L'industria dell'Olocausto

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L'industria dell'Olocausto
Autore Norman G. Finkelstein
1ª ed. originale 2000
Genere saggio
Sottogenere storico
Lingua originale inglese
Ambientazione 1945 - 2000

L'industria dell'Olocausto: Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei[1] è un libro pubblicato nel 2000 da Norman G. Finkelstein, che tratta dell'asserito sfruttamento da parte degli ebrei statunitensi della memoria dell'Olocausto nazista a fini di vantaggio economico e politico, curando al contempo gli interessi dello Stato d'Israele.[2] Secondo Finkelstein, questa "industria dell'Olocausto" avrebbe corrotto la cultura ebraica, come pure l'autentica memoria dell'Olocausto.

I genitori di Finkelstein sono entrambi sopravvissuti all'epopea del Ghetto di Varsavia e al campo di sterminio di Auschwitz.[3]

Il libro è diventato un bestseller in Europa, in Vicino Oriente e nelle Americhe, ed è stato tradotto in 16 lingue.[4]

L'esperienza personale[modifica | modifica sorgente]

In quanto figlio di sopravvissuti alla Shoah, Norman G. Finkelstein ha inevitabilmente convissuto con l'Olocausto per tutta la vita. Tuttavia egli considera lo sterminio ebraico un evento storico, per quanto estremamente drammatico, mentre "l'Olocausto" ne è la rappresentazione ideologica.

La sua prima memoria dell'evento storico è stata sua madre che seguiva in televisione il processo di Adolf Eichmann nel 1961. A parte ciò, egli non ha avuto altre esperienze collegate all'argomento nel corso della sua infanzia. Nessun amico (o parente di un amico) gli ha mai rivolto alcuna domanda in merito a quanto sua madre o suo padre avevano patito. Come dice egli stesso: "Questo non era un silenzio rispettoso. Era indifferenza. In tale ottica, non si può essere che scettici riguardo agli sfoghi di dolore delle ultime decadi, dopo che l'industria dell'Olocausto è stata saldamente impiantata".

Nella prefazione della sua prima edizione economica, Finkelstein osserva che la prima edizione rilegata aveva suscitato notevole interesse in numerosi paesi europei, dai più diversi linguaggi, mentre era stata duramente criticata negli Stati Uniti. Egli vedeva il New York Times come il principale veicolo promozionale dell'industria dell'Olocausto[5] e notava che l'indice del 1999 del Times elencava 273 rinvii per l'Olocausto e solo 32 rinvii per l'intera Africa. Lo storico Omer Bartov, una delle più stimate autorità del mondo in materia di genocidio,[6][7] ridicolizzò la nozione di profittatori dell'Olocausto come una "nuova variante dei Protocolli dei Savi di Sion. Solo pochi mesi più tardi egli attaccò la "crescente lista dei profittatori dell'Olocausto" e additò l'"Industria dell'Olocausto" come un primo esempio.[5]

Recensioni e critiche[modifica | modifica sorgente]

Le risposte critiche sono state di vario tipo. Alcuni esponenti di spicco non fecero mancare il loro sostegno alle tesi di Finkelstein (come fu il caso di Noam Chomsky e Alexander Cockburn), come pure lo stimato storico dell'Olocausto Raul Hilberg che così scrisse parlando del libro di Finkelstein:

« Vorrei ora affermare a posteriori che egli è stato effettivamente prudente e moderato e che le sue conclusioni sono attendibili. Egli è uno studioso di scienze politiche assai qualificato, ha la capacità di effettuare ricerche, le compie con accuratezza, e ne viene fuori con risultati corretti. Sono ben lungi dall'essere l'unico che, nei mesi o negli anni a venire, concorderà totalmente con la svolta determinata da Finkelstein.[8] »

Altri hanno invece dichiarato che L'industria dell'Olocausto è un'opera non scientifica che promuove stereotipi antisemitici. Ad esempio, secondo il giornalista israeliano Yair Sheleg, nell'agosto del 2000, lo storico tedesco Hans Mommsen lo avrebbe giudicato "un libro assai superficiale, che si appella facilmente a pregiudizi antisemitici". [1]

Anche Omer Bartov, professore di Storia e storia europea nella Brown University, recensì negativamente il libro, scrivendo tra l'altro:

« Ciò che trovo impressionante dell'Industria dell'Olocausto è che esso è quasi una perfetta copia degli argomenti che egli mostra di denunciare. Il libro è zeppo precisamente di quel genere di insistenti iperboli che Finkelstein giustamente deplora in molti degli attuali media circa l'Olocausto; è pieno della medesima indifferenza per gli eventi storici, le contraddizioni interne, le politiche stridenti e le dubbie contestualizzazioni; e trasuda al contempo un sentimento di soddisfazione e di superiorità morale e intellettuale.

