L'angelo del male (film 1938)

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L'angelo del male
LAngeloDelMale.png
Una scena del film con il protagonista Jean Gabin
Titolo originale La bête humaine
Paese di produzione Francia
Anno 1938
Durata 100 min
Colore B/N
Audio sonoro
Genere drammatico
Regia Jean Renoir
Soggetto Émile Zola (romanzo)
Sceneggiatura Jean Renoir
Produttore Robert Hakim per Paris Film Production
Distribuzione (Italia) Minerva
Fotografia Curt Courant
Montaggio Marguerite Renoir e Suzanne de Troeye
Musiche Joseph Kosma
Scenografia Eugène Lourié
Interpreti e personaggi

L'angelo del male (La Bête humaine) è un film diretto nel 1938 dal regista Jean Renoir.

Il soggetto è tratto da La bestia umana, romanzo di Émile Zola, diciassettesimo dei venti che formano il ciclo dei Rougon-Macquart, pubblicato in feuilleton nel 1899-90. Lo stesso soggetto è alla base de La bestia umana (Human Desire) di Fritz Lang.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Jacques Lantier è vittima di pulsioni omicide. Si trova bene solo in compagnia del fuochista Pecqueux sulla Lison, la locomotiva a vapore con la quale percorre la linea Paris-Le Havre. Sfortunatamente incontra una giovane donna, Séverine il cui marito Roubaud, vicecapo della stazione di Havre, ha appena assassinato l'amante della moglie, Grandmorin. Séverine diventa l'amante di Lantier e gli suggerisce di eliminare il suo ormai ingombrante marito. Tuttavia durante una crisi psicotica di Lantier è lei stessa a restare uccisa.

Accoglienza[modifica | modifica sorgente]

«La Bête humaine uscì a Parigi subito dopo il Natale e fu un successo immediato, facendo il tutto esaurito per mesi alla Madeleine. La fama di Renoir era al suo culmine».[1]

Critica[modifica | modifica sorgente]

Così lo descrive Claude de Givray:

«C'è il film triangolo (La carrozza d'oro), il film-cerchio (Il fiume), La Bête humaine è un film linea retta, cioè una tragedia». Il giudizio è citato da François Truffaut che aggiunge sul modo di lavorare del regista: «Jean Renoir non filma situazioni ma piuttosto - vi chiedo di ripensare a quell'attrazione da fiera che si chiama "palazzo degli specchi" - personaggi che cercano di uscire da questo palazzo e urtano contro gli specchi della realtà. Jean Renoir non filma idee ma uomini e donne che hanno idee e queste idee, per quanto barocche o illusorie possano essere, lui non ci invita né ad adottarle né a scartarle, ma semplicemente a rispettarle».[2]

Titoli di testa[modifica | modifica sorgente]

«Ritmati da una musica patetica, i titoli di testa de La bête humaine si chiudono su una citazione a scorrere di uno dei brani più drammatici del romanzo seguita addirittura da una foto a tutto schermo di Émile Zola».[3]

Citazione di Zola[modifica | modifica sorgente]

« In certi momenti lui era perfettamente conscio di quella incrinatura ereditaria[…]In tal modo gli si era formato il convincimento che pagava per gli altri, i padri, gli avi che avevano bevuto, le generazioni di ubriaconi dalle quali aveva ereditato il sangue malato[…]La testa gli rintronava per lo sforzo, non riusciva a darsi una risposta, pensava di essere troppo ignorante, con quel cervello troppo ottenebrato in quell’angoscia d’uomo spinto a compiere atti al di fuori della propria volontà, la cui radice s’era dissolta in lui. »
(Emile Zola,La bestia umana, Fabbri, Milano 1976, traduz. Francesco Francavilla, pp. 63-65)

La locomotiva[modifica | modifica sorgente]

«Ma arriviamo a uno degli attori più importanti di questa storia: si tratta della ferrovia stessa, e soprattutto di quell'elemento appassionante che si chiama locomotiva. La "Lison", la macchina di Jacques Lantier, gioca un ruolo di primo piano. [...] La si vedrà circolare sulle rotaie, attraversare gallerie, passare i fiumi. Si vedranno le cure assidue di cui Jacques Lantier e Pecqueux la circondano».[4]

