L'armata Brancaleone

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L'armata Brancaleone
Armata brancaleone (11).jpg
Vittorio Gassman (Brancaleone) e Gianluigi Crescenzi (Taccone)
Titolo originale L'armata Brancaleone
Paese di produzione Italia
Anno 1966
Durata 120 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 2,35:1
Genere commedia d'avventura, comico
Regia Mario Monicelli
Soggetto Age e Scarpelli, Mario Monicelli
Sceneggiatura Age e Scarpelli, Mario Monicelli
Produttore Mario Cecchi Gori
Distribuzione (Italia) Titanus (1966)
Fotografia Carlo Di Palma
Montaggio Ruggero Mastroianni
Effetti speciali Armando Grilli
Musiche Carlo Rustichelli
Scenografia Piero Gherardi
Costumi Piero Gherardi
Interpreti e personaggi
Doppiatori italiani
Premi

L'armata Brancaleone è un film del 1966 diretto da Mario Monicelli.

Vincitore di tre nastri d'argento, fu presentato in concorso al 19º Festival di Cannes.[1] È considerato uno dei capolavori del regista, grazie anche alle scenografie e ai costumi di Piero Gherardi, in forte contrasto cromatico. La nota colonna sonora, scritta da Carlo Rustichelli e cantata dal tenore lirico leggero Piero Carapellucci, venne incisa su dischi Parade.

Trama[modifica | modifica wikitesto]

A Civitanova, nella buia Italia dell'XI secolo, Brancaleone da Norcia, unico e spiantato rampollo di una nobile famiglia decaduta, dotato però di una non comune eloquenza ed animato da sane virtù e cavallereschi principî, guida un manipolo di miserabili (l'anziano notaio giudeo Abacuc, il robusto Pecoro, un ragazzino di nome Taccone e lo scudiero Mangold) alla presa di possesso del feudo di Aurocastro in Puglia, secondo quanto dettato in una misteriosa pergamena imperiale scritta da Ottone I il Grande che gli stessi miserabili gli porgono e che affermano di aver rinvenuto in modo del tutto lecito e casuale, in realtà rubata al suo proprietario: un cavaliere aggredito e creduto morto. Brancaleone inizialmente non vuole mettersi al comando di un gruppo di straccioni e rifiuta con disprezzo. Tuttavia, nel torneo a cui si accingeva a partecipare, il combattimento con un altro cavaliere si conclude con la sua sconfitta, e il cavaliere accetta di unirsi con il gruppo di miserabili.

Attraversando tutta la penisola, viene coinvolto in diverse avventure: incontra un principe bizantino diseredato, Teofilatto dei Leonzi, che si aggrega all'armata; entra in una città apparentemente deserta dando licenza di saccheggio, salvo scoprirla poi infestata dalla peste; dopodiché si aggrega al monaco Zenone (cioè Pietro l'Eremita), che, a capo di un gruppo di pellegrini, è diretto a Gerusalemme per unirsi alla lotta per la liberazione del Santo Sepolcro. In seguito, per superare un instabile ponte ("cavalcone" nel film), diversi di loro passano ma, quando tocca a Pecoro, questo precipita: Zenone pensa che qualcuno non abbia fede, e perciò abbia dato il "malocchio" all'uomo. Si scopre che l'anziano Abacuc è di fede ebraica e quindi non nella "retta via". Battezzato Abacuc con il nome di Mansueto (sotto una piccola cascata gelata), riprendono la strada per Gerusalemme ma raggiungono un ennesimo "cavalcone": il gruppo ha paura di oltrepassarlo per non fare la stessa fine di Pecoro, e Zenone, per dar fede, passa per primo, precipitando nel fossato. Ormai non hanno una guida che li porti a Gerusalemme, quindi, "l'armata" di Brancaleone riprende la strada per Aurocastro.