Così, [Finkelstein] combina l'antico odio degli anni sessanta verso Israele, visto come avamposto dell'imperialismo statunitense, con una nuova variante del falso antisemita dei "Protocolli dei Savi di Sion", che mettevano in guardia circa una cospirazione giudaica per impadronirsi del potere a livello mondiale. Oggi, però, il complotto giudaico è inteso nel senso di "spillar denaro" (la sua frase preferita) a innocenti entità quali le banche svizzere, alle imprese tedesche e ai detentori di proprietà ebraiche rubate dell'Est europeo, tutto al fine di rafforzare il potere ebraico e la sua influenza, senza dare ai veri sopravvissuti del genocidio nient'altro che una vuota retorica.

Questo libro, in una parola, è un punto di vista ideologico di un fanatico sull'opportunismo di un altro popolo... Come ogni teoria complottistica, esso contiene numerosi brandelli di verità; e come ogni teoria, è al contempo irrazionale e insidioso. Finkelstein si può ora dire che abbia fondato un'industria dell'Olocausto per il suo proprio vantaggio. »

([9])

Finkelstein si lamentò più tardi della recensione di Bartov, attribuendo ad essa le scarse vendite del suo lavoro negli USA.[10]

Il professore dell'Università di Chicago, Peter Novick, il cui lavoro The Holocaust in American Life stimolò il libro di Finkelstein [2], asserì il 28 luglio 2000 sul Jewish Chronicle (Londra) che il volume era colmo di "false accuse", "notevoli mistificazioni", "assurde richieste di risarcimento" e "ripetute biasimevoli affermazioni".

Finkelstein rispose a queste critiche nella Prefazione della seconda edizione:

« La corrente principale dei critici afferma che io avrei articolato una "teoria complottistica" mentre i politici progressisti hanno ridicolizzato l'opera come scritta in difesa "delle banche". Nessuno, a quanto posso vedere, mette in discussione i miei attuali accertamenti. »

Storia editoriale[modifica | modifica sorgente]

Storia delle varie pubblicazioni dell'Industria dell'Olocausto:

Edizioni[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ L'industria dell'Olocausto in formato PDF
  2. ^ Norman Finklestein's webpage.
  3. ^ La madre di Finkelstein sopravvisse ai massacri seguiti alla resistenza ebraica nel Ghetto di Varsavia, al campo di concentramento di Majdanek e a due campi di lavoro schiavistico. Suo padre scampò al dramma del Ghetto di Varsavia e al campo di sterminio di Auschwitz. Le loro famiglie in Polonia furono invece interamente sterminate.
  4. ^ GOOGLE Scholar: The Holocaust Industry: Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering NG Finkelstein - 2003 Google books, cited by 98, best seller in throughout Europe, the Middle East and the Americas, translated into 16 languages. Verified 9th May 2008.
  5. ^ a b Norman G. Finkelstein
  6. ^ Bildner Center Event: Omer Bartov
  7. ^ Brown University German Studies
  8. ^ TheNation.com Giving Chutzpah New Meaning June 23, 2005. Ulteriori dichiarazioni espresse da Hilberg sul lavoro sono disponibili all'indirizzo NormanFinkelstein.com Raul Hilberg interviews on The Holocaust Industry & Finkelstein (2000/2001).
  9. ^ From The New York Times, Book Review Desk A Tale of Two Holocausts August 6, 2000 (archiviato).
  10. ^ Da un'intervista a Ha'aretz del 30 marzo 2001 The Finkelstein polemic "Finkelstein attributes the book's flop in the U.S. to a lethal book review by Israeli scholar Omer Bartov that appeared in the New York Times Book Review."

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]