«La bête humaine è il dramma di un amore che l'uomo non può controllare, una forza che lo brucia, lo travolge, lo condanna a morte. Per Zola come per Renoir questa forza è rappresentata dalla locomotiva, la Lison. Jacques Lantier ama la sua locomotiva come una donna». (Jean Collet, Télérama, 1968)

«La bocca di fuoco della locomotiva apre il film e ritorna al centro della scena in cui Lantier fa visitare a Séverine la sua locomotiva in piena notte. Tutto è riunito nel segno della forza di questo cratere addormentato». (Charles Tesson, Cahiers du Cinéma, n.482)

I personaggi e i loro interpreti[modifica | modifica sorgente]

In vari scritti Renoir descrive i suoi personaggi e racconta come ha scelto gli attori che li interpretano.[5]

Séverine e Simone Simon[modifica | modifica sorgente]

«Una donna dolce, affettuosa, quietamente appassionata. [...]Séverine non è una "vamp". È una gatta, una vera gatta, con un pelo di seta che si ha voglia di accarezzare, un musetto corto, una grande bocca un po' supplicante e degli occhi pur sempre in grado di dir la loro. Ora, io so che se nel mondo del cinema c'è una gatta, è Simone Simon».

Jacques Lantier e Jean Gabin[modifica | modifica sorgente]

«Jacques Lantier ci interessa tanto quanto Edipo Re. Questo macchinista di locomotiva trascina dietro di sé un'atmosfera altrettanto gravida di quella di qualsiasi membro della famiglia degli Atridi. Rimpiango una cosa: che Zola non possa vedere Jean Gabin interpretare questo personaggio. Credo che sarebbe contento.[...]Essere un personaggio tragico, nel senso classico del termine, rimanendo con in testa un berretto e addosso una tuta blu da macchinista, e parlando come la gente qualsiasi, è un tour de force che Gabin ha portato a termine...»

Roubaud e Fernand Ledoux[modifica | modifica sorgente]

«..."è piccolo, già un po' grasso, maschio, molto potente, un po' brutale, molto onesto, di una rettitudine priva di intelligenza. Quando si accorge che sua moglie lo inganna, la sua collera è spaventosa. Potrebbe ucciderla. In seguito si calma. Fa quel che deve fare. Non ne faccio dunque un tipo nervoso. Tuttavia, bisogna che allenti la sua morale, dal momento che l'assassinio scioglie il legame sociale. Egli ha ucciso perché la sua donna non avesse un amante, e ora sopporterebbe quasi un amante per sua moglie pur di nascondere il suo crimine". Queste indicazioni di Zola le conosco a memoria. Non so se anche Ledoux le conosce, ma egli agisce nel film come se questa linea direttrice avesse automaticamente guidato i suoi gesti e le sue parole».

Tecnica cinematografica[modifica | modifica sorgente]

Renoir racconta[modifica | modifica sorgente]

«Ne La bête humaine le riprese con le inquadrature di Gabin e Carette su una vera locomotiva diede eccellenti risultati. Per le scene girate su quella locomotiva feci ricorso una sola volta al trasparente nell’inquadratura in cui Gabin si uccide gettandosi giù dal tender mentre il treno corre a tutta velocità. Non potevo chiedere a Gabin di gettarsi da un treno vero.[…] La bête humaine fu un’ulteriore affermazione del mio desiderio di realismo poetico. La massa d’acciaio della locomotiva diventava nella mia immaginazione il tappeto volante dei racconti orientali».[6]

Le inquadrature lunghe[modifica | modifica sorgente]

Una caratteristica dello stile di Renoir è l’uso delle inquadrature lunghe e dei movimenti di macchina. Un esempio è la carrellata con la quale si apre La bête humaine «...un condensato del tragitto Parigi-Le Havre, visto con gli occhi stessi del macchinista: una sequenza suggestiva per il modo in cui propone il ritmico sfilare dei pali del telegrafo ai lati della strada ferrata, il venire incontro dei segnali, delle stazioni, dei ponti, delle gallerie, il più disteso procedere del treno in prossimità dell’arrivo. È un modo non solo di descrivere la vita e il lavoro del protagonista – i pochi e misurati gesti del mestiere, la manovra delle leve, le palate di carbone nella fornace, e soprattutto il rifornimento d’acqua in piena corsa – ma anche di proporre un ritmo e una tensione per entrare nel dramma o, addirittura, di sostituire gli occhi del protagonista con quelli dello spettatore per una più realistica immedesimazione. L’angosciosa fuga delle prospettive ferroviarie è un presupposto dell’angoscia esistenziale di Lantier».[7]