Durante il cammino si inoltrano in un bosco e proprio qui il cavaliere salva una giovane promessa sposa, Matelda, dalle grinfie di avidi barbari che hanno massacrato le guardie di scorta che erano con la ragazza, ma Brancaleone arriva ed uccide il capo dei manigoldi e, in seguito, lei si offre di guidarli fino al suo tutore, ferito mortalmente dai barbari, che in punto di morte fa promettere a Brancaleone di portarla in sposa al nobile Guccione. Lei vuole sposarlo, ma il cavaliere rifiuta: la donna si concede allora a Teofilatto. Dopo altri giorni di viaggio arrivano alla roccaforte di Guccione e, durante i festeggiamenti, il nobile scopre che qualcuno ha abusato di Matelda e fa rinchiudere Brancaleone, da lei accusato, in una gabbia. I suoi amici decidono di liberarlo e vanno dal fabbro del paese, Manuc, che sta per suicidarsi. Lo fermano e, con il suo aiuto, liberano Brancaleone, il quale scopre dai suoi compagni di viaggio che Matelda è stata portata in un monastero da Guccione. Raggiunge quindi il convento e, dopo aver ucciso diverse guardie del nobile, arriva alla sua stanza, ma lei ha scelto di prendere i voti per fare penitenza di averlo accusato ingiustamente, e non intende venir meno alla sua scelta. Brancaleone, sorpreso e amareggiato per la perdita del suo amore, parte quindi con i suoi amici, con l'aggiunta del fabbro Manuc.

Teofilatto, vedendo che sono arrivati vicino alla sua dimora, convince l'armata ad estorcere denaro alla famiglia dei Leonzi, fingendosi in ostaggio. Arrivati al castello, il gruppo viene accolto dalla famiglia dei Leonzi al completo, a detta dello stesso Teofilatto avvezza ad intrighi e raggiri. Manca solo il capofamiglia, ma durante l'attesa del suo arrivo Teodora, zia di Teofilatto e amante del nano e deforme Cippa, seduce Brancaleone che, prima di seguirla nelle sue stanze, affida ad Abacuc le trattative per il riscatto. Mentre il cavaliere subisce le passioni violente della zia, una sorta di sadomasochista ante litteram, Abacuc chiede al padre di Teofilatto il riscatto per il figlio, ma questi, rifiutatosi (essendo il figlio nato fuori dal matrimonio) intima loro di andarsene entro breve, pena l'essere trafitti da frecce avvelenate. Il gruppo allora fugge di gran carriera e, proprio in quel momento, ritorna Brancaleone (ancora mezzo nudo) che, invece di una ricca ricompensa, si trova a dover scappare insieme agli altri, riuscendo per un soffio a sfuggire a morte certa.

Durante altri giorni di viaggio Mangold e Teofilatto reincontrano Pecoro (creduto morto cadendo nel precipizio) nella tana di un orso. Avvertono quindi Brancaleone e, dopo aver imbrogliato l'orso, portano con loro l'amico. Passano giorni e giorni, e quando sono ormai in vista del feudo di Aurocastro dovranno subire una perdita, quella di Abacuc, che muore di vecchiaia.

Giunti nelle campagne intorno al feudo da reclamare, il gruppo sente delle campanelle che associano al sonaglio di Zenone: scoprono poi che si sbagliano poiché il suono proveniva da una mucca. Raggiungono alla fine la roccaforte di Aurocastro e gli abitanti del luogo si affrettano a consegnare agli eroi le chiavi del castello prima di rifugiarvisi, lasciando l'armata sola a fronteggiare l'attacco da parte dei pirati Saraceni; adesso si spiega tutto: Ottone aveva scritto quella pergamena per dare alla cittadina un feudatario che l'avrebbe salvata dalle numerose incursioni dei pirati. Brancaleone e il suo piccolo esercito, dopo aver maldestramente tentato di tendere una trappola agli invasori, sono fatti ben presto prigionieri e condannati alla pena di morte per impalamento, ma vengono liberati da un misterioso personaggio che uccide tutti i saraceni, compreso il loro capo. Il cavaliere che li ha salvati si rivela essere il cavaliere erroneamente creduto morto all'inizio della storia. Questi, il vero e legittimo destinatario della pergamena, condanna Brancaleone e i suoi armigeri al rogo come ladri e usurpatori. Teofilatto rivela a Brancaleone di essere stato lui ad avere abusato di Matelda, causando la rabbia dell'uomo.

