L'etica protestante e lo spirito del capitalismo

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Vai a: navigazione, cerca

Max Weber (1864, Erfurt - 1920, Monaco) identifica nel lavoro come valore in sé l'essenza del capitalismo e riconduce all'etica della religione protestante, in particolare calvinista, lo spirito del capitalismo.

Indice

[modifica] Capitalismo e calvinismo

Nei due ponderosi saggi del 1904 e 1905 che poi furono pubblicati con il titolo complessivo L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, si potrebbe intendere, a prima vista, che il protestantesimo, e in particolare il calvinismo, sia stato all'origine del capitalismo moderno.

Copertina dell'edizione originale tedesca.

In realtà Weber non intende sostenere che un fenomeno economico possa essere causato direttamente da un fenomeno religioso. Mette invece in relazione due fenomeni omogenei: la mentalità religiosa calvinista e la mentalità capitalista, affermando che la prima fu una pre-condizione culturale insita nella popolazione europea assai utile al formarsi della seconda. Del resto anche l'uso del termine "capitalismo" associato a un fenomeno religioso del '500 sarebbe improprio, considerando che il sistema capitalistico è da riferirsi correttamente all'ambito della prima rivoluzione industriale della metà del Settecento.

Ma Weber infatti, come chiarisce lo stesso titolo dell'opera, si riferisce allo "spirito" capitalistico, a quella disposizione socio-culturale che, correggendo la spontanea sete di guadagno, induce il calvinista a reinvestire i frutti della propria attività per generare nuove iniziative economiche.[1]

Max Weber notava come i paesi calvinisti, come i Paesi Bassi, l'Inghilterra sotto Oliver Cromwell e la Scozia, erano arrivati primi al capitalismo rispetto a quelli cattolici come la Spagna, il Portogallo e l'Italia.

Si chiedeva quindi: se il capitalismo genuino è caratterizzato essenzialmente dal profitto e dalla volontà di reinvestire incessantemente quanto guadagnato, questo atteggiamento ha una relazione con la mentalità calvinista? Questo potrebbe spiegare il ritardato avvento del capitalismo nei paesi rimasti cattolici, rispetto a quelli in cui si diffuse la Riforma?

In tutte le società pre-capitalistiche l'economia è intesa come il modo per produrre risorse da impiegare per fini non economici (produttivi): consolidare il potere od ottenere maggiore influenza politica, coltivare la bellezza proteggendo letterati ed artisti (mecenatismo), soddisfare i propri bisogni (consumi) od ostentare tramite il lusso il proprio status sociale. Nello spirito capitalistico invece il conseguimento di questi fini legati a valori extra economici sono del tutto secondari e trascurabili: ciò che importa è che il profitto sia investito e sempre crescente. Il capitalista vero è colui che ottiene la massima soddisfazione dal conseguimento del profitto in sé, non dai piaceri che il guadagno può procurare. Ma per consolidare una tale mentalità, contraria alle tendenze "naturali", è stata necessaria, osserva Weber, una grande rivoluzione socio-culturale: la Riforma protestante, la quale iniziò per finalità religiose ma che involontariamente favorì il diffondersi della secolarizzazione (eterogenesi dei fini).

[modifica] Il profitto segno della grazia divina

La religione luterana aveva dichiarato l'inefficacia delle buone opere per essere salvati, la dottrina della giustificazione per fede era espressione della onnipotenza divina che, per suo insindacabile giudizio, rendeva giusto (iustum facere), giustificava, a condizione di avere fede, chi era ingiusto per sua natura, per il peccato originale. Si stabiliva così un rapporto diretto tra Dio e gli uomini. Veniva a mancare la funzione del dispensatore della grazia divina, il sacerdos, colui che dà il sacro, che assicura il fedele del perdono divino, per cui occorrono le buone opere, e della grazia salvifica.