La musica[modifica | modifica sorgente]

«Renoir non ama la morte nei film […] bisognava tuttavia far morire Nanà, Mado, Emma, la graziosa madame Roubaud e tante altre, ma alla loro morte, ogni volta Renoir ha contrapposto quel che c’è di più vivo, le canzoni. Le donne che Renoir uccide a malincuore, agonizzano tra gli accordi popolari di un ritornello da sobborghi: il piccolo cuore di Ninon è così piccolo…»[8]

La canzone popolare cantata nella sala da ballo dove inutilmente Pecqueux attende Lantier che, proprio in quel momento, uccide Séverine, ha parole scritte da Georges Millandy e musica di Ernesto Becucci. Il ritornello recita:

(FR)
« Le p'tit coeur de Ninon,
Est si petit,
Est si gentil,
Est si fragile,
C'est un léger papillon,
Le petit coeur de Ninon!
Il est mignon, mignon,
Si le pauvret
Parfois coquet
Est peu docile,
C'n'est pas sa faute, non!
Au petit coeur, au petit coeur de Ninon. »
(IT)
« Il piccolo cuore di Ninon
è così piccolo
è così gentile
è così fragile
è leggero come una farfalla
il piccolo cuore di Ninon!
È piccolo, piccolo,
se poverino
talvolta è civettuolo
e poco docile
non è colpa sua, no!
Piccolo cuore, piccolo cuore di Ninon. »
(Georges Millandy)

Aver scelto di accompagnare il movimento della macchina da presa che mostra la morte di Séverine e inquadra la sua mano destra stretta sul cuore con un valzer popolare accentua l'effetto drammatico: è straziante il contrasto fra la festa, la spensieratezza dei danzatori e il compiersi della tragedia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ A. Sesonske, Jean Renoir. The French Films, 1924-1939, Cambridge, Massachussets and London, Harvard University Press, 1980, p.379.
  2. ^ François Truffaut, I film della mia vita, Marsilio, Venezia 1978, pp. 41-53 ISBN 88-317-8164-2
  3. ^ Simone Villani, L'essenza e l'esistenza. Fritz Lang e Jean Renoir: due modelli di regia, due modelli di autore., Lindau, Torino 2007, pag. 75.
  4. ^ Jean Renoir,Ciné-monde, n. 537, 1 febbraio 1939.
  5. ^ Jean Renoir, La vita è cinema. Tutti gli scritti 1926-1971, Longanesi, Milano 1978, traduzione di Giovanna Grignaffini e Leonardo Quaresima, pp. 273-286.
  6. ^ Jean Renoir, La mia vita, i miei film, Marsilio, Venezia 1992, traduz. Daniela Orazi, pp.116-117. ISBN 88-317-5419-X
  7. ^ Carlo Felice Venegoni, Renoir, Il castoro cinema, La Nuova Italia, Firenze 1974, pag.67.
  8. ^ François Truffaut, I film della mia vita, Marsilio, Venezia 1978, pag.52.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Jean Renoir, La mia vita, i miei film, Marsilio, Venezia 1992, traduz. Daniela Orazi, pp.116-117. ISBN 88-317-5419-X
  • Simone Villani, L'essenza e l'esistenza. Fritz Lang e Jean Renoir: due modelli di regia, due modelli di autore., Lindau, Torino 2007
  • Carlo Felice Venegoni, Renoir, Il castoro cinema, La Nuova Italia, Firenze 1974.
  • Giorgio De Vincenti, Il teatro nel cinema di Jean Renoir: forma simbolica di una pratica di cineasta, in Senso e storia dell'estetica, a cura di Pietro Montani, Parma 1995.
  • Giorgio De Vincenti, Jean Renoir: la vita, i film, Marsilio, Venezia 1996.
  • Daniele Dottorini, Jean Renoir. L'inquietudine del reale, Ente dello spettacolo, Roma 2007
  • André Bazin, Jean Renoir, Paris 1971, 1989, ediz. it. curata e tradotta da Michele Bertolini, Mimesis Cinema, Milano-Udine 2012 ISBN 978-88-5750-736-1
  • François Truffaut, I film della mia vita, Marsilio, Venezia 1978.

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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