Ma proprio quando la sentenza sta per essere eseguita, ricompare il monaco Zenone - sopravvissuto alla caduta nel fiume e di nuovo a capo di un manipolo di straccioni diretti in Terra Santa - il quale convince il cavaliere a liberare Brancaleone ed i suoi, in quanto ancora legati al voto di seguire il monaco per liberare il Santo Sepolcro.

Produzione[modifica | modifica wikitesto]

Sceneggiatura[modifica | modifica wikitesto]

Brancaleone da Norcia, Teofilatto dei Leonzi e il frate Zenone (Enrico Maria Salerno) nel momento di attraversare il ponte di legno

Alla sceneggiatura collabora in modo determinante lo stesso regista, che con Agenore Incrocci e Furio Scarpelli, binomio artistico meglio conosciuto come Age e Scarpelli, dà vita ad una rilettura fresca ed originale dell'Italia medioevale, creando quello che sarà il colpo di genio del film: l'invenzione di quell'idioma immaginario, a cavallo tra il latino maccheronico, la lingua volgare medievale e l'espressione dialettale, che caratterizzerà tutti i personaggi.

L'originalità però non si esaurisce nella sceneggiatura. Anche i costumi (a forte contrasto cromatico e di disegno originalissimo) e tutte le scene di esterni, curati da Piero Gherardi, lo scenografo che firma molte delle caratteristiche atmosfere felliniane, rappresentano un elemento innovativo, presentando un medioevo straccione ben lontano da quello oleografico e dorato di certi film di ambientazione medievale, mentre alla fotografia lavorerà Carlo Di Palma, al quale si dovranno alcune immagini memorabili del film, come quella in cui il protagonista e la sua armata si presentano alla corte bizantina dei Leonzi.

Il richiamo ad un precedente film monicelliano di grande successo (I soliti ignoti) è evidente sia nell'impianto generale della sceneggiatura (la compagnia sgangherata e raccogliticcia che cerca di compiere una grande impresa, fallendola miseramente), sia nella somiglianza dei personaggi interpretati da Vittorio Gassman e Carlo Pisacane nei due film, che in alcune sequenze specifiche, come quella in cui Gassman, contattato per entrare nella compagnia, dapprima rifiuta, per poi accettare dopo la sconfitta nel combattimento (di pugilato ne I soliti ignoti e al torneo ne L'armata Brancaleone). Inoltre, la scena in cui Teofilatto, durante una pausa del duello con Brancaleone, gli consiglia una cura per il fegato, è ricalcata dall'analoga sequenza tra Totò e Fabrizi in Guardie e ladri, film di Monicelli e Steno del 1951.

Per rompere lo scetticismo del produttore sulla riuscita del film, il regista accettò di prendere parte alla produzione e di rinunciare al compenso in cambio di una compartecipazione sugli incassi. Il successo fu enorme e Monicelli ne ricavò, per sua stessa ammissione, guadagni assai ingenti tanto che in seguito nessun produttore accettò più di condividere con lui gli incassi dei film da lui girati. Il titolo provvisorio del film in fase di produzione fu fissato in Le Caccavelle, termine con cui si indicano le pentole e gli utensili da cucina che l'armata di pezzenti al seguito di Brancaleone usa come armi ed armature.