La mediazione della Chiesa tra il fedele e Dio presente nel cattolicesimo, nel luteranesimo era cancellata e con essa i sacramenti. Ogni credente diveniva sacerdote di se stesso. Nessun uomo, sosteneva Lutero, con le sue corte braccia può pensare di arrivare fino a Dio.

Questa condizione era evidentemente disperante. Quanto più il fedele viveva approfonditamente la sua fede tanto più il dubbio si insinuava sulla sua sorte nell'al di là.

Con Calvino c'è una soluzione: il segno della grazia divina diventa visibile e sicuro: è la ricchezza, il benessere generato dal lavoro. Anzi il lavoro in sé acquistava il valore di vocazione religiosa: è Dio che ci ha chiamato ad esso. È quindi il beruf, il lavoro e il successo che ne consegue che assicura il calvinista che "Dio è con lui", che egli è l'eletto, il predestinato.

Di conseguenza il povero è colui che è fuori dalla grazia di Dio. Chi sa quali colpe egli ha commesso per essere stato punito con la povertà. La figura del povero, che nel medioevo cristiano e cattolico era la presenza di Cristo, lo strumento per acquisire meriti per il Paradiso, ora è invece il segno della disgrazia divina. Le torme di mendicanti cenciosi e ladri che ora assediano nel '500 le strade della città impauriscono i buoni borghesi. Ad ogni aumento del prezzo dei beni alimentari può scatenarsi una sommossa. Essi quindi verranno relegati dalle autorità cittadine, spesso con la forza, negli ospedali che divengono i luoghi di raccolta di ammalati, vagabondi e poveri.

[modifica] Visione weberiana

Questa concezione calvinista del valore del lavoro per il lavoro stesso trova riscontro per Max Weber in alcune caratteristiche che differenziano le due religioni: mentre il cattolico celebra la messa o prega per ottenere qualcosa, il protestante ringrazia Dio per quello che ha già ottenuto, la sua preghiera onora Dio, ha un valore in se stessa non serve per ottenere qualcosa.

Mentre le chiese cattoliche manifestano nell'oro e nella ricchezza dei loro edifici e delle cerimonie la gloria di Dio, al contrario quelle calviniste hanno il senso di sé in se stesse, sono severi luoghi di culto costruiti soltanto per pregare.

Infine come la fede nel protestantesimo vale per se stessa, è del tutto separata dalle opere così nello spirito capitalistico il lavoro e la produzione sono valori morali in sé separati da ogni risultato esterno: il profitto va reinvestito perché il beruf ha un valore in se stesso e non per i godimenti che possa procurare.

[modifica] Le obiezioni alla tesi di Weber

Altre interpretazioni storiografiche sostengono che non è affatto vero che il cattolicesimo sia estraneo allo spirito capitalistico (cfr.E.Fisschoff, "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo" La storia di una controversia nell'edizione Rizzoli, 1991 de L'etica protestante). Una forma di capitalismo già nel Medioevo esisteva nei Comuni italiani e continuò ad esistere nel '500 nelle cattoliche Siviglia, Lisbona, Venezia. Si trattava di un capitalismo commerciale che entrò in crisi prevalentemente per lo spostamento, a seguito della scoperta dell'America (1492), delle rotte commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico non certo per motivi religiosi.

"Una volta che si tenga presente la reale natura del protestantesimo in tutte le sue versioni non ci si può non rendere conto che Weber ha cercato l'origine dello spirito capitalistico moderno là dove non c'era e non poteva esserci. Nulla si può immaginare di più estraneo e antitetico al moderno spirito capitalistico della predicazione delle sette riformate, tutte ossesivamente pervase dall'orrore nei confronti di Mammona, percepito - e stigmatizzato - come il maligno corruttore di ogni cosa fisica e morale" tratto da "La genesi del capitalismo e le origini della modernità" di Luciano Pellicani, docente ordinario di sociologia politica alla LUISS.

