L'Humanité

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L'Humanité
Logo di L'Humanité
Stato Francia Francia
Lingua Francese
Periodicità quotidiano
Genere generalista
Fondatore Jean Jaurès
Fondazione 1904
Editore Société nouvelle du journal L'Humanité
Diffusione cartacea 51.010 (2010)
Direttore Patrick Le Hyaric
Redattore capo Patrick Apel-Muller
ISSN 0242-6870
Sito web www.humanite.fr
 

L'Humanité è un giornale francese, fondato nel 1904 dal dirigente socialista Jean Jaurès. È stato l'organo ufficiale del Partito Comunista Francese (PCF) dal 1920 al 1994, anno in cui si apre ad altre componenti della Sinistra, pur restando vicino alle posizioni del PCF.

Storia del giornale[modifica | modifica sorgente]

Le origini[modifica | modifica sorgente]

Il primo numero de L'Humanité apparve lunedì 18 aprile 1904. Per il suo fondatore, Jean Jaurès, questo quotidiano socialista (che aveva come sottotitolo « Giornale socialista quotidiano »[1]) doveva essere funzionale all'unificazione del movimento socialista francese e di conseguenza una leva per la lotta rivoluzionaria contro il capitalismo.

Nel suo primo editoriale, Jaurès fissa due regole di funzionamento del suo nuovo giornale: la ricerca dell'informazione completa ed esatta per dare « a tutte le menti libere il mezzo per comprendere e giudicare autonomamente gli eventi del mondo », e l'indipendenza finanziaria.

L'Humanité di Jaurès (1904–1914)[modifica | modifica sorgente]

Estratto di una vignetta de L'Humanité pubblicata il 27 maggio 1913, che mostra il senatore radicale Clemenceau ed il Presidente della Repubblica Poincaré riconciliati nel sostegno comune alla legge dei tre anni.

Fin dalla sua nascita nel 1904[2], L'Humanité non rappresenta che una parte del movimento socialista francese. Nella redazione figurano René Viviani, Aristide Briand, Léon Blum, Jean Longuet, Lucien Herr, Jean Allemane, Octave Mirbeau, Henry de Jouvenel, Abel Hermant et Albert Thomas.

Prima pagina de L'Humanité del 23 novembre 1911 dedicata ai « mouchards » utilizzati dalla polizia di Clemenceau in occasione dello sciopero di Draveil-Villeneuve-Saint-Georges del 1908.

L'unificazione dei socialisti francesi nella SFIO nel 1905 apre il giornale all'insieme del movimento socialista francese (specialmente al Guesdismo). Nel 1911, SFIO fa de L'Humanité il suo organo ufficiale nel congresso di Saint-Quentin.

Nel contesto internazionale sempre più teso dell'inizio del XX secolo, il giornale di Jaurès difende strenuamente le proprie posizioni pacifiste e antimilitariste in ossequio all'internazionalismo del movimento operaio. Il giornale è ugualmente molto presente nella lotta per la laicità e si designa difensore della classe operaia.

Il primo decennio di vita del giornale è caratterizzato da difficoltà economiche. Dopo un lancio riuscito con 140000 copie, precipita a 15000 copie nel 1905 per poi rimontare a 80000 copie nel 1912.

Nell'estate 1914 la vita del giornale è stravolta da due eventi:

L'Humanité e la Prima Guerra Mondiale (1914–1920)[modifica | modifica sorgente]

Lo scoppio della guerra, la morte di Jean Jaurès e il riallineamento della maggioranza dei dirigenti socialisti francesi all'Union sacrée trasformano radicalmente il giornale durante l'estate 1914, che a quell'epoca distribuiva circa 100000 copie, contro le 50000 de La Guerre sociale di Gustave Hervé[3].

Pierre Renaudel succede a Jaurès e sceglie una linea editoriale favorevole alla guerra in nome della difesa della Repubblica. Secondo lo storico Alexandre Courban, il giornale si trova dunque preso in una tripla morsa:

  • amministrativa: per la censura.
  • partigiana: i socialisti in maggioranza favorevoli alla guerra impongono la loro linea.
  • economica per il razionamento.