Cast[modifica | modifica wikitesto]

Teofilatto dei Leonzi (Gian Maria Volonté) in una scena del film

La scelta di Gian Maria Volonté nel ruolo di Teofilatto dei Leonzi venne imposta al regista dal produttore Mario Cecchi Gori. L'attore milanese stava attraversando in quel periodo un momento di grande popolarità dovuta al successo dei film western per la regia di Sergio Leone, nei quali aveva interpretato il ruolo di antagonista. Mario Monicelli non nascose il suo dissenso e in un'intervista rilasciata in occasione del quarantesimo anniversario del film ha rivelato come invece fosse Raimondo Vianello l'attore da lui prescelto per lo stesso ruolo. Il personaggio esilarante di Zenone fu invece caratterizzato dallo stesso Enrico Maria Salerno, che dopo aver letto la sceneggiatura si presentò a casa di Monicelli pregandolo di affidargli la parte, per la quale inventò la tonalità in falsetto che convinse immediatamente il regista.

Catherine Spaak aveva circa vent'anni nel momento in cui partecipò alla lavorazione del film, non conosceva ancora bene l'italiano ed aveva grosse difficoltà a confrontarsi con lo strano linguaggio richiesto dal copione. Racconta l'attrice franco-belga: «Già studiare il copione era per me molto difficile, quando arrivavo sul set venivo poi accolta con prese in giro e parolacce. All'inizio trattenevo a stento le lacrime ma capivo il loro divertimento e non potevo rovinargli la festa. È anche così che ho appreso il rigore e lo spessore del grande cinema italiano.»

Location[modifica | modifica wikitesto]

In sintonia con il tono parodistico del film, molti dei luoghi citati da Brancaleone (Aurocastro, S.Cimone, Bagnarolo, Panzanatico) nonché le battaglie (Battaglia di Battilonta, Battaglia di Sutri) sono fittizi.

In realtà, il film è girato in gran parte nell'alto Lazio e nella Maremma laziale: a Viterbo (il portone della vedova appestata è quello di Palazzo Chigi), Canino, Nepi, Vitorchiano, Valentano, Tuscania (presso la cripta della chiesa di San Pietro), a Chia (presso la Torre di Chia), nei pressi del Monte Soratte, nella Selva Cimina, sui calanchi della Teverina, nelle zone a ridosso dei laghi vulcanici di Bracciano, Bolsena[2], e in Toscana, nella zona della Val d'Orcia e delle Crete senesi. La scena di Aurocastro invece è girata presso il borgo calabrese di Le Castella, situato nei pressi di Capo Rizzuto, mentre la giostra iniziale in Umbria nei pressi di Arrone (Terni).

Titoli di testa[modifica | modifica wikitesto]

I titoli di testa e le animazioni che impreziosiscono la confezione finale dell'opera furono realizzati dal genovese Emanuele Luzzati, uno dei più importanti e noti illustratori italiani.

I precedenti filmici e letterari[modifica | modifica wikitesto]

Nella intervista rilasciata a Stefano Della Casa e pubblicata nel libro dedicato al film, il regista afferma di avere tratto l'idea per il suo Brancaleone da una visione casuale, nei laboratori di Cinecittà, di alcune scene di un film di Luigi Malerba e Antonio Marchi del 1955: Donne e soldati, che in quel periodo era ancora in fase di montaggio. Il film rimase incompiuto e non uscì mai nelle sale cinematografiche.

L'aneddoto raccontato dal regista non spiega totalmente la genesi complessa dell'opera. L'ispirazione degli sceneggiatori infatti si affida non solo a elementi cinematografici ben definiti, come ad esempio La sfida del Samurai di Akira Kurosawa del 1961, o forse a Francesco, giullare di Dio di Roberto Rossellini del 1950, ma certamente ad un solido bacino letterario che va da Cervantes all'Italo Calvino de Il cavaliere inesistente, senza contare le reminiscenze scolastiche alle quali il trio si affida per coniare quel linguaggio buffonesco, forbito, strampalato e insieme eloquente che segnerà il successo del film.
Nell'idea del regista e degli sceneggiatori questo genere di maldestra lingua volgare, completamente inventata, avrebbe dovuto ricoprire un ruolo totalmente accessorio a dimostrazione del fatto che, in un film, sono le immagini, la loro sequenza cinematografica e non i dialoghi parlati, a svolgere la vera funzione narrativa. Monicelli, convinto sostenitore del primato del cinema muto nei confronti del sonoro, difese con questa convinzione le sue scelte davanti alle perplessità mostrate dal produttore (Mario Cecchi Gori) che esprimeva dubbi sulla comprensibilità dei dialoghi. A detta di molti sarà proprio questo genere di linguaggio improbabile e il tipo di ambientazione storica che darà luogo in anni successivi al cosiddetto genere cinematografico decamerotico, che altri vogliono invece far risalire esclusivamente alla trilogia pasoliniana del Decameron. Molte delle allocuzioni verbali coniate o semplicemente utilizzate dagli sceneggiatori per dar vita ai personaggi del film, avranno un tale successo che entreranno a far parte del linguaggio comune.