Grandi famiglie mercantili rinascimentali come i Fugger, i Welser, i mercanti-banchieri italiani restarono cattolici. Gli stessi papi, come quelli della famiglia Medici erano spesso banchieri.

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Capitalismo rinascimentale nordeuropeo.

Sembra infine, molto riduttivo pensare che l'adesione alla Riforma fosse determinata da preesistenti condizioni economiche e di classe. Tutte le classi sociali passarono alla Riforma, ricchi e poveri, borghesia e plebe: il che dimostra che l'adesione alla Riforma fu determinata:

  • dallo sviluppo dello Stato assoluto, dove s'intreccia un patto di fedeltà tra il sovrano e i suoi funzionari borghesi, dove il suddito si sente più legato al suo re che al papa e alla Curia romana che spesso non viveva gli ideali evangelici;
  • dal nuovo messaggio religioso egualitario della Riforma che trascinava poi con sé la ribellione della masse contadine e cittadine desiderose di giustizia e di un clero non più concubino e simoniaco;
  • dalla primitiva nascita di un sentimento di nazionalità, di una prima identità nazionale che portava a un naturale distacco da Roma e all'esigenza di una Chiesa nazionale autonoma dove nei culti la lingua nazionale permettesse a tutti la partecipazione e la comprensione. Tale auspicato passaggio è arrivato con il Concilio Ecumenico Vaticano II.

Rimane comunque un problema: perché l'Europa religiosa, a seguito della Riforma, si spaccò così rapidamente e definitivamente in due parti? In effetti tra il cristianesimo dei popoli dell'Europa centro settentrionale e di quella Mediterranea, sin dall'inizio esisteva una differenza perché rappresentavano due culture profondamente diverse. Vi era stato un doppio cristianesimo sin dall'inizio. Nel Medioevo la cristianità era stata improntata dal feudalesimo venuto dal Nord Europa ma poi verso il XIII secolo era stata la cultura cristiana dei mercanti e banchieri italiani a diffondersi in Europa. Ma una vera fusione tra i due cristianesimi non era mai avvenuta.

Adesso con l'avvento della Riforma quella incrinatura diventa una profonda, insanabile spaccatura.[senza fonte]

[modifica] Note

  1. ^ Quello che Marx esprimeva nella formula D-M-D1 (denaro-merce-denaro), in cui il denaro investito generava una quantità maggiore di denaro (D1 maggiore di D).

[modifica] Bibliografia

  • Luciano Pellicani, "La genesi del capitalismo e le origini della modernità" , 2006, Marco.
  • Max Weber, "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo" Firenze, 1970
  • Economia e società, I, II, Milano, 1961
  • Marianne Weber, "Max Weber. Una biografia", Bologna, 1995
  • H. Treiber (a cura di), "Per leggere Max Weber", Padova, 1993
  • M. De Feo, "Introduzione a Weber", Bari, 1970
  • Luciano Cavalli, "Max Weber: religione e società", Bologna, 1968
  • Franco Ferrarotti, "Max Weber e il destino della ragione", Bari, 1965

Sulle critiche alla tesi di M.Weber vedi:

  • R.Tawney, "La religione e la genesi del capitalismo"(1922), Milano,1967
  • A.Fanfani. "Cattolicesimo e protestantesimo nella formazione storica del capitalismo", Milano, 1940
  • E.Fisschoff, "L'etica protestante e lo spirito del capitalismo" La storia di una controversia nell'edizione Rizzoli, 1991 de L'etica protestante
  • Oscar Nuccio "Addio all'«Etica protestante». Umanesimo civile ed individualismo economico nella letteratura italiana: da Albertano ad Alberti", Roma, Casa Editrice Universitaria degli Studi La Sapienza, 2003

[modifica] Voci correlate

[modifica] Altri progetti

[modifica] Collegamenti esterni

Strumenti personali
Namespace

Varianti
Azioni
Navigazione
Comunità
Stampa/esporta
Strumenti
Altre lingue