Finalmente nell'ottobre 1918, Pierre Renaudel è sostituito alla guida de L'Humanité da Marcel Cachin, in ossequio alla crescente presa di distanza dei socialisti rispetto all'Union sacrée.

L'Humanité : organo del Partito comunista francese tra le due guerre (1920–1939)[modifica | modifica sorgente]

Nel 1920 al Congresso di Tours della SFIO, i due terzi dei delegati votano l'adesione all'Internazionale comunista, trasformando la SFIO in « Section française de l'Internationale communiste » (più tardi Partito comunista). Il giornale segue la maggioranza e diviene dunque organo ufficiale del giovane Partito Comunista.

In questo periodo la linea editoriale segue la linea politica del PCF. La stalinizzazione del partito provoca l'allontanamento di penne come Alfred Rosmer, Boris Souvarine, Pierre Monatte, Amédée Dunois, Pierre Kaan. Negli anni Venti, il giornale porta avanti un'intensa campagna contro la Guerra di Rif. Nel 1926 Paul Vaillant-Couturier diviene capo redattore. Sotto la sua direzione negli anni Trenta, il giornale supera le 300000 copie, specialmente all'inizio del Fronte popolare. L'Humanité insiste allora sull'antifascismo, sulla difesa della Repubblica spagnola e propone il modello dell'URSS di Stalin.

In quanto organo centrale del PCF, L'Humanité è allo stesso tempo un giornale di informazione e un mezzo di mobilitazione dei militanti. Un'altra particolarità è rappresentata dal ruolo che svolgono i lettori nella vita del giornale: essi sono spesso utilizzati come contributori (i rabcors, corrispondenti operai) o come diffusori (in seno al CDH, comitato di difesa de L'Humanité). Per rispondere ai suoi bisogni finanziari, il giornale crea nel 1930 la fête de L'Humanité. Nel 1937, la tiratura tocca il picco delle 350000 copie[4].

Il 27 agosto 1939 il governo Daladier vieta la pubblicazione de L'Humanité a seguito della sua approvazione del Patto Molotov-Ribbentrop.

L'Humanité nella Resistenza francese durante la Seconda Guerra mondiale (1939–1945)[modifica | modifica sorgente]

Le autorità di Vichy confermano il divieto di pubblicazione e l'occupazione tedesca obbliga il giornale alla clandestinità fino alla liberazione del 1944 (malgrado la domanda rigettata di ripubblicazione fatta nel giugno 1940 presso le autorità di occupazione tedesche)[5], iniziativa sconfessata da numerosi militanti e poi dal Comintern, che lo aveva precedentemente permesso[6].

L'Humanité rimase clandestina per cinque anni (383 numeri diffusi per un totale di 200000 copie)[7] svolgendo un importante ruolo nella Resistenza. Numerosi giornalisti della sua redazione morirono nella lotta contro l'occupante, come Gabriel Péri (responsabile della rubrica internazionale, fucilato il 15 dicembre 1941 alla Fortezza di Mont-Valérien), Lucien Sampaix e altri. Il giornale riapparve liberamente il 21 agosto 1944 durante l'insurrezione di Parigi.

L'Humanité dal 1945 al 1994[modifica | modifica sorgente]

Dopo il 1945, L'Humanité ricuce con la situazione del primo dopoguerra. Organo centrale del Partito Comunista, la sua linea editoriale segue quella del partito e unisce informazione e campagne di mobilitazione.