Il contenuto "storico"[modifica | modifica wikitesto]

L'armata di Brancaleone

L'immagine del Medioevo italico che scaturisce dall'ambientazione de L'armata Brancaleone è, per la prima volta nel cinema italiano, un'immagine plausibile e realistica, lontana dalle rappresentazioni cavalleresche e mitologiche tipiche di tanta letteratura romantica. Quello di Monicelli è un Medioevo straccione, popolato di disperati, miserabili, cialtroni ed appestati, fortemente dualista, perennemente diviso tra fede e peccato, spirito e carne, eros e morte, che rivisita pesantemente il mito delle gesta cavalleresche. Un medioevo estremamente violento e cruento nel quale le scene, seppur finalizzate all'evento comico e comunque condite di abbondante ironia, non lasciano indifferenti per la crudezza della rappresentazione.

L'operazione cinematografica non ha nessun valore filologico e storiografico, ciò nonostante risulta efficace sia dal punto di vista prettamente teatrale perché impostata su tratti e vicende umane del tutto plausibili, ben articolata nei vincoli canonici della commedia (rottura di un equilibrio o creazione di una nuova condizione di fatto, costituzione di un gruppo intorno ad un leader carismatico, definizione della impresa, finale ridicolo e fallimentare, rielaborazione della vicenda vissuta), sia dal punto di vista della valenza culturale, perché riuscirà ad imporre dei canoni stilistici e a dare nuove rappresentazioni popolari di un preciso periodo storico.

La commedia all'italiana[modifica | modifica wikitesto]

Sebbene il film sia una commedia in costume, molti sono d'accordo nel ritenere che esso appartenga di diritto al genere della commedia all'italiana. Effettivamente l'Italia che nel film viene rappresentata è famelica, pezzente, meschina ed infingarda ma al tempo stesso capace di gesti eroici, animata da una grande ed ammirevole umanità come nella tradizione dei migliori film appartenenti a questo genere, del quale il regista è maestro indiscusso.

Mario Monicelli non nascose il fatto che il film era stato concepito anche con intenti pedagogici e popolari; d'altronde analizzando tutta la produzione cinematografica del regista toscano si percepisce l'inclinazione a rivisitare, in termini popolari ed accessibili, periodi o eventi di rilievo della storia italiana. Monicelli vuole raccontare una nuova storia italiana, nella quale i diseredati, i perdenti, gli sfortunati trovino anche loro una collocazione onorevole, a dispetto delle versioni ufficiali edulcorate ad uso e consumo dei sussidiari per le scuole elementari.

Colonna sonora[modifica | modifica wikitesto]

Le musiche de L'armata Brancaleone sono state composte da Carlo Rustichelli, di seguito sono riportate le varie tracce:[3]

  1. Marcia (Titoli di testa) e Dopo la battaglia (02:54)
  2. Combattimento (01:08)
  3. Un prezioso bottino (01:49)
  4. Marcia (02:13)
  5. La città appestata e Cuccuruccù (01:40)
  6. La dama misteriosa (01:54)
  7. Pirulè (strani pellegrini) (02:33)
  8. Brancaleone e Matelda (tema d'amore) (01:28)
  9. Marcia (01:19)
  10. Tema d'amore e Brancaleone prigioniero (03:09)
  11. Cavalcata e Tema d'amore (01:45)
  12. Gli ultimi duchi di Bisanzio (01:12)
  13. Brancalene incontra Teodora (02:58)
  14. Marcia (01:20)
  15. Brancaleone in gabbia e Marcia (Finale) (01:26)

