L'Utopia

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L'Utopia
Titolo originale Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia
Utopia.jpg
Incisione di Ambrosius Holbein per l'edizione del 1518 dell'Utopia di Tommaso Moro
Autore Tommaso Moro
1ª ed. originale 1516
Genere romanzo
Sottogenere fantascienza, avventura e utopia
Lingua originale latino
Ambientazione Inghilterra e la città immaginaria Utopia, XV secolo
Protagonisti Raffaele Itlodeo
Antica illustrazione dell'isola di Utopia.

L'Utopìa (il titolo originale in latino è Libellus vere aureus, nec minus salutaris quam festivus de optimo rei publicae statu, deque nova insula Utopia), è un romanzo di Tommaso Moro, pubblicato in latino aulico nel 1516, in cui è descritto il viaggio immaginario di Raffaele Itlodeo (Raphael Hythlodaeus nell'originale) in una fittizia isola-regno, abitata da una società ideale.

Utopia esprime il sogno rinascimentale di una società pacifica dove sia la cultura a dominare e a regolare la vita degli uomini.

Ciò che inizialmente ispirò Tommaso Moro alla stesura di Utopia fu, probabilmente, la traduzione dal greco al latino di alcuni scritti di Luciano che egli operò congiuntamente con Erasmo da Rotterdam, in particolare di un dialogo in cui Menippo, un drammaturgo greco, scende negli Inferi e racconta il suo viaggio. Un'altra opera ispiratrice, cui Moro fece riferimento anche all'interno di Utopia, fu sicuramente La Repubblica di Platone, in cui si parla esplicitamente di una città ideale. L'opera ricalca pure lo schema dell'opuscolo Il volto della luna dei Moralia di Plutarco. [1]


Giunto alla quarta edizione nel 1519, venne poi tradotto in tedesco da Claudio Cantiuncula (1524), in fiorentino da Ortensio Lando (1548), in francese da Jean Le Blond (1550) e solo nel 1551 in inglese (da Ralph Robinson).

Titolo[modifica | modifica sorgente]

Il titolo dell'opera è un neologismo coniato da Moro stesso, e presenta un'ambiguità di fondo: "Utopia", infatti, può essere intesa come la latinizzazione dal greco sia di Εὐτοπεία, frase composta dal prefisso greco ευ- che significa bene e τóπος (tópos), che significa luogo, seguito dal suffisso -εία (quindi ottimo luogo), sia di Οὐτοπεία, considerando la U iniziale come la contrazione del greco οὐ (non), e che cioè la parola utopia equivalga a non-luogo, a luogo inesistente o immaginario. Tuttavia, è molto probabile che quest'ambiguità fosse nelle intenzioni di Moro, e che quindi il significato più corretto del neologismo sia la congiunzione delle due accezioni, ovvero "l'ottimo luogo (non è) in alcun luogo", che è divenuto anche il significato moderno della parola utopia. Effettivamente, l'opera narra di un'isola ideale (l'ottimo luogo), pur mettendone in risalto il fatto che esso non possa essere realizzato concretamente (nessun luogo).

A conferma dell'irrealizzabilità di Utopia, Moro utilizza nomi come:

  • Itlodeo (raccontatore di bugie) per il protagonista;
  • Ademo (senza popolo) per il governante di Utopia;
  • Amauroto (città nascosta) per la capitale;
  • Anidro (senz'acqua) per il fiume di Utopia.

Trama[modifica | modifica sorgente]

Nella prima parte di Utopia, Moro presenta l'Inghilterra del XV secolo elencandone i difetti, le contraddizioni, soprattutto sociali ed economiche [2] (famoso è l'aneddoto delle pecore che brucano in prati immensi dove invece potrebbero lavorare decine di contadini, costretti dalla disoccupazione a darsi alla delinquenza).

Nella seconda parte, invece, avviene la narrazione del viaggio che Raffaele Itlodeo, viaggiatore-filosofo, compie per primo nell'isola di Utopia, una societas perfecta, creata dal suo primo re, Utopo, che con un'opera titanica tagliò l'istmo che la congiungeva con il continente.

Utopia è divisa in 54 città (che rimandano alle 54 contee inglesi), tra le quali la capitale Amauroto. Utopia, a differenza dell'Inghilterra, ha saputo risolvere i suoi contrasti sociali, grazie ad un innovativo sistema di organizzazione politica: la proprietà privata è abolita, i beni sono in comune, il commercio è pressoché inutile, tutto il popolo inoltre è impegnato a lavorare la terra circa sei ore al giorno, fornendo all'isola tutti i beni necessari. Il resto del tempo deve essere dedicato allo studio e al riposo. In questo modo, la comunità di Utopia, può sviluppare la propria cultura e vivere in maniera pacifica e tranquilla.

L'isola è governata da un re che ha il potere di coordinare le varie istituzioni e di rappresentare il suo popolo. Il governo è affidato a dei magistrati eletti dai rappresentanti di ogni famiglia, mentre, vige il principio (rivoluzionario per l'epoca) della libertà di parola e di pensiero e soprattutto della tolleranza religiosa, che tuttavia si esprime solo verso i credenti, agli atei sono precluse le cariche pubbliche. Gli atei non sono puniti, ma circondati dal disprezzo degli abitanti di Utopia.

L'isola si basa su una struttura agricola ed è proprio l'agricoltura a fornire i beni utili per industrie, artigianato, ecc. Si produce solo per il consumo e non per il mercato. Oro e argento sono considerati privi di valore e i cittadini non possiedono denaro ma si servono dei magazzini generali secondo le necessità. La città è pianificata e il tipo di edifici è stato stabilito e viene costruito sempre quello. Esiste la schiavitù per chi commette dei reati. Anche il numero dei figli è stabilito in modo tale che rimanga lo stesso numero di persone. I figli sono accuditi e allevati in sale comuni e sono le stesse madri ad occuparsene. Gli utopiani trascorrono il loro tempo libero leggendo classici, occupandosi di musica, astronomia e di geometria.

In Utopia chi commette adulterio è bollato di infamia e non può più sposarsi. C'è un controllo demografico in ogni città, se la popolazione eccede vengono trasferiti dei giovani in una meno popolata.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Umberto Albini, Fritz Bornmann, Mario Naldini, Manuale storico della Letteratura greca, Le Monnier, 1977, pag. 415.
  2. ^ In Utopia molti studiosi moderni hanno ravvisato un opposto idealizzato dell'Europa sua contemporanea e altri vi riscontrano una satira sferzante diretta contro l'Inghilterra del XVI secolo (Cfr.Jack H. Hexter, L'utopia di Moro: biografia de un'idea, Guida Editori, 1975 p.47)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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