, dove, bollato dai distributori come film pornografico, fu immesso nel circuito delle sale dedicate al cinema a luci rosse. Un critico della rivista Cinema Sessanta, Carlo Felice Venegoni[1], nella recensione realizzata per l'uscita del film notava a questo proposito: “L’errore di aver pensato che l’esibizione di nudità e di altri elementi apparentemente suscettibili di appagare le attese di spettatori dediti al consumo della pornografia in celluloide, veniva pagato dai mugolii di disappunto e da altre manifestazioni di insofferenza di questo pubblico che non tollera evidentemente che gli abituali ingredienti della pornografia (seni nudi, sederi femminili generosamente esibiti, amplessi realisticamente mimati, eccetera) siano inquinati da altri elementi sui quali l’attenzione e l’immaginazione dello spettatore sono, come nel caso de La Bestia, chiamati a compiere uno sforzo che questo tipo di spettatore non è disposto a pagare”.

Il film, nonostante l’erronea collocazione da parte dei distributori, ebbe comunque un discreto successo, testimoniato, come spesso avveniva in casi come questo, dal fiorire di un vero e proprio filone cinematografico di genere "zoofilo", costituito da produzioni a bassissimo costo: il mercato fu così saturato da film come La bestia nello spazio, La bella e la bestia o Bestialità, che riprendevano opportunisticamente e con fini puramente pretestuosi il tema della bestialità. Il film inoltre a causa dei contenuti circolava in più versioni, tutte variamente epurate: attualmente è reperibile sul mercato dell’home video nella versione lunga di 104 minuti e nel director’s cut di 94, reputato ampiamente superiore.

Critica[modifica | modifica sorgente]

La critica ha visto ne La Bestia un tentativo di indagare e mettere allegoricamente in scena la tensione liberatoria, non solo sessuale, che era la base delle istanze fondamentali degli anni in cui si colloca l’uscita del film.

La pansessualità esplicitamente esaltata dalla pellicola, che mostra i più differenti orientamenti sessuali (la bestialità, l’omosessualità, l’eterosessualità, la pederastia) è stata interpretata come provocatoria affermazione del diritto alla libertà sessuale, in ragione del quale cadrebbe qualunque inibizione sovra-determinata (dal concetto di peccato, dal suo corrispettivo di “contronatura”). A questo proposito, come è stato notato da Curti e La Selva[2] in un saggio dedicato al film, il personaggio che incarna appieno il senso della pellicola è emblematicamente Romilda, giovane donna che, braccata dalla belva infoiata, lacerando i propri ingombranti abiti nella fuga, perdendo la parrucca e le scarpine, vede involontariamente attuarsi quella “spoliazione da elementi coercitivi del suo corpo e del ruolo sociale assegnatole” che costituirà la necessaria premessa per il successivo assaporamento di una situazione erotica inconsueta e per lei inaspettatamente apprezzabile. Secondo Tullio Kezich[3] la stessa esperienza di Lucy andrebbe letta in questo senso: se la coraggiosa Romilda, incontrata la Bestia decide di combatterla, per sconfiggerla, dopo avere sconfitto le proprie inibizioni, da parte sua Lucy rivive attraverso il sogno lo stesso avvenimento, rivelando di possedere nel proprio inconscio la stessa molla segreta che spinse alla reazione l'antenata di Mathurin, ovvero quella “animalità innocente, che ogni giorno noi civilizzati contribuiamo a mortificare e distruggere”, ma che nonostante ciò sopravvive, attendendo di manifestarsi in qualche modo, nell'esperienza reale o alternativamente in quella del sogno.

Il messaggio di liberazione e superamento di qualsiasi pregiudizio di cui il personaggio di Romilda è il principale veicolo trova inoltre trasposizione, dall'ambito sessuale a quello sociale, nella sottotrama costituita dai frequenti incontri amorosi tra il servitore di colore Ifany e Clarissa, la figlia del marchese. Come ricorda Venegoni[1] nella sua recensione su Cinema Sessanta, nella particolare interazione tra questi due personaggi non va individuata una razzistica ricontestualizzazione in epoca contemporanea del rapporto delineato dal regista nella coppia Bestia-Romilda: i personaggi di Ifany e Clarissa vanno semplicemente considerati come due giovani che apprezzano le gioie dell'amore carnale e lo praticano, lui nero lei bianca, lui servitore lei di famiglia, seppur decaduta, comunque nobile, senza preoccuparsi di infrangere supposti dogmi di carattere sociale.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b C. A. Venegoni, Erotismo d’alta scuola, in “Cinema Sessanta”, n. 110, luglio-agosto 1976
  2. ^ R. Curti, T. La Selva, Sex and violence: percorsi nel cinema estremo, Lindau, Torino 2003
  3. ^ T. Kezich, La Bestia, in “La Repubblica”, 8 maggio 1976

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Valerio Caprara, Borowczyk, La Nuova Italia, Firenze 1980, pp. 69-75
  • Gianfranco Galliano, La bestia, in FrancEros. Guida al cinema erotico francese, "Nocturno dossier" n. 9, marzo 2003, pag. 22.
  • Alberto Pezzotta, Associazioni imprevedibili: il cinema di Walerian Borowczyk, Lindau, Torino 2009, ISBN 978-88-7180-803-1

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]