Incongruenze storiche[modifica | modifica wikitesto]

Nella scena iniziale del film i barbari parlano uno pseudo-lombardo ma nelle scene non doppiate gli attori recitano in ungherese: si sentono distintamente esclamare "figyelem" (attenzione) e "bocsi" (scusi).[senza fonte]

Nel film si fa riferimento alla presenza dei Bizantini in Italia. Ciò però rappresenta un anacronismo con il tema della Crociata, dato che i Bizantini si ritirarono definitivamente dall'Italia nel 1071 e la Prima Crociata ebbe luogo nel 1096, quando il Sud Italia era completamente dominato dai Normanni. La famiglia di Teofilatto però è presentata come decadente, il castello è quasi in rovina e potrebbe quindi trattarsi di una corte di duchi bizantini ormai privi di feudi e dominio effettivo sul territorio, isolati nei loro ultimi possedimenti.

Il film inizia con un'invasione di barbari Alemanni. Tuttavia l'ultima incursione alemanna in Italia risale al VI secolo e in particolare ebbe termine con la Battaglia del Volturno (554). Pertanto è assolutamente anacronistico porre l'evento a stretto contatto con la Prima Crociata, in quanto si tratta di un fatto anteriore di quasi cinque secoli. In generale, nel Basso Medioevo le invasioni barbariche erano un fenomeno ormai del tutto esaurito.

Le cause del successo popolare[modifica | modifica wikitesto]

Brancaleone e Matelda (Catherine Spaak)

Alla coralità dell'opera prestano il loro contributi diversi attori. Su tutti emerge il protagonista Vittorio Gassman. La sua interpretazione si appropria completamente del nuovo idioma creato dagli sceneggiatori, lo rende vivo, fortemente teatrale, epico ma al tempo stesso irresistibile dal punto di vista comico. Non ultimo bisogna citare il supporto musicale di Carlo Rustichelli, che in diversi momenti del film contribuisce ad accentuare la doppia vena comico-drammatica delle vicende narrate. Il motivetto scritto per l'occasione, ed al quale collaborò direttamente il regista, divenne un tormentone popolare.

Influenza culturale[modifica | modifica wikitesto]

Gian Maria Volonté

L'antonomasia armata Brancaleone è entrata nel linguaggio comune ed è riportato ormai da diversi dizionari della lingua italiana.[4][5] La locuzione indica un gruppo variopinto, un'accozzaglia di persone dalle idee confuse e poco organizzate. Generalmente è utilizzata in ambito sportivo, politico o militare.

Alcune espressioni ormai abbastanza diffuse nella lingua parlata italiana devono certamente la loro popolarità al grande successo del film. Ad esempio l'espressione che te ne cale, con la quale si sostituisce spesso nell'uso colloquiale l'espressione cosa te ne importa; et come non? per l'espressione italiana e come no?; o ancora mai coverto, a significare mai sentito, mai conosciuto.

Riferendosi al personaggio di Brancaleone, Vittorio Gassman ebbe a dire: «... c'era la bellissima invenzione di quel linguaggio e di quel personaggio, una specie di samurai che ormai tutti conoscono e che è stato credo il personaggio che mi ha dato più popolarità».

Distribuzione[modifica | modifica wikitesto]

In occasione del lancio pubblicitario per l'uscita del film nelle sale cinematografiche di Roma furono affissi dei cartelli pubblicitari in materiale plastico e, assoluta novità, con la figura di Brancaleone in rilievo. Scomparvero dalla circolazione dopo pochi giorni. L'esperimento non fu più tentato per l'uscita del seguito del film.