Nel contesto della guerra fredda il giornale è filosovietico. Quando l'Armata Rossa invade l'Ungheria e pone fine alla rivoluzione ungherese titola: « Budapest ritrova il sorriso »[8]. Il 7 novembre 1956, mentre la situazione internazionale è estremamente tesa (rapporto Chruschev al XX congresso del PCUS e avvio della destalinizzazione, intervento sovietico in Ungheria, crisi di Suez e guerra d'Algeria) la sede de L'Humanité (e del Comitato Centrale del PCF) è attaccata da manifestanti anticomunisti[9][10][11][12][13][14] che tentano di incendiarla. Di fronte all'inerzia compiacente della polizia schierata in forze, la sede è difesa dal personale del giornale e dai militanti del Partito Comunista[15]. Gli attacchi provocarono tre morti. Nel rendiconto, L'Humanité fa un parallelo tra l'attacco contro i suoi locali e quelli che definisce i crimini dei contro-rivoluzionari ungheresi[10]. Dal canto suo, il sindacato dei giornalisti proclama uno sciopero: nessun giornale uscì l'8 novembre[16].

Parallelamente, il giornale è il solo quotidiano francese a sostenere le lotte di liberazione nazionale ovunque nel mondo, motivo per cui ne fu vietata la pubblicazione specialmente durante le guerre Indocina e di Algeria. Gli articoli di Madeleine Riffaud dapprima sulla guerra d'Algeria, che le valsero un tentativo di attentato ad opera dell'OAS, e poi sul conflitto in Vietnam al seguito dei Vietcong illustrano bene le sue posizioni.

Nel 1945 la tiratura raggiunge le 400.000 copie e L'Humanité è la punta di diamante della stampa comunista. In seguito le copie vendute scendono a 150.000 nel 1972, e a 107.000 nel 1986 parallelamente al declino di influenza del Partito Comunista ed alla crisi della stampa quotidiana.

L'Humanité dal 1994 ad oggi[modifica | modifica sorgente]

Dopo il XXVIII congresso del Partito comunista francese (1994), la dicitura « organo centrale del PCF » è rimpiazzata da « giornale del PCF ». In occasione di una nuova formula nel 1999, la menzione del legame col partito è eliminata. Il PCF resta secondo gli statuti « l'editore » del giornale ma la sua direzione non presiede più ufficialmente all'elaborazione della sua linea editoriale[17]. I militanti del PCF restano tuttavia molto implicati nella diffusione del giornale (principalmente per mezzo della vendita militante de L'Humanité Dimanche)[18].

