L'arpa birmana

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L'arpa birmana
Arpabirmana-1956.png
Shôji Yasui in una scena del film
Titolo originale Biruma no tategoto
Paese di produzione Giappone
Anno 1956
Durata 116 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere guerra, drammatico
Regia Kon Ichikawa
Soggetto Michio Takeyama (romanzo)
Sceneggiatura Natto Wada
Produttore Masayuki Takaki
Fotografia Minoru Yokoyama
Montaggio Masanori Tsujii
Musiche Akira Ifukube
Scenografia Takashi Matsuyama
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani

L'arpa birmana (ビルマの竪琴 Biruma no tategoto?) è un film del 1956 diretto da Kon Ichikawa.

Vinse il Premio San Giorgio alla 21ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, nel 1956, quando non fu assegnato il Leone d'oro.[1] Fu nominato all'Oscar al miglior film straniero, battuto da La strada di Federico Fellini.

Nel 1984 lo stesso Ichikawa ne presentò un remake a Venezia.[1]

Trama[modifica | modifica sorgente]

« Rossi come il sangue sono i monti e le terre della Birmania. »
(Scritta in apertura e chiusura del film)

Birmania, luglio 1945: un gruppo di soldati giapponesi in ritirata nella giungla tenta di raggiungere il confine con la Thailandia. Il giovane Mizushima, per tenere alto il morale dei commilitoni, si fabbrica un'arpa e canta motivi tradizionali della propria terra. Quando giunge la notizia della capitolazione del Giappone e della fine della guerra, Mizushima accetta la missione di far arrendere un gruppo di fanatici suoi compatrioti che, rifugiatisi in una caverna, hanno deciso di continuare a combattere. Il soldato viene trattato da vigliacco e da traditore quando tenta di spiegare al comandante che, scaduto il termine imposto dagli alleati, la caverna verrà bombardata. Allo scadere dell'ultimatum, molti muoiono sotto il fuoco dell'artiglieria. Mizushima rimane ferito, un prete buddista lo raccoglie e cura le sue ferite dandogli una lezione di umanità. Mizushima decide allora di non ricongiungersi con i commilitoni e di diventare bonzo, per dare onorevole sepoltura ai corpi dei compatrioti morti. Quando i commilitoni lo riconoscono e gli chiedono di tornare con loro, egli imbraccia l'arpa e intona il "canto dell'addio". Mizushima lascia ai compagni anche una lettera di addio, che contiene queste parole:

« Ho superato i monti, guadato i fiumi, come la guerra li aveva superati e guadati in un urlo insano. Ho visto l'erba bruciata, i campi riarsi... perché tanta distruzione caduta sul mondo? E la luce mi illuminò i pensieri. Nessun pensiero umano può dare una risposta a un interrogativo inumano. Io non potevo che portare un poco di pietà laddove non era esistita che crudeltà. Quanti dovrebbero avere questa pietà! Allora non importerebbero la guerra, la sofferenza, la distruzione, la paura, se solo potessero da queste nascere alcune lacrime di carità umana. Vorrei continuare in questa mia missione, continuare nel tempo fino alla fine. »

Critica[modifica | modifica sorgente]

Il filosofo Aldo Capitini, nel suo saggio La compresenza dei morti e dei viventi (1966), ha scritto che «religioso indubbiamente è nell'Arpa birmana il contrasto tra il piacevolissimo ritorno dei reduci alle cose semplici e quotidiane della vita e la missione di chi resta, solo e piangente, a seppellire i soldati morti».[2]

Secondo il Dizionario del cinema di Fernaldo Di Giammatteo, il film affronta il tema della pietà spinta all'estremo, fin quasi alla follia e all'infatuazione.[3] Per il Farinotti, invece, l'opera «stempera le visioni degli orrori della guerra in una sorta di contemplazione assorta e ieratica. È forse il film più pacifista sul conflitto mondiale degli ultimi quarant'anni, venato di una tristezza infinita che accomuna cristianamente amici e nemici».[4]

Il Morandini parla di «poema lirico il cui pacifismo affonda le sue radici nella coscienza religiosa dell'uomo e in un sentimento panteistico. Qua e là prolisso nella solenne lentezza del suo ritmo largo, quando affronta senza mediazioni né patetiche né estetizzanti i suoi temi di fondo raggiunge momenti di dolorosa e maestosa bellezza», con l'accompagnamento musicale di Akira Ifukube che serve da «collante» mistico, assumendo propriamente il ruolo di «"religione" cioè collegamento: tra l'uomo e il mistero, tra uomo e uomo, amico o nemico».[1]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b c Laura, Luisa e Morando Morandini, Il Morandini. Dizionario dei film 2001, Zanichelli, Bologna, 2000, p. 103. ISBN 88-08-03105-5
  2. ^ Aldo Capitini, La compresenza dei morti e dei viventi, Il Saggiatore, Milano, 1966, p. 255.
  3. ^ Fernaldo Di Giammatteo, Dizionario del cinema, Newton&Compton, Roma, 1995, p. 25.
  4. ^ Pino e Rossella Farinotti, il Farinotti 2010. Dizionario di tutti i film, con la collaborazione di Giancarlo Zappoli e Bartolomeo Corsini, Newton Compton editori, Roma, 2009, p. 169. ISBN 978-88-541-1555-2

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