Il film uscì nelle sale cinematografiche italiane il 7 aprile del 1966. Presentato a Cannes nel maggio dello stesso anno, venne poi esportato in Germania il 28 giugno del '68. Poi in Spagna il 27 settembre del 1983.[6]

Accoglienza[modifica | modifica wikitesto]

L'armata Brancaleone alla sua uscita nelle sale diviene subito campione di incassi, raccogliendo i consensi entusiastici ed unanimi della critica e collezionando numerosi premi internazionali.[7]

Incassi[modifica | modifica wikitesto]

L'incasso accertato sino al 31 dicembre 1970 è di 1 878 628 000 lire.[8]

Critica[modifica | modifica wikitesto]

  • Gianni Rondolino nel Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1966/1975 « Il primo esempio di film maccheronico tutto costruito sui temi della farsa e del dramma, dell'avventura e della satira, stravolti da una continua invenzione formale, a livello di linguaggio e di stile cinematografico, che fa scaturire dalle immagini e dai dialoghi un'interpretazione grottesca sia nella realtà rappresentata sia nei modi della sua rappresentazione. Pur nell'ambito d'una esercitazione contenutistica e formale di stampo goliardico L'Armata Brancaleone per la novità ed il successo di pubblico, che ha avuto, costituisce un originale esempio di cinema di consumo le cui imitazioni sono state inferiori all'originale »

Il restauro[modifica | modifica wikitesto]

Il film, in occasione del suo quarantesimo anniversario, è stato restaurato all'interno di un progetto culturale finanziato da una fondazione privata che ha lo scopo di recuperare e salvaguardare i più importanti titoli cinematografici italiani, il restauro fu curato da Giuseppe Rotunno.

Retrospettive[modifica | modifica wikitesto]

Nel gennaio 2011, come omaggio a Monicelli scomparso da poco, la Cineteca di Bologna organizzò una retrospettiva in suo ricordo, proiettando nel cinema Lumière L'armata Brancaleone e altri lavori del regista.[9][10]

Citazioni e parodie[modifica | modifica wikitesto]

Séguito[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Brancaleone alle crociate.
  • Quattro anni dopo, nel 1970, uscì un séguito intitolato Brancaleone alle crociate, sempre diretto da Mario Monicelli. Il film riscosse un buon successo, anche se non arrivò all'altezza del primo capitolo.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ (EN) Official Selection 1966, festival-cannes.fr. URL consultato il 13 giugno 2011.
  2. ^ La Tuscia ai tempi dell'Armata Brancaleone
  3. ^ L'armata Brancaleone Soundtrack, soundtrackcollector.com.
  4. ^ Il Devoto-Oli. Vocabolario della lingua italiana, Le Monnier, registra anche l'aggettivo "brancaleonesco" con riferimento a qualcosa che è un «misto di eroico e di ridicolo».
  5. ^ Dizionario italiano in laRepubblica.it, Hoepli. URL consultato il 27 aprile 2014.
  6. ^ Date di uscita per L'armata Brancaleone (1966), IMDb.
  7. ^ Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1966/1975
  8. ^ Catalogo Bolaffi del cinema italiano 1966/1975.
  9. ^ Lumiére, il 2011 si apre con Monicelli, La Repubblica - Bologna.
  10. ^ La Cineteca di Bologna ricorda Monicelli.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Bruno Torri - Il cinema italiano dalla realtà alle metafore - Palumbo (1973)
  • Age e Scarpelli - Mario Monicelli - Il romanzo di Brancaleone - Longanesi (1984)
  • Masolino D'Amico - La commedia all'italiana - Mondadori (1985)
  • Aldo Viganò - La commedia italiana in cento film - Le Mani (1999)
  • Stefano Della Casa - Storia e storie del cinema popolare italiano - La Stampa (2001)
  • Mariano Sabatini e Oriana Maerini - Mario Monicelli, la sostenibile leggerezza del cinema. Libro intervista - Edizioni Scientifiche Italiane (2001)
  • Gian Piero Brunetta - Guida alla storia del cinema italiano (1905-2003) - Einaudi (2003)
  • Stefano Della Casa - L'Armata Brancaleone. Quando la commedia riscrive la storia - Lindau (2006)

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

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