Scesa a 46.000 copie nel 2002, L'Humanité ha stabilizzato le vendite a un numero leggermente superiore a 50.000 copie[19]. La sua sopravvivenza è assicurata dal prodotto delle vendite e da appelli a sottosscrizioni regolari. Nel 2000 il giornale ha dovuto anche aprire il suo capitale a gruppi privati, senza che questo comportasse un loro potere decisionale sul giornale[20].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Une du premier numéro de L'Humanité, su Gallica.
  2. ^ Informazioni su questo periodo redatte da Jean-Noël Jeanneney
  3. ^ Jean Touchard, La gauche en France depuis 1900, ed. du Seuil, 1977, pag.82 (capitolo Une conscience de gauche?)
  4. ^ "La stampa scritta in Francia nel XX secolo", di Laurent Martin, pag. 76, Edizioni Le Livre de poche
  5. ^ Roger Bourderon, La Négociation. Été 1940, Syllepse, Paris, 2001
  6. ^ Ina.fr « L'Humanité, il PCF e le autorità naziste », nelle Brûlures de l'histoire (France 3, 5 ottobre 1993) INA.
  7. ^ François Marcot, Dictionnaire historique de la Résistance, Bouquins, p. 729, 2006.
  8. ^ Secondo articolo del 27 septembre 2007, blog di Jean-Michel Aphatie
  9. ^ Jean-Pierre Arthur Bernard, Parigi rossa, 1944–1964. I comunisti francesi nella capitale, edizioni Champ Vallon, 1991, 263 pagine. L'autore evoca a pagina 27, « bande armate » che hanno sfondato le porte della sede del Partito Comunista con arieti e nota che secondo « i corrispondenti di guerra comunisti sul fronte parigino », tra gli assedianti si trovavano dei « berretti rossi », « militanti identificati di estrema destra » e « figli di papà » che agivano con « la neutralità benevolente delle forze dell'ordine ».
  10. ^ a b Jean-Pierre Arthur Bernard, « Novembre 1956 a Parigi », Ventesimo Secolo. Rivista storica, numero 30, aprile-giugno 1991, pp.68–81.
  11. ^ Jean-Paul Piérot, « PCF : un tragique soutien à l’URSS », L'Humanité, 28 ottobre 1996. Per lui, l'emozione attorno l'affare ungherese unì « la destra fino ai socialisti » contro il Partito Comunista, e nota, nella folla dei manifestanti, « la partecipazione di infiltrati e di attivisti di estrema destra ».
  12. ^ Il fascismo non passerà, film di propaganda comunista del 1957, fornisce la visione di parte comunista sugli eventi. Si veda Ciné Archives, il patrimonio audiovisivo del PCF
  13. ^ Dal canto suo, Le Monde dell'epoca evoca l'espressione spontanea della « popolazione parigina », e la definisce una « manifestazione legittima » che degenera « in incidenti estremamente violenti », cf. Le Monde, 9 novembre 2006, « Cinquant'anni fa in Le Monde. Violenze anticomuniste a Parigi »
  14. ^ telegiornale del 14 novembre 1956
  15. ^ Jean-Pierre Arthur Bernard, Parigi rossa, 1944–1964. I comunisti francesi nella capitale, edizioni Champ Vallon, 1991, p. 31 « Gli assediati poterono barricarsi, spegnere le fiamme con idranti, bombardare gli assedianti, scappare attraverso i tetti e attendere l'aiuto dalle banlieues operaie. » Tra i proiettili lanciati sui manifestanti « piombi di tipografia », « mobili », « utensili » e perfino « statue »
  16. ^ Jean-Pierre Arthur Bernard, Parigi rossa, 1944-1964. I comunisti francesi nella capitale, edizioni Champ Vallon, 1991, p. 32.
  17. ^ Precisando i suoi legami con L'Humanité, gli statuti del PCF precisano: « Leggerla, difenderla e promuoverla è uno dei compiti del comunista militante » (XXXIII congresso del PCF, marzo 2006).
  18. ^ L'Humanité dimanche è creata il 3 ottobre 1948 con lo scopo di ancorare meglio la presenza del quotidiano nei quartieri popolari. Reso come una rivista nell'aprile 1990, la sua comparsa termina nel 1999 di fronte alle difficoltà finanziarie e alla diminuizione consistente delle vendite, dovute principalmente a un calo della diffusione militante. È rimpiazzato da L'Humanité hebdo, edizione del week-end de L'Humanité. L'Humanité dimanche rinasce il 9 marzo 2006 in seguito ad un appello per una sottoscrizione fatto ai suoi lettori in modo che questi ultimi divengano cofondatori di questo settimanale (14000 aderenti e 1800000 euro fine agosto 2006).
  19. ^ La diffusione totale de L'Humanité è passata da 46.126 a 51860 tra il 2002 e il 2006. Il numero di abbonati è passato da 31.982 a 37.545 dal 2002 al 2005(cifra dell’OJD, associazione per il controllo e la diffusione dei media).
  20. ^ Decisa nel 2000, l'apertura del capitale del quotidiano è effettiva dal 19 maggio 2001, apportando 30 milioni di franchi e la sottoscrizione di 8 milioni di lettori. La ripartizione del capitale della società anonima de L'Humanité è così ripartita:
    • Azionisti individuali (vecchi responsabili del giornale o del PCF) : 40,71 %
    • Società delle lettrici e dei lettori de L'Humanité : 20 %
    • Società Humanité investimento pluralismo (Hachette, TF1 attraverso la sua filiale Syalis, Caisse d’épargne, società pubbliche e settore mutualista : 20 %
    • Società del personale de L'Humanité : 10 %
    • Società degli amici de L'Humanité : 9